Obituary: Edith Piaf (10 ottobre 1963)

Il ritardo del mio convoglio aumenta …

Muore di cancro al fegato, dopo una vita dissoluta e scandalosa. E allora l’arcivescovo di Parigi le nega il funerale religioso. Ma 100.000 parigini seguono comunque il corteo funebre.

Non, je ne regrette rien è l’orgoglioso inno dei perdenti di tutto il mondo, da cantare con le lacrime agli occhi e un nodo alla gola. Ma nelle intenzioni della Piaf era una canzone politica, e di destra se per quello, dedicata alla Legione straniera ai tempi della guerra d’Algeria.

Non, Je Ne Regrette Rien
Non, Rien De Rien, Non, Je Ne Regrette Rien
Ni Le Bien Qu’on M’a Fait, Ni Le Mal
Tout Ca M’est Bien Egal
Non, Rien De Rien, Non, Je Ne Regrette Rien
C’est Paye, Balaye, Oublie, Je Me Fous Du Passe
Avec Mes Souvenirs J’ai Allume Le Feu
Mes Shagrins, Mes Plaisirs,
Je N’ai Plus Besoin D’eux
Balaye Les Amours Avec Leurs Tremolos
Balaye Pour Toujours
Je Reparas A Zero
Non, Rien De Rien, Non, Je Ne Regrette Rien
Ni Le Bien Qu’on M’a Fait, Ni Le Mal
Tout Ca M’est Bien Egal
Non, Rien De Rien, Non, Je Ne Regrette Rien
Car Ma Vie, Car Me Joies
Aujourd’hui Ca Commence Avec Toi

Sarà una risaia che vi seppellirà

Roma, 4 nubifragi in 4 giorni. E oggi una tromba d’aria.

roma.repubblica.it

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Tra i due litiganti il terzo muore

NAPOLI – Finisce nel sangue una lite tra famiglie a Ponticelli, vasto quartiere nella parte orientale di Napoli. Una donna di 29 anni, Maria Busiello, è morta in seguito alle coltellate ricevute. Il fatto si è verificato in via Botteghelle. Maria Busiello aveva cercato di separare i contendenti. [da La Repubblica del 12 ottobre 2009]

Obituary: Orson Welles (10 ottobre 1985)

In questi giorni sono in affanno, viaggio con un ritardo imprecisato come un treno del sud …

Con 24 ore di ritardo ricordo il 24° anniversario (ma allora la leibniziana armonia prestabilita esiste!) della morte di Orson Welles. Quale immagine migliore del fumo nero che esce dal comignolo di Xanadu? No trespassing!

Anche se Welles stesso dice, in questa intervista del 1960, che Rosebud era a tawdry device, un trucco farlocco …

Tralìce

Cominciamo lamentando la prematura dipartita del De Mauro online, che tante volte abbiamo utilizzato (anche perché c’era un comodo plugin per Firefox!). Il sito annuncia laconicamente:

La versione online del dizionario italiano De Mauro Paravia non è più attiva. Siamo rammaricati ma dobbiamo porre termine al servizio, essendo l’opera fuori catalogo.

Comprensibilmente, e giustamente, fioccano le proteste.

Ci consoliamo con il Sabatini Coletti:

Tralice [tra-lì-ce o trà-li-ce]: usato solo nella locuzione “in tralice” (meno comunemente: “di tralice”) → secondo una linea obliqua, di traverso: tagliare una stoffa in tralice | guardare qualcuno in tralice → di sbieco, di sottecchi.

Attestata dal secolo XVII, deriva dal latino licium (filo) con il prefisso tra- (al di qua), e dunque “fuor di filo”, “fuori squadra”, “di traverso”, “obliquamente”.

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Autunno

Autunno. Già lo sentimmo venire
nel vento d’agosto,
nelle pioggie di settembre
torrenziali e piangenti
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
Ora che passa e declina,
in quest’autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.

Vincenzo Cardarelli (1887-1959)

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Profondo nero

Lo Bianco, Giuseppe e Sandra Rizza (2009). Profondo nero. Mattei, De Mauro, Pasolini. Un’unica pista all’origine della stragi di Stato. Milano: Chiarelettere. 2009.

Il tema mi appassiona, ma (o forse proprio per questo) il libro mi ha deluso.

La tesi è abbastanza semplice e, per la verità, non del tutto nuova. Con il contagocce, inchiesta dopo inchiesta, pentito dopo pentito, rivelazione dopo rivelazione, abbiamo avuto una ragionevole certezza politico-culturale (per parafrasare Pasolini), anche se non giudiziaria, che Mattei è stato ucciso dalla mafia su incarico dei poteri forti del nostro Paese (non senza qualche aiutino degli amerikani) perché dava fastidio, e poi De Mauro è stato ucciso (stessi esecutori, stessi mandanti) perché aveva scoperto di Mattei (di questo la famiglia De Mauro e Boris Giuliano furono convinti dall’inizio), e poi Pasolini fu ucciso (come sopra) perché aveva capito tutto. Aleggiano su tutto e tutti le ombre inquietanti di Vito Guarrasi ed Eugenio Cefis.

Il problema è tutto qui: tutti quelli che avevano capito e sospettato avevano visto giusto, ma non avevano le prove. Le prove, ahimè, non le hanno neppure gli autori di questo libro e le fonti che citano. Il risultato, temo, è che le loro argomentazioni risultano convincenti per chi già la pensava così, e irrilevanti per gli altri. Un problema frequente, tra gli autori di Chiarelettere.

Alcune osservazioni:

  • trovo irritante costruire il libro sulla parafrasi degli atti giudiziari o di altre fonti giornalistiche, e poi citarle in nota per esteso, facendo capire al lettore che non si è nemmeno fatto lo sforzo o la scelta di cambiare le parole;
  • ho trovato anche molto fastidioso il tentativo di introdurre una suspense che non c’è, come se dovessimo scoprire il ruolo di Cefis soltanto nelle ultime pagine (Razza padrona è del 1974): troppi emuli di Lucarelli;
  • non è vero che Petrolio di Pasolini sia stato letto soltanto come un’opera letteraria e non di denuncia: io l’ho letto quando uscì (anche) come opera di denuncia, non perché sono particolarmente sveglio, ma perché non lo si può leggere altrimenti;
  • che uno che si chiama Lo Bianco intitoli il suo libro Profondo nero mi pare cromaticamente inappropriato e calcisticamente troppo juventino.

Bigotto

Chi dimostra una religiosità eccessiva e puramente esteriore: lo pensavo sincero credente, ma è solo un bigotto [De Mauro online].

Etimologia controversa. Secondo alcuni è di origine francese (bigot) e affine a cagot, “falso devoto”.

Secondo altri (e a me pare verosimile) deriverebbe dal tedesco Bei Gott, “per dio, in nome di dio” che pare fosse spesso sulla bocca dei devoti, un po’ come noi diciamo “mamma mia!”. A questa ipotesi è collegata una storia carina, anche se non del tutto verosimile: Rollo il Camminatore (era così grasso che non poteva montare a cavallo), invasore vichingo della Normandia, l’ebbe concessa dal legittimo sovrano, Carlo III il Semplice, a patto che gli altri vichinghi fossero tenuti fuori dal regno. Per suggellare il patto, Rollo dovette baciare il piede calzato di Carlo, ma poiché non intendeva mantenere l’impegno bofonchiò, in una lingua composita e incerta, “Ne se, bi got” (“Non so, per dio”). Mah.

Altra ipotesi. Deriverebbe per contrazione da visigoto (i visigoti erano eretici ariani, i francesi cattolici): anche cagot, di cui abbiamo detto sopra, avrebbe origine simile (ca got = “cane di un goto”, in provenzale). Allo stesso modo, pare, i Merovingi chiamavano i musulmani e gli eretici, arabi o goti che fossero, che nei Pirenei si fingevano devoti cristiani per sfuggire alla persecuzioni, e per estensione il nome fu applicato genericamente alle popolazioni del bearnese e dai paesi baschi.

Ma secondo altri, cagot deriverebbe dal bretone (cacadd significa “lebbroso”) e avrebbe attratto bigot nella sua orbita.

Altra ipotesi: da bigio, che era il colore dell’abito delle persone dedicate a pratiche di penitenza religiosa, deriverebbero, oltre che bigotto, anche beghina, bizzoco e pinzochero.

Ultime 3 proposte: dall’italiano baco, nella variante beco/bico, usato in senso spregiativo (come in bighellone); dal francese bigote, “borsa portata alla cintola”; dallo spagnolo bigote, “baffone”.

Fate voi: a me piace Rollo il Camminatore!

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Quodlibet

“Nel Medioevo, questione discussa pubblicamente nelle università intorno ad argomenti proposti dagli ascoltatori. In musica, composizione a carattere scherzoso in uso dal XII al XVIII secolo, consistente nella contrapposizione di melodie, sacre o profane, diverse sia per il tono del testo sia per la musica.” [De Mauro online]

Dal latino, quod libet, “ciò che ti pare e piace”.

Il più famoso quodlibet della storia della musica è quello che Johann Sebastian Bach piazza come 30ª variazione delle celeberrime Variazioni Goldberg (BWV 988). Come era abitudine di Bach, le Variazioni Goldberg hanno una struttura musical-matematica rigidissima. Sono 10 gruppi di 3 variazioni, di cui la terza è sempre un canone, secondo una sequenza ascendente: la variazione 3 è un canone all’unisono, la 6 un canone alla seconda, la 9 un canone alla terza e così via (non è necessario sapere che cos’è un canone all’unisono eccetera per apprezzare quanto segue, ma se siete curiosi potete leggere su Wikipedia).

Arrivato alla 30ª variazione, che dovrebbe essere un canone alla decima secondo le regole che lo stesso Bach si è dato, sorpresa!, Bach ci schiaffa un quodlibet basato su due canzoni popolari tedesche, Ich bin solang nicht bei dir g’west, ruck her, ruck her (“Per troppo tempo sono stato lontano da te, vieni qua, vieni qua”) e Kraut und Rüben haben mich vertrieben, hätt mein’ Mutter Fleisch gekocht, wär ich länger blieben (“Crauti e rape mi hanno fatto andar via, se mia madre avesse fatto la carne sarei restato”).

Penso di non dover aggiungere altro. Buon divertimento (suona il grande Grigorij Sokolov).

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Cimosa

Riassumo da Wikipedia:

La cimosa (o cimossa) è il bordo non tagliato di una pezza di tessuto, il lato destro e sinistro quando esce dal telaio. Si viene a creare sui bordi laterali di un ordito quando la navetta, dopo aver posto il filo di trama nel passo, ritorna sull’altro lato. La distanza tra una cimossa e l’altra si chiama altezza e corrisponde alla larghezza effettiva della pezza di tessuto.

La cimosa può essere molto differente dal tessuto:

L’armatura della cimosa può essere diversa da quella del tessuto, sempre per motivi di resistenza: su un tessuto operato sovente è a tela. In alcuni casi è anche di colore differente, e se il tessuto viene stampato viene lasciata bianca.

I fili d’ordito nei pressi del bordo esterno vengono raddoppiati per lo spazio di pochi centimetri per rendere la cimossa più resistente.

Quando risulta bucherellata da minuscoli fori, significa che è stato usato un tempiale per mantenere costante la larghezza del tessuto.

Quando riporta scritte, sigle, marchi di fabbrica o altri segni convenzionali viene chiamata cimosa parlante; i segni possono essere tessuti o stampati con colore contrastante.

Per tutti questi motivi la cimosa non può essere utilizzata in un lavoro di sartoria ma deve essere nascosta o tagliata.

Questo ci porta al secondo significato di cimosa:

“striscia di panno arrotolata per cancellare le scritte di gesso sulla lavagna [De Mauro online]

A me risulta che questo secondo uso del termine “cimosa” sia diffuso soltanto in Toscana. Quando andavo a scuola io, a Milano, chiamavamo l’oggetto “cancellino” (o più spesso “scancellino”). Mi risulta che al Sud lo chiamino “cassino”. Quello che abbiamo in mente tutti, peraltro, è di feltro e non di cimosa!

lnx.edsdidact.it

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