Scott Joplin

Nato il 24 novembre 1868 (secondo l’edizione americana della Encyclopædia Britannica; altre fonti riportano date diverse), 140 anni fa esatti, fu il creatore del ragtime.

Grazie all’esistenza dei rulli di pianola, possiamo avere un’idea abbastanza fedele di come li eseguiva. Questo è Maple Leaf Rag (rag della foglia d’acero).

Questo è invece The entertainer, sempre da un rullo di pianola eseguito dallo stesso Joplin. Il brano è stato riportato alla celebrità da La stangata.

Giornalista

Questa citazione – sempre da La separazione del maschio di Francesco Piccolo – merita uno spazio a sé:

Ha tutti i difetti dei giornalisti: parla di tutto senza sapere nien­te, si occupa di tutto ma non gli importa di niente, spiega sempre che per ogni accadimento c’è un motivo meschino dietro, o un complotto o un accordo segreto, che conosce solo lui. [p.85]

La separazione del maschio

Piccolo, Francesco (2008). La separazione del maschio. Torino: Einaudi. 2008.

Sono stato sollecitato a leggere questo libro dalla recensione di Carlo V., che ha avuto il merito di riportare questa citazione, che ho subito trovato onesta e profondamente vera:

Sono convinto, oltretutto, che le persone davvero libere, uomini e donne, che sono capaci di concedere e cedere a tentazioni, che vivono passioni e amano il sesso, per la maggior parte sono belli che sono diventati belli, che hanno acquistato una loro bellezza, alle volte anche oggettiva, ma che non sono nati così, erano brutti (o quantomeno: non belli) e hanno faticato e sofferto da bambini o adolescenti e adesso è rimasto loro dentro quel desiderio di rivalsa, di riscatto, come se la bellezza così come è apparsa possa svanire e devono approfittarne per conquistare e godere. A me sembra di essere stato così, e di aver incontrato e amato e desiderato soltanto persone così. [p. 185]

Quando ho letto questa frase ho pensato di voler leggere il libro e che mi sarebbe piaciuto. E così è stato.

So che è un romanzo controverso, che ha suscitato reazioni opposte (c’è chi ha gridato allo schifo e chi al capolavoro) e dubbi e perplessità emergono dalla stessa recensione di Carlo. Penso che in parte dipenda dal fatto che il romanzo è, come dire, scandito da 4 temi che si rincorrono e si alternano:

  • la dimensione di introspezione maschile, di cui ho parlato in un post precedente;
  • il rapporto dell’io narrante con la figlia Beatrice, che qualche volta fa venire in mente quello che ha con la figlia il protagonista di Caos calmo di Sandro Veronesi (un altro romanzo in cui emerge la dimensione dell’introspezione maschile);
  • le descrizioni, piuttosto crude (ed è un eufemismo) dei rapporti sessuali dell’io narrante con le sue donne (mi limito a dire, su questo, che queste scene – non necessariamente il modo in cui sono descritte – sono funzionali alla narrazione e all’approfondimento della figura e della psicologia del protagonista);
  • una serie di considerazioni di costume, che vanno dal cacao sul cappuccino alla persistenza del voltaren, tutte divertenti e godibilissime e che mi ricordano il Francesco Piccolo che ho conosciuto per primo, quello che teneva una rubrica pressoché fissa su Diario.

A me interessa qui parlare soltanto della prima dimensione. Il protagonista del libro è poligamo (“In realtà, non avevo affatto più vite parallele, ma una, complessa e articolata, modulata in molti segmenti che non sempre comunicavano tra loro”). Non se ne compiace particolarmente (anzi, sa che questi suoi comportamenti sono “delitti”, anche se poi dice alla moglie, penso onestamente: “Io non ti ho mai tradita”). Forse è questo che dà fastidio. Siamo pronti ad ammettere e tollerare e rispettare l’esistenza e le scelte di vita dei gay, non dei poligami. Al massimo discettiamo dei film (e della vita) di Truffaut, ma ci dà fastidio che un maschio quarantenne italiano contemporaneo possa argomentare a favore delle sue scelte: poligame, appunto, ma non intese come vite parallele, ma come scelta di “bilanciamento” della propria vita. Piccolo non ci chiede di schierarci, ma di riflettere. Mi pare difficile che siano molti i lettori che si identificano pienamente con il protagonista del romanzo. Non io, tanto per cominciare. Ma è un libro che fa pensare, e questo obiettivo, se se lo poneva (come penso), Piccolo l’ha raggiunto. Un libro che parla d’amore, e molte delle riflessioni del protagonista sono importanti e vere, anche se ci sentiamo (più o meno) distanti da lui. Sicuramente un romanzo bello e coraggioso, secondo me, e ve lo consiglio.

Le citazioni da riportare sarebbe troppe, e mi limito perciò a qualche assaggio.

Ho aspettato, ho camminato. Forse ho deciso, senza mai ripensare a quello che avevo visto […] che tutto era sotto controllo, che ciò che era successo a Teresa assomigliava a ciò che succede­va a me e se assomigliava a ciò che succedeva a me non po­teva essere terribile. Teresa mi amava. E scopava con un altro.
Non fa niente.
Ecco cosa ho pensato: non fa niente. [p. 116]

Anche perché la novità è senz’altro faticosa, ma soprattutto è il punto più lontano dalla sincerità. Essere una persona che l’altro non conosce significa fare fatica per farsi conoscere nel modo piti preciso (nel modo migliore, anche), quindi fare teatro di sé, mettersi in mo­stra, essere frettolosi riguardo a preferenze (io sono fatto cosi, a me piacciono queste cose) – insieme a quella ten­denza imbecille alla condivisione che viene spontanea (suc­cede anche a me, io sono uguale a te) per cui tendi a con­teggiare la quantità di somiglianze, a dare importanza a ogni coincidenza buona; cosi smorzi l’importanza delle dif­ferenze. Un modo contrario di procedere rispetto alla con­vivenza (o alle lunghe relazioni), dove le differenze ven­gono sottolineate per non vederle soccombere: in una co­noscenza in atto, la propria personalità fa finta di venir fuori tutta il più presto possibile, ma invece, mentre sem­bra spontanea, è controllata, guidata, smorzata, instrada­ta nel binario più conveniente. Un amore lungo ti rilassa, fa in modo che ti abbandoni a essere come sei; questa è l’intimità; la verità. [pp. 135-136]

Anche io sono cosi: voglio continuare ad amare tutte le persone che amo, nessuno deve fare niente per me, nessuno deve dimostrarmi niente. Deve amarmi, tutto qui.
La maggior parte del tempo degli amanti, dell’attenzio­ne delle persone, è occupato dalla preoccupazione che la persona amata non ami qualcun altro. Non che ami me, ma che non ami altri. Questo a me è sempre sembrato sia impreciso, sia troppo poco. Se Teresa, quando si sveglia la mattina, ha negli occhi il suo amore per me, non voglio di­re che non ha importanza se ama anche qualcun altro, non voglio arrivare a sostenere questo, se altri lo sentono forzato, ma voglio almeno dire che mi basta. E vorrei che ba­stasse anche a lei il mio amore, ho sempre voluto questo. So che è difficile avere questo pensiero in una coppia, ma la verità è che è l’unico pensiero sensato. E semplice. [p. 138]

È il mio modo di bilanciare e controllare ogni cosa. Tutta la mia vita è composta da una quantità di eventi con­temporanei che sono un baluardo contro qualsiasi assoluto. Non ho mai dato in mano a nessuno nemmeno il destino di una sola giornata – ma l’ho sempre affidato a più mani. Se mi innamoro, continuo ad amare e a scopare con altre. In questo modo, l’innamoramento è più sopportabile. In questo modo, la vita è più sopportabile, sono più soppor­tabili i dolori, le emozioni, le giornate difficili, le cattive notizie. Sono più sopportabili le separazioni e perfino i ri­congiungimenti. E il mio modo di vivere, è la mia difesa contro tutto, perfino contro un eccesso di felicità.
È come se avessi fondato una specie di flusso continuo, di cui si è persa l’origine, e in questo modo nulla comin­cia e nulla finisce. Se uno riesce a spalmare questa fram­mentazione su tutta la propria vita, allora poi riesce a fa­re sempre in modo di vivere su una bilancia, quando c’è una cosa brutta da una parte ce n’è una bella dall’altra, e la varietà rende tutto più sopportabile.
[…]
Se la poligamia serve a soffrire bene, a bilanciare di con­tinuo le cose della vita, forse anche i figli molteplici sarebbero stati necessari. Non è successo. Questa è stata l’uni­ca pecca nella mia vita poligamica. [pp. 172-173]

Vista cosi, la vita, attraverso un percorso giusto e dedito alla ricerca della perfezione, è davvero e inevitabil­mente una costante infelicità interrotta da sprazzi di feli­cità, quando una giornata è buona, quando un lavoro è portato a compimento in modo positivo, quando una sco­pata è come ti piace, quando dei giorni sono come li ave­vi sognati. Per il resto, è una insoddisfazione, una delusio­ne sottile contro la quale cerchi di combattere, ma alla fine soccombi. In questa prospettiva, un amore fatto di tradi­menti grandi e piccoli, di distrazioni, di egoismi e di de­lusioni, sembra un amore fallito.
Beh, non lo è. Tutti gli amori sono cosi – parlo di tut­ti gli amori veri. Sono fatti di cose buone e cose cattive, di momenti belli, noiosi, sconfortanti, allegri, tristi. Sono fatti di tutto. E quello che ho capito con molta sorpresa in tutti questi anni: mai avremmo immaginato che una vi­ta coniugale fosse cosi mossa, cosi piena di cambiamenti, di segmenti, di periodi di durata variabile. Quando era­vamo andati a vivere insieme, io e Teresa, ero convinto che una convivenza fondasse una vita tutta uguale, costan­te e identica a quella che immaginavo o almeno a quella che veniva determinata nei primi mesi. Invece ho scoper­to che vivere insieme è una sequenza di molte fasi, com­poste di segmenti brevi e lunghi, completamente diverse. Che cambiavano proporzioni, sentimenti e stati della vi­ta quotidiana in modo continuo e a volte vertiginoso. Di questa vitalità lei costituiva la parte fondamentale, per­ché era attiva e attenta – forse perché custodiva la parte buona. Eppure quando questa attenzione era provocata dal senso di perfezione, allora tutta l’impalcatura si rive­lava fragile e insensata: perché non riconosceva legittimità alla fatica, ai passaggi dolorosi, alla frammentarietà e ai percorsi tortuosi.
[…] Da un certo punto in poi, in un opera creativa o in un amore, la differenza tra coloro che stanno dentro e coloro che guardano da fuori consiste nel fatto che il motivo per cui è cominciata una storia da raccontare o una storia d’amo­re è un motivo ormai irrintracciabile, di cui comunque non ti occupi più: cerchi di capire come fare andar meglio le cose, quanto ami, quanto non ami, cosa succede, ma l’i­dea oggettiva del fatto che questo amore è nato quando è nato, quello non è più un problema; allo stesso modo co­me nei film non è l’idea oggettiva di quella storia che va­le, ma quanto riesci a riproporre al meglio l’idea che hai di quella storia. Quindi non hai più possibilità di stare fuori, di giudicare da fuori. Ti manca ormai la possibilità di comprendere se tu e Teresa eravate fatti l’uno per l’al­tra, ti manca cioè la possibilità di vedere te e Teresa prima che l’amore cominciasse. Quel prima, ormai, è irrintrac­ciabile.
Per questo motivo, avrei voluto dire a Teresa, due per­sone che si amano non devono lasciarsi mai. Per nessun motivo. Devono solo camminare e camminare. Essere in­felici, in attesa che tornino i momenti di felicità; o felici, sapendo che torneranno i momenti di infelicità. [pp. 188-189]

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L’amico delle donne

Marani, Diego (2008). L’amico delle donne. Milano: Bompiani. 2008.

L’autocoscienza, nella sua accezione comune, è legata a una pratica di riflessione su sé stessi, condotta in genere in gruppo o comunque resa pubblica, disponibile a terzi, particolarmente legata al femminismo. So di aver dato una definizione semplificata – sulle enciclopedie si parla di autocoscienza da Socrate alla psicoanalisi – ma vorrei riferirmi qui a questa pratica, e non ad altre accezioni del termine. La parola in sé mi ha sempre un po’ infastidito: come “auto-coscienza”, mi dico. La coscienza (nel senso di consciousness, non in quello di conscience) non è sempre riflessiva? Non è anzi specificamente definita dalla capacità di mettere in relazione sé e altro? Non ha dunque sempre una componente di consapevolezza di sé? Può forse esserci un’etero-coscienza? Per questo, se dipendesse da me, sceglierei una parola diversa, introspezione.

Nel senso in cui ne parlo, mi pare si possa dire che esiste una letteratura dell’introspezione (o dell’autocoscienza, se preferite) e che una delle sue caratteristiche è di essere un genere letterario prevalentemente femminile, scritto cioè da donne. I romanzi esplicitamente e principalmente di autocoscienza scritti da autori maschi che ho letto sono relativamente pochi. Qualche anno fa trovai, e fu una rivelazione, Intimacy di Hanif Kureishi: un libro bellissimo e doloroso da cui fu tratto un film mediocre (nonostante la regia di Patrice Chéreau e lo scandalo sollevato dalle scene di sesso). L’io narrante del libro – uno scrittore di mezza età – fa la sua autocoscienza in una riflessione durante la notte in cui si prepara a lasciare la moglie e i due figli. Un libro teso e sincero, che vi consiglio ancora oggi. Molte cose nel libro sono onestamente rivelatrici e (penso) comuni a molti uomini, anche se la maggior parte di noi non ne parla mai o raramente. Soltanto qualche citazione:

Marriage is a battle, a terrible journey, a season in hell, and a reason for living.

You don’t stop loving someone just because you hate them.

Ho pensato che questo romanzo di Marani fosse anch’esso un romanzo di introspezione maschile, ingannato dalle note di copertina (sì, sono un ingenuo, ma mi aspetterei dagli autori, se non dagli editori, un minimo di sincerità; qui siamo invece alla pubblicità ingannevole):

Ernesto, professore di lettere quarantenne che vive a Trieste, non ha un felice rapporto con le donne. Sono forse le tracce durature di un antico trauma infantile ad aver come imbrigliato i suoi sentimenti: Ernesto teme l’amore e cerca l’amicizia, che gli assicurerebbe di giungere alla tranquillità e alla serenità di un rapporto asessuato, e di sfuggire così ai drammi della passione e alla prigionia del desiderio. Ma anche agli imprevedibili fuochi dell’innamoramento è arduo rinunciare, ed ecco allora che Ernesto, dopo un matrimonio in grigio con Nadia, sua vicina di casa fin da quando erano entrambi bambini, continua la sua ricerca di donne-amiche che non possono però essere soltanto tali, e si macera in questa “voglia di sofferenza” che è “come il sangue per gli squali”. Le colleghe Laura e Marisa, l’ex allieva Lucia, e infine la slovena Jasna, che riassume in sé i caratteri della classica donna fatale: sono le tappe di una ironica, o forse tragicomica via crucis lungo la quale incontriamo anche un misterioso dottor Parovel, ambiguo maestro di immoralità. Un cammino che dovrà necessariamente portare a una mèta in cui l’intera vita di Ernesto sarà rivista e riprogettata. Con una sorpresa finale.

Ecco, il romanzo non è questo. Certo, si svolge a Trieste e i personaggi hanno quei nomi. Ma il romanzo parla d’altro, a qualunque livello lo si guardi.

Marani, di cui avevo già letto L’interprete, scrive indubbiamente bene, con una scrittura un po’ all’antica. Il suo monologo interiore, che privilegia il discorso indiretto e l’imperfetto, ricorda più Svevo che Joyce. Ma i personaggi, protagonista compreso, sono poco credibili, bassorilievi piuttosto che statue a tutto tondo. Molto bella invece la Trieste di qualche anno fa (non quella in cui Berlusconi fa capolino dietro le colonne di Piazza Unità d’Italia) che mi sembra la vera protagonista del libro. Tanto da farmi venire voglia di leggere il suo A Trieste con Svevo.

Qualche bella pagina, comunque, nel libro c’è:

Ma questa volta Ernesto non voleva cadere nell’ovvio gioco dell’innamoramento. Da anni si allenava a un senti­mento ponderato e finalmente si sentiva pronto a sperimen­tarlo. Avrebbe tessuto attorno alla nuova collega un ricamo di attenzioni, gentilezze, spiritosaggini, affettuosità. Fino a farla librare in aria per l’emozione e l’aspettativa, come gli riusciva sempre così bene. Poi avrebbe reciso lui il filo che la tratteneva a sé e sarebbe restato a guardarla mentre volava via, non avuta, non amata, sconosciuta. Ma per una volta ancora tutta intera. Perché era questo che dell’amore lascia­va sgomento Ernesto. Che alla fine tutto fosse frantumato, ridotto in cenere e non se ne potesse salvare nulla, neppure una reliquia da tenere nello scrigno della memoria. Dopo la donna da amare e quella da temere, Ernesto aveva escogita­to la donna da perdere. Dopotutto, niente era meno impe­gnativo che perdere: era l’unica cosa che gli riuscisse tanto spontaneamente. Non voleva più abbandonarsi alla razzia. Ora era venuto il tempo dell’innamoramento ecologico. Si sentì come uno di quei pescatori che ambiscono solo a farsi scattare una foto accanto alla preda ancora guizzante e poi la liberano nell’ acqua da cui l’hanno strappata. [pp. 91-92]

Anche questo dell’amore non gli dava pace. Che durasse dieci anni o poche settimane, alla fine sulla bilancia del tempo pesava uguale. La durata non era una garanzia di solidità. E poi, quel che durava non era mai l’amore ma l’accanimento di Ernesto a tenerlo in vita. Per questo aveva voluto che con Marisa fosse tutto diverso. Con lei non si sarebbe mai avven­turato sulla via insicura dell’amore. Si voleva trattenere all’amicizia. Ma lui stesso di quella parola non sapeva bene cosa intendere. Immaginava un affetto gioioso, che non lo facesse schiavo e che lo risparmiasse dalla dipendenza. Lealtà soprattutto chiedeva. Che ognuno dichiarasse costan­temente all’altro la misura del proprio sentimento, cosicché non ci fosse mai squilibrio e a lui poi non avanzasse quell’at­taccamento di troppo, così svelto a trasformarsi in dolore. Migliorare per lei, questo voleva. Ma già sapeva che un per­fezionamento così evoluto equivaleva a un tradimento di sé. Migliorarsi significava alienarsi. Solo lontano da sé Ernesto poteva essere migliore. Eppure questo sognava, di conser­varsi fedele a una qualsiasi promessa e almeno lui immutabile. Di tutte le cose del mondo, proprio il mutamento gli era insopportabile. Che nulla restasse come lui lo disponeva e bisognasse continuamente riparare, proteggere e infine abbandonare ai morsi del tempo ogni più caro rifugio. Che il gioco feroce dell’amore non avesse regole fisse. [111-112]

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Abu Ghraib a Genova

Mi sembra opportuno (lo fa anche Giovanni De Mauro su Internazionale di oggi, 21 novembre 2008) riprendere integralmente l’articolo che Barbara Spinelli ha pubblicato su La stampa del 16 novembre 2008. Eccolo.

Abu Ghraib a Genova

di Barbara Spinelli

Non è stato inutile il processo al massacro nella scuola Diaz, avvenuto il 21 luglio 2001 a Genova durante il vertice G8, così come non è stato inutile il processo alle violenze nella caserma di Bolzaneto. All’epoca si sostenne che non era accaduto nulla, che la polizia aveva agito normalmente contro i giovani inermi. Ora non lo si può dire più e alcuni colpevoli son stati condannati, anche se a pene lievi e forse destinate a esser cancellate da condoni e prescrizioni. Lo scandalo c’è stato, l’infamia fu consumata. Nel diritto italiano mancano le parole per dirlo, ma nel mondo questi comportamenti hanno un nome non controverso: si chiamano tortura, trattamenti inumani e degradanti. Il fatto che l’Italia non abbia ancora accolto il reato di tortura nel proprio ordinamento, 20 anni dopo aver ratificato la Convenzione Onu dell’84, non cambia la sostanza del delitto.

Nessuno nega ormai che a Bolzaneto e alla Diaz giovani donne e uomini furono spogliati, minacciati di stupro, pestati. Che a Bolzaneto un poliziotto spezzò la mano d’un ragazzo, divaricandogli le dita, e il ricucimento dell’arto avvenne in infermeria senza anestesia. Che gli studenti furono costretti a stare ore nella posizione del cigno, gambe allargate, braccia in alto, faccia al muro. Che donne con mestruazioni dovettero mostrare le perdite di sangue davanti agli sghignazzi delle forze dell’ordine. Che dovettero defecare davanti a poliziotti eccitati.

Queste cose son successe nel 2001 in Italia esattamente come – poco dopo – a Abu Ghraib. Quando succedono c’è un salto di qualità, si entra in una zona crepuscolare, altra. Si smette di dire «il crimine può accadere», è già accaduto.

Clausewitz, che studiò le guerre napoleoniche, scrisse nel 1832: «Una volta abbattute le barriere del possibile, che prima esistevano per così dire solo nell’inconscio, è estremamente difficile rialzarle». Si rivelò vero per il genocidio ebraico. È vero per le torture a Genova, a Abu Ghraib, a Guantanamo.

I massimi responsabili non hanno pagato, perché, dice la sentenza, mancavano le prove. Non c’era inoltre un «grande disegno», anche se il pubblico ministero Enrico Zucca sostiene di non aver mai menzionato disegni. Tuttavia i capi sono sempre responsabili quando un poliziotto loro subalterno commette delitti, senza necessariamente esser colpevoli. Questa responsabilità è occultata, anche se si dovrà leggere la sentenza per esserne sicuri. La guida della polizia era affidata allora a Gianni De Gennaro: sostituito nel 2007, poi capo gabinetto di Amato al Viminale, poi – con Berlusconi – promosso a supercommissario ai rifiuti di Napoli e a direttore del Cesis riformato (Dipartimento Informazioni per la Sicurezza). Il suo silenzio sul G8 pesa. Così come pesa lo stupido giubilo della destra. Non c’è niente da giubilare, quando le barriere del possibile precipitano. L’effetto del precipizio è squassante per lo Stato, la polizia, i cittadini. Tanto più oggi, che i giovani ricominciano l’impegno politico come i giovani lo ricominciarono dopo anni di apatia al vertice del G8 di Genova.

Il questore Vincenzo Canterini ha scritto una lettera ai suoi uomini, venerdì, in cui non pare consapevole di questa frana di prestigio e credibilità. Ex comandante del VII Nucleo mobile nei giorni del G8, condannato a 4 anni di reclusione dal Tribunale di Genova, parla con risentimento, annunciando che lui continuerà a portare il casco, non si sa bene per quale missione. È d’accordo con il proprio vice, Michelangelo Fournier, anch’egli condannato a due anni: alla Diaz avvenne una «macelleria messicana», dice a la Repubblica. Ma i suoi poliziotti non sono colpevoli; sono «martiri civili». La lettera è minacciosa: «Lasciamo tutte queste persone nei loro passamontagna e con i loro bastoni, diamogli l’illusione di avere vinto, e facciamogli vedere che alla lunga saremo noi a vincere». Rimettiamoci il casco, incita. Visto che di lettere si parla, vale la pena citare una lettera che fece storia, nel ’68 francese, quando le violenze furono più gravi e lunghe che a Genova. È il messaggio inviato da Maurice Grimaud, prefetto di Parigi, ai propri subordinati. Grimaud ebbe un comportamento decisivo: oggi gli storici concordano sul fatto che senza di lui, il ’68 sarebbe finito in bagno di sangue, generando terroristi di tipo tedesco o italiano. Invece, nulla. Grimaud cercò di capire le dimensioni profonde e mondiali del movimento, invitando i poliziotti, il reticente ministro dell’Interno Fouchet e lo stesso De Gaulle a tenerne conto (intervista di Grimaud a Liaison, giornale della prefettura, 4-08). Capì che insidiati erano l’onore e dunque l’affidabilità delle forze dell’ordine, dei funzionari pubblici, infine dello Stato. Sentendo che nei commissariati serpeggiava odio (c’era stata la guerra d’Algeria) prese la penna, il 29 maggio ’68, e scrisse un messaggio personale a circa 20 mila poliziotti.

È una lettera che andrebbe letta alle forze dell’ordine e nelle università, non solo in Francia. In apertura Grimaud invita a discutere il tema, cruciale ma schivato, dell’eccesso nell’impiego della violenza: «Se non ci spieghiamo molto chiaramente e molto francamente su questo punto, vinceremo forse la battaglia della strada ma perderemo qualcosa di assai più prezioso, cui voi tenete come me: la nostra reputazione». Grimaud non nega che la polizia è ingiustamente umiliata dagli studenti, ma il suo linguaggio e il suo ordine sono inequivocabili: «Colpire un manifestante caduto a terra è colpire se stessi, e apparire in una luce che intacca l’intera funzione poliziesca. Ancor più grave è colpire i manifestanti dopo l’arresto e quando sono condotti nei locali di polizia per essere interrogati. (…) Sia chiaro a tutti e ripetetelo attorno a voi: ogni volta che viene commessa una violenza illegittima contro un manifestante, decine di manifestanti desidereranno vendicarsi. L’escalation è senza limiti». Comunque il prefetto si dichiara corresponsabile, qualsiasi cosa avvenga: «Nell’esercizio delle responsabilità, non mi separerò dalla polizia». L’autocontrollo è un dovere del servitore dello Stato: «Quando date la prova del vostro sangue freddo e del vostro coraggio, coloro che vi stanno davanti saranno obbligati ad ammirarvi anche quando non lo diranno».

Esiste dunque la possibilità di servire lo Stato senza infangarsi. Per la coscienza dei francesi l’esempio Grimaud conta e spiega forse, senza giustificarle, certe reticenze a estradare nostri ex terroristi. Anche in Italia esistono esempi simili, di servizio dello Stato e non della contingenza politica. Il prefetto di Roma Carlo Mosca era uno di questi. Ragionando come Grimaud, egli difese i Rom («Io non prendo le impronte a bambini») e poco dopo il diritto studentesco a manifestare. Nonostante buoni risultati (censimento degli insediamenti Rom; calo dei reati a Roma dal gennaio 2008; violenza degli stadi circoscritta) Berlusconi lo ha silurato, lo stesso giorno del verdetto di Genova.

Quando cade la barriera del possibile il crimine si ripete. I vigili di Parma che hanno sfregiato il giovane originario del Ghana, Emmanuel Bonsu Foster, lo testimoniano (che sia un immigrato regolare è irrilevante, è turpitudine anche con gli irregolari). Lo testimonia la prostituta nigeriana scaraventata in manette sul pavimento d’un commissariato, a Parma in agosto. A Genova hanno condannato i manovali (le «mele marce» di Bush) e due capi, Canterini e Fournier. Non basta: né per rialzare le barriere, né per correggere e riabilitare la polizia. Lo storico Marco Revelli, l’ex Presidente della Corte costituzionale Valerio Onida, il giornalisti Giuseppe D’Avanzo e Riccardo Barenghi hanno detto l’essenziale, su come la democrazia esca sfigurata da simili prove. Solo i cinici e i rassegnati immaginano che sia troppo tardi per cominciare a far bene le cose.

I calli di Colaninno

Colaninno è mantovano, quanto meno d’adozione, e quindi non può ignorare il significato dell’acronimo CAI in dialetto.

E allora mi chiedo? Di chi sono e a chi fanno male? A lui? A noi passeggeri e contribuenti?

Musica per una sera d’autunno [2]

Il secondo brano per una sera d’autunno (sigaro + grande rosso + amico + camino) è il terzo movimento (Andante) del secondo concerto di Brahms.

Qui abbiamo un Pollini relativemente giovane con Claudio Abbado. Pollini ha dalla sua che trattiene il lirismo un po’ estenuato di Brahms.

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Musica per una sera d’autunno [1]

La musica per una sera d’autunno è una conversazione davanti al camino tra due vecchi amici (vero Gabriele?), con un sigaro e una bottiglia di brunello o di barolo.

Per me ci sono due concerti per pianoforte che, più di ogni altro, esprimono questo stato d’animo.

Uno è il secondo movimento (Adagio sostenuto) del secondo concerto di Rachmaninov (e questa versione, in cui suona Rachmaninov in persona, con la Philadelphia Symphony Orchestra, nel 1929, la dedico a Daniele F.).

Ma per me è il vecchio Richter (1959):

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Gna bonu!

Oggi è riemersa dai sotterranei del liceo (non di solo facebook vive l’uomo!) una frase: gna bonu! Va bene, in siciliano.

Chi la dice, e perché? Un vago ricordo di scuola. Qualche diseredato. In un racconto o in un romanzo? Di Verga? Di Pirandello?

Poi l’illuminazione: sì, Pirandello, Ciàula scopre la luna!

Potete leggerla qui. E il professore aveva ragione: è un piccolo capolavoro.

E avevo ragione anch’io: nella sua poesia, la novella è profondamente razzista e reazionaria.

D’altronde Pirandello fu iscritto al partito fascista (mandò nel 1924 questo telegramma a Mussolini: «Eccellenza, sento che questo è per me il momento più proprio di dichiarare una fede nutrita e servita sempre in silenzio. Se l’E.V. mi stima degno di entrare nel Partito Nazionale Fascista, pregierò come massimo onore tenermi il posto del più utile e obbediente gregario. Con devozione intera» e nel 1925 fu tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile).

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Brunello Baroque Experience

Non è una recensione equanime, quella che segue. Anzi, è molto personale e un po’ faziosa.

Roma, Auditorium, Sala Sinopoli, venerdì 14 novembre 2008, ore 20:30

Mario Brunello
Bach e Vivaldi, Suite e Sonate per Violoncello – I

Brunello Baroque Experience
violoncello: Mario Brunello
cembalo e organo: Roberto Loreggian
violoncello: Francesco Galligioni
arciliuto: Ivano Zanenghi
liuto, tiorba e chitarra barocca: Michele Pasotti

Bach Suite n. 1 in sol maggiore BWV 1007
Vivaldi Sonata in mi bemolle maggiore RV 39
Bach Suite n. 3 in do maggiore BWV 1009
Bach/Vivaldi Concerto in re maggiore BWV 972 dal Concerto op.3 n.9 di A. Vivaldi
Vivaldi Sonata in mi minore RV 40
Bach Suite n. 5 in do minore BWV 1011
Vivaldi Sonata in si bemolle maggiore RV 46

Mario Brunello è un ottimo violoncellista, è una persona simpatica e ha un cognome che fa venire voglia di degustare un grande vino. Ho alcuni suoi dischi e lo vado a sentire volentieri.

Stasera, lo confesso, sono andato con qualche sospetto. Adoro le suite per violoncello solo di Bach (e come non potrei) ma non sopporto Vivaldi.

Quello di stasera si è rivelato, poi, un Vivaldi non minore (Vivaldi, secondo me, è tutto minore), ma minimo.

E non basta: a parte il violoncello di Brunello, nell’ensemble c’erano liuto, arciliuto, tiorba e chitarra barocca. Strumenti antichi. Sempre un po’ striduli e con una gamma espressiva limitata. Per me gli strumenti antichi e le esecuzioni filologiche sono come le sfilate di automobili storiche: gli appassionati si divertano come credono, ma al massimo meritano da parte mia un’occhiata distratta; e non ci farei mai un viaggio di 3 ore. Troppo scomodi e lenti. Viva il progresso. E lo stesso – viva il progresso (e la pensavano così anche i grandi musicisti: Bach scriveva per “tastiera”, non per cembalo, e Beethoven seguiva il progresso tecnologico nella costruzione dei pianoforti) – vale per l’acustica e per i concerti: alla radio, dopo un po’ cambio canale.

Ancora peggio siamo andati con il setting. Le suite di Bach, Brunello le ha eseguite nel buio pressoché assoluto, lui solo illuminato da uno spot. È vero che anche il mio adorato Sviatoslav Richter, negli ultimi anni, suonava con soltanto una lucetta sul piano a illuminargli la musica. Ma lui diceva che era per non distrarre il pubblico con la “bruttezza” della fisicità dell’esecuzione (si considerava anche vecchio e sgraziato), mentre Brunello teneva al buio assoluto noi del pubblico e sé stesso nella luce. L’esatto contrario di Richter, direi. E poi. Perché i concerti di Santa Cecilia si svolgono in una penombra spettrale o, come stasera, nel buio? Qualcuno decide per noi come dobbiamo ascoltare i concerti? E se volessi seguire con la musica sotto gli occhi? E se volessi leggere? Ognuno “fruisce” come crede meglio, o no?

Infine, durante i pezzi in cui suonava l’intera ensemble (l’aborrito Vivaldi) sulla parte anteriore del palcoscenico venivano accese – la grande novità della serata – alcune decine di lampade. Fastidiosissimo. Provate a immaginare. La sala nel buio, le luci sul palco in primo piano, dietro l’ensemble, resa di fatto invisibile dalle luci davanti a loro. Spero fossero almeno lampade a basso consumo, anche se ne dubito. No, ho controllato, il concerto non era sponsorizzato dall’Enel.