Immigrazione clandestina: desecrato il dio Po

La Gazzetta di Mantova è un tesoro di notizie curiose. Sono giunto a sospettare che lo facciano per divertire me, nei pochi giorni che passo in agosto in queste terre.

Questa è comparsa nell’edizione di ieri, 24 agosto 2009:

Po sempre più esotico: catturato un pesce Piranha

la Gazzetta di Mantova — 24 agosto 2009   pagina 12   sezione: PROVINCIA

VIADANA. I pesci piranha nel fiume Po? Quella che fino a poco tempo fa poteva sembrare una leggenda che, col passare del tempo, ha acquisito credibilità dopo diversi avvistamenti, pare trovare la sua clamorosa conferma proprio nelle acque del nostro territorio. Nel Grande fiume, nell’area compresa fra Torricella di Sissa nel Parmense e Torricella del Pizzo nel Cremonese, proprio in questi giorni ne sarebbe stato pescato uno di grosse dimensioni.  A prenderlo è stato Mauro Bonazzi, un espertissimo pescatore di Guastalla nel Reggiano, che, del Po, conosce ogni angolo e maneggia con straordinaria esperienza la canna da pesca.  Proprio pochi giorni fa Bonazzi ha scelto le acque del Po fra il Parmense ed il Cremonese con l’intento di trascorrere una normalissima giornata dedicata alla sua grande passione per la pesca. Pensava di prendere qualche cefalo, qualche carpa o, perché no, anche qualche siluro.  Ed invece ha tirato a riva un pesce mai visto prima nelle acque del fiume.  Il suo occhio di pescatore abilissimo ed esperto lo ha portato a sospettare immediatamente di un possibile pesce piranha.  Fra l’altro alcuni esemplari di questa varietà ittica esotica, e tutt’altro che mediterranea, sarebbero stati avvistati, di recente, nelle acque del Po reggiane.  Bonazzi, vista anche la vicinanza, si è recato a Motta Baluffi (Cremona), all’Acquario del Po per chiedere la consulenza del direttore della struttura rivierasca Vitaliano Daolio.  Esperta guida di pesca professionale, Daolio, dopo un accurato esame, non ha praticamente avuto alcun’esitazione nel battezzare il pesce.  Quello in questione, con estrema probabilità, è un piranha della varietà Piranha Pygocentrus Nattereri, conosciuto comunemente come Piranha rosso, con gli esemplari adulti che raggiungono anche dimensioni di 30 centimetri.  Si tratta di un pesce d’acqua dolce appartenente alla famiglia Characidae, ben diffuso in Sudamerica, nei bacini del Rio delle Amazzoni, dei fiumi Paraguay e Paran bacino fluviale e del fiume Essequibo. È inoltre particolarmente diffuso anche nella zona paludosa del Pantanal, in Mato Grosso Mato Grosso, appunto, e Paranà: ma qui siamo sul Po, nel cuore della Valle Padana.  Da ricordare, infine, che un esemplare di notevoli dimensioni venne catturato qualche anno fa anche nel Canalbianco, nella zona fra Veronese e Rodigino a nord d’Ostiglia.

Al di là del tono sconsideratamente “leggero” dell’articolo, mi sembra che gli elementi di preoccupazione siano molti. Evidentemente, il piranha in questione è un clandestino, immigrato irregolarmente nel nostro Paese. E poiché si tratta di un pesce d’acqua dolce, non può avere attraversato il mare senza l’rresponsabile complicità di qualcuno. E la sfrontatezza, la sfrontatezza di nuotare nelle acque sacre del dio Po. Con il rischio, addirittura, che il Senatùr sorseggi un ampolla di deiezioni della belva amazzonica!

A meno che …

Leggo su Wikipedia: “Nel fiume Maroni, in Suriname, esiste una grossa specie di piranha pesante fino a 5 Kg e apparentemente erbivora; i suoi membri inoltre ospitano colonie di vermi nel loro stomaco.”

Una faida interna alla Lega?

Ode all’ultimo gabinetto – un aggiornamento

Dopo l’uscita del lirico articolo di cui vi ho dato conto ieri, la solerte amministrazione comunale di Mantova ha immediatamente provveduto a chiudere l’impianto per motivi igienici.

Ode all’ultimo gabinetto

Comparso su La Gazzetta di Mantova (quotidiano fondato nel 1664: pas des cacahuettes, come dicono Oltralpe) di ieri, 23 agosto 2009.

È un articolo bellissimo, imperdibile, che dimostra che soltanto in provincia si può fare letteratura anche sui quotidiani (c’erano anche bellissime foto, che però non ho trovato online). E se non fossi un po’ pigro fonderei su Facebook le Stefano Scansani Fan Club.

Ode all’ultimo gabinetto

la Gazzetta di Mantova — 23 agosto 2009   pagina 26 sezione: CULTURA E SPETTACOLI

di Stefano Scansani

Vespasiano. Il primo gabinetto pubblico certificato e soggetto a tassazione risale al I secolo dopo Cristo. L’imperatore Tito Flavio Vespasiano secondo Svetonio gli diede il nome. Ce n’erano anche prima, e chissà quanti, ma non erano sottoposti all’erario. L’ultimo gabinetto pubblico di Mantova ha l’età delle osterie ottocentesche, è stato ristrutturato negli anni Settanta del secolo passato, e l’amministrazione municipale proprietaria giura che ha deciso di rimetterlo in ordine. Azione urgente e sacrosanta se si pensa che i maggiori utenti sono i turisti e gli avventori non indigeni. Un tipo di utilizzatori sensibili come radar, frettolosi ma che vedono, sentono, annusano, lamentano e una volta a casa raccontano. Il microcosmo di porcellana e sciacquoni degli orinatoi determina la qualità dell’accoglienza di una città: lustri, profumati, comodi, luminosi… Il cesso è spesso specchio della realtà. Anche il “bisogno” – che ha connotati e inneschi fortemente psicologici – pretende coccole e bolle di sapone. I gabinetti pubblici di via Goito, in pieno centro – serrati nello stabile d’una bellezza decadente sullo slargo della strada – non vanno annoverati tra i luoghi esemplari. Non possono appartenere al modello di toilette moderna, e quindi non stiamo a scrivere che il Comune doveva intervenire prima. Che deve intervenire subito. Che con questo apparato di cessi è come se la città Unesco si mostrasse nuda, sfatta e inattesa. Scandalo.  Siamo piuttosto convinti che gli ultimi gabinetti pubblici di Mantova vadano documentati per la loro travolgente unicità. Cercate una porzione di cortile napoletano atterrato a cento metri dal Palazzo della Ragione? Inseguite l’intruglio fantasmagorico dei santini, dei lumini, dei sommi pontefici e dei calendari di Frate Indovino? Volete sperimentare emozioni sensoriali forti che la memoria fionda verso la medina di Marrakech o il bazar di Istanbul? Fate pipì in via Goito.  Il fatto costituzionale che questi servizi sono “pubblici” non certifica solamente la loro appartenenza al patrimonio del Comune. Essi sono innanzi tutto una questione sociale. «Gli ambulanti del mercato del giovedì mattina vengono qui per capire se c’è movimento. Se faranno affari. Se vedono ressa dicono “alóra andéma bén!”». La signora Roberta Altomani è molto orgogliosa del suo lavoro. Concessionaria dei gabinetti di via Goito. Sessantatré anni, dal 1977 custode del servizio e ancor prima di quello di piazza Teofilo Folengo, in fianco al teatro Sociale, di cui era responsabile il padre Pietro, ex vigile urbano sotto il sindaco Giuseppe Rea. Una professione tramandata e parecchio rispettata. La signora Roberta chiama “clienti” gli utenti con un’intonazione da esercente che ha a cuore la fedeltà di chi arriva e ritorna. Ci indica i cartelli che ha appiccicato sulla porta a vetri. Uno piccolo e un altro più grande, con la stessa scritta, “Toilette” e “Toilette”. Due volte? Spiega che il primo non si vedeva e ha deciso di aggiungere il secondo più evidente. Due figurine stilisticamente avverse, da una parte e dell’altra: donne e uomini. Una volta c’era un’insegna in maiolica che qualche collezionista s’è portato via. La signora parla, muove la mano, restiamo colpiti dal braccialetto doppio punteggiato da immagini di Padre Pio, Sacri Cuori, Madonne Immacolate. Lei s’accorge della nostra attenzione: «Loro mi vogliono bene, mi mantengono in salute. E io ricambio». Stesso braccialetto porta la mamma, la signora Filomena Bellè, che compirà novant’anni l’11 settembre ed è costretta su una sedia a rotelle.  Insieme popolano la piazzetta che con il volto-sottopasso è un cannocchiale aperto sulla Rotonda di San Lorenzo e le colonne del portico della Ragione, che da qui sembrano birilli bianchi e rosa. Stranissima piazzetta, senza nome, altro mondo spanciato e introverso rispetto alla Mantova più o meno antica che si sperde nei vicoli della seconda cerchia. Che cos’è, un campiello veneziano, un basso napoletano, un luogo dell’anima mantovano (caro a Guido Piovene)? Ma come si chiama questa piazzetta? «È sempre via Goito», proclama la signora Roberta mentre porta in qua la sua sedia e la mamma. È strano che il Comune non abbia immaginato per questo ritaglio di città un nome proprio e azzeccato. Tipo William Shakesperare, che con la vista dei palazzi comunali in fondo al tunnel sarebbe all right. Ma ci sono i gabinetti e il posto è tabù. Eppure la concessionaria non teme di coronare il suo lavoro ammettendo che lì sono corsi anche «di siorón», dei gran signori definiti più coloristicamente anche «cagnón gròss». La signora Roberta ricorda il vertice della Confindustria alla Ragione, e poi le apparizioni in loco di Giovanni Nuvoletti e Chiara Agnelli. Andò così: «Io sono il conte Giovanni Nuvoletti Perdomini, pago anche per la mia signora Chiara Agnelli». Replica: «Va bén. E io sono Altomani Roberta». Lei conclude che i «siorón» sono più affabili dei poveretti.  Incidenti o piccoli drammi nei camerini? La concessionaria sorride, cerca nella memoria. Fa trapelare un solo episodio con piega comica. Nel 1977 un “cliente” restò chiuso in un gabinetto. Intervennero i pompieri. E furono cambiate le serrature.  Il cartello applicato all’ingresso non dichiara le fasce di apertura dei servizi. Ma quelle di chiusura. Cosa stranissima. Induce chi ha urgenze a fare i conti su quando potrà tornare (se ce la farà): martedì, mercoledì, venerdì 12-14.30 – giovedì, sabato, domenica 12.30-14.30, turno di riposo lunedì.  Chiediamo di entrare. Piastrellatura blasé, struttura inaspettata. C’è una sorta di atrio con gli orinatoi maschili di qua e di là. Sul fondo un esagono con le porte che nascondono le turche. Acqua che scorre, sentori tipici. L’anomalia che disorienta è però la sarabanda di cose aggrappate alle pareti, stipate sulle mensole. Dal vischio natalizio ai poster della Juve e del Mantova, dai ferri di cavallo ai lumini con la faccia di papa Giovanni. Di là il santino di papa Ratzinger e quello di Madre Teresa di Calcutta, carte da briscola, pupazzi di cera, fiori di plastica, Madonne intercedenti, pupazzi di paglia sorridenti, Frate Indovino. «Quando vengono i preti o le suore non fanno altro che lodarmi», dice la signora Roberta.  Ma qual è l’invenzione che oggi mette a rischio e pericolo la sua attività? Quale nuova diavoleria? «I wc autopulenti, quelli a gettone. I miei clienti mi hanno giurato che non ci andranno mai. E anch’io non ci sono mai andata». Guai cedere alla concorrenza.

Bernanke vede la ripresa

Ma mi sa che si era perso il primo tempo

L’elefante mancino

Conoscete elefanti mancini?

Mi hanno raccontato – ma non so se è vero o soltanto ben inventato – che anche molti mammiferi, come noi umani, hanno un emisfero cerebrale dominante e quindi possono essere mancini.

Saperli riconoscere può essere utile. Ad esempio, se un elefante africano carica e uccide un turista, la polizia potrebbe chiederti indizi per incriminare l’elefante assassino.

Come si fa? basta osservare la lunghezza delle zanne. La più corta è quella che l’elefante usa di più. Di solito è la destra, ma se è quella sinistra, l’elefante è mancino.

Impala

L’impala (Aepyceros melampus) è un Mammifero della famiglia dei Bovidi, diffuso nelle savane dell’Africa orientale e centro-meridionale. [Wikipedia]

Quello qui sotto è un maschio adulto (femmine e cuccioli non hanno le corna).

L’antilope preferita di Vlad III voivoda di Valacchia (1431 – 1476), noto anche come Vlad Ţepeş. Ovviamente da farsi allo spiedo.

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Harry Potter e il principe mezzosangue

Harry Potter e il principe mezzosangue (Harry Potter and the Half-Blood Prince), 2009, di David Yates, con Daniel Radcliffe, Emma Watson, Rupert Grint, Helena Bonham-Carter, Alan Rickman e Maggie Smith (lo ammetto, ho messo solo i miei preferiti).

Tra i temi principali di questa sesta puntata del ciclo di Harry Potter (purtroppo ormai il film ha 4 anni di ritardo sull’uscita e la lettura del romanzo, così noi lettori compulsivi e attempati nel frattempo ci siamo dimenticati un bel po’ di cose, complice anche una certa serialità degli episodi) c’è il vomito. Ed è su questo aspetto che mi concentrerò: siete avvertiti e dunque i più schizzinosi si astengano dal proseguire.

Cominciamo quando, insieme ad Albus Dumbledore, Harry si materializza la prima volta (tutte le citazioni che seguono sono tratte da IMDb):

Albus Dumbledore: Take my arm.
[apparates]
Albus Dumbledore: That was fun. Most people vomit their first time.

Notate che nel libro non si parla di vomito, ma Harry si limita a osservare che preferisce le scope come mezzo di trasporto (p. 60 dell’edizione originale inglese).

Più tardi, all’esclusiva cena pre-natalizia di Slughorn, per liberarsi di Cormac McLaggen, che ha invitato per far ingelosire Ron, Hermione gli propina un salatino al sangue di drago (o qualcosa del genere) e il malcapitato Cormac vomita sulle scarpe di Severus Snape, beccandosi un mese di punizione:

[after Cormac threw up on Snape’s shoes]
Severus Snape: That’s a month of detention.

Nel libro, Hermione si limita a svignarsela (p. 298: She moved so fast it was as though she had Disapparated; one moment she was there, the next she had squeezed between two guffawing witches and vanished).

La terza volta è dopo che Hermione scopre Ron appartato con Lavender:

Hermione Granger: [after she sees Ron and Lavender making out] Excuse me, I have to go vomit.

Anche questa scena, se non mi sbaglio, è diversa nel libro (p. 280: I’m sick of Ron at the moment).

Insomma, mi sembra non ci sia dubbio che il regista David Yates e lo sceneggiatore Steve Kloves insistano sulla corda del disgusto come espressione della disapprovazione morale. Tesi in cui non sono isolati, dal momento che è cara anche a Marc D. Hauser (The Moral Mind – che recensirò tra qualche settimana):

If empathy is the emotion most likely to cause us to approach others, disgust is the emotion most likely to cause us to flee. Unlike all other emotions, disgust is associated with exquisitely vivid triggers, perceptual devices for detection, and facial contortions. It is also the most powerful emotion against sin, especially in the domains of food and sex.
[…]
Humans with no pathology experience disgust in response to food, sexual behaviors, body deformities, contact with death and disease, and body products such as feces, vomit, and urine […]. Although there are cross-cultural and age differences in the conditions eliciting disgust, the facial expression – typically a wrinkling of the nose, gaping of the mouth and retraction of the upper lip – is highly recognizable and unique to our species. Together, these observations indicate that disgust emerges from a biological substrate that may be both unique to our species and unique among the emotions we experience.
Darwin defined disgust as “something revolting, primarily in relation to the sense of taste, as actually perceived or vividly imagined; and secondarily to anything which causes a similar feeling, through the sense of smell, touch and even eyesight.” Over a hundred years later, the psychologist Paul Rozin refined Darwin’s intuition, suggesting that there are different kind of disgust, with core disgust focused on oral ingestion and contamination: “Revulsion at the prospect of [oral] incorporation of an offensive object. The offensive objects are contaminants; that is, if they only briefly contact an acceptable food, they tend to render the food unacceptable.” What makes Rozin’s view especially interesting is that many of the things that elicit disgust are not only stomach-churning but morally repugnant. Thus, once we leave core disgust, we enter into a conception of the emotion that is symbolic, attaching itself to objects, people, or behaviors that are immoral. People who consume certain things or violate particolar social norms are, in some sense, disgusting. [pp. 213-214]

Quello che è curioso è che partecipi di questa associazione al disgusto l’amore romantico, quanto meno nel film. C’è una scena, veramente buffa, in cui Ron Weasley subisce gli effetti di una pozione d’amore, l’Amorttentia. Ci era stato spiegato, a lezione, che “Amortentia doesn’t really create love, of course. It is impossible to manufacture or imitate love. No, this will simply cause a powerful infatuation or obsession. […] When you have seen as much of life as I have, you will not underestimate the power of obsessive love …” (p. 177). E infatti, dapprima l’amore di Ron si riversa su Romilda Vane (che aveva confezionato la pozione), ma ben presto diventa ecumenico, non fa più distinzione di sesso e si rivolge persino agli oggetti inanimati.

In questo modo, J.K. Rowling prende le distanze dall’amore romantico. Anzi, suggerisce il rigetto dell’amore romantico, che per lei non è amore genuino ma infatuazione e ossessione. Nella tradizione romantica, invece, anche l’amore che scatta dalla scintilla di una pozione può essere amore reale, anzi l’unico vero amore, e la pozione è uno strumento del destino. Ne portano testimonianza i più grandi e disperati amanti della storia della musica, Tristano e Isotta (ne ho parlato molte volte, qui, qui, qui e anche qui).

Sui personaggi della saga di Harry Potter si abbatte invece il Liebesverbot di J.K. Rowling. E qui mi butto in un’interpretazione un po’ spericolata.

Harry e Hermione, in particolare, non si possono amare anche se sembrano fatti, a prima vista, l’uno per l’altra. E sembrano fatti l’uno per l’altra perché sono molto simili, quasi eguali: maghi dotati, i migliori del loro corso, entrambi predestinati. Eguali quintessenzialmente, al di là delle differenze superficiali. E proprio per questo non possono amarsi, per il tabù che vieta i rapporti tra consanguinei.

Vi faccio notare che l’identità di Harry e Hermione è rivelata dall’assonanza del loro stesso nome: sono la parte maschile e femminile di una stessa identica persona, come nel mito platonico del Convivio.

Certo, potreste obiettare, è tutto molto più banale: J.K. Rowling ha un problema narratologico. Alla fine della saga deve fare sposare tra loro i personaggi principali, e l’unica soluzione ammissibile è che Harry sposi Ginny e che Hermione sposi Ron. Ogni altra possibile combinazione è inammissibile. Va esclusa la doppia coppia omosessuale (Harry-Ron e Hermione-Ginny): è pur sempre narrativa (anche) per ragazzi. La coppia Ron-Ginny sarebbe incestuosa: questo, anzi, è un altro indizio che anche la coppia Harry-Hermione, che vi si rispecchia, sarebbe “incestuosa”. Di qui il continuo ritornare, nel film, delle tematiche del vomito e del disgusto.  Se è ripugnante l’accoppiamento tra fratello e sorella, è mostruoso quello tra eguali di sesso opposto.

J.K. Rowling si allontana dunque, e molto, dalla tradizione platonica (o quanto meno dalla sua vulgata “romantica”, perché ho seri dubbi che Platone volesse veramente proporre una teoria dell’amore così bislacca, che fa dire da un comico!). L’amore nasce dalla diversità, dal riconoscimento della diversità. Cercarlo nell’identità e nell’assimilazione è una perversione, ed è perciò ripugnante. L’orrore. Come accade per le storie di vampiri, di cui ho già parlato soprattutto qui, ma anche qui e qui.

Educazione siberiana: ma anche …

Dopo che ho letto e recensito il romanzo in questione, altri ne hanno parlato, mettendo in dubbio che l’autore abbia raccontato una storia reale. Naturalmente, questo non cambia niente: la qualità del romanzo e il mio giudizio restano invariati. Anzi, se possibile, la mia ammirazione per l’autore aumenta. Ma penso sia giusto tenervi informati.

Ecco i due articoli. Il primo è uscito su La stampa del 23 giugno 2009.

Il libro

Fantasie siberiane

Indagine su un libro culto della mafia post sovietica. Sembrava tutto vero

ANNA ZAFESOVA

Scusi, da che parte si trova Fiume Basso? La mitica roccaforte degli Urca siberiani descritta da Nicolai Lilin nel suo Educazione siberiana (Einaudi) come la terra dove ha imparato il codice d’onore criminale, crescendo tra coltelli, pistole, icone e tatuaggi? Gli abitanti di Bendery scrollano le spalle, poi suggeriscono di allontanarsi dal centro per un paio di isolati, nel «settore privato», come nella provincia ex sovietica si chiamano i quartieri di casette quasi rurali a uno-due piani, con orto e giardino. Ma è il quartiere dei siberiani? Denis Poronok è perplesso: «Chi sono? Mai sentiti».

Questa è la Transnistria, che nell’immaginario del lettore italiano si colloca a metà tra Corleone e Macondo. Una scheggia dell’impero sovietico tra l’Ucraina e la Moldova, che vive dal 1990 in un limbo giuridico e politico: falce e martello nella bandiera, guarda a Mosca, ma formalmente resta parte della Moldova, anche se si comporta con indipendenza. La Siberia è lontana migliaia di chilometri, ma è qui che è nato il fenomeno letterario della stagione: la storia dell’adolescenza di Nicolai e della sua «famiglia» siberiana che animava una resistenza al regime con le armi in mano. Una storia descritta nei particolari, nomi, luoghi, circostanze, usi e costumi. Tra i russi che hanno avuto modo di leggerla, la mitologia siberiana ha suscitato irritazione e perplessità. «La nostra è una città multietnica, russi, ucraini, moldavi, la zarina Caterina aveva mandato coloni tedeschi ed era numerosa la comunità ebraica. Ma i siberiani non si sono mai visti», dice Denis, fotografo e cameramen della tv locale.

Una perplessità normale per i russi, per i quali i siberiani non sono un’entità separata, ma al massimo quei 36 milioni che abitano i 13 milioni di chilometri quadrati (tre volte l’Ue) dagli Urali al Pacifico, composti da galeotti e scienziati, cacciatori indigeni e ingegneri dei pozzi petroliferi. Secondo Lilin, gli Urca sarebbero una minoranza etnica «discendente degli antichi Efei» che viveva di caccia e rapina e che dalla Siberia venne deportata in Transnistria negli anni ‘30, quando era parte della Romania (sarebbe stata annessa all’Urss nel 1940, nella spartizione dell’Europa tra Stalin e Hitler). Così i comunisti avrebbero popolato «l’impero romeno», come lo chiama lo scrittore, di criminali russi sconfiggendo le cosche locali. «Assurdo», ride Pavel Polian, storico russo che da 25 anni studia le deportazioni di comunismo e nazismo: «Si deportava in Siberia, ma non dalla Siberia, meno che mai in Moldova. E gli Efei non sono mai esistiti».

Anche degli Urca i dizionari etnografici non portano traccia. In compenso, vengono citati già nel 1908 nel vocabolario del gergo criminale di Trakhtenberg: urka, o urkagan, criminali di professione, ladri, bari, rapinatori. Una parola antica, un esercito criminale che dalle pagine di Solzhenitsyn, Shalamov e Herling appare dotato di una ferocia disumana, usato nel Gulag contro i detenuti politici. Oggi i loro eredi preferiscono chiamarsi «vory», ladri. La «famiglia» di Lilin potrebbe essere una scheggia di quel mondo? «Non ho mai sentito parlare di una mafia siberiana separata con quelle tradizioni», dice Federico Varese, professore di criminologia a Oxford e uno dei massimi esperti di mafia russa. E l’arte segreta dei tatuaggi? «Fa parte della subcultura dei “vory”, con particolare enfasi sulle madonne, negli Urali esistono cosche “blu”, dal colore dell’inchiostro sulla pelle», dice Mark Galeotti, professore alla New York University che studia la criminalità postsovietica. «Ma sono comuni a tutti i criminali russi».

Secondo Lilin l’esistenza stessa degli Urca era un segreto del regime. Una comunità quasi estinta, che aveva lasciato un segno profondo, vincendo da sola la guerra del 1992, quando la Moldova in preda a bollenti spiriti postsovietici ha invaso la provincia separatista. In Educazione siberiana si narra del trionfo dei «siberiani», riusciti a far esplodere uno dei due cinema di Bendery pieno di militari. Marian Bozhesku, ricercatore ucraino autore di Transnistria 1989-1992, lo studio più esaustivo sul conflitto, dice di non averne mai sentito parlare. «Per noi il ricordo della guerra è ancora vivissimo, abbiamo combattuto disperatamente, dire che sono stati i criminali a vincerla è ridicolo», s’indigna Denis Poronok, che ha la stessa età di Lilin, 31 anni, e contesta la «versione di Nicolai»: «Il cinema esploso è una fiaba, e nel ‘92 a Bendery c’erano quattro sale, non due».

La Macondo dei siberiani moldavi si sgretola così, un mondo dove geografia e storia diventano fiction. Resta la storia di un ragazzo cresciuto in periferia tra gang e degrado. Una biografia nella quale molti russi si riconoscerebbero. Ma Bendery è una città piccola, 80 mila abitanti dove tutti si conoscono. Conoscono anche Nicolai (anche se all’epoca portava un altro cognome), si ricordano i suoi genitori e il nonno Boris, «grande persona, ha lavorato fino all’ultimo», dice un coetaneo dello scrittore. Si frequentavano quando erano ventenni, è stato anche a casa sua: «Non c’erano icone, né armi, nessun oggetto “siberiano”. Lui era uno curioso, leggeva molto». Nulla di criminale? «Mai sentito che fosse stato in galera, anzi si diceva che a un certo punto si fosse arruolato nella polizia». L’ha rivisto quando Nicolai è tornato a casa, l’anno scorso, accompagnato da un italiano che presentava come produttore tv: «Voleva girare un film sulla Transnistria, diceva che in Italia ne hanno l’idea sbagliata di un luogo orribile, voleva mostrare che siamo gente normale, certo non stiamo benissimo, ma nemmeno così male. Gli avevo presentato artisti, intellettuali, giornalisti». Tra i quali anche Denis: «Mi aveva invitato in Italia a fare una mostra fotografica. Ora che ci penso, se ci fossi andato mi avrebbe spacciato per un Urca siberiano, tanto non avrei capito nulla».

Il secondo è uscito su Alias, supplemento culturale de il manifesto, il 1° agosto 2009 (n. 31, p. 8).

Bersagli

Siberia

Nicolai Lilin: armi e icone a Fiume basso

di Massimo Maurizio

Educazione siberiana (Einaudi, pp. 348, € 20,00) è un romanzo che non passa inosservato: fin dal suo apparire ha suscitato accese discussioni, provocate prima di tutto dal messaggio che comunica e dai dubbi sulla veridicità della storia (vedi, ad esempio, A. Zafesova, «Fantasie siberiane», La Stampa, 23.06.2009). La prima opera di Nicolai Lilin (1980) è un’autobiografia dell’autore, nato e cresciuto a Bender (Tighina), città nella zona cuscinetto creata dopo la guerra del 1992 tra la Transnistria e la Moldavia. Transnistria, dunque, in romeno e italiano, ma Prednistov’e (Cisnistria) in russo. Due prospettive differenti per denotare la stessa realtà geografica: «trans-» e «cis-», prospettive, quella russa e occidentale, opposte, come la volontà di conferire un riconoscimento giuridico a questa lingua di terra tra Moldavia e Ucraina. La Transnistria è conosciuta per lo più per il fascino macabro che emana la sua disgraziata situazione di ultimo stato sovietico d’Europa e crocevia per traffici di armi, droga e organi. Ma non è tutto qui. Lilin racconta la vita a Fiume basso, il suo quartiere nativo; la comunità in cui è nato e cresciuto è formata da «criminali onesti» che seguono un codice d’onore ferreo e che conducono una vita quasi ascetica, con l’unica concessione di possedere icone e armi a volontà. Una comunità criminale discendente del popolo Urka e insorta contro il regime zarista e quello sovietico, originaria della Siberia e vittima, negli anni trenta, del trasferimento forzato di popolazioni voluto da Stalin. Il romanzo, ricco di storie e leggende Urka, racconta la vita di un ragazzo nato e cresciuto in un contesto da cui è difficile affrancarsi, psicologicamente prima di tutto; narra della sua vita di risse e violenza, forse l’unica possibile in quello specifico humus storico- sociale. L’educazione del titolo è quella impartita dai vecchi, dalla famiglia allargata della comunità, fondata su una visione della vita autonoma e anarchica rispetto a qualunque sistema di potere. I valori e i consigli dei genitori ai giovani sembrano quelli «tradizionali » (rispetto degli anziani e dei deboli, essere educato, stare lontani dalle compagnie sbagliate), ma si radicano in un contesto in cui la società civile è totalmente assente, in un mondo privo di strutture sociali cui appellarsi; in questo senso, al di là della veridicità storica e fattuale, il racconto di Lilin potrebbe essere ambientato in buona parte della provincia russa di oggi. Educazione siberiana è di fatto una rivisitazione, una reinterpretazione della vita russa tradizionale, adattata al contesto di Bender; l’autore indugia con piacere su realija della vita quotidiana e del mondo criminale, arricchendoli con commenti e digressioni personali; questo è certamente un fattore di grande interesse per un romanzo con velleità di studio antropologico. La lingua è talvolta rozza, imprecisa, ma viva e avvincente, e questo, forse, proprio in virtù della ruvidezza che le è congenita e che il lavoro certosino di un correttore avrebbe probabilmente appiattito e neutralizzato.

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Perceptual Edge

Vi segnalo un bel sito (commerciale). Mi riprometto di tornarci su quando l’avrò esplorato un po’ meglio.

Ma intanto mi sembra utile riportarne la ragion d’essere – molto profonda e che condivido appieno.

We are overwhelmed by information, not because there is too much, but because we don’t know how to tame it. Information lies stagnant in rapidly expanding pools as our ability to collect and warehouse it increases, but our ability to make sense of and communicate it remains inert, largely without notice.

Computers speed the process of information handling, but they don’t tell us what the information means or how to communicate its meaning to decision makers. These skills are not intuitive; they rely largely on analysis and presentation skills that must be learned.

Perceptual Edge focuses on the tools and techniques of visual business intelligence to help you make better use of your valuable information assets.

Naturalmente, il potere esplicativo e illustrativo delle rappresentazioni grafiche per sintetizzare e comprendere meglio l’informazione quantitativa, e quella statistica in particolare, non è una scoperta di adesso. Riporto qui sotto 2 esempi celebri.

Del primo – cioè di come il medico inglese John Snow giunse a ipotizzare che l’epidemia londinese di colera del 1854 si fosse diffusa a partire da una pompa di acqua potabile contaminata dalle fogne, all’intersezione tra Cambridge Street e Broad Street, nel quartiere di Soho – ho già parlato qui. Come potete vedere qui sotto (è soltanto un dettaglio della cartina completa), Snow riportò su una mappa di Londra il numero dei malati residenti in ciascuna abitazione, rappresentando ogni caso con un piccolo rettangolo. Ottenne così per ogni abitazione (per ogni numero civico, diremmo noi oggi) un istogramma proporzionale al numero di casi e in questo modo, intuitivamente (ma noi oggi chiameremmo la tecnica utilizzata un diagramma di Voronoj ante litteram), individuò il focolaio d’infezione.

Il secondo esempio è la rappresentazione grafica della campagna di Russia di Napoleone realizzata da Charles Minard (un ingegnere civile francese) nel 1869. La mappa di Minard è considerata un caposaldo della rappresentazione grafica dell’informazione quantitativa, che riassume in modo economico e compatto informazione geografica (l’itinerario delle truppe è rappresentato schematicamente ma fedelmente), temporale, quantitativa (la consistenza dell’armata è proporzionale allo spessore del tratto) e meteorologica.

Damp Squid

Butterfield, Jeremy (2008). A Damp Squid: The English Language Laid Bare. New York: Oxford University Press. 2008.

Un agile libretto, di piacevolissima lettura, che mi sono divorato il giorno stesso che mi è arrivato da Amazon (complice un’indisposizione che mi ha tenuto a casa un giorno – che ho preso di ferie, ne tenga nota Brunetta).

In realtà, sotto l’apparenza del testo di analisi del “buon uso” della lingua inglese e di curiosità su alcuni errori frequenti e sull’origine di certe frasi idiomatiche – tra i tanti mi viene in mente il divertente Eats, Shoots & Leaves di Lynne Truss – questo libro si pone all’incrocio di 3 miei interessi, di cui ho dato ampia testimonianza su questo mio blog: quello per le parole e la loro origine, quello per l’uso di analisi quantitative per documentare la realtà e quello per la teoria evoluzionistica in senso lato (come algoritmo applicabile e applicato al di fuori della biologia).

Alla base del lavoro di Butterfield c’è un vocabolario speciale: l’Oxford English Dictionary, nella sua seconda e corrente edizione (OED2 del 1989), consta di circa 291.500 lemmi, in 21.730 pagine distribuite in 20 volumi. L’OED3 è in corso di redazione. Ma quello che rende l’OED speciale è il progetto su cui si basa – concepito dalla Philological Society nel 1857: documentare la lingua inglese nel suo uso dalle origini ai giorni nostri attraverso citazioni che ponessero le parole nel loro contesto d’uso.

The aim of this Dictionary is to present in alphabetical series the words that have formed the English vocabulary from the time of the earliest records [ca. AD740] down to the present day, with all the relevant facts concerning their form, sense-history, pronunciation, and etymology. It embraces not only the standard language of literature and conversation, whether current at the moment, or obsolete, or archaic, but also the main technical vocabulary, and a large measure of dialectal usage and slang. […] Hence we exclude all words that had become obsolete by 1150 [the end of the Old English era]  … Dialectal words and forms which occur since 1500 are not admitted, except when they continue the history of the word or sense once in general use, illustrate the history of a word, or have themselves a certain literary currency. [dalla Prefazione dell’OED1, 1933]

Per ottenere questo risultato, fin dall’inizio dell’impresa si mise in campo un esercito di lettori volontari, cui erano assegnati testi da leggere, dai quali essi dovevano estrarre citazioni atte a illustrare l’uso effettivo delle parole nel loro contesto e inviarle ai redattori del dizionario. Il più famoso dei redattori ottocenteschi fu James Murray, che lavorò al progetto dal 1870 al 1915, anno della sua morte. Murray lavorava nello scriptorium, una baracca di ferro rivestita all’interno di ripiani, scaffali e 1.029 caselle per tenerci le schede con le citazioni. Qui sotto potete vedere Murray al lavoro.

In preparazione della seconda edizione, il corpus di citazioni e l’intero processo cominciarono a essere “computerizzati” a partire dal 1983. Il corpus di citazioni su cui si basa l’OED contiene attualmente oltre 2 miliardi di parole e consente di prensentarle nel loro contesto (KWIC: key word in context). Qui sotto un esempio (trovate di più sul sito dell’OED, dove c’è anche un bel tour del dizionario elettronico).

Ormai avrete capito: è sulla base di questo che Butterfield fa il suo lavoro. In questo modo è in grado di superare l’annosa (e pedante) diatriba tra prescrittivisti e descrittivisti documentando le trasformazioni della lingua inglese. La nascita di parole ed espressioni nuove. L’eredità dell’anglo-sassone, del vikingo, del francese, del latino e del greco. Le incertezze dello spelling e delle morfologie. Il tutto con una solida (solidissima) base quantitativa e con l’illustrazione convincente che la lingua si evolve sulla base di un algoritmo non troppo diverso da quello darwiniano.

A me ha entusiasmato. Se siete interessati a qualcuno di questi temi, piacerà anche a voi. Lo raccomando vivamente. Ed è anche molto divertente.

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