Non tutto il bene vien per giovare.
eurìstico aggettivo [derivato del greco εὑρίσκω «trovare, scoprire»] (pl. m. –ci). – Nel linguaggio scientifico, detto di ipotesi che viene assunta precipuamente come idea direttrice nella ricerca dei fatti, e del metodo stesso di ricerca così condotta: mezzo euristico, in senso lato, mezzo di ricerca. In particolare, in matematica, procedimento euristico, qualsiasi procedimento non rigoroso (a carattere approssimativo, intuitivo, analogico, ecc.) che consente di prevedere o rendere plausibile un risultato, il quale in un secondo tempo dovrà essere controllato e convalidato per via rigorosa. [Vocabolario Treccani online]
eurìstica s. f. [dall’agg. euristico]. – Parte di una scienza che ha per oggetto la scoperta di fatti o di verità (per es., nella storiografia, è il metodo di ricerca e di raccolta dei documenti). [Vocabolario Treccani online]
εὑρίσκω è il verbo greco che alla 1ª persona singolare dell’indicativo perfetto fa εὕρηκα, la celebre esclamazione di Archimede.
La storia la racconta Vitruvio. Gerone 2°, tiranno di Siracusa, sospettava che un orefice infedele – nella realizzazione di una corona votiva – avesse sostituito l’oro puro che il tiranno gli aveva dato all’uopo con una massa eguale d’argento placcato, e incaricò Archimede di scoprirlo. Poiché la corona era già stata dedicata agli dei, nessuno poteva più violarla, ad esempio saggiandola. Narra Vitruvio che Archimede trovò la soluzione mentre faceva il bagno alle terme: notò che più s’immergeva nella vasca, più acqua traboccava. Eccitato dalla scoperta della “legge di Archimede”, saltò fuori dalla vasca e corse a casa nudo gridando, appunto, “εὕρηκα! εὕρηκα!”
Scena di comicità irresistibile, soprattutto per chi si figura piuttosto le candide piume di Archimede Pitagorico.
Sono stato abbastanza fortunato, nella mia vita, ad avere incontrato, anche se di rado e fuggevolmente, Antonio Giolitti. Un maestro di serietà, di impegno, di conciliazione della teoria e della prassi al di fuori di ogni schematismo leninista. Il simbolo di un Paese che, per pochi anni, sembrava potesse e volesse cambiare davvero.
Come si sarà sentito a vivere i decenni di disillusione seguiti alle speranze del primo centrosinistra?
Non so se si trova ancora, in libreria, ma leggetele e fatele leggere ai vostri figli e nipoti, le Lettere a Marta che Giolitti scrisse quasi 10 anni fa, se le trovate ancora in libreria (Antonio Giolitti. Lettere a Marta. Ricordi e riflessioni. Bologna: Il Mulino. 1992). Riprendiamoci la memoria e la speranza. Altro che Bettino!
Giorgio Ruffolo, che fu suo allievo, beniamino e collaboratore, lo ricorda così (il manifesto, 9 febbraio 2010):
IL RICORDO
Antonio Giolitti, i sorci e le riforme
Giorgio Ruffolo
Sono stato legato ad Antonio Giolitti da una lunga fraterna amicizia. Ricordo ancora con emozione il giorno che lessi una sua recensione di un mio articolo sulla disoccupazione pubblicato su Moneta e Credito, ero un giovanotto, e ne fui molto fiero. Cominciò così, a partire da un successivo incontro alla Casa Einaudi, dove lui lavorava, e poi nel partito socialista dove lui era entrato dopo i fatti d’Ungheria, nella corrente della sinistra nella quale i «giolittiani» costituivano un gruppo particolare, si chiamava Impegno Socialista, tra il 2 e il 4 per cento degli iscritti al partito: più 2 che 4, se ricordo bene. E poi nell’esperienza di programmazione. Anni di impegno vero, tormentato ed esaltante al tempo stesso. Anni di grandi riforme, lo si può dire oggi che di riformismo non si fa che parlare, allora non se ne poteva neppure parlare, a sinistra, perché il riformismo era considerato poco meno di un cedimento al nemico, si doveva dire, per carità: riformatori, non riformisti.
Però le riforme, in quella stagione di centro sinistra, si fecero davvero. In quegli anni cambiò la scuola, cambiò il sistema pensionistico, si introdusse il sistema sanitario, si fece lo statuto dei lavoratori, si completò la grande rete autostradale, si costituirono le regioni. Gli uffici della programmazione si installarono in un grande corridoio dove enormi sorci inseguivano timidi gattini. Era il tentativo di inserire una strategia di progresso sociale e di equilibrio territoriale in uno sviluppo economico poderoso ma tumultuoso disordinato, iniquo. Erano sogni? Forse: diventarono incubi, quando le contraddizioni che si erano inserite nel contesto politico italiano, non corrette da una politica di programma, esplosero, in una congiuntura sempre più difficile. La sinistra, che è immemore, dovrebbe riflettere su quella esperienza: e soprattutto su quale dovrebbe essere il contributo di una cultura aggiornata a una progettazione politica che oggi brilla per assenza.
Giolitti era il rappresentante di una classe politica di cui si sono molto affievolite le tracce: quando politica e cultura diventavano parte di un solo messaggio. Con lui si poteva parlare di politica, naturalmente: ma anche di musica, della quale era particolarmente esperto, e di arte e di letteratura, e ci si poteva divertire scherzando, lasciandosi guidare dal suo stile ironico e arguto. In compenso, non ricordo di avergli sentito raccontare una sola barzelletta.
Egli resterà con me e per me, per il resto della mia vita, un modello di professione politica, nel senso weberiano, non del mestiere, ma della vocazione; prima che quella vocazione si identificasse, in modo così desolante, con il nudo potere, con il denaro, con la volgarità.
Un aggettivo che quando ero adolescente si usava molto, e adesso mi sembra invece piuttosto in disuso.
Con 3 significati, secondo il Vocabolario Treccani online:
Che, per la mancanza di ogni caratteristica positiva, e per la presenza di aspetti negativi diversi, è in sé misero e triste e fonte di tristezza, desolante e deprimente.
1. a. Riferito a edifici e ambienti, zone e località: una casa, una stanza squallida, e una squallida camera d’albergo d’infimo ordine, trascurata, priva di comodità e tutt’altro che accogliente, triste e desolante a starvi; una squallida corsia d’ospedale, una squallida prigione, uno squallido casolare abbandonato; cercavo … i luoghi più tristi per i nostri convegni: i più desolati giardini pubblici, le più squallide latterie (N. Ginzburg); regioni squallide., una squallida landa, brulle e incolte, senza case e vegetazione, e comunque desolate; in usi lettererari: Alle squalide ripe d’Acheronte … Bestemmiando fuggì l’alma sdegnosa (Ariosto); indarno Sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade Dalla squallida notte (Foscolo).
1. b. Riferito a persone, al loro aspetto, a situazioni, a condizioni di vita: uno squallido mendicante, mal ridotto; vivere nella più s. miseria, senza poter soddisfare neppure le più elementari esigenze materiali; fare una vita squallida, povera e triste, grigia e monotona, priva di attese, di speranze, di soddisfazioni; in usi letterari, è spesso accentuata, in modo oggettivo o con tono di commiserazione, la miseria, l’abbandono, la trasandatezza o anche la macilenza della persona: capelli squallidi, incolti e spettinati; Con chiome irsute e con la barba squalida (Sannazzaro); Con la squallida prole e con la nuda Consorte a lato (Parini); quell’aspetto [di Lucia] reso ora più squallido, sbattuto, affannato dal patire prolungato e dal digiuno (Manzoni).
2. Con connotazione più chiaramente spregiativa, riferito a persone, manifestazioni e comportamenti, equivale spesso a spregevole, sordido, abietto, giudizî in cui la condanna morale è però attenuata talvolta da un senso di umano compatimento: uno squallido individuo che vive facendo prostituire la moglie; una squallida figura di ricattatore; uno squallido ambiente di pedofili; una squallida vicenda di sfruttamento di minori.
Dal lat. squalĭdus, derivato di squalere «essere aspro, squamoso; essere squallido». O forse no. Come sempre sulle questioni di etimologia gli studiosi si scannano per secoli (a me piace pensare che talora si sfidassero a duello per una di queste questioni). Secondo il Georges (quello del mio vecchio vocabolario di latino, suppongo), i romani lo usavano con riferimento alle caratteristiche del terreno: un suolo squamoso era chiaramente poco fertile, trascurato e dunque improduttivo. Se avesse ragione Georges, deriverebbe dai vocaboli greci skleròs (duro) e skèllein (disseccare), da cui ci viene anche scheletro. Ma secondo una folta schiera di altri studiosi (trovo citati Kuhn, Curtius e Micklosich) deriverebbe dalla radice proto-indoeuropea KAL- che in sanscrito ci ha dato kâla (nero), kalankas (macchia) e khalug (tenebre); in antico slavo kalu (fango) e kaljati (inquinare); in greco kelainòs (nero) e kêlis (macchia); in latino càligo (caligine): “onde i latini dissero squalida la veste del lutto.”
Tra le tante follie che ammorbano questi nostri tempi, e sono dovute spesso alla perversa coalizione tra politici in cerca di un quarto d’ora di notorietà e di consenso e quelli che una volta si chiamavano “corposi interessi economici”, una – forse minore per molti, ma non per me che ci vivo per scelta – riguardava il progetto di tener all’Eur un Gran premio di Formula 1 su un percorso cittadino.
Sembra che per il momento abbiamo scampato questa follia, a giudicare da questo articolo comparso sull’edizione romana di la Repubblica, e che io riprendo dall’interessante sito (Eddyburg) dell’urbanista Edoardo Salzano. Grazie a Lolo che me l’ha segnalato.
Roma-Eur. “Una vittoria di tutti i cittadini contro le colate di cemento“
Data di pubblicazione: 29.01.2010
Autore: Bucci, Carlo Alberto
Quando i cittadini fanno opposizione sul serio, e una istituzione raccoglie la protesta, cambiare si può. La Repubblica, ed. Roma, 29 gennaio 2009
Il fatto
Le gincane del progettato Gran premio di Formula 1 di Roma, che si dovrebbe snodare tra i parchi dell´Eur, dovranno cambiare forse tracciato. E anche la sequenza di edifici pensati lungo il decantato “Boulevard delle Tre Fontane” comincia a vacillare. Per non parlare delle feste notturne che ogni estate romana riempiono i giardini intorno alla Cristoforo Colombo. Sul verde del quartiere iniziato per l´Esposizione universale del 1942, e portato a termine negli anni Cinquanta, è stato infatti appena apposto il vincolo del ministero dei Beni culturali.
Dopo lo strumento di tutela deciso sull´Agro romano, un altro tassello nella difesa statale del paesaggio della Capitale. Con il risultato che d´ora in poi Comune ed Eur spa prima di decidere se e come intervenire sui giardini progettati dall´architetto Raffaele De Vico, dovranno chiedere e coordinarsi con la Soprintendenza statale guidata da Federica Galloni.
È stata infatti istruita dalla soprintendente la pratica del decreto, firmato dal direttore regionale Mario Lolli Ghetti, che stabilisce: «Il complesso di aree verdi denominato “Parchi dell´E. U. R. sito in Roma» è «di interesse storico artistico». In base al cosiddetto Codice Urbani (2004) il parco è «conseguentemente sottoposto a tutte le disposizioni di tutela».
Il procedimento risale al 18 marzo 2009. E già allora le “clausole di salvaguardia” proteggevano con il vincolo il Parco del Turismo e quello del Ninfeo, quello delle Cascate, tutto il verde intorno al Laghetto e il suo invaso, il Giardino degli Ulivi e quello delle Cascate, il Teatro all´aperto, fino al Bosco degli eucalipti, «piantato nell´Ottocento – si legge nelle nove pagine della relazione che accompagna il dossier fatto di foto, piante, documenti d´epoca – dai frati trappisti dell´abbazia delle Tre Fontane allo scopo di aver e a disposizione la materia prima per i loro prodotti farmaceutici». Queste sono le architetture verdi, del più giovane e fino al 2009 ancora non vincolato, parco della Città Eterna. Parco che il decreto ministeriale emanato il 16 dicembre (le notifiche sono partite il 12 gennaio) finalmente protegge.Tra gli allegati al vincolo, c´è anche la mappa (degli anni Quaranta) con l´esatta dislocazione delle 44 specie arboree previste nei “Parchi del Ninfeo e del Turismo”. Dal «Pinus» al «Cedrus Atl. Glauca», passando per quello del Libano e per l´acanto, la robinia, i cipressi, le querce, il «myrtus communis». Anche la disposizione dei fusti è segnata nel progetto dell´epoca. E, in attesa di un restauro ambientale, ci si chiede come questa zona possa sopportare i box, le gradinate, le protezioni per i piloti lungo la pista, indispensabili per una corsa di Formula 1.
Anche le manifestazioni organizzate lungo i tre mesi estivi – fino a cinque contemporaneamente, e che a causa dell´eccessivo rumore hanno prodotto almeno una novantina di esposti da parte degli abitanti, in particolare degli inquilini di via di Val Fiorita – dovranno passare ora al vaglio della Soprintendenza. I palchi, i bar, le passerelle e le cancellate, dovranno – se autorizzati – rispettare il decoro e la salvaguardia di quei giardini e di quegli alberi che all´Eur sono riconosciuti ora «di valore artistico». E tutelati come il Colosseo quadrato, il palazzo dei Congressi o i mosaici futuristi di Prampolini e Depero.
I commenti
Non sta nella pelle Matilde Spadaro, 37 anni, piccola e combattiva, un cuore rosso-verde che batte per il quartiere del XII Municipio del quale è consigliere d´opposizione. «Siamo felici per il vincolo sul verde dell´Eur, ma il merito è tutto del ministero che ha dotato il nostro quartiere di un formidabile strumento di tutela». Più compassata la sua compagna di battaglie, Cristina Lattanzi, 61 anni, un passato da imprenditrice tessile e un presente da vicepresidente del combattivo manipolo di cittadini del comitato («apolitico», ci tiene a sottolineare) “Salute e ambiente Eur”: «È una vittoria di tutti i cittadini, non una guerra contro qualcuno. Del vincolo goderanno tutti, nessuno escluso». Intorno a loro si è mossa una galassia che va dal Consiglio di Quartiere Eur all´Associazione Colle della Strega, dal Comitato di Quartiere Torrino Decima a Cecchignola vivibile, a Viviamo Vitinia. E da questo movimento è nata la richiesta di vincolo.
Matilde Spadaro, come iniziò la vostra battaglia?
«Quando nel 2006 ci rendemmo conto che sui parchi dell´Eur pesava la minaccia di edificazioni stabili per un totale di 18mila metri cubi di cemento».Non si trattava solo di “gazebo”?
«In realtà si trattava di strutture di ristorazione previste lungo via di Tre Fontane e del tutto incompatibili con l´architettura verde prevista da De Vico nel parco del Ninfeo e del Turismo. La delibera comunale del 2008, la 72, ci diede però torto. E arrivò il permesso a costruire 12mila metri quadri lungo il Boulevard. Ma nel frattempo, insieme con Italia Nostra e altre associazioni ambientaliste, chiedemmo allo Stato di porre il vincolo sul verde dell´Eur. E, ora che è arrivato, esultiamo perché è confermato il valore storico artistico dei nostri parchi. E perché viene ribadito il ruolo di protagonista della Soprintendenza nella tutela».Ma perché una gara di automobilismo è incompatibile con i parchi dell´Eur, non sono previste nuove strade, vero Cristina Lattanzi?
«Sembrerebbe di no. Ma i problemi sono due. Primo, c´è la questione dell´inquinamento atmosferico e acustico che un Gran Premio porta con sé. E secondo, soprattutto, c´è l´impatto che le strutture di contorno della gara avranno certamente ai bordi del tracciato. Infine, vorrei segnalare che il sottopasso sotto la Colombo è indispensabile per la gara ma non ha nessun senso per la viabilità quotidiana: lì sotto, a via delle Tre Fontane, non si creano mai ingorghi».Eppure a Monza la Formula 1 attraversa il parco, perché a Roma no?
«A settembre siamo andate con Matilde a prendere visione del circuito. Eravamo ospiti degli “Amici dell´autodromo”. Ma lì, per l´appunto, si tratta di un autodromo vero. A Roma, invece, sarebbe un circuito cittadino. E non è pensabile che le piante, gli alberi e i prati del parco del Turismo, del Ninfeo o degli Eucalipti, non verrebbero toccati qualora si dovessero inserire le vie di fuga per le auto di soccorso, i box per i team, le recinzioni per la tutela dell´incolumità dei piloti e del pubblico. Le gradinate per la folla, poi, andrebbero messe lungo le strade. Ma sono le strade di un parco tutelato, ora».Che rapporto c´è tra i 9-10mila abitanti dell´Eur e questi giardini di mezzo secolo fa?
«La gente dell´Eur è molto affezionata al verde tra i grandi viali e i magnifici palazzi dell´E42. E il vincolo, lo ripeto, è una vittoria di tutti».
Nell’immagine qui sotto potete vedere il progetto di percorso.
Per chi non conosce l’Eur, il percorso passa ai bordi e all’interno di due parchi urbani (immagino sarebbe necessario allargare le strade esistenti, realizzare vie di fuga, servizi, tribune, box …). In questo, l’animazione che vi propongo qui sotto e che è stata realizzata dai promotori è un’opera di fantasia, che inculca nella mente degli appassionati di F1 l’idea che il percorso si snodi tra i bianchi palazzi monumentali …
Tripadvisor pubblica oggi (29 gennaio 2010) la lista degli alberghi più sporchi del mondo, sulla base delle segnalazioni degli utilizzatori (Tripadvisor è un sito web 2.0). Un albergo italiano si colloca al 2° posto nella classifica europea: è il Villaggio Club Porto Ainu di Budoni in Sardegna. Di ben magra consolazione constatare che dei peggiori 10, 8 sono nel Regno Unito.
Scorrendo la classifica italiana, è una consolazione (viviamo in un mondo coerente e forse dio non gioca a dadi) ritrovare il caro vecchio Hotel Nizza di Roma (che l’anno scorso occupava il primo posto: sarà migliorato lui o peggiorati gli altri) e il Repubblica Hotel di Roma (che ha “guadagnato una posizione, passando dal 3° al 2° posto).
Per spirito di servizio pubblico, eccovi la lista.
- Villaggio Club Porto Ainu, Budoni, Italy
- Repubblica Hotel, Rome, Italy
- La Pace Hotel, Tropea, Italy
- Hotel Nizza, Rome, Italy
- Hotel Center 2, Rome, Italy
- Villaggio Gioca in Birdi, Aglientu, Italy
- Hotel terme parco eco, Forio, Italy
- Rubino, Rome, Italy
- Park Hotel Blanc et Noir, Rome, Italy
- Concorde Hotel, Florence, Italy
autotomìa s. f. [comp. di auto-1 e –tomia]. – In biologia, fenomeno che presentano alcuni animali, consistente nell’amputazione spontanea di alcune parti del corpo, che vengono in seguito rigenerate (per es., l’espulsione spontanea dei visceri di alcune oloturie e ascidie, la perdita di antenne, zampe e appendici boccali nei crostacei, negli insetti, ecc.). [Vocabolario Treccani]
Wikipedia
Chissà come mai, ma la parola mi è venuta in mente dopo aver sentito dell’esito delle primarie pugliesi.
Spesso la parte eliminata per autotomia si rigenera: sarà così anche per il PD?
Per tutta la mia vita, e fino a qualche settimana fa, sono vissuto nella convinzione che i francesi tendano ad accentare tutte le parole sull’ultima sillaba. Immagino che anche voi viviate in questa convinzione.
Poi qualche tempo fa una mia amica francese – non so come l’argomento fosse venuto a galla – mi ha detto: “Non è vero, il francese è una lingua piana.” Non ho fatto lo sforzo di capire che cosa volesse dire e me la sono cavata con una bella risata.
Qualche tempo dopo ho ricordato ridendo l’episodio con un’amica francese di mio figlio, che per di più è una normalista letterata e agrégé. Niente da scherzarci sopra. Questa amica mi ha spiegato l’arcano. Sostiene che il francese è una lingua piana in cui ogni singola sillaba pronunciata viene accentuata allo stesso modo, con la stessa intensità. In italiano, invece, noi accentiamo fortemente la sillaba dove cade l’accento tonico, e non mettiamo nessun accento, fino alla soglia dell’inaudibilità, sulle altre sillabe.
Ad esempio, la parola campo, noi la pronunciamo più o meno càmpο, mentre i francesi la pronunciano càmpò. Per questo a noi sembra che i francesi accentino l’ultima sillaba, semplicemente perché noi non l’accentiamo. Ai francesi pare invece che noi, per così dire, superaccentiamo la sillaba tonica e quasi non pronunciamo quella finale.
Non è importante se la spiegazione vi convince. È importante, invece, riflettere sul fatto che è almeno possibile che un pregiudizio, che riteniamo inoppugnabile per la sola circostanza di essere appunto un pregiudizio, su cui non abbiamo mai applicato il nostro raziocinio, sia aperto a una diversa spiegazione razionale, cui non avevamo nemmeno mai pensato.
E se è vero per una cosa in fin dei conti così insignificante, chissà quanti altri pregiudizi e luoghi comuni, dai quali facciamo magari dipendere scelte e atteggiamenti etici e politici, meriterebbero di essere messi in discussione.
Proverò a mettere tra i miei motti questo:
E se invece?
Pascale, Antonio (2008). Scienza e sentimento. Torino: Einaudi. 2008.

Pascale è un narratore interessante, anche se ne ho parlato su questo blog soltanto qui a proposito della sua analisi di La cura di Franco Battiato. pubblicata su Limes 2/2009 e disponibile online sul sito della rivista.
Nemmeno questa è un’opera di narrativa, ma un libello contro la posizione, largamente diffusa a sinistra, che il “naturale” è Bbuóno e lo scientifico-industriale (OGM in testa) è No Bbuóno. Dato che la penso anch’io così (come Pascale, non come la vulgata di sinistra) il libriccino mi è molto piaciuto, e lo consiglio vivamente.
Ma l’argomento e la tesi del libro è meglio lasciarli esporre a lui (cito dalla quarta di copertina):
In questi ultimi anni molti intellettuali, privi in realtà di solide conoscenze scientifiche, hanno trasformato questioni molto serie in simboli di facile lettura. Con interventi di orientamento «romantico» hanno tentato di guadagnarsi l’applauso del pubblico raccontando di un passato mitico o usando categorie come naturale (bene) e artificiale (male), chimico (veleno) e organico (sano).
Davanti a categorie come queste, si sa, non c’è ragione che tenga. Il nostro romantico cuore spinge verso il naturale e l’organico e combatte il veleno. Ma il cuore è un organo largamente sopravvalutato.
E il rischio è che la cultura umanistica alimenti una nuova inquisizione, di fronte alla quale è sempre piú forte l’esigenza di un pensiero laico. Perché il buon laico in fondo somiglia al bravo scienziato. E davanti al bicchiere d’acqua non si lascia prendere né dal panico (apocalittico) né dall’emozione (creativa). Non ricama teorie sui bei tempi andati, ma si concentra e cerca di fornirne una misura.
Da un narratore darwinista il manifesto laico per una nuova discussione sulla scienza. Con alcune risposte agli argomenti che dominano la nostra discussione pubblica: l’agricoltura, la chimica, il biologico, gli Ogm. Risposte forse non definitive, ma certamente misurazioni piú esatte.
Prima che qualcuno protesti che un letterato non si deve impicciare di problemi che non conosce (a meno che non sia un intellettuale organico, va da sé), dirò che Pascale è laureato in agraria e lavora al ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali.
Ma naturalmente il punto non è questo. Quasi tutte le affermazioni di Pascale sono – secondo me – ampiamente condivisibili. Inoltre, Pascale scrive in un modo accattivante e originale. Infine, i collegamenti che riesce a fare tra argomenti “umanistici” e argomenti “scientifici” sono sempre stimolanti e invitano a pensare fuori dagli schemi.
Tre buoni motivi per comprare e leggere il libro.
Sempre Lou Reed. Sempre Berlin. Sempre più triste e disperata.
Staring at my picture book
she looks like Mary, Queen of Scots
She seemed very regal to me
just goes to show how wrong you can beI’m gonna stop wastin’ my time
Somebody else would have broken both of her armsSad song, sad song
Sad song, sad songMy castle, kids and home
I thought she was Mary, Queen of Scots
I tried so very hard
shows just how wrong you can beI’m gonna stop wasting time
Somebody else would have broken both of her armsSad song, sad song
Sad song, sad song
Sad song, sad song
Sad song, sad song
Sad song, sad song
Sad song, sad song
…