Per la serie canzoni che (temo) piacciono soltanto a me.
Per la serie canzoni che (temo) piacciono soltanto a me.
L’uomo che amava le donne (L’homme qui aimait les femmes), 1977, di François Truffaut.
Un film molto bello, ma anche molto triste. Sull’impossibilità dell’amore, a cui io non voglio e non posso rassegnarmi. Il sorriso si spegne sulle labbra. Anche un film molto francese e molto Truffaut (Le due inglesi e L’ultimo metrò).
Bertrand ama davvero le donne, ma non può amarle fino in fondo. Per non esserne divorato, deve tenere le distanze: ma così si ferisce e le ferisce. “Era dunque davvero impossibile provare piacere senza far del male a qualcuno”, si chiede Bertrand (ho cercato la sceneggiatura originale per citarlo in francese, ma non l’ho trovata).
E commenta Geneviève (Brigitte Fossey), che forse più di tutte l’ha capito e che rappresenta il punto di vista di Truffaut: “Bertrand perseguiva una felicità impossibile attraverso la quantità, la moltitudine. Perché dobbiamo cercare in tante persone quello che tutta la nostra educazione ci dice che dovremmo trovare in una sola?”
Anche se in precedenza, nel film, si dice che Bertrand non è un Don Giovanni, nella scena finale (appena prima della frase riportata sopra), Geneviève passa in rassegna le sue donne mentre gettano una manciata di terra sulla bara. Le inquadrature si soffermano sui loro visi, in una trascrizione filmica dell’aria del catalogo del Don Giovanni di Mozart e Da Ponte, quando il servo Leporello spiega a Donna Elvira le “donnesche imprese” del suo padrone.
Qui Leporello è Bryn Terfel, Donna Elvira è Soile Isokoski, Claudi Abbado dirige l’Orchestra da camera europea.
Sempre per la serie “belle canzoni dimenticate”.
Chi non beve vino o altre bevande alcoliche (De Mauro online).
Astemio è (quasi) il contrario di temerario. Le due parole condividono la radice indoeuropea *temes- “oscuro, buio”, da cui deriva anche il nostro “tenebra”. Temētum (o anche temum) in latino è il vino, vuoi perché rosso scuro, vuoi perché ti ottenebra.
Il prefisso ab te ne tiene lontano. Ma Boris è temerario e non si astiene.
Gibson, William (2007). Spook Country. New York: Putnam. 2007.
Che cosa manca a William Gibson per essere un grande romanziere? La capacità di immaginare un plot, una trama, e di esserle fedele. Tutti i suoi romanzi “finiscono in pesce”, come la proverbiale sirena. Non è l’unico ad avere questo problema, ma in lui pesa particolarmente.
Nato in South Carolina nel 1948, Gibson si è trasferito in Canada nel 1967, come molti suoi coetanei, per evitare la coscrizione in Vietnam.
Gibson è famoso per avere inventato il genere fantascientifico cyberpunk, e il termine cyberspace, e tanto basterebbe a consegnarlo alla posterità. Il suo primo romanzo, Neuromancer, ha venduto quasi 7 milioni di copie. Gli ultimi suoi romanzi, però, sono ambientati nel presente.
Spook Country è un romanzo sull’America del dopo 11 settembre e sulla paranoia. Le atmosfere sono raggelate: un effetto anzitutto dello stile e della scrittura. Un’era glaciale che ti stringe il cuore, che ti fa voglia di mettere via il libro prima che ti faccia troppo male. Il profilo dei personaggi è perfetto. Vorresti conoscerli, vorresti averli conosciuti, ti sembra di riconoscerli in qualche amico, almeno in parte. Un grande scrittore, quindi, anche se non un grande romanziere.
Ma, a differenza del Jeff Noon di Falling Out of Cars, Gibson non si accontenta di costruire un’atmosfera, ma pretende di metterla al servizio di una trama che si scioglie – ammesso che si sciolga – in modo un po’ banale. Per questo, ne sono quasi sicuro, tra un po’ ricorderò vividamente i personaggi, ma non lo scioglimento, come già mi è successo per il pur bellissimo Pattern Recognition.
Chiudo rivelandovi due segreti:
Una puntata non particolarmente riuscita. Troppo materiale, forse, per una puntata sola. Non sviluppato e sfruttato a fondo, troppo sacrificato all’approfondimento psicologico dei personaggi e delle loro dinamiche interpersonali (ma questo sta succedendo da un po’ di tempo).
Nel merito: il potenziale pentito è stato bruciato narrativamente (e fisicamente) troppo in fretta. Perché il commissariato l’ha gestito così male? Perché metterlo in allarme al primo appuntamento? In fin dei conti era lui ad avere bisogno di loro, era nel suo esclusivo interesse presentarsi all’appuntamento “pulito” e senza trucchi: perché mettere in campo tutta quella gente, con il risultato di farlo ammazzare? (Ma la sequenza in cui si aggira braccato per i vicoli è molto bella).
Se La squadra fosse narrativamente più complessa di quello che è si dovrebbe sospettare che il nuovo commissario non sia soltanto un’incapace, ma una traditrice.
La talpa è lei? Certo anche il secondo episodio lo farebbe sospettare. Ma come: hai per le mani un grosso traffico d’armi, stai per mettere le grinfie su un trafficante internazionale ricercato da anni in tutto il mondo, hai scoperto una saldatura tra camorra e malavita organizzata nigeriana, forse c’è la possibilità non troppo remota che Matrone sia lì, e che fai? Sacrifichi tutto – o comunque aumenti di molto il rischio di farti scappare tutti – e fai un tranello per beccare la talpa. E metti al corrente entrambi i sospettati, in modo da avere conferma che una talpa c’è, ma da non sapere chi è! Mobiliti i NOCS, ma lasci il tempo a tutti di scappare! E i sospetti li avevi fatti seguire? pare di no! E la nave la piantonavi dal giorno prima? No, e chi ci poteva pensare!
Due curiosità stimolate dal trailer della prossima puntata.
Cafasso spara! a chi?
Pettenella bacia! la Veneziani?
And now for something completely different…
Una delle canzoni più belle di tutti i tempi.
Alle 4:40 del mattino Hamida Djandoubi, un immigrato tunisino residente a Marsiglia, salì i fatidici scalini. Non sapeva che sarebbe stato l’ultima esecuzione capitale in Francia. Il boia si chiamava Marcel Chevalier.

Concludeva così la sua atroce carriera, dopo 670 anni, questo strumento di morte. Secondo le Cronache di Holinshed (1577), infatti, un progenitore della ghigliottina fu utilizzato la prima volta in Irlanda, il 1° aprile 1307, per giustiziare Murcod Ballagh.

Altri strumenti simili, utilizzati in Inghilterra e Scozia, furono il gibbet (patibolo) di Halifax e la maiden (la fanciulla). Il 10 ottobre 1789 e, di nuovo, il 1° dicembre dello stasso anno, il dottor Joseph Ignace Guillotin propose all’Assemblea nazionale costituente lo strumento, nell’ambito della riforma del codice penale, con l’intento di introdurre nella pena di morte umanità ed eguaglianza (prima erano utilizzati supplizi diversi a seconda del tipo di delitto e del rango del condannato). Guillotin non amava essere associato alla macchina che finì per prendere il suo nome: il progetto tecnico fu proposto il 7 marzo 1792 dal medico Anton Louis e realizzato da un costruttore di clavicembali prussiano, Tobias Schmidt, per 812 lire. Il debutto avvenne il 25 aprile 1792.
L’esecuzione di Hamida Djandoubi ebbe l’effetto di catalizzare l’opposizione, da tempo strisciante, contro la ghigliottina: il poveraccio (condannato per aver torturato e ammazzato crudelmente la fidanzata di 20 anni perché rifiutava di prostituirsi) – secondo la testimonianza di un medico presente all’esecuzione, rimase cosciente per 30 lunghi secondi dopo l’esecuzione. La pena di morte fu definitivamente abolita, su proposta di Mitterand, nel 1981.
Fruttero, Carlo (2006). Donne informate sui fatti. Milano: Mondadori. 2006.
Dove passa il confine tra la letteratura alta e la letteratura “bassa” o forse “media” (non ricordo abbastanza di quel vecchio libro di Eco per arrischiare un parallelismo con la classifica delle sopracciglia – ricordate? high-brow, mid-brow eccetera?). Dove passa il confine tra la sperimentazione e il mestiere virtuosistico? Qual è la differenza – tanto per capirsi – tra Queneau e Perec da una parte, e Fruttero e Lucentini dall’altra?
Leggere questo romanzo di Fruttero può aiutare a capirlo, ma consentitemi, prima, una lunga digressione.
Fruttero e Lucentini, anzi Fruttero & Lucentini (o F&L) sono stati un caso singolare di sodalizio artistico di grande successo. Ho letto La donna della domenica quando uscì, 35 anni fa (non avevo 20 anni, ero un lettore onnivoro come ora, ma più di ora ideologizzato e sussiegoso lettore di saggi ponderosi): mi sembrò un divertissement riuscito ma un po’ leggero (ma potevo capirlo fino in fondo con la testa e l’esperienza di allora?). Il giudizio non entusiasta non mi impedì di gettarmi, qualche anno dopo (era il 1979) su A che punto e la notte?, che mi piacque molto di più: si cominciava a parlare di Torino come di una città dell’occultismo; c’erano i riferimenti gnostici e misterici, oltre che biblici, che mi affascinavano; non erano ancora usciti né Il nome della rosa (1980) e soprattutto Il pendolo di Foucault (1988) di Eco, né tanto meno Il codice Da Vinci. Soprattutto c’era la grandissima trovata del topos!
Ho letto, poi, Ti trovo un po’ pallida (1981), su cui tornerò; Il palio delle contrade morte (1983), che non mi entusiasmò; e La prevalenza del cretino (1985), sostanzialmente una raccolta d’articoli. Libri ben scritti, ma irrimediabilmente leggeri e anche un po’ fatui. Ci misi, in definitiva, una pietra sopra.
Nel 1985 scoprii Roccamare: prima il residence e poi – dal 1989 – affittavo una casa d’inverno. Sapevo che Fruttero aveva una villa lì e dunque, quando uscì Enigma in luogo di mare (che vi era ambientato), lo divorai da insider, divertito e con entusiasmo; senza per questo cambiare il mio giudizio critico, però.
Di recente ho riletto la riedizione di Ti trovo un po’ pallida, dicevo. L’originale era firmato, diversamente dagli altri, Lucentini e Fruttero e ora, dopo la morte di Lucentini (2002), Fruttero ha “confessato” di averlo scritto da solo. È un libro di grandissima abilità verbale: l’io narrante interpreta alla perfezione i tic, le mode, i vezzi, i pettegolezzi di un’alta borghesia torinese, milanese e romana perennemente in giro per la Toscana estiva tra feste, festival e occasioni più o meno culturali, ma sempre mondane. Il fatto che si tratti di un racconto di genere, cioè di una ghost story, stride efficacemente con l’iperrealismo dell’ambientazione e della caratterizzazione dei personaggi, e soprattutto della protagonista. Al tempo stesso, rende l’intento satirico ancora più penetrante: lo spessore dei personaggi che si muovono in quel mondo e la realtà delle loro interazioni sono così evanescenti da non permettere a nessuno, e nemmeno all’ectoplasma stesso, di accorgersi di avere un fantasma tra loro. L’espediente dell’autore per darci un piccolo indizio, quello di far impercettibilmente cambiare di colore l’abito della protagonista, è un tocco di grande efficacia e finezza. Anche soltanto per questo, il racconto è e resta dopo anni un piccolo capolavoro.
Donne informate sui fatti è forse più ambizioso. C’è una storia gialla, che forse è soltanto un pretesto: è raccontata correttamente (cioè senza violare le regole del genere), ma resta abbastanza in superficie (inoltre, non cercate sorprese perché, almeno a grandi linee, si capisce tutto subito: movente, mandante, esecutori materiali…). C’è un intento virtuosistico: raccontare la storia da una pluralità di voci e di punti di vista, tutti femminili. Ma – mi pare – più con un intento barocco (“è del poeta il fin la meraviglia”) che sperimentale (gli Esercizi di stile di Queneau). Le voci narranti restano un po’ convenzionali e si nota che Fruttero non ha assimilato tutti i linguaggi nella stessa misura. Fa eccezione, anche perché compare una sola volta, la voce – decisiva – della vecchia contessa.