Se ne sente parlare molto, in piena crisi finanziaria. Un broker (la parola è inglese) è un “intermediario, specialmente a livello internazionale, negli acquisti e nelle vendite di merci, titoli azionari, polizze assicurative e simili” (De Mauro online).
Attenti ai falsi amici! Un broker non è, come potrebbe far pensare l’assonanza con il verbo to break, uno che rompe (d’accordo, lo so, la maggior parte degli assicuratori, soprattutto quelli che ti telefonano a casa all’ora di cena per proporti i loro prodotti, rompono eccome).
La parola, invece, ha un’origine strana. Arriva all’inglese, attraverso i normanni, dal francese brocour o abrocour. A loro volta i francesi l’avevano derivato dallo spagnolo alboroque, un regalo che ritualmente si scambiavano le parti dopo aver concluso un accordo commerciale. E gli spagnoli avevano appreso l’usanza e il nome dai mori che dominarono la Spagna nel medioevo: al-baraka, in arabo, è la benedizione (quasi tutte le parole che iniziano per al-, come albicocca algebra algoritmo eccetera vengono dall’arabo, dove al è l’articolo…). Barak, a sua volta, è una radice semitica comune, che ricorre anche nei nomi propri, come quello del presidente egiziano Mubarak e del candidato democratico Barack Obama (oltre che del filosofo Baruch Spinoza).



