Primo Levi – Agli amici – 16 dicembre 1985

Cari amici, qui dico amici
Nel senso vasto della parola:
Moglie, sorella, sodali, parenti,
Compagne e compagni di scuola,
Persone viste una volta sola
O praticate per tutta la vita:
Purché fra noi, per almeno un momento,
Sia stato teso un segmento,
Una corda ben definita.Dico per voi, compagni d’un cammino
Folto, non privo di fatica,
E per voi pure, che avete perduto
L’animo, l’anima, la voglia di vita.
O nessuno, o qualcuno, o forse un solo, o tu
Che mi leggi: ricorda il tempo,
Prima che s’indurisse la cera,
Quando ognuno era ancora un sigillo.
Di noi ciascuno reca l’impronta
Dell’amico incontrato per via;
In ognuno la traccia di ognuno.
Per il bene od il male
In saggezza o in follia
Ognuno stampato da ognuno.

Ora che il tempo urge da presso,
Che le imprese sono finite,
A voi tutti l’augurio sommesso
Che l’autunno sia lungo e mite.

* * *

Primo Levi, il più prosaico dei nostri poeti: la fatica della parola, la goffaggine vinta (e non sempre). Eppure, questa poesia è bellissima.

7 settembre – Battaglia di Borodino

Il 7 settembre 1812, 195 anni fa, si combatté la battaglia di Borodino, a 125 km da Mosca, tra la Grande Armée di napoleone e l’esercito imperiale russo agli ordini del generale Mikhail Kutusov. Fu la più grande battaglia campale combattuta in un sol giorno di tutta la campagna di Russia e di tutte le guerre napoleoniche: vi parteciparono oltre 250.000 uomini. Fu anche la più sanguinosa: le vittime delle due parti sono stimate in almeno 70.000, il che ne farebbe la battaglia più sanguinosa di tutti i tempi. L’esito della battaglia fu incerto sotto il profilo tattico, ma la vittoria strategica arrise ai francesi che dopo pochi giorni entrarono a Mosca.

La battaglia è famosa – o, meglio, è nota a me – per la narrazione di Tolstoj in Guerra e pace. Il principe Andrej vi è ferito a morte.

Il principe Andrej restava in piedi, indeciso. La granata, come una trottola, roteava fumando fra lui e l’aiutante disteso, al confine tra il campo e il prato, presso un cespuglio d’artemisia.
“Possibile che questa sia la morte? – pensava il principe Andrej, e con occhio del tutto nuovo, pieno d’invidia, guardava quell’erba, quell’artemisia, quel filo di fumo che spirava su su da quella turbinante palla nera. – Non posso, non voglio morire: amo la vita, amo quest’erba, quest’aria.” Pensava così e, nello stesso tempo, aveva presente che su lui erano puntati gli sguardi.
“Vergogna signor ufficiale!” si rivolse all’aiutante. “Che modo…”
Non terminò la frase. In uno stesso istante, si sentì un’esplosione, un fischio di schegge, come d’una finestra sfondata, un soffocante odore di polvere, e il principe Andrej si avventò da un lato e, alzando in aria le braccia, cadde bocconi.

La ferita del principe Andrej nella battaglia di Borodino, che si rivelerà mortale, è il corrispettivo della ferita che il medesimo principe aveva ricevuto, 7 anni prima, nella battaglia di Austerliz, ferita che avrebbe potuto essere mortale e non lo fu. Purtroppo, on-line è disponibile soltanto la traduzione inglese di Guerra e pace, e quindi vi dovrete accontentare (il brano che precede l’ho trovato fortunosamente).

“What’s this? Am I falling? My legs are giving way,” thought he, and fell on his back. He opened his eyes, hoping to see how the struggle of the Frenchmen with the gunners ended, whether the red-haired gunner had been killed or not and whether the cannon had been captured or saved. But he saw nothing. Above him there was now nothing but the sky–the lofty sky, not clear yet still immeasurably lofty, with gray clouds gliding slowly across it. “How quiet, peaceful, and solemn; not at all as I ran,” thought Prince Andrew – “not as we ran, shouting and fighting, not at all as the gunner and the Frenchman with frightened and angry faces struggled for the mop: how differently do those clouds glide across that lofty infinite sky! How was it I did not see that lofty sky before? And how happy I am to have found it at last! Yes! All is vanity, all falsehood, except that infinite sky. There is nothing, nothing, but that. But even it does not exist, there is nothing but quiet and peace. Thank God!…”

È per me un brano memorabile. Nel febbraio del 1970 (avevo 17 anni e Guerra e pace non l’avevo letto da molto) mi ruppi una gamba in montagna. Mentre aspettavo che una barella che mi venisse a prendere, guardavo il cielo sereno di quel primo pomeriggio d’inverno (“quel cielo di Lombardia, così bello quand’è bello, così splendido, così in pace”) e mi tornava in mente l’episodio del principe Andrej. Nemmeno io provavo dolore: quando l’osso s’era spezzato, con un rumore secco, avevo pensato si fossero rotti gli sci. La gamba era contorta in una posizione innaturale e non potevo alzarmi: ma finché non provavo a muovermi non sentivo nulla. Guardavo il cielo e ascoltavo le grida dei bambini. Il cielo era davvero alto e maestoso, una cupola immensa. Per un attimo anch’io pensai che dovevo essere grato per quello: un momento, una rivelazione, un privilegio concessi soltanto a me.

“Non esiste nulla, nulla di certo, tranne la vanità di tutto ciò ch’io posso comprendere, e la grandezza di qualche cosa che mi è incomprensibile, ed è più importante di tutto”.

Temerario

Non si finisce mai d’imparare.

Temerario: riferito a persona, “chi si espone ai pericoli senza riflettere o senza fondato motivo, spec. con un atteggiamento avventato”; riferito a cosa o azione, “che denota eccessiva audacia, avventatezza”; per estensione, “non ponderato, fondato su impressioni avventate”; e infine, “che si comporta con audacia sfrontata, con impudenza” e “che denota impudenza, sfrontatezza” (De Mauro online).

Nella mia crassa e beata ignoranza, collegavo temerario a timore, in una di quelle false parentele che collegano una parola a un’altra che ne è in qualche modo il contrario: in fin dei conti, mi dicevo, il temerario è uno che non ha timore.

Niente di più falso. Timore viene dal latino timēre (“temere”), temerario dal latino témĕre (alla cieca). Ma guarda un po’.

Però forse non avevo tutti i torti, perché sembra che le due parole latine abbiano una radice indoeuropea comune, *temes- “oscuro, buio”, da cui deriva anche il nostro “tenebra”, oltre a una serie di vocaboli che significano tutti “oscurità” in sanscrito, avestico, lituano, irlandese e russo. Insomma, la paura originaria è la paura del buio. Ma anche: temerario è chi agisce con temeritas, alla cieca, a casaccio. Il caso è cieco, e così la fortuna.

Forte, anche se ingannevole, la tentazione di cercare una parentela etimologica tra *temes- e Themis (che deriva invece dalla radice indoeuropea *dhe- “porre”, da cui l’italiano tema, ma anche l’inglese doom (“destino”, in genere sventurato). Themis è una dea della giustizia, quella divina, non quella umana. È una delle 6 figlie di Urano e Gea (Cielo e Terra, che avevano anche 6 figli). Dea fondamentalmente benevola (“dalle belle gote”, la chiama Omero nell’Iliade), ma guai a disubbidire alle sue leggi: allora interviene Nemesi apportando una punizione giusta ma terribile.

Themis, dea del clan dei 12 Titani e non degli dei dell’Olimpo, si sposa con Zeus e ci fa 9 figlie (e sì, già c’era il calo delle nascite). Anche Erda, nella mitologia nordica ripresa da Wagner nell’Anello del nibelungo, incontra Wotan e ci genera le Valchirie e forse anche le Norne. Torniamo alle figlie di Zeus e Themis: prima 3 Ore (Auxo, colei che fa crescere; Carpo, colei che porta i frutti; Thallo, colei che fa prosperare le piante), poi altre 3 Ore (Dike, il giudizio, la costellazione della Vergine; Irene, la pace; Eunomia, la buona legge), poi le 3 Moire, le incarnazioni del fato (Atropo, l’inevitabile; Clotho, colei che tesse; Lachesi, colei che getta le sorti).

E così siamo tornati al cieco caso.

Secondo Esiodo, invece, le 3 Moire sono figlie della notte (Nyx): e siamo di nuovo al buio.

Antidiluviano

De Mauro online: “che risale a un’epoca anteriore al diluvio universale”; per estensione, “preistorico”; scherzosamente, “molto vecchio, antichissimo; antiquato, fuori moda”.

Il fatto che in inglese di scriva antedeluvian mi fa riflettere sul fatto che in italiano spesso non differenziamo il prefisso anti- nel senso di “prima di” – che sarebbe propriamente un ante-, come in anteporre – dal prefisso anti- nel senso di “contro, opposto” (come in anticrittogamico, anticristo, …).

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Blow-up

Blow-up, 1966, di Michelangelo Antonioni, con David Hemmings e Vanessa Redgrave.

Ho pensato molte volte che essere miopi è anche un atteggiamento mentale, addirittura un approccio epistemico. Mi sono chiesto anche se venga prima la miopia, come predisposizione genetica e patologia, o questo atteggiamento. Anche se so benissimo che in realtà la miopia ha in genere cause genetiche, non c’è dubbio che noi miopi abbiamo l’abitudine di guardare da vicino. Tanto più uno è miope (e Boris è davvero molto miope), tanto più ha la capacità di mettera a fuoco oggetti molto vicini e di osservare dettagli invisibili all’occhio sano. Con il tempo, questa abitudine diventa, come dicevo, un atteggiamento mentale, rivelato dall’uso corrente della frase “a uno sguardo più ravvicinato”.

La tecnica del blow-up – che consiste nel sottoporre un’immagine a ingrandimenti successivi – è l’equivalente fotografico dell’avvicinare lo sguardo.

A entrambi corrisponde, come dicevo, un approccio epistemico, quello della fiducia nella capacità esplicativa del procedimento analitico. Senza spingermi ad azzardare elaborazioni sulla correlazione tra IQ e miopia (cœteris paribus, si riscontrerebbe una differenza di 7-8 punti in più nei soggetti miopi), nella mia esperienza personale c’è un evidente rapporto tra miopia e attenzione ai dettagli. Semplicemente, quando non sono corretto, non ho alternative: il quadro d’insieme mi sfugge, non posso che concentrami sui dettagli.

Il problema che il film solleva, è che, in questo avvicinamento all’oggetto, il processo di parallelo avvicinamento alla realtà è illusorio. A un certo punto, i singoli elementi perdono i loro rapporti con l’insieme, e la realtà ci sfugge. Il procedimento analitico privilegiato dalla tradizione occidentale, suggerisce Antonioni, incorre nello stesso problema: quando ci sembra di averla colta, la realtà si dissolve sotto i nostri occhi.

La metafora fotografica è abbastanza scontata: il fotografo diventa detective, la scena diventa scena del crimine. Ma il procedimento fotografico dà forza all’argomentazione: nella fotografia, i successivi ingrandimenti incontrano un limite fisico nella “grana” della pellicola, e a un certo punto l’illusione fotografica (e cinematografica) è rivelata. L’immagine si dissolve nei singoli punti bianchi e neri individualmente presi.

Anche se la tecnica è diversa, potete farlo anche con i pixel dello schermo del vostro computer: avvicinatevi il più possibile e, se non avete al fortuna di essere miopi, prendete una lente d’ingrandimento. Ogni pixel è acceso o spento; l’immagine sparisce.

C’è una vicenda parallela che chiarisce questo punto. Bill (John Castle) è un pittore che realizza quadri a partire da singoli punti di colore (una via di mezzo tra cromoluminarismo di Seurat e il drip painting di Pollock) e rivela a Thomas (David Hemmings) che solo dopo anni riesce a capire che cosa ha rappresentato in realtà. Più tardi Patricia (Sarah Miles), osservando l’ingrandimento massimo realizzato da Thomas, dove si dovrebbe intravedere il cadavere, commenta: “Sembra uno dei quadri di Bill”.

Via via, l’incertezza si sposta dall’immagine al mondo esterno: Thomas vede il cadavere ma non può documentarlo, l’amico Ron (strafatto d’erba, in un party in cui Verushka dice d’essere a Parigi!) non lo vuole accompagnare e lo stesso Thomas si fa coinvolgere dal festino. Il mattino dopo, il cadavere è scomparso. Ricompaiono nel parco i mimi che avevamo visto nelle sequenze iniziali. In una celebre scena, giocano a tennis senza pallina, anche se si sente il rumore. Thomas è invitato a raccoglierla, la rilancia … e sparisce anche lui. The End.

Il film è tratto da un racconto di Cortázar, Las babas del diablo.

Oltre alla famose sequenza degli Yardbirds, c’è una canzone dei Loving Spoonful. La colonna sonora è scritta da Herbie Hancock con la partecipazione dei Pink Floyd.

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Lavoro coatto per i mendicanti

Cito dall’Unità online:

Nel cosiddetto “pacchetto legalità” ci sarà così – anticipano alcuni quotidiani – una norma per dare poteri eccezionali ai sindaci in fatto di ordine pubblico e persino una specie di nuovo reato – la «questua molesta» – per cui come sanzione si prevederebbe il lavoro coatto nei giardini o nella pulizia di edifici pubblici – gratis naturalmente – per le persone (provvedimenti specifici per i writers, mendicanti, venditori ambulanti). Questo sarebbe una proposta del ministro dell’Interno Giuliano Amato.

Suggerisco al ministro Amato di approfittare dei buoni rapporti con Vladimir Putin per chiedergli se, per la realizzazione di questi campi di lavoro coatto, può affittarci un sito dismesso nella Kolyma.

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The Emotion Machine

Minsky, Marvin (2006). The Emotion Machine: Commonsense Thinking, Artificial Intelligence, and the Future of the Human Mind. New York: Simon & Schuster. 2006.

Marvin Lee Minsky, con questo bel nome da Leningrad cowboy, è un decano dell’intelligenza artificiale. Nato a New York nel 1927, un Ph. D. in matematica a Princeton, ha vinto quasi tutti i premi scientifici che si possono immaginare, a partire dal Turing Award nel 1969.

Minsky è stato anche consulente di Kubrick per 2001 Odissea nello spazio (è molto amico di Arthur C. Clark). Asimov dichiarò di conoscere soltanto due persone più intelligenti di lui: Minsky, appunto, e Carl Sagan (quello di SETI, ispiratore del film Contact).

Nel 1951 ha costruito lo SNARC, la prima “macchina d’apprendimento” basata sulle reti neurali, che ha teorizzato per primo, insieme a Seymour Papert. Sempre con Papert, ha scritto il fondamentale Perceptrons: An Introduction to Computational Geometry (sempre sulle reti neurali) e ha sviluppato la versione grafica del linguaggio di programmazione Logo, particolarmente adatto all’apprendimento (il testo fondamentale qui è Mindstorms: Children, Computers, and Powerful Ideas di Seymour Papert).

A partire dagli anni ’70, sempre con Papert e altri, all’Artificial Intelligence Lab del MIT, ha sviluppato la teoria della mente come società (Society of Mind è stato pubblicato nel 1986).

Abbastanza naturale, quindi, che quando Minsky ha annunciato il suo primo libro di una certa ambizione e rivolto al pubblico non specialistico dopo vent’anni le aspettative fossero altissime. Invece, è una grossa delusione:

  1. Apparentemente, non ci sono progressi o evoluzioni sostanziali rispetto alle teorie sviluppate nel testo di vent’anni fa.
  2. Il libro è scritto in un finto dialogo assolutamente fastidioso, che contrappone opinioni altrui (vere – cioè citazioni da testi di autori reali, del presente o del passato anche remoto, da Aristotele a sant’Agostino – o fittizie – particolarmento odioso il “cittadino”).
  3. Le riflessioni di Minsky sono molte volte soltanto speculative, senza un collegamento diretto ai progressi delle neuroscienze o dell’intelligenza artificiale.
  4. L’approccio di Minsky è fortemente ingegneristico, ma i suoi schemi e le sue ricostruzioni sono raramente convincenti.
  5. In questo contesto, l’introduzione di termini quasi sempre vaghi, e talvolta proprio oscuri, non aiuta: che cosa significa, nel contesto del libro, il riferimento a termini come resource, imprimer, trans-frame, K-line e micromeme? Quali ricerche, quali risultati scientifici corroborano l’esistenza di processi quali quelli evocati e introdotti in ipotesi?

Beninteso, io simpatizzo con le ipotesi e con il punto di vista sostenuti da Minsky: che il cervello umano sia una macchina, complessa ma priva di una parte puramente mentale o di un misterioso fluido vitale. Ma proprio per questo sono deluso dalla sua trattazione e trovo più convincente Dennett o Humphrey.

Ci sono anche delle cose pregevoli. Alcune delle invenzioni linguistiche – simuli, panalogie … – sono molto belli e hanno alle spalle concetti ed elaborazioni interessanti.

Sul sito di Minsky trovate quasi tutto il libro in una versione preliminare.

2 ricette per il successo

  1. Non rivelare mai tutto quello che sai.

La legge del taglione

La legge del taglione – che noi conosciamo nella versione biblica “occhio per occhio, dente per dente” – è un principio giuridico (di giustizia, piuttosto che di vendetta) che consiste nella possibilità, offerta a chi abbia subito un’offesa o un’ingiustizia, di infliggere al responsabile una pena eguale al torto subito.

Attestato nel codice di Hammurabi, il principio è accolto nell’antico testamento e capovolto nel nuovo: “Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra” (Matteo 5, 38 ss.).

Di qui la cattiva fama di questa legge tra i cristiani. Ad esempio, Isidoro di Siviglia, la definisce così: Talio est similitudo vindictae, ut taliter quis patiatur, ut fecit.

Invece, il principio è solido. Robert Axelrod, nel suo classico The Evolution of Cooperation, ha mostrato come la cooperazione può emergere in un mondo di agenti egoisti senza un’autorità centrale. Nelle sue simulazioni basate sul “dilemma del prigioniero”, il programma Tit for tat (cioè la legge del taglione) è risultato essere la strategia che meglio promuove la cooperazione.

Nella sua versione semplice, una strategia basata sulla legge del taglione funziona perché agisce come deterrente: chi smette di cooperare sa che non recupereà più lo spirito di cooperazione dell’altro giocatore. È anche una strategia stabile, di steady state, perché la ritorsione è perfettamente commisurata al danno iniziale. Occhio per occhio, appunto, e dente per dente: così la legge è espressa nella metafora biblica.

Nell’espressione proverbiale italiana, lo stesso concetto è espresso da “rendere pan per focaccia”. Se si ammette che la focaccia sia più del pane (ad esempio, perché condita), la regola italiana prevede un’attenuazione della risposta all’offesa iniziale. In questo caso, si può ipotizzare che nelle varie iterazioni la ritorsione diventi via via più piccola, fino ad annullarsi asintoticamente. Si possono ristabilire condizioni di cooperazione.

Nell’espressione dialettale della mia bassa, il proverbio è capovolto: “Pan imprastàa, chisoela randüda” (“pane prestato, focaccia resa”, cioè “focaccia per pane”): qui la ritorsione dovrebbe crescere d’entità ciclo dopo ciclo, fino a un’esplosiva escalation.

Ma allora, come si evitano le faide nell’oltrepò mantovano?

La distinzione

Bourdieu, Pierre (1979). La distinzione. Critica sociale del gusto. Bologna: Il Mulino. 2001.

È un classico della sociologia ed è colpa mia, che non amo i sociologi, non averlo letto prima. Meglio tardi che mai (o, piuttosto, meglio mai che tardi, come afferma uno dei miei proverbi pessimisti?).

Un gran libro, con qualche difetto.

Cominciamo da questi.

È un libro “molto francese”: lo stesso curatore italiano, Marco Santoro, sente il bisogno di affermarlo, quasi a mettere le mani avanti, all’inizio della sua Presentazione. Francese potrebbe voler dire due cose: che il testo è pieno di voli pindarici, di intrecci multidisciplinari mal digeriti, di prestiti dalle discipline scientifiche, di giudizi di valore non corroborati da argomentazioni solide. Insomma, il post-modernismo deteriore cui ci hanno abituato i vari Lacan, Luce Irigaray, Deleuze e Guattari e compagnia cantante. Personalmente non gradisco e penso che la parola definitiva l’abbia detta Sokal con la sua nota beffa e poi con il più riflessivo e convincente Fashionable Nonsense: Postmodern Intellectuals’ Abuse of Science. Bourdieu, per mia fortuna, è sostanzialmente immune da tutto questo, anche se gli scappano un paio di Derrida.

Il secondo modo di essere francese – accademicamente francese – è nella costruzione della frase, inutilmente lunga, complessa, piena d’incisi e di subordinate. Ma non l’avevano inventata i francesi, la chiarezza, le idee chiare e distinte di Descartes? Chi l’ha detto che per scrivere cose intelligenti si deve essere oscuri e contorti, si deve scaricare sul lettore la fatica della comprensione? Per me scrivere chiaro è un lavoro, il cui onere grava su chi vuole farsi capire. Un esempio per tutti (ma veramente estratto a caso):

Composta dai membri delle frazioni dominanti che hanno operato quella riconversione indispensabile per potersi adattare al nuovo modo di appropriazione del profitto, comportato dalla trasformazione della struttura del campo delle imprese, la nuova borghesia è all’avanguardia nel campo di quella trasformazione degli atteggiamenti etici e della visione del mondo che si realizza all’interno della borghesia, la quale, a sua volta (come dimostra la tabella 17) si trova anch’essa all’avanguardia di una trasformazione generale dello stile di vita, che è particolarmente visibile nell’ordine della divisione del lavoro tra i sessi e del modo di imporre il dominio (p. 320).

È un periodo di quasi 100 parole. Per quello che contano nella loro rozzezza, gli indici di leggibilità elaborati da Word rilevano che questo testo è molto difficile, prossimo alla soglia dell’incomprensibilità (indice Gulpease) e che per leggere con facilità il testo in esame è necessario avere frequentato 50 anni di scuola (indice Gunning’s Fog). Se invece che un blog fosse una scuola di scrittura, vi darei come esercizio di riscrivere il pezzo rendendolo comprensibile ai più.

La traduzione di Guido Viale non mi sembra che aiuti (ma non ho letto l’originale francese). Trovo particolarmente irritante l’orgia di -d eufoniche: forse lo pagavano poco e a battuta!

Ancora più grave – ma non so se questa è una pecca originaria del testo di Bourdieu o sia da attribuirsi all’editore italiano – mancano bibliografia e indice analitico.

I pregi sono di gran lunga prevalenti. Bourdieu è un sociologo fortemente orientato quantitativamente: le sue interpretazioni e anche i suoi giudizi di valore sono sempre fondati sul dato statistico, sul dato d’indagine. La statistica è spesso un bersaglio delle sue critiche, ma la statistica che Bourdieu critica è quella che omogeneizza nella media, che non vede o non riesce a interpretare la variabilità. Nonché la statistica che non riesce a comprendere che le sue classificazioni non sono al di sopra del conflitto degli individui e delle classi, ma ne sono un risultato (e, per di più, sempre mobile). Ma su questo tornerò.

Molte analisi di Bourdieu sono di sorprendente modernità, soprattutto se si pensa che il volume sta per compiere trent’anni. Qualche esempio.

Con questi mercanti di bisogni, venditori di beni e servizi simbolici, che vendono sempre anche se stessi, come modelli e come garanti del valore dei loro prodotti, che sono dei bravi rappresentanti, solo perché sanno presentarsi molto bene, e perché credono nel valore di quello che presentano e rappresentano, l’autorità simbolica del venditore, integra e affidabile, assume la forza di un’imposizione, insieme più violenta e più dolce, poiché il venditore imbroglia il cliente solo nella misura in cui si imbroglia, in cui crede sinceramente nel valore di quello che vende. E poiché la nuova industria dell’imitazione – molto abile nel pagare con le parole e nel distribuire le parole invece delle cose a coloro che, non potendo pagarsi le cose, accettano di pagarsi con le parole – trova al suo stesso interno la propria clientela privilegiata, la piccola borghesia di tipo nuovo è predisposta a collaborare, con una convinzione senza limiti, all’imposizione della stile di vita proposto dalla nuova borghesia, meta probabile della sua traiettoria, ed oggetto effettivo delle sue aspirazioni. In poche parole, questa piccola borghesia di consumatori, che vuole appropriarsi a credito, cioè prima del tempo, prima che sia arrivato il suo momento, degli attributi costitutivi dello stile di vita legittimo – “residenze” dai nomi all’antica e appartamenti a Merlin-Plage, automobili di falso lusso e finte vacanze di lusso – è del tutto adatta a svolgere il ruolo di cinghia di trasmissione ed a fare entrare nella corsa ai consumi e nella concorrenza coloro da cui vuole distinguersi ad ogni costo, e da cui si distingue, tra l’altro, per il fatto che si sente legittimata ad insegnar loro lo stile di vita legittimo, con un’attività simbolica, che non ha solo per effetto quello di produrre il bisogno dei propri prodotti, e quindi, alla lunga, di legittimarsi e di legittimare coloro che lo esercitano, ma anche di legittimare l’arte di vivere che propone come modello, cioè quello della classe dominante o, in termini più esatti, delle frazioni che ne costituiscono l’avanguardia etica (pp. 373-374 – Gulpease 40, molto difficile; Fog 53).

A parte Berlusconi, che ci viene in mente subito, non riconosciamo qui anche le difficoltà in cui si dibatte la sinistra, nel mondo e soprattutto da noi? Perse le tradizionali analisi di classe, che cosa sta rincorrendo? I venditori e i sondaggisti?

Fa quasi da corrispettivo quest’analisi dell’alienazione operaia.

Quello che il rapporto con i prodotti culturali “di massa” (e, a fortiori, d’élite) riproduce, riattiva e rafforza, non è la monotonia della catena di montaggio o dell’ufficio, ma il rapporto sociale, che sta alla base dell’esperienza operaia del mondo, che fa sì che il lavoro ed il prodotto del lavoro, opus proprium, si presentino di fronte al lavoratore come opus alienum. E l’espropriazione non è mai disconosciuta tanto completamente, e quindi tacitamente riconosciuta, come quando, con i progressi dell’automazione, all’espropriazione economica si aggiunge l’espropriazione culturale, che apparentemente offre all’espropriazione economica la sua migliore giustificazione. Non possedendo il capitale culturale incorporato, che costituisce la condizione dell’appropriazione conforme (in base alla definizione legittima) del capitale culturale oggettivato negli oggetti della tecnica, i lavoratori comuni sono dominati dalle macchine e dagli strumenti che servono, assai più di quanto siano da essi serviti, e da coloro che detengono i mezzi legittimi, cioè teorici, per dominarli. In fabbrica come a scuola – la quale insegna il rispetto per le conoscenze inutili e disinteressate e stabilisce dei rapporti investiti dall’autorità “naturale” della ragione scientifica e pedagogica tra individui e attività gerarchizzate in modo solidale – essi incontrano la cultura legittima sotto forma di un principio di ordine, che non ha bisogno di giustificare la propria utilità pratica, per essere giustificato (pp. 398-399).

Con buona pace di coloro che pensano che la condizione operaia sia migliorata soltanto perché è diminuita la fatica e di quelli (me compreso) che dell’automazione vedono soltanto il potenziale di liberazione e di aumento della conoscenza.

Una distinzione quasi fulminante (e, come spesso accade per le intuizioni fulminanti, gravida di potenziali sviluppi analitici) è quella tra “coscienza di classe” e “inconscio di classe”, che Bourdieu introduce a proposito di produzione delle opinioni (e che comunque liquida come “formula semplificatrice e semplicistica del linguaggio politico”, anche se più oltre l’utilizza nuovamente):

C’è una contrapposizione completa tra la coerenza intenzionale delle pratiche e dei discorsi, prodotti a partire da un principio esplicito ed esplicitamente “politico”, e la sistematicità obiettiva delle pratiche, prodotte a partire da un principio implicito e, quindi, al di qua del discorso “politico”, cioè a partire da schemi di pensiero e di azione oggettivamente sistematici, acquisiti attraverso una semplice familiarizzazione, al di fuori di qualsiasi inculcazione esplicita, e messi in opera in modo preriflessivo. Senza dipendere in modo meccanico dalla situazione di classe, queste due forme di atteggiamento politico sono ad essa strettamente legate, soprattutto attraverso la mediazione delle condizioni materiali di esistenza, le cui urgenze vitali si impongono con un rigore diverso e che, quindi, si possono “neutralizzare” simbolicamente in misura diseguale; ed anche attraverso la mediazione della formazione scolastica in grado di procurare gli strumenti che consentono una padronanza simbolica della pratica, cioè la verbalizzazione e la concettualizzazione dell’esperienza politica (p. 429).

La conclusione è una condanna del populismo, in quanto credenza ingenua che le classi popolari siano portatrici di una politica nella prima accezione (coscienza di classe) per il fatto di esserlo nella seconda (inconscio di classe).

Per deformazione professionale, come accennavo prima, trovo particolarmente interessante il modo in cui Bourdieu affronta il tema delle classificazioni. I passaggi cruciali mi sembrano questi (un po’ lunghi e densi, ma dovete avere pazienza):

Coloro che si stupiscono per i paradossi creati dalla logica e dal discorso comuni quando si applicano le loro suddivisioni a delle grandezze continue, non tengono conto né di quanto può essere paradossale trattare il linguaggio come se fosse un puro e semplice strumento logico, né della situazione che rende possibile un simile rapporto con il linguaggio. Le contraddizioni o i paradossi a cui portano le classificazioni della prassi normale non dipendono affatto, come ritengono tutti i positivismi, da una specie di insufficienza consustanziale al linguaggio ordinario; bensì dal fatto che questi atti socio-logici non sono affatto indirizzati alla ricerca della coerenza logica, e dal fatto che – a differenza di quanto accade con gli usi filologici, logici o linguistici del linguaggio (che in realtà bisognerebbe chiamare scolastici perché presuppongono sempre la scholè, cioè il tempo libero, la distanza rispetto alla necessità, la mancanza di poste in gioco vitali e l’istituzione scolastica, che, nella maggior parte degli universi sociali, è l’unica in grado di assicurare tutte queste cose) – essi rispondono sempre alla logica del partito preso; e questa logica, proprio come accade in tribunale, ha a che fare non con giudizi logici, da sottoporre unicamente al criterio della coerenza, bensì con accuse e difese. Senza bisogno di ricordare qui tutti i risvolti della contrapposizione, completamente ignorata dai logici e dai linguisti, tra l’arte di convincere e l’arte di persuadere, è ben strano vedere nemmeno che l’uso scolastico sta a quello che del linguaggio fanno l’avvocato, l’oratore o il militante, esattamente come i sistemi di classificazione degli studiosi di logica o di statistica (che si preoccupano della coerenza e della compatibilità con i fatti) stanno alle categorizzazioni e ai categoremi dell’esistenza quotidiana che, come ci insegna anche l’etimologia, rientrano nella logica del processo (nel senso ordinario, ma anche in quello di Kafka, che ci fornisce un’immagine esemplare di questa ricerca disperata della riappropriazione di un’identità sociale, inafferrabile per definizione in quanto costituisce il limite infinito di tutti i categoremi e di tutte le imputazioni). Non esiste un vero problema relativo al modo di tracciare dei confini nel mondo sociale, che non coinvolga gli interessi connessi all’appartenenza o alla non appartenenza: come dimostra l’attenzione dedicata ai gruppi di frontiera – e proprio per questo strategici, come l’aristocrazia operaia, che oscilla tra lotta di classe e collaborazione di classe; oppure i “quadri”, una categoria precipua della statistica burocratica la cui unità nominale, due volte negativa, nasconde la dispersione reale, sia agli occhi degli “interessati”, sia a quelli dei loro avversari e della maggior parte degli osservatori – il modo in cui vengono tracciati i confini tra le varie classi è influenzato dal processo strategico di “contare” o di “contarsi”, di “catalogare” o di “annettersi”, quando addirittura non costituisce una semplice registrazione di un determinato stadio, giuridicamente garantito, del rapporto di forza tra i gruppi classificati. I confini rappresentano in questi casi delle frontiere da attaccare o da difendere a viva forza, ed i sistemi di classificazione che li fissano costituiscono strumenti di conoscenza assai meno di quanto siano invece strumenti di potere, subordinati a precise funzioni sociali e indirizzati, in modo più o meno scoperto, a soddisfare gli interessi di un determinato gruppo (pp. 479-481).

I soggetti sociali comprendono il mondo sociale che li comprende. Ciò significa che non è possibile caratterizzarli attenendosi a quelle proprietà materiali che, a cominciare dal corpo, sono suscettibili di venir misurate ed enumerate come qualsiasi altro oggetto del mondo fisico. Infatti, non esiste una sola di queste proprietà – si tratti dell’altezza, o delle dimensioni fisiche, o dell’estensione delle proprietà fondiarie o immobiliari – che, percepite e valutate in riferimento ad altre proprietà della stessa classe, da parte di soggetti sociali muniti di schemi di percezione e di valutazione socialmente costituiti, non funzioni anche come proprietà simbolica. Ciò implica il fatto che è necessario superare la contrapposizione tra una “fisica sociale”, la quale, ricorrendo ad una utilizzazione oggettivistica della statistica, dovrebbe stabilire delle configurazioni distributive (in senso statistico, ma anche in senso economico) – cioè delle espressioni quantificate del modo in cui una quantità finita di energia sociale, colta mediante degli “indici oggettivi”, si ripartisce tra una molteplicità di individui in concorrenza tra loro per appropriarsene – da un lato, ed una “semiotica sociale”, che dovrebbe invece dedicarsi a decifrare dei significati e a mettere in luce le operazioni cognitive mediante cui i soggetti sociali li producono e li decifrano, dall’altro. È necessario cioè superare la contrapposizione tra la pretesa di accedere a una “realtà” oggettiva, “indipendente dalla coscienza e dalla volontà degli individui”, anche a costo di rompere con le immagini comuni del mondo sociale (le “pre-nozioni” di Durkheim), per scoprire le “leggi”, cioè le relazioni significative, ma nel senso di non aleatorie, tra differenti configurazioni distributive, da un lato, ed il tentativo di cogliere, non la “realtà”, ma le immagini di essa che si fanno i soggetti sociali e che dovrebbero esaurire in sé la “realtà” di un mondo sociale concepito “come rappresentazione e come volontà”.
In poche parole, la scienza sociale non ha affatto da scegliere tra quella  versione della fisica sociale rappresentata da Durkheim – che trova il punto di incontro con la semiologia sociale nell’ammettere che la “realtà” si può conoscere solo attraverso il ricorso a strumenti logici di classificazione – e la semiologia idealista, la quale, ponendosi l’obiettivo di fare un “resoconto dei resoconti”, come afferma Garfinkel, può solo limitarsi a registrare le registrazioni di un mondo sociale, che al limite non dovrebbe essere altro che il risultato delle strutture mentali, cioè linguistiche. Il problema è invece quello di introdurre nella scienza della rarità e della concorrenza per i beni rari la conoscenza pratica che di esso si fanno gli agenti, producendo – in base alla propria esperienza delle configurazioni distributive, che a sua volta è il risultato della posizione che essi occupano all’interno di esse – suddivisioni e classificazioni, che non sono certo meno oggettive di quelle dei bilanci contabili della fisica sociale. In altri termini, si tratta di superare la contrapposizione tra le teorie oggettiviste, che identificano le classi sociali (ma anche le classi sessuali e le classi d’età) con gruppi discreti, semplici popolazioni enumerabili, separate da confini oggettivamente iscritti nella realtà, da un lato, e, dall’altro, le teorie soggettiviste (o, se preferiamo, marginaliste), che riducono l'”ordine sociale” ad una specie di classificazione collettiva, ottenuta aggregando classificazioni individuali o, in termini più precisi, strategie individuali, classificate e classificanti, mediante le quali i soggetti si classificano e classificano gli altri. […] Le lotte delle classificazioni, individuali o collettive, che mirano a trasformare le categorie di appercezione e di valutazione del mondo sociale, costituiscono una dimensione dimenticata delle lotte di classe. Ma per capire quali siano i limiti di questa autonomia basta tenere presente il fatto che gli schemi classificatori alla radice del rapporto pratico che i soggetti sociali intrattengono con la propria condizione, e della rappresentazione che essi possono farsene, sono a loro volta il risultato di questa stessa condizione: la posizione che si occupa nella lotta delle classificazioni dipende dalla posizione che si occupa nella struttura di classe, ed i soggetti sociali – a cominciare dagli intellettuali, che non occupano sicuramente la posizione migliore per pensare ciò che definisce i limiti del loro modo di pensare il mondo sociale, che è poi l’illusione di un’assenza completa di limiti – non hanno certo la possibilità di superare “i limiti del proprio cervello” nell’immagine che si fanno, e che offrono, della propria posizione, che è appunto quella che definisce i loro limiti (pp. 488-490).

Ci siete ancora? Non sono sicuro di avere compreso tutto, né tanto meno di essere d’accordo su tutto. Alcuni riferimenti teorici mi sfuggono, altri mi fanno venire qualche brivido: sono tenacemente attaccato alla convinzione (o alla persuasione!) della conoscibilità del reale (anche se condivido l’ipotesi che si tratti di una conoscibilità sociale, e non solipsistica) e se mi danno del positivista non metto mano alla pistola. Ma Bourdieu ha indubbiamente alcuni meriti importanti: quello di farci capire che le classificazioni, in materia sociale, sono il frutto (anche? soprattutto?) dei processi cognitivi dei soggetti che classificano e agiscono; che non c’è una contraddizione insanabile tra procedure di classificazione “oggettive” od “operative” (anche se Bourdieu stesso sembra – all’interno delle analisi statistiche condotte nel volume – più propenso alle classificazioni “automatiche” che scaturiscono dall'”analisi dei dati” che a quelle predefinite dagli schemi classificatori) e un approccio soggettivistico e post-idealistico nella tradizione di Schopenauer; che quanto illustrato a proposito delle classificazioni sociali vale e va generalizzato alle classificazioni tout court; che le classificazioni sono il risultato mobile di una battaglia che si gioca sulle parole – ma abbiamo visto prima quanto le parole “valgano” sul mercato dei beni e servizi simbolici. Infine, è molto interessante che questo – che è anche un discorso sul metodo – sia proposto da Bourdieu come conclusione della sua analisi, piuttosto che come sua premessa.

Tra le mie riserve c’è quella sullo scetticismo con cui Bourdieu liquida la possibilità stessa di una “classificazione collettiva, ottenuta aggregando classificazioni individuali”: mi sembra che su questo punto gli anni trascorsi non siano passati invano e che si intraveda – ad esempio, nella pratica del web 2.0 – la possibilità di forme (mutevoli e mobili) di classificazioni collettive che emergono dall’operare classificatorio di agenti indipendenti. Vedremo.

Due corollari. Il primo: nella lotta per le classificazioni il sistema scolastico ha, comprensibilmente, un ruolo centrale.

Il sistema scolastico – operatore istituzionalizzato di classificazione che a sua volta è anch’esso un sistema di classificazione oggettivato che riproduce, in forma trasmutata, le gerarchie del mondo sociale, con i suoi tagli tra “livelli” che corrispondono a strati sociali, e le sue divisioni in specializzazioni ed in discipline, che riflettono all’infinito delle divisioni sociali, come la contrapposizione tra teoria e pratica, progetto ed esecuzione – trasforma, apparentemente in modo del tutto neutrale, delle classificazioni sociali in classificazioni scolastiche, e stabilisce delle gerarchie (che non vengono affatto vissute come esclusivamente tecniche, e quindi parziali ed unilaterali, ma come gerarchie totali, fondate in natura) che in tal modo spingono ad identificare il valore sociale e il valore “personale”, le dignità scolastiche e la dignità umana. La “cultura”, che si ritiene garantita dal titolo di studio, è una delle componenti fondamentali di ciò che costituisce l’uomo compiuto, nella sua definizione dominante; sicché la privazione viene percepite come una sostanziale mutilazione, che colpisce la persona nella sua identità e nella sua dignità di uomo, condannandolo al silenzio in tutte le situazioni ufficiali in cui si deve “comparire in pubblico”, mostrarsi di fronte agli altri, con il proprio corpo, le proprie maniere e il proprio linguaggio (p. 399).

Il secondo: poiché le classificazioni sono il risultato di un processo, sono sempre alla rincorsa della realtà che descrivono.

L’ordine delle parole non riproduce mai rigidamente l’ordine delle cose. Ed è proprio nella relativa indipendenza della struttura del sistema delle parole che classificano e che sono classificate (all’interno del quale si definisce il valore peculiare di ogni singola etichetta) nei confronti della distribuzione del capitale – e, in termini più precisi, nel divario (che in parte deriva dall’inerzia propria dei sistemi di classificazione, in quanto istituzioni quasi giuridiche, che sanzionano uno stadio determinato dei rapporti di forza) tra il mutamento dei posti, legato al mutamento dell’apparato produttivo, ed il cambiamento dei titoli – che hanno la loro origine le strategie miranti a sfruttare le discordanze tra il reale ed il nominale, ad appropriarsi delle parole per avere le cose che esse designano, oppure ad appropriarsi delle cose, in attesa di ottenere le parole che le sanzionino, ad esercitare le funzioni senza avere il titolo per farlo […] (p. 486).

Un altro passo che ho trovato stimolante, e molto vicino alle mie corde e alle mie riflessioni è questo, sul ruolo e sulla pretesa neutralità dell’informazione (“conoscere è un bene per tutti”, diceva un vecchio slogan: sempre? a ogni condizione?):

Non c’è nulla di più rivelatore della verità di questo quesito interessato, dell’ossessione per l'”informazione economica dei cittadini” che ossessiona i dirigenti, ed in cui si esprime il sogno che i dominati abbiano quel tanto di competenza economica per poter riconoscere la competenza economica dei dominanti. L’informazione che i dominanti forniscono volentieri e con abbondanza è proprio quella che mira a screditare (come fa il medico con le conoscenze dei pazienti) le informazioni che i dominati posseggono in forma pratica, sulla base della loro normale esperienza (per esempio, la conoscenza che hanno dell’aumento del costo della vita, della disuguaglianza delle imposte, ecc.). Di qui, un discorso politico che, lungi dal rendere conto, invita a rendersi conto; che, lungi dal fornire i mezzi per mettere in rapporto l’informazione particolare e pratica con l’informazione generale, si limita ad impartire una lezione, imponendo alle esperienze particolari le cornici generali in cui dovrebbero entrare (pp. 463-464).

Infine, Bourdieu è fulminante (e dunque squisitamente francese) anche nella scelta delle epigrafi dei capitoli: “Se tra due mali devo scegliere il minore, non ne seguo nessuno – Karl Kraus”. Naturalmente non sono d’accordo, per formazione gesuitica; ma mi costringe a fermarmi a pensare.