12 Agosto – William Blake e Van Morrison

Il 12 agosto 1827 muore William Blake.

Poco apprezzato in vita (anche perché, diciamolo, era matto come un cavallo), nel 2002 è stato collocato al 38° posto nella classifica dei 100 britannici più grandi di tutti i tempi votata dagli ascoltatori della BBC. William Blake esercita un’influenza particolare su molti autori, a partire da Bob Dylan. Qui parliamo di Van Morrison, che cita Blake in molte sue canzoni.

Per ricordare Blake, due versioni di Summertime in England (da Common One), la prima dal vivo e la seconda con una dichiarazione di poetica dello stesso Morrison.

Can you meet me in the country
In the summertime in England
Will you meet me?
Will you meet me in the country
In the summertime in England
Will you meet me?
We'll go riding up to Kendal in the country
In the summertime in England.
Did you ever hear about
Did you ever hear about
Did you ever hear about
Wordsworth and Coleridge, baby?
Did you ever hear about Wordsworth and Coleridge?
They were smokin' up in Kendal
By the lakeside
Can you meet me in the country in the long grass
In the summertime in England
Will you meet me
With your red robe dangling all around your body
With your red robe dangling all around your body
Will you meet me
Did you ever hear about . . .
William Blake
T. S. Eliot
In the summer
In the countryside
They were smokin'
Summertime in England
Won't you meet me down Bristol
Meet me along by Bristol
We'll go ridin' down
Down by Avalon
Down by Avalon
Down by Avalon
In the countryside in England
With your red robe danglin' all around your body free
Let your red robe go.
Goin' ridin' down by Avalon
Would you meet me in the country
In the summertime in England
Would you meet me?
In the Church of St. John . . .
Down by Avalon . . . .
Holy Magnet
Give you attraction
Yea, I was attracted to you.
Your coat was old, ragged and worn
And you wore it down through the ages
Ah, the sufferin' did show in your eyes as we spoke
And the gospel music
The voice of Mahalia Jackson came through the ether
Oh my common one with the coat so old
And the light in the head
Said, daddy, don't stroke me
Call me the common one.
I said, oh, common one, my illuminated one.
Oh my high in the art of sufferin' one.
Take a walk with me
Take a walk with me down by Avalon
Oh, my common one with the coat so old
And the light in her head.
And the sufferin' so fine
Take a walk with me down by Avalon
And I will show you
It ain't why, why, why
It just is.
Would you meet me in the country
Can you meet me in the long grass
In the country in the summertime
Can you meet me in the long grass
Wait a minute
With your red robe . . .
Danglin' all around your body.
Yeats and Lady Gregory corresponded . . .
And James Joyce wrote streams of consciousness books . . .
T.S. Eliot chose England . . .
T.S. Eliot joined the ministry . . .
Did you ever hear about . . .
Wordsworth and Coleridge?
Smokin' up in Kendal
They were smokin' by the lakeside . . .
Let your red robe go . . .
Let your red robe dangle in the countryside in England
We'll go ridin' down by Avalon
In the country
In the summertime
With you by my side
Let your red robe go . . .
You'll be happy dancin' . . .
Let your red robe go . . .
Won't you meet me down by Avalon
In the summertime in England
In the Church of St. John . . .
Did you ever hear about Jesus walkin'
Jesus walkin' down by Avalon?
Can you feel the light in England?
Can you feel the light in England?
Oh, my common one with the light in her head
And the coat so old
And the sufferin' so fine
Take a walk with me
Oh, my common one,
Oh, my illuminated one
Down by Avalon . . .
Oh, my common one . . .
Oh, my storytime one
Oh, my treasury in the sunset
Take a walk with me
And I will show you
It ain't why . . .
It just is . . .
Oh, my common one
With the light in the head
And the coat so old
Oh, my high in the art of sufferin' one . . .
Oh, my common one
Take a walk with me
Down by Avalon
And I will show you
It ain't why . . .
It just is.
Oh, my common one with the light in her head
And the coat so fine
And the sufferin' so high . . .
All right now.
Oh, my common one . . .
It ain't why . . .
It just is . . .
That's all
That's all there is about it.
It just is.
Can you feel the light?
I want to go to church and say.
In your soul . . .
Ain't it high?
Oh, my common one
Oh, my storytime one
Oh, my high in the art of sufferin' one
Put your head on my shoulder . . .
And you listen to the silence.
Can you feel the silence?

10 agosto – Pascoli

Il 10 agosto 1867 (esattamente 140 anni fa) fu assassinato con un colpo di schioppo alla fronte Ruggero Pascoli, il padre del poeta Giovanni (che aveva all’epoca 12 anni). Si ignora il motivo dell’esecuzione, ma si sospetta il movente politico, dal momento che Ruggero faceva l’amministratore dei poderi agricoli (oltre 100) della tenuta della nobile famiglia Torlonia. Pare siano stati i repubblicani, tuttora ben rappresentati in Romagna (non i comunisti, che non c’erano ancora e che comunque avrebbero mangiato il nostro Giovannino e le sue sorelle; si esclude anche la pista islamica).

Gli alunni di una scuola hanno ricostruito la vicenda e io saccheggerò il loro testo, concedendomi qualche libertà:

La mattina del 10 agosto Ruggero Pascoli sta per partire per uno dei suoi viaggi quotidiani.

Oggi non va a visitare uno dei poderi della tenuta: la mietitura e la trebbiatura sono appena terminate e il grano è al sicuro nei sotterranei della Torre. Ora i contadini sono impegnati nell’aratura delle stoppie e i buoi da lavoro sono insufficienti. Ruggero va per mercati per acquistarne altri. Prima va a Gatteo alla fiera di San Lorenzo e poi a Cesena al mercato.

Sella la sua cavallina preferita, la storna (dal mantello nero a macchie di peli bianchi disposti a grappolo), e la aggioga a un calessino leggero e scoperto: il cielo è sereno, la giornata calda.

Le due figlie, Margherita e Mariù, fanno i capricci: hanno fatto un brutto sogno, piangono e supplicano il padre di portarle con sé o di non partire. Ruggero le tranquillizza con una carezza e la promessa di un “bilin” (regalino).

Arriva a Gatteo e compie i suoi affari di amministratore, tratta l’acquisto del bestiame da lavoro. A una bancarella della fiera compra due bambole di pezza variopinta per le figlie e le mette sul calesse. Niente per Giovanni (e se fosse lui, il mandante?).

Da Gatteo a Gambettola per strade interne e di qui a Cesena per la Via Emilia. Arrivato in città lascia la storna alla stalla dietro la Rocca. Dopo il giro al mercato torna alla stalla: fieno, acqua fresca e una bella strigliata per la storna; trippa, pane fresco e Sangiovese per Ruggero. Anche la cavalla si sente discriminata, e infatti non alzerà uno zoccolo per difendere il padrone.

Infine torna verso casa. Deve andare a Savignano a sbrigare un’ultima faccenda e percorre quindi la via Emilia. Ecco la Villa di Gualdo, poi c’è la pieve di San Giovanni in Compito dove la Via Emilia fa una piccola curva proprio sul bivio che a destra porta verso Longiano e a sinistra passa davanti alla chiesetta per poi proseguire per Gatteo. Davanti, in lontananza, le case di Savignano.

All’improvviso, l’agguato. Uno o due sicari. Unica testimone, la cavallina storna.

Anche senza guida, prosegue verso Savignano sulla strada ben nota, mentre il suo padrone si sta spegnendo. Arrivata al ponte romano sul Rubicone, all’ingresso di Savignano, un passante lo riconosce. Docilmente la storna si lascia condurre all’ospedale “Santa Colomba”, vicino alla chiesetta della Madonna Rossa. All’arrivo Ruggero Pascoli è già morto.

Sul calesse le bambole sono intrise di sangue.

 

X agosto

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

 

La cavallina storna

Nella torre il silenzio era già alto,
Sussurravano i pioppi del Rio Salto.
I cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di croste
Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;
che nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.
Con su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea sommessa:
“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;
il primo d’otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie.
Tu che ti senti ai fianchi l’uragano,
tu dài retta alla sua piccola mano.
Tu ch’hai nel cuore la marina brulla,
tu dài retta alla sua voce fanciulla”.
La cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più mesta:
“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
lo so, lo so, che tu l’amavi forte!
Con lui c’eri tu sola e la sua morte.
O nata in selve tra l’ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;
sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:
adagio seguitasti la tua via,
perché facesse in pace l’agonia…”
La scarna lunga testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in pianto.
“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
oh! due parole egli dové pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.
Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,
con negli orecchi l’eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi:
lo riportavi tra il morir del sole,
perché udissimo noi le sue parole”.
Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l’abbracciò su la criniera
“O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!
a me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona… Ma parlar non sai!
Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!
Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:
esso t’è qui nelle pupille fisse.
Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t’insegni, come”.
Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.
La paglia non battean con l’unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.
Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome… Sonò alto un nitrito.

9 agosto – Avogadro

Il 9 agosto 1776 nasce a Torino Lorenzo Romano Amedeo Carlo Avogadro Conte di Quaregna e Cerreto.

Uomo di singolare bruttezza (ma, pare, vivace tombeur de femmes), laureato in diritto ecclesiastico (sì, un giorno dedicheremo uno spazio al fondamentale contributo dei laureati in giurisprudenza alla matematica e alle scienze), mentre insegnava al liceo di Vercelli, gli venne in mente questa ipotesi, che pubblicò in una memoria del 1811: “volumi uguali di gas, alla stessa temperatura e pressione, contengono lo stesso numero di molecole”.

Nel 1820 divenne professore all’università di Torino, ma nel 1821 – avendo preso parte ai moti rivoluzionari anti-sabaudi – fu rimosso dall’incarico (“l’università è lieta di permettere a questo interessante scienziato di prendere una pausa di riposo dai pesanti doveri dell’insegnamento, in modo da essere in grado di dare una migliore attenzione alle sue ricerche”).

Il numero di Avogadro è il numero di “entità” (Avogadro non distingueva tra atomi e molecole) in una mole. Non è, a rigore, una grandezza fondamentale, ma un fattore di conversione. La sua stima più accurata è correntemente:

N_A = (6.022 \, 141 \, 79\pm 0.000 \, 000 \, 30)\,\times\,10^{23} \mbox{ mole}^{-1} \,

Il numero di Avogadro è legato al numero di particelle in un metro cubo dui un gas ideale dalla relazione:

n_\circ = \frac{RT}{p}  \,

pari a (2.686 7773 ± 0.000 0047)×1025 m−3 alla temperatura (T) 273.15 K (cioè a 0 °C) e alla pressione (p) 101.325 kPa (cioè alla pressione normale al livello del mare).
La costante R è legata al numero di Avogadro dalla relazione:

 R = N_Ak_B  \,

in cui kB è la costante di Boltzmann. Ne deriva:

N_A = \frac{n_\circ p}{k_B T}  \,

Giorni svogliati

3 agosto

Un altro giorno ricco di eventi storici.

1492: le tre caravelle di Cristoforo Colombo partono da Palos (Spagna) alla volta delle Indie; qualche mese dopo arriveranno in America, inconsapevoli del guaio che avevano combinato.

1914: la Germania dichiara guerra alla Francia; il giorno dopo, per attaccarla da nord, invade il Belgio, provocando l’intervento britannico.

1924: muore a Canterbury, nel Kent, Joseph Conrad, uno dei maggiori romanzieri inglesi (anche se era nato in Ucraina da una nobile famiglia polacca, come Józef Teodor Nałęcz Konrad Korzeniowski). Avete 3 opzioni: leggere (ad esempio, The Secret Agent; a Simple Tale; ma su Project Gutenberg trovate la maggior parte dei romanzi), ascoltare (in italiano, RadioTre rende disponibili online le letture di Lord Jim e di I duellanti) o vedere (ad esempio, i due bei film tratti dalle opere citate, con Peter O’Toole l’uno e con Harvey Keitel il secondo). Io mi limito a mettere una delle mie citazioni preferite (il ministro Sir Ethelred, in The Secret Agent): “Don’t go into details. I have no time for that.” […] “Very well. Go on. Only no details, pray. Spare me the details.” […] “What is your general idea, stated shortly? No need to go into details.” […] “No. No details, please.” The great shadowy form seemed to shrink away as if in physical dread of details; then came forward, expanded, enormous, and weighty, offering a large hand.

1958: Nautilus, il primo il sottomarino nucleare, americano, transita sotto la banchisa del Polo nord. Sotto vediamo il suo trionfale ritorno a NewYork, il 23 agosto. È di ieri la notizia che i russi hanno piantato una bandiera di titanio sotto il Polo nord, a 4.261 metri sotto il livello del mare, come gesto simbolico di rivendicazione di un preteso diritto sulle ricchezze sottomarine (petrolio e metano). Il ministro degli esteri canadese ha prontamente dichiarato di non essere d’accordo: “Non siamo nel 15° secolo”, ha dichiarato.

Ancora una volta, tutto si tiene. O no?

Ursula

Non vi dico niente, ma chi la conosce saprà di chi sto parlando…

E anche:

30 luglio – In God We Trust

Il 30 luglio 1956, In God We Trust fu ufficialmente adottato come motto nazionale degli Stati Uniti. In precedenza, veniva utilizzato E pluribus unum, votato dal Congresso nel 1782 come sigillo nazionale (e non, strettamente, come motto). La frase In God We Trust compariva già sulle monete statunitensi dal tempo della Guerra di secessione.

Io – ma ve lo potevate immaginare – trovo la frase vagamente inquietante. Per quanto sappia che è irrazionale, e che il significato è diverso, mi ricorda il Gott mit Uns dei nazisti. Anche molti credenti, tra cui il presidente americano Theodore Roosevelt, ritengono che dio vada lasciato fuori dalle questioni politiche umane.

Forse il miglior commento è questo:

26 luglio – L’assalto alla caserma Moncada

Il 26 luglio 1953, alle 5 del mattino, Fidel Castro alla testa di circa 160 ribelli mosse all’attacco della caserma fortificata Moncada, a Santiago di Cuba, forte di circa 400 uomini bene armati.

Il piano era d’impadronirsi della caserma per farne una base rivoluzionaria e un centro di propaganda e telecomunicazioni contro il regime di Batista, che era tornato al potere con un colpo di Stato.

L’idea di Castro era che – il giorno dopo la festa patronale – i soldati avrebbero scontato i postumi delle libagioni e si sarebbero fatti cogliere di sorpresa. Inoltre, una colonna di veicoli avrebbe dovuto dare l’impressione dell’arrivo di una delegazione ufficiale. Niente funzionò come previsto. I ribelli erano pochi. Non c’erano armi per tutti. Gli uomini erano armati per lo più con fucili da caccia. Il convoglio si spezzò e le armi pesanti non arrivarono mai. L’assalto fu un disastro: 61 ribelli uccisi, altri 50 catturati e torturati a morte. Un pugno di ribelli, tra cui Fidel, fuggì sulla Sierra Madre, ma fu catturato entro una settimana.

Al processo Fidel fu condannato a morte, ma la pena capitale fu abrogata prima dell’esecuzione della sentenza, tramutata in 15 anni di carcere. Castro e gli altri furono liberati nel 1955, per un provvedimento d’amnistia.

Dal fallito assalto prese il nome del Movimento fondato da Fidel Castro, il Movimiento 26 Julio o M 26-7, protagonista della rivoluzione vittoriosa del 1959.

Al processo per i fatti della Moncada, Castro – avvocato di formazione – si difese da solo, pronunciando la famosa frase “La storia mi assolverà” (l’arringa, coerentemente con i noti principi della retorica castrista, è lunga più di 25.000 parole e occupa 61 pagine a stampa!). Il tribunale della storia è ancora riunito in camera di consiglio.

Ne approfitto per segnalare la lettera aperta di Ivan Della Mea a Bertinotti, pubblicata su il manifesto di oggi, che ho riportato in una pagina di questo blog.

È ispirato all’assalto della Moncada un racconto di Julio Cortázar, El perseguidor.

Santiago (25 luglio)

Quando dopo la pentecoste gli apostoli si dispersero per evangelizzare il mondo, Giacomo fu destinato alla Spagna.

Dovrei scrivere tutte le leggende – e ne so tante… – e i parallelismi tra Santiago e Gilgamesh, e Matamòros (quando la jihad la facevamo noi), e il simbolo della conchiglia, e già che ci sono le percebes e perché si può mangiare un’oca nei giorni di magro…

Ma stasera non mi va proprio, e vi dovrete accontentare di una cartina…

… e naturalmente della Via lattea di Buñuel:

23 luglio – Telstar

A complemento di quanto ho scritto sulla mondovisione. Il 23 luglio 1962 fu effettuata la prima trasmissione televisiva transatlantica (una partita di baseball, i soliti colonialisti).

Il satellite, Telstar 1, non aveva un’orbita geostazionaria, e perciò funzionava in una “finestra” (fu allora che si cominciò a usare il termine?) di una ventina di minuti.

Topolino gli dedicò un servizio. Era bellissimo: una palla sfaccettata e la quintessenza della modernità. Facevo le elementari (ma in luglio ero al mare) e provai per mesi a disegnarlo (goffamente).

Telstar fu anche un tormentone, dei Tornados: sono sicuro che qualcuno se la ricorda.

Qui una cover, con delle immagini interessanti dai documentari dell’epoca.