Andrés Neuman – Parlare da soli

Neuman, Andrés (2012). Parlare da soli (trad. Silvia Sichel). Firenze: Ponte alle Grazie. 2012. ISBN 9788862208130. Pagine 197. 9,99 €

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Vorrei sgombrare subito il campo da ogni possibile equivoco: stiamo parlando di un romanzo molto triste. La trama – se possiamo chiamarla così – è di una semplicità disarmante: Mario è molto malato e gli resta poco da vivere; il figlio Lito ha appena compiuto 10 anni; fanno insieme un viaggio in camion, un modo di stare insieme; la moglie, Elena, resta a casa.

Quello che è particolare di questo romanzo, dal punto di vista tecnico, è che i 3 protagonisti parlano da soli, a capitoli alterni (per quelli più pedanti di me: sì, l’ho controllato sul Vocabolario Treccani, lo si può dire anche se ad avvicendarsi sono in tre, e non soltanto in due, nonostante l’etimologia). Tre voci differenti, tre monologhi interiori, che vanno a formare una storia che le singole voci prima delineano e poi arricchiscono e completano.

E infatti, quello che ho trovato speciale in questo romanzo, pure così triste, è che nella vita di persone che si amano, anche se imperfettamente come si amano queste tre persone e come anche noi nelle nostre quotidiane esperienze ci amiamo (imperfettamente nella migliore delle ipotesi, perché nella peggiore non ci amiamo per niente), la diversità delle prospettive e dei punti di vista arricchisce e completa. E, se ci pensate, è per questo che in molti casi non stiamo da soli, ma costruiamo un nucleo in cui ci specchiamo e ci confrontiamo. Questo, secondo me, è quello che c’è di naturale nella famiglia come nucleo delle società umane, non una composizione standard sancita da qualche autorità superiore. La vita di queste tre persone (e il romanzo che ce la racconta) si dispiega così, nel contrappunto delle voci anche nella drammaticità e nella rassegnata tristezza di una storia come questa, in cui l’amore (imperfetto) finisce per la più irrimediabile delle ragioni, la morte di uno dei protagonisti.

Ed è il modo di raccontare di questo giovane scrittore argentino (posso chiamare giovane uno scrittore nato nel 1977? o sono io che invecchiando sposto l’asticella?) che rende questo romanzo veramente speciale, perché la storia – le dinamiche tra padre, madre e figlio – è quasi un luogo comune narratologico, da In viaggio con Pippo all’Ulysses di Joyce.

A parte gli scherzi, questo è un libro serissimo e molto bello. Vi consiglio vivamente di leggerlo (magari non in una grigia giornata di pioggia).

Prima di lasciare la parola a Neuman, vorrei segnalare l’uso che Elena, che è un’insegnante, fa delle letture che punteggiano le sue giornate, sottolineando dei brani e commentandoli con la sua voce, riportandoli alla sua vita e alle sue sensazioni di quel momento:

«La malattia, come la scrittura, ci viene imposta», sottolineo nel diario [di Juan Gracia Armendáriz]. «Perciò gli scrittori si sentono a disagio quando li si interroga circa la loro condizione», a noi professori, in un certo senso, capita il contrario, sembra sempre che sventoliamo il nostro ruolo come una bandiera, viviamo in un’aula. Immagino sia così anche per i medici, anzi ben peggio: per gli altri, sono sempre e soprattutto medici. «Però, se si domanda loro quali siano le tecniche preferite, o gli scrittori che amano di più, non smetteranno di parlare, proprio come gli ammalati che diventano particolarmente loquaci quando mostriamo interesse per i loro acciacchi», la differenza sarebbe che gli scrittori non possono evitare di parlare di ciò che li salva, mentre i malati non possono evitare di parlare di ciò che più odiano. [159]

Naturalmente non è tanto un vezzo di Elena, quanto una tecnica che Neuman usa per dare spessore alla dimensione filosofica del suo racconto e per aggiungere (molte) altre voci alle tre principali. E curiosamente (curiosamente almeno per me, cui è capitato di leggere fortuitamente questo romanzo a ridosso di Inventario sentimentale) è l’esatto opposto di quello che fa Giacomo Papi, che invece i riferimenti non li dissimula, ma li pone sotto i riflettori. E però sono del tutto inventati.

* * *

Qualche piccolo assaggio, per farvi capire come Neuman sia capace di far parlare le sue tre voci (consueti riferimenti alla posizione Kindle):

A volte ho la sensazione che i medici non ci parlino per farci capire cosa sta succedendo, ma perché impieghiamo ancora di più a capirlo. Nel frattempo, se si è fortunati, si guarisce dalla malattia. E, se non si guarisce, il medico almeno si sarà risparmiato la bega di anticipare gli eventi. [171: questa è Elena]

Il tappeto puzza di sigaretta. Ha dei buchi più grandi dei miei piedi. Ci si potrebbe giocare al minigolf [726: questo è Lito]

Il futuro: non la sua previsione, ma la semplice possibilità che esista. È questo che la malattia uccide, ancor prima di uccidere il malato. [726: questo è Mario]

L’amore non può entrare in noi che siamo disabitate. [948]

«L’immagine che costruisce Mallarmé parla della malattia come rassegnazione a vivere. E per evitare lo sfacelo gli oppone invano la lettura e il sesso». [996]

Quando muore una persona con cui sei andata a letto, cominci a dubitare del suo corpo e del tuo. Il corpo che avevi toccato si allontana dall’ipotesi di un nuovo incontro, diventa inverificabile, forse non è nemmeno esistito. Il tuo corpo stesso perde materialità. [1344]

L’amore fraterno è un legame sconcertante. In un secondo, può trasportarci dal più bieco distacco a una totale identificazione, e viceversa. [1667]

Daniela Ranieri – Tutto cospira a tacere di noi

Ranieri, Daniela (2012). Tutto cospira a tacere di noi. Firenze: Ponte alle Grazie. 2012. ISBN 9788862204415. Pagine 364. 11,99 €

Tutto cospira a tacere di noi

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Diciamo subito che è il più bel titolo che mi sia capitato di leggere in tempi recenti, ed è stata la molla prima per comprare il romanzo. La seconda è stata che mi trovavo nella tentacolare metropoli di Luxembourg City, con mezzo pomeriggio piovoso da passare nella stanzetta di un grigio albergo anni Settanta arredato con mobili di Ikea (però devo ammettere che la classica poltroncina Poäng è proprio comoda per leggere).

Poäng

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Il terzo, e più banale, è che ho fatto un giretto sul web e la storia prefigurata nella 4³ di copertina (che sia maledetta, quante fregature mi ha dato) mi sembrava affascinante (e me l’aspettavo anche un po’ romantico/erotico/thriller, il che in viaggio non guasta).

Quando Luigi Trevor, ex promessa della fisica, ora membro del collettivo di «sovversione informatica» Nuclei Digitali Dissidenti, riesce a farsi assumere dalla società di comunicazione Fantasy Mix con l’intento di sabotarne i legami con le multinazionali della repressione, viene assegnato alla postazione di quella che ribattezzerà «Arianna», ex ricercatrice universitaria e impiegata dell’azienda, improvvisamente scomparsa. Frugando fra i documenti – lettere, pagine di diario, riflessioni, persino una bozza di romanzo – che riesce miracolosamente a ripescare dal suo computer, Trevor s’innamora perdutamente di Arianna – figura indimenticabile di intellettuale e amante, ironica e tragica – e si lascia guidare da lei alla scoperta delle connessioni criminali della Fantasy Mix. Attraverso la porta stretta di una complicità rivoluzionaria e di un’adorazione amorosa che mai potranno essere ricambiate, Trevor vincerà la sua battaglia ma arriverà a perdersi – definitivamente? – e Arianna, forse, a ritrovarsi. Storia d’amore fra le più intense e colte della nostra letteratura recente, noir politico, riflessione acuminata e irridente sul lavoro precario e sul culto della Rete, Tutto cospira a tacere di noi è la rivelazione di una vera scrittrice, fra i non molti oggi in grado di restituire alla letteratura – con mezzi attualissimi – la sua capacità pienamente moderna di reinterpretazione del mondo.

Certo che se Daniela Ranieri il blurb se l’è scritto da sola, come spesso accade, quest’ultimo periodo non la dovrebbe lasciare tranquilla la notte. Rileggiamolo insieme: “Storia d’amore fra le più intense e colte della nostra letteratura recente, noir politico, riflessione acuminata e irridente sul lavoro precario e sul culto della Rete, Tutto cospira a tacere di noi è la rivelazione di una vera scrittrice, fra i non molti oggi in grado di restituire alla letteratura – con mezzi attualissimi – la sua capacità pienamente moderna di reinterpretazione del mondo”.

Sono rimasto deluso? Direi di sì, per i motivi che cercherò di spiegare. Ma Daniela Ranieri mi sembra comunque una voce nuova, consapevole, onesta, con delle cose da dire, e quindi mi guarderò bene dal criticare troppo severamente il suo romanzo.

Cominciamo dal titolo e dalla 2ª Elegia duinese di Rainer Maria Rilke:

Und alles ist einig, uns zu verschweigen, halb als
Schande vielleicht und halb als unsägliche Hoffnung.

E tutto cospira a tacere di noi, un po’ come si tace
un’onta, forse, un po’ come si tace una speranza ineffabile.

Per trovare la citazione, ho ripreso in mano la mia copia dell’edizione Einaudi del 1978, nella classica Collezione di poesia, e ho (ri)scoperto con emozione che mi erano state regalate da M., con una dedica e un’epigrafe, nell’aprile del 1981, 31 anni fa. E mi sembra significante (anche se so che non lo è) che proprio la seconda elegia sia forse quella più legata al tema dell’inattendibilità (come dice Alberto Destro nella sua Introduzione) e comunque alla deperibilità dei sentimenti:

Gli amanti potrebbero, se sapessero come, nell’aria della notte
dire meraviglie. Perché pare che tutto
ci voglia nascondere. Vedi, gli alberi sono, le case
che abitiamo reggono. Noi soli
passiamo via da tutto, aria che si cambia.
E tutto cospira a tacere di noi, un po’ come si tace
un’onta, forse, un po’ come si tace una speranza ineffabile.

Amanti, a voi, placati l’uno nell’altro,
io domando di noi. Voi vi avvincete. Ne siete sicuri?
Guardate, mi accade che le mani mie s’accorgano
una dell’altra, o che il mio volto
consunto in esse si riposi. È un po’ di
sensazione. Ma per questo soltanto chi oserebbe già essere?
Ma voi che nell’estasi dell’altro
crescete, finch’esso, vinto,
vi supplica: non più –, voi che sotto le carezze
vi diventate più prosperi, come annate di grappoli;
voi che se venite meno talvolta, è solo perché l’altro
prevale del tutto: io vi domando di noi. Lo so,
vi toccate beati così, perché la carezza trattiene,
perché non svanisce quel punto che, teneri,
coprite; perché in quel tocco avvertite
il permanere puro. E l’abbraccio, per voi, è una promessa
quasi d’eternità. Eppure, dopo lo sgomento
dei primi sguardi, e lo struggersi alla finestra
e la prima passeggiata fianco a fianco, una volta per il giardino,
amanti, siete amanti ancora? Quando vi sollevate
per porvi alla bocca l’un l’altro –: bevanda a bevanda:
o come stranamente bevendo sfuggite a quel bere.

Altri elementi a favore:

  1. La struttura del romanzo è interessante. Il protagonista Luigi scopre e recupera dal portatile ereditato al lavoro i file di “Arianna” (il famoso “file di Arianna”: capita l’arguzia di Daniela Ranieri o di Luigi Trevor o di entrambi?), che l’aveva avuto prima di lui, e li riporta all’interno del suo testo. Riporta anche un romanzo incompiuto scritto da Arianna (al tempo t-1, se il tempo t è quello in cui scrive Luigi). A sua volta Arianna scrive le note al testo di Luigi (evidentemente al tempo t+1 – ma forse questo è uno spoiler).
  2. Daniela Ranieri ha letto molti libri (immagino) e il gioco delle citazioni (che Luigi non esplicita ma Arianna riprende in nota) è godibile.
  3. Ci sono alcune invenzioni linguistiche che ho trovato divertenti. La mia preferita è: “pensieri frattemporanei” [posizione 87 dell’edizione Kindle].

Sull’altro piatto della bilancia, a sfavore:

  1. Una scrittura che non so meglio definire se non barocca (o forse rococò), comunque gonfia come un torrente ingrossato, che mi piacerebbe attribuire alla giovinezza del protagonista Luigi Trevor. Se non fosse che anche Arianna (dei file) scrive esattamente allo stesso modo. Allora, mi sono detto, è Daniela Ranieri che scrive così. No, perché Arianna in quanto autrice del romanzo in bozza Domini scrive in modo completamente diverso (e più gradevole, per me, ma questa è un’opinione del tutto personale e soggettiva).
  2. Il romanzo avrebbe avuto bisogno dei consigli di un buon editor (ma Ponte alle Grazie è un editore piccolo, che forse non può permetterselo) che avrebbe evitato alcune lungaggini e almeno una svista imbarazzante, come “complementarietà” [372, ma alla posizione 4828 si trova, correttamente, “complementarità”].

***

Ci sono comunque molti passi godibili. Il riferimento è come di consueto alle posizioni sul Kindle:

C’è anche da dire che qui da noi le cose arrivano solo per sentito dire, e che i media, ormai inzuppati della semicultura d’impresa veicolata dal Presidente, balbettano pattern culturali globalizzati, provenienti per lo più da Stati Uniti e Occidente ricco, cioè da paesi rispetto ai quali il nostro è almeno diversamente progredito. [662]

Ogni tanto, passa un capo. È uno di noi: è vestito come noi, parla come noi, usa il turpiloquio sia quando è allegro sia quando qualcosa lo ha irritato. Al contrario del Padrone della Fabbrica, che vuole essere solo obbedito, egli vuole essere amato. [962]

[…] una scontentezza culturale prima che sociale, sia rispetto al luogo e alle persone che era costretto a frequentare sia rispetto all’attività che svolgeva, in un contesto di entusiasti schiavi. [1076]

[…] non sono fornitori d’opera ma prosumer… un caposaldo della narrazione postmoderna della conoscenza condivisa. [1236]

[…] io sto esattamente nel mezzo tra la fonte della comunicazione e l’utente finale, a cui mostro la faccia perché alle spalle ho il capo, o i capi, che a loro volta danno il culo al capitale. [1455]

Nulla è più catastrofico di due idiosincrasie che s’incontrano, dico.
Sorride: Klossowski. [1987]

Non mi accarezza, mi tocca. Non sfiora, preme. Controlla. Conta. Mi conta. Le vertebre, le ossa che emergono sottopelle, sotto il vestito. [2147]

Sono una parte di quella forza che vuole dormire e invece è costretta a vegliare. [2337: è una citazione/riformulazione di Goethe/Bulgakov]

Durante i cinque anni della mia permanenza in quel gallinaio di nientificazione che era l’Università romana, era tutto un pullulare di aperitivi, colazioni, pranzi di statement, brunch, apericene, talking, merende operative, avanzamenti informali. [2512]

Le riunioni, chiamate preferibilmente small talks per il loro carattere che doveva essere informale ma produttivo, si trasformavano progressivamente in colossali perdite di tempo […] Ognuno dei partecipanti aveva con sé il portatile, formalmente per prendere appunti, simbolicamente per condividere la stessa linea oltre a quella di connessione, realmente per farsi gli affari propri, pratica che i migliori di noi chiamavano multitasking. [2743-2750]

[…] credo che l’amore finisca nel momento in cui pisciando si riesce a pensare a qualcuno senza interrompere il flusso […] [2841]

La fabbrica è esplosa, e noi stiamo lavorando su frammenti, su zattere di macchine che nel frattempo si sono immaterialmente (attraverso le reti) e materialmente (attraverso la finanza) connesse tra loro, allontanandoci sempre di più tra noi e da noi. Il cronometro della fabbrica è stato sostituito dalle statistiche, il cui potere veridittivo è schiacciante, copre ogni individualità, affossa ogni tentativo di dare un’impronta qualitativa al proprio operato: è una forma molto complessa di dittatura dell’audience. Non è la popolarità dei contenuti, come in TV, a decretarne il successo: entrano qui in gioco fattori del tutto arbitrari ed effimeri, che non si dispongono per frequenze o in base a variabili fisse e riconoscibili. Il popolo del web non può essere fidelizzato nelle maniere classiche: è umorale, saltuario, sfuggente a qualsiasi tassonomia. Senza considerare che le statistiche sono basate su un numero vero – cioè un numero che esce in seguito alle effettive visite – ma che questo numero può essere alterato manipolando surrettiziamente le visite stesse, comprandole, o creando delle routine nei server dopo aver svuotato la cache. Svuotare, aggiornare, aumentare, contare: una ginnastica numerica che allena il vuoto. Anche se tutto quello che faccio non è reale, tanto quello che faccio che quello che subisco hanno delle conseguenze reali. [3996-4002]

Vorrei partire, andare a Genova, o a Trieste: la solitudine degli alberghi è l’unica sopportabile. [4035]

Sei nell’epoca delle deboli passioni, è di soffrire che non vale la pena. [5005]

[…] un corpo che era bambino e forse potenzialmente felice, ora sottoutilizzato e sfruttato, disperato, come si direbbe denaturato di un alcol. [5136]