Le rapine in banca non convengono

Ancora una volta un incontro casuale sul web mi accompagna a un articolo scientifico interessante.

Ma forse è più onesto fare una premessa e ammettere che gli incontri che si fanno sul web non sono casuali: non lo sono in generale perché ognuno di noi naviganti ha un suo stile di navigazione, un suo modo di passare da una pagina all’altra e da un link all’altro, seguendo l’ispirazione e le esigenze del momento, essendo condizionati e lasciandosi condizionare dal contesto (a casa, al lavoro, in treno, in albergo, …), dall’ora del giorno, dalle condizioni atmosferiche e chissà da quante altre circostanze. Ma non lo sono neppure nel mio caso specifico, perché uso sull’iPad una piccola meraviglia che si chiama Zite e si autodefinisce «A personalized magazine that gets smarter as you use it» ed è esattamente quello che dice di essere: a partire da una prima indicazione delle mie predilezioni (ad esempio, dagli RSS cui sono iscritto con Google Reader) aggiorna dinamicamente gli articoli che mi suggerisce di leggere sulla base dei miei mi piace/non mi piace e delle richieste di leggere più cose su quell’argomento/da quella fonte/da quell’autore.

Zite: Personalized Magazine for iPad from zite.com on Vimeo.

Insomma, per caso ma non a caso ho trovato una segnalazione di ArsTechnica (Economists demonstrate exactly why bank robbery is a bad idea | Ars Technica) che mi ha condotto all’articolo pubblicato su Significance (una rivista di statistica pubblicata da Wiley sotto l’egida della Royal Statistical Society e dell’American Statistical Association): Robbing banks: Crime does pay – but not very much, di Barry Reilly,  Neil Rickman e Robert Witt, pubblicato online il 12 giugno 2012.

Rapina in banca

arstechnica.net / FBI

Gli autori hanno potuto lavorare sui dati elementari di un database riservato, quello della British Bankers’ Association, e sono in condizione di pubblicare i risultati aggregati delle loro elaborazioni. In questo modo, sono in grado di rispondere ad alcune domande che tutti ci siamo posti, anche solo guardando Butch Cassidy.

Butch Cassidy: Do you believe I’m broke already?
Etta Place: Why is there never any money, Butch?
Butch Cassidy: Well, I swear, Etta, I don’t know. I’ve been working like a dog all my life and I can’t get a penny ahead.
Etta Place: Sundance says it’s because you’re a soft touch, and always taking expensive vacations, and buying drinks for everyone, and you’re a rotten gambler.
Butch Cassidy: Well that might have something to do with it.

  1. Quanto sono diffuse le rapine in banca?
    Nel 2007 nel Regno Unito le rapine e tentate rapine in banca sono state 106. Gli sportelli sono 10.500: quindi la probabilità di ciascuno di essere oggetto dell’attenzione dei rapinatori è 1 su 100.
    Nello stesso anno, nel Regno Unito le rapine denunciate alle forze dell’ordine sono state nel complesso 80.000, di cui 7.500 ad attività commerciali o imprenditoriali (il resto aveva come vittima una persona fisica) e – come abbiamo visto – poco più di 100 a banche.
    Per gli Stati Uniti, i dati si riferiscono al 2006: 440.000 rapine, di cui 12.000 in banca.
  2. Che tipo di sportelli sono presi di mira? Fanno differenza la localizzazione, il numero di impiegati, quanto è frequentato?
    Gli autori hanno tenuto conto della distanza dal più vicino posto di polizia come proxy della localizzazione e del numero di clienti, ma nessuna di queste variabili è risultata significativa. Soltanto 13 filiali di quelle colpite nel 2007 era al secondo tentativo di rapina e solo 1 ne ha subiti 3.  Neppure la dimensione fa differenza (forse perché al crescere della dimensione cresce la disponibilità di contante ma crescono anche le dotazioni di sicurezza).
  3. Quali sono i costi più importanti delle rapine per la banca?
    Sorprendentemente, non la perdita di danaro, ma i costi di immagine e i costi psicologici a carico del personale e dei clienti.
  4. E i costi finanziari indiretti?
    Secondo uno studio italiano, nel 2006 la spesa per sistemi di sicurezza anti-rapina è ammontata in Italia a oltre 300 milioni di euro, quasi 11.000 € a filiale. Si tratta di costi pagati in ultima istanza dalla clientela.
  5. Quanto rende una rapina?
    Secondo il campione esaminato dagli autori (346 rapine e tentate rapine tra il 2005 e il 2008 nel Regno Unito) il bottino medio è stato di 20.330,50 £, con una deviazione standard di 53.510,20 £. Circa un terzo dei tentativi fallisce: la buona notizia è che questo fa salire il bottino medio di una rapina riuscita a circa 30.000 £ (ma,ancora una volta, in una rapina riuscita su 5 i colpevoli vengono beccati in un secondo tempo e il bottino recuperato). Inoltre, l’elevata variabilità comporta che l’ammontare del bottino sia una  specie di lotteria, e che i rapinatori non siano in grado di prevederlo con ragionevole sicurezza.
    Negli USA è anche peggio: come abbiamo visto le rapine in banca sono di più, ma il bottino medio è di soli 4.330 $.
  6. Meglio il rapinatore solitario o la banda?
    Le rapine del campione sono state effettuate in circa il 60% dei casi da un solo rapinatore, anche se in media la banda è risultata composta da 1,6 banditi. Le bande più organizzate sono più efficienti e l’entità del bottino cresce al crescere del numero di rapinatori, tanto che il modello può calcolare in 9.000 £ il bottino afferente a ogni componente aggiuntivo. Tuttavia, al crescere del bottino complessivo, diminuirebbe la quota destinata a ognuno (se la divisione fosse in parti eguali).
  7. Conviene fare il rapinatore?
    Francamente no, conclude lo studio. Il bottino medio è di 12.706,60 £ per rapina per bandito. Niente di che, considerando che lo stipendio netto medio di un lavoratore dipendente a tempo pieno nel Regno Unito era negli stessi anni di 26.000 £. Per campare decentemente il nostro bandito deve portare a termine con successo almeno 2 rapine l’anno. Ma poiché c’è una probabilità di essere beccato a ogni rapina, già con 4 tentativi è probabile almeno un arresto.

In conclusione, il crimine non paga. O meglio, questo crimine non paga. E infatti le rapine in banca sono in netta diminuzione, mentre aumentano gli assalti ai furgoni portavalori.

E poi, naturalmente, ci sono i white-collar crimes

Galileo – Giornale di Scienza | Una pioggia di dati ci sommergerà

Mathematics Awareness Month

mathaware.org

via Galileo – Giornale di Scienza | Una pioggia di dati ci sommergerà

di Giovanna Dall’Ongaro

Il messaggio della locandina è chiarissimo: mettetevi al riparo, o una violenta pioggia di dati vi sommergerà. Le quattro grandi associazioni di matematici statunitensi (American Mathematical Society, American Statistical Association, Mathematical Association of America, Society for Industrial and Applied Mathematics) che da qualche tempo hanno eletto aprile il “Mese della consapevolezza matematica” quest’anno hanno scelto di pubblicizzare le loro iniziative con l’immagine di un omino spaesato che tenta di proteggersi sotto l’ombrello da un incessante diluvio.

Si tratta della smisurata quantità di informazioni gestite dai social network, come Facebook e Twitter, dai motori di ricerca, dalle agenzie pubblicitarie che cercano visibilità sul web. Ma anche di tutti i risultati forniti dai dispositivi scientifici come satelliti, sensori, strumenti astronomici, congegni biometrici e così via. O delle tantissime tracce lasciate dalle nostre attività quotidiane, come i pagamenti con le carte di credito.

Per tutto il mese di aprile matematici e statistici americani sono invitati a riflettere sulla ineludibile questione: cosa farsene di tutti questi dati? La domanda, rimbalzata dall’altra parte dell’oceano, è stata riproposta agli esperti di casa nostra dalla Società Italiana di Matematica Applicata e Industriale che in questi giorni promuove iniziative parallele a quelle americane.

Trovare una soluzione non è facile, ma, come leggiamo sul sito della Simai, “la matematica può essere uno strumento decisivo per capire e organizzare questo diluvio di dati”. Vediamo quindi cosa hanno da dirci gli esperti di calcoli numerici. Sul sito sono pubblicati, tradotti nella nostra lingua, alcuni interventi di studiosi americani insieme a saggi originali di scienziati italiani. Tra questi ultimi troviamo un affascinante viaggio nel mondo del data mining, l’estrazione di informazione da un insieme di dati, di Paola Bertolazzi e Giovanni Felici, articolo già pubblicato su Sapere nell’ottobre 2011, un’analisi del ruolo della matematica nel sequenziamento massivo del genoma di Claudia Angelini e Italia De Feis.

Due analisti americani, Timothy C. Owen e William Kahn, riflettono sulle cifre da capogiro della pubblicità on line: 1 KB di dati rilevanti per ogni banner visualizzato, che vuol dire 1TB al mese nelle mani dei commercianti. Tre volte il volume di dati proveniente dal telescopio spaziale Hubble.

Un altro scienziato statunitense, Daniel Krasner, parla delle sfide lanciate ai matematici dai colossi del Web, come Google, Facebook, Twitter, Amazon, Netflix: ricavare da una massa informe di dati “intuizioni che possono portare a una comprensione del presente e a delle previsioni del futuro”.

E c’è chi parla di una vera e propria rivoluzione: “È una rivoluzione, dice Gary King dell’Università di Harvard di recente in un’intervista sul New York Times “il cammino della quantificazione … dilagherà attraverso il mondo accademico, delle imprese e politico. Non c’è area che non ne verrà coinvolta”.

Basterà un ombrello a ripararci?