Rachel Joyce – The Music Shop

Joyce, Rachel (2017). The Music Shop. London: Transworld. 2017. ISBN: 9781448170029. Pagine 321. 11,99€

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Ho letto questo libro sull’onda della lettura di The Unlikely Pilgrimage Of Harold Fry (che non ho ancora recensito), della stessa autrice, e perché ho anch’io – come il protagonista maschile di questo romanzo – un rapporto molto intimo anche se non professionale con la musica, senza alcun limite di genere. Per la verità l’ho comprato alla fine del 2017 e letto soltanto ora, forse perché temevo che non mi sarebbe piaciuto.

E mi è piaciuto? Sì e no. Mi sembra di capire che la caratteristica del romanzo, che forse potrebbe essere anche una caratteristica dell’autrice, è quella della pluralità e della mescolanza dei registri stilistici: la storia è una storia di dolore e di amore, di difficoltà di lasciare cadere le proprie barriere per incontrasi. Ma al tempo stesso è una storia buffa, come sanno essere buffe certe storie inglesi, buffe di un umorismo bonario e un po’ paesano, alla P. G. Wodehouse o alla Jerome K. Jerome. È un pregio o un difetto? un punto di forza o di debolezza? Non sono sicuro di saperlo, ma sicuramente rende originale un romanzo che, altrimenti, rischierebbe di scivolare verso la storia d’amore un po’ melensa.

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Richard Powers – The Time of Our Singing

Powers, Richard (2004). The Time of Our Singing. New York: Farrar, Straus and Giroux. ISBN: 9780374706418. Pagine 632. 9,67 €.

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Romanzo ambizioso, ma non del tutto riuscito. Impegnato e impegnativo (632 pagine, di cui molte non sarebbero sopravvissute a un editor sufficientemente spietato). Eppure interessante, non privo di meriti, con alcune pagine memorabili.

C’è una versione italiana, tradotta da Giulio Caraci e pubblicata da Mondadori nel 2007 (Il tempo di una canzone, traduzione insensata e più avanti capirete perché).

L’impressione è che Richard Powers ci abbia voluto mettere un po’ tutto quello che lo appassiona: un po’ come faccio io in queste pagine, soltanto che io non pretendo di essere un romanziere e le mie elucubrazioni sono messe a disposizione di chi vuole leggere senza pretesa di retribuzione né in danaro né in fama.

Richard Powers, che oggi ha 62 anni e quando ha pubblicato il romanzo ne aveva meno di 50, è laureato in fisica, appassionato di canto e musica (secondo Wikipedia suona violoncello, chitarra, sassofono e clarinetto) e ha insegnato inglese all’università.

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commons.wikimedia.org/wiki/File:Richard_Powers_(author).jpg
Phoebe [CC BY-SA 4.0]

Il romanzo racconta – con la voce narrante di Joey, il secondogenito – una storia familiare. E fin qui nulla di straordinario. Anzi, l’inserirsi in un filone così tradizionale, quello della saga familiare, in qualche modo nuoce al libro, sia perché ne sminuisce l’originalità (same old same old), sia perché costringe l’autore ad attenersi ai canoni di quella forma, raccontando gli eventi in modo lineare e completo (e questo gli costa pagine e pagine che forse si sarebbero potuto risparmiare con un po’ più di coraggio nel forzare la forma della saga).

La famiglia, però, è una famiglia sui generis. Non soltanto nel senso universalmente noto dell’incipit di Anna Karenina (“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”), che fa sì che il lettore non sia interessato a leggere la storia di una famiglia felice, e dunque il narratore non sia incentivato a raccontarla. La ragion d’essere stessa del romanzo è l’eccezionalità di questa famiglia.

David Strom (un fisico ebreo fuggito dalla Germania – la sua famiglia sterminata nella Shoah) e Delia Daley (un’aspirante cantante, figlia più grande di una famiglia della borghesia nera di Philadelphia – il padre è un medico) si incontrano il giorno di pasqua del 1939 a Washington, al concerto di Marian Anderson, cui era stato impedito di cantare nella Constitution Hall perché afro-americana. Musica, fisica relativistica, problema razziale: ecco i tre temi del romanzo (ed ecco perché il titolo originale è un titolo a chiave, mentre la traduzione italiana è semplicemente banale).

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/40/MarianAndersonLincolnMemorial.png
By U.S. Information Agency – NARA image 306-NT-965B-4 / ARC 595378
Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2517831

Delia e Davis si sposano, nonostante l’opposizione della famiglia di lei e benché i matrimoni misti siano vietati in gran parte degli Stati, e generano tre figli di straordinario talento: il maggiore, Jonah, diventerà un tenore di fama internazionale, ma nel 1992 resterà vittima dei disordini seguiti alla sentenza di assoluzione dei 4 poliziotti che avevano massacrato di botte Rodney King (63 morti, 2.383 feriti, oltre 12.000 arresti); Joseph detto Joey, la voce narrante, diventerà pianista e accompagnerà a lungo il fratello in tournée, prima di diverntare insegnante di musica nella scuola della sorella a Oakland; Ruth, anche lei dotata di talento e bella voce, entrerà nelle Black Panthers con il marito, poi ucciso dalla polizia.

Dei tre temi, quello della musica è quello cui è dedicato nel romanzo lo spazio maggiore, per lo meno sotto il profilo quantitativo. Ma nonostante la straordinaria capacità di catturare l’esperienza musicale con le parole (per questo un recensore ha accostato questo romanzo di Powers al Doctor Faustus di Thomas Mann), ho trovato questo aspetto il più debole. Certo, è memorabile il racconto delle serate musicali a casa Strom quando i bambini sono piccoli (i genitori hanno deciso di occuparsi personalmente della loro istruzione, fino a quando Einstein – nientemeno – li convince a mandarli a una scuola musicale): il gioco delle crazed quotations, in cui i cinque improvvisano contrappunti improvvisati mescolando tutti i generi musicali, più che un riferimento alla mixité della famiglia, è una celebrazione della libertà creativa e dell’improvvisazione. Questo primo passo si rispecchia in quello sul saggio scolastico che, verso la fine del libro, Joey presenta a Jonah in visita alla scuola di Oakland dove insegna. Powers cita, a un certo punto, il Concerto d’Aranjuez di Joaquín Rodrigo (che io personalmente aborro) e Sketches of Spain di Miles Davis e Gil Evans (una delle cose che amo meno di Miles Davis), ma a me viene in mente soprattutto il quodlibet alla fine delle Variazioni Goldberg di Bach, che mischiano al tema le melodie popolari Ich bin so lange nicht bei dir g’west, ruck her e Kraut und Rüben haben mich vertrieben (Non sono stato con te per così tanto tempo, vieni qui e Cavoli e rape rosse mi hanno disturbato).

Glenn Gould, piano

Peccato che in mezzo a questo due momenti memorabili ci siano decine di pagine in cui Powers, per il tramite del narratore e testimone Joey, descrive minuziosamente gli exploit musicali di Jonah…

E le lungaggini del romanzo non sono solo queste, come dicevo: ci sono intere vicende ed episodi che si sarebbero potuti tralasciare senza che il racconto ne soffrisse: cito per tutti – ma ce ne sono anche altri – la storia d’amore infantile tra Jonah e Kimberly Monera.

Il secondo tema del romanzo è la razza. Forse il tema principale. Certamente quello più interessante per chi – come me e la maggioranza degli europei – è stato indotto a pensare che tra l’emancipazione dalla schiavitù dopo la guerra civile e Lincoln e l’elezione di Barack Obama come primo presidente afro-americano nel 2008 ci sia stato un percorso tutto sommato lineare, anche se interrotto da un bel po’ di “incidenti di percorso” (linciaggi, assassini, disordini – gravi, certo, ma semplici battute d’arresto nell’inesorabile cammino del progresso). Come ci ha ricordato anche Green Book (di cui abbiamo parlato qui), è andata tutt’altro che così. E Powers ricorda doverosamente (ma, ancora una volta, minuziosamente) gli eventi che hanno punteggiato la storia del conflitto razziale negli Stati Uniti: dall’episodio del concerto di Marian Anderson (di cui abbiamo già parlato), al linciaggio di Emmett Till, ai disordini di Watts, Newark e Detroit; al pestaggio di Rodney King e agli scontri di Los Angeles ; alle marce su Washington di Martin Luther King nel 1963 (I have a dream) e di Louis Farrakhan nel 1995.

Verrebbe da sbottare: “ma se avessi voluto leggere un libro di storia, me lo sarei comprato, invece di acquistare un romanzo”. Ma sarebbe ingiusto, perché Powers fa un lavoro onesto e scrupoloso per inserire questo sfondo storico nel suo racconto, anche se non sempre con successo. E a volte riesce a offrirci un punto di vista originale, che stimola a riconsiderare cose che davamo per scontate: ad esempio, non mi era mai passato per la mente che le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki potessero essere lette come atti di razzismo. Eppure è proprio su questo che il padre di Delia, il dottor William Daley, rompe con David Strom e tutta la famiglia della figlia, con una lettera che dice, tra l’altro:

I have no trouble in accepting the first explosion. It seems to me politically necessary, scientifically triumphant, and morally expedient. But this second blast is little more than barbaric. What civilized people could defend such action? We have taken tens of thousands more lives, without even giving that country a chance to absorb the fact of what hit it. And for what? Merely, it seems, to project a final superiority, the same world dominance I thought we were fighting this war to end …

[…]

This country must know what it’s in danger of pursuing. Surely it sees how this act will look to history. Would this country have been willing to drop this bomb on Germany, on the country of your beloved Bach and Beethoven? Would we have used it to annihilate a European capital? Or was this mass civilian death meant, from the beginning, to be used only against the darker races?

[…]

I had in mind a different victor, a different peace, one that would put an end to supremacy forever. We were fighting against fascism, genocide, all the evils of power. Now we’ve leveled two cities of bewildered brown civilians … You may not understand my racializing these blasts. (pp. 415-416).

Uno dei leitmotiv del romanzo è in un proverbio yiddish citato più volte – la prima quando David e Delia s’incontrano:

“The bird and the fish can fall in love. But where they gonna build their nest?” (p. 630)

Per tutto il libro, la domanda non trova una risposta soddisfacente, e il tentativo di David e Delia di dare ai loro figli un’esistenza al di là della razza si scontra più volte con il fallimento, con la frustrazione e con la morte (della stessa Delia, di Robert Rider il marito di Ruth, di Jonah). Soltanto alla fine il piccolo Robert, figlio minore di Ruth, abbozza una risposta:

“The bird and the fish can make a bish. The fish and the bird can make a fird.”

[…] “The bird can make a nest on the water.” (p. 631)

Il terzo tema, quello che a me appassiona di più, come testimonia un libro che ho letto di recente (Einstein’s Clocks, Poincare’s Maps: Empires of Time, che ho recensito qui), è quello del tempo nella fisica. David è uno scienziato – come Richard Powers – ed è ossessionato dal tempo, o meglio dalla sua illusorietà. Le cose che David Strom ci fa intuire, a volte parlando con la moglie e soprattutto con i figli, a volte in un apparente delirio, fino in punto di morte.

“Do you know what time is?” His voice is so soft, I think I’m making it up. “Time is our way of keeping everything from happening at once.”

I reply as he taught me, long ago, the year my voice broke. “You know what time is? Time is just one damn thing after another. (p. 95)

Sotto troverete molte altre citazioni. Alcune veramente illuminanti.

L’attenzione al tempo struttura anche il romanzo, nei frequenti flashback che interrompono la narrazione lineare di Joseph. E, infine, everything happens at once, quando nell’illusione del tempo, il cerchio si chiude intorno a David e Delia nel 1939 e a Robert nel 1995.

***

Avevo pensato di strutturare le molte citazioni dal romanzo che vi propongo intorno ai tre temi della musica, della razza e del tempo. Ma poi mi sono accorto che molte delle citazioni trattano insieme più di un tema (e, inoltre, il lavoro di riclassificazione è una fatica improba, rispetto all’ordine di pagina).

“A near Polack. A counterfactual Polack.”

“A Polack in one of many alternate universes?” (p. 7)

[…] the soul’s eye color. (p. 14)

[…] halfway between food and feces. (p. 19: a proposito dell’odore del vomito)

The world was not a madrigal. The world was a howl. (p. 50)

Music itself, like its own rhythms, played out in time. A piece was what it was only because of all the pieces written before and after it. Every song sang the moment that brought it into being. Music talked endlessly to itself. (p. 58)

Three-quarters of all American Negroes have white blood—and very few of them as a matter of choice. (p. 72: ne ho parlato qui recensendo Who We Are and How We Got Here: Ancient DNA and the New Science of the Human Past)

“Growing disorder: This is how we must tell time. Lunch is not only never free; it gets, every day, a little more expensive. This is the only sure rule in our cosmos. Every other fact, you will one day exchange. But bet against the Second Law, and you are doomed. The name isn’t strong enough. Not second anything. Not a law of nature. It is nature.” (p. 88)

Like loose lips sink ships, a law I will never quite get until long after all my ships have sailed. (pp. 88-89)

Music, as his hero Leibniz says, is an exercise in occult mathematics by a soul that doesn’t even know it’s counting. (p. 91)

“We have no access to the past. All our past is contained in the present. We have nothing but records. Nothing but the next set of histories.” (p. 92)

Happy, or at least busy, […] (p. 109)

“Okay?” our father echoes. Empirical reductionist. Okay has no measurement. Okay is a meter stick that shrinks with the speed of the measurer. (p. 130)

“Every twin has his own tempo. The universe has as many metronomes as it has moving things.” (pp. 151-152)

Mechanical stairs, to lift us up to Overlook without moving. Visual telephones on your wrist. Floating buildings. Pellets that change into any food you want—just add water. Dial-up music, everywhere on demand. This brick and iron city is something I’ll remember in old age, with the same head-wagging smile of bewilderment my father resorts to, here in this foreign country, in this false now. (p. 152)

“That, too, is true! But only because our reason was created at very slow speeds.” (p. 235)

Learning each other was steady work, but no harder than the work of being. (p. 286)

His sons will not be his. Every census will divide them. Every numbering. (p. 344)

Start a little fish, end a little fish, only eaten. (p. 389)

“The ones without talent can’t be taught. The ones with talent need not to be taught.” (p. 410)

“You must learn to listen,” he says. If particles, forces, and fields obey the curve that binds the flow of numbers, then they must sound like harmonies in time. “You think with your eyes; this is your problem. No one can see four independent variables mapping out a surface in five or more dimensions. But the tuned ear can hear chords.” (p. 411)

“[…] They are taking shortcuts in the steps of their deductions. They do not see the case, but only make bets on the basis of what they think likelihood tells them. Category. This is how thought proceeds. We cannot alter that. But we must change their categories.” (p. 422)

Music had always been his celebration of the unlikelihood of escape, his Kaddish for those who’d suffered the fate meant for him. (pp. 461-462)

[…] the kind of motorized bed that can be set to every position except comfortable. (p. 466)

The bird and the fish can fall in love, but their only working nest will be the grave. (p. 470)

‘There’s another wavelength everyplace you point your telescope.’ (p. 471)

All things that are possible must exist. […] Whatever the numbers permitted must happen, somewhen. (p. 476)

They called him “effortless,” Europe’s highest compliment. (p. 497)

There are only four profound measures in the piece; the rest is mostly note spinning. (p. 501: a proposito della sonata a 4 mani di Mozart, K 381)

Time is how we know which way the world runs: ever downward, from crazed to numb. (p. 513)

And later, when Einstein comes by the house for music night, playing his violin with the other physicist musicians, he needs give only the slightest push to shame my parents into sending their boy away. “This child has a gift. You don’t hear how big. You are too close. It’s unforgivable that you do nothing for him.” (p. 522)

For if prophecy is just the sound of memory rejoining the fixed record, memory must already hold all prophecies yet to come home. (p. 525)

How much work it took to find the effortless. (p. 530)

Everything I knew about singing was wrong. Fortunately, I knew nothing. (p. 531)

Soloists play without music all the time. But if they lose themselves, they can swim up alongside their own fingers, and no one but the fellow in row four with the pocket score is the wiser. With ensembles, each mind’s memory map must be identical. Lose yourself and there’s no return. Written music is like nothing in the world—an index of time. The idea is so bizarre, it’s almost miraculous: fixed instructions on how to recreate the simultaneous. (p. 537)

[…] at-one-ment […] (p. 537)

“All music is contemporary” (p. 539)

“The man didn’t die from complications, Joey. He died from simplifications. Simplified to death.” (p. 559)

They wanted a place with as many categories as there were cases. (p. 562)

“All music’s religious music. All the good parts anyway.” (p. 573)

Their identity? Identical to what? Only thing you’re identical to is yourself, and that only on good days. (p. 600)

I have seen the future, and it is mongrel. (p. 624)