Antonio Scurati – M Il figlio del secolo

Scurati, Antonio (2018). M Il figlio del secolo. Milano: Bompiani. ISBN: 9788858780268. Pagine 747. 14,99 €.

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Nella versione digitale di Kindle sviluppa 747 pagine: un romanzo jumbo, quindi. Per di più, sulla sua pagina di amazon.it c’è un inquietante sottotitolo: “Il romanzo di Mussolini Vol. 1”. Dobbiamo quindi aspettarci una seconda e forse una terza puntata? e magari un prequel, per gli anni prima del 1919 (di quel 23 marzo 1919, data della fondazione dei fasci di combattimento, di cui domani ricorre il centenario), quando il romanzo comincia? Non so se sarò dei vostri, per quanto posseduto dal demone del completismo (il Vocabolario Treccani registra il neologismo “completista” nel 2008, definendolo come “chi affronta ciò di cui si occupa in modo completo, non parziale” e per estensione, aggiungo io, chi quando ha cominciato a leggere un insieme di romanzi o a seguire una serie televisiva è incapace di smettere: un esempio della mia sindrome la trovate qui, per esempio).

Di Scurati ho letto soltanto due romanzi: Il rumore sordo della battaglia (che non mi aveva convinto) e Una storia romantica, che invece mi era piaciuto molto (e che ho recensito qui).

Questo M Il figlio del secolo ha in comune con Una storia romantica il carattere post-moderno: Scurati si produce in una mimesi quasi perfetta del linguaggio giornalistico e letterario dell’epoca dei fatti (come direbbe Guccini), un pastiche (vero o simulato, non lo so) che rende difficile distinguere la penna di Scurati dai documenti (tratti dalla stampa, dai rapporti di polizia, da lettere e documenti) che fanno da contrappunto ai capitoli.

D’altronde, le intenzioni dell’autore sono apertamente dichiarate fin dall’inizio:

Fatti e personaggi di questo romanzo documentario non sono frutto della fantasia dell’autore. Al contrario, ogni singolo accadimento, personaggio, dialogo o discorso qui narrato è storicamente documentato e/o autorevolmente testimoniato da più di una fonte. Detto ciò, resta pur vero che la storia è un’invenzione cui la realtà arreca i propri materiali. Non arbitraria, però. (pos. 35)

Leggendo il romanzo non si può evitare una domanda (oltre a quella cui tenta di rispondere chiunque legga un romanzo, soprattutto se poi ha la pretesa di recensirlo: è un romanzo riuscito?): potrebbe succedere di nuovo? la resistibile ascesa del signor M poteva essere contrastata? quali interessi e potentati l’hanno favorita? dove e come hanno sbagliato i suoi oppositori?

Penso che sia una domanda lecita, anzi doverosa. Non ho letto se non un paio di recensioni, e per di più fuggevolmente e di sbieco, ma mi pare che se la pongano tutti. La risposta non può essere univoca, comprensibilmente. Ma a me restano due impressioni: la prima, è che Mussolini fosse un mediocre, ma un mediocre astuto, con fiuto da vendere, con una grande dose di opportunismo. Proprio questo, la capacità di non legarsi a nessuna ideologia e a nessun obiettivo imprescindibile (nonostante la roboante retorica) ne ha favorito l’ascesa, l’ha fatto sentire a molti “uno di noi”, un figlio del popolo oltre che un figlio del secolo. Un “noi” più vicino al “corpaccione” di cui ha scritto così efficacemente Giuseppe De Rita (anche se in quegli anni era un corpaccione piccolo-borghese con aspirazioni di promozione sociale, e non un “ceto medio” in senso contemporaneo) che alle divisioni di classe, che pure c’erano, e ben forti. D’accordo, da un certo punto in poi il nascente fascismo ha avuto il sostegno economico e propagandistico del blocco agrario e industriale. Certo, hanno fatto molto la voglia di ordine (law and order, ma senza rule of law, secondo le peggiori tradizioni italiane) dopo il biennio rosso e la paura dell’avvento del socialismo o della rivoluzione bolscevica. Ma il dubbio più angosciante – con gli occhi rivolti al presente – resta questo: come ha fatto la sinistra di allora, che pure aveva vinto le elezioni (democraticamente, secondo il metro di quello che era la democrazia imperfetta di allora) ha perdere il potere, a partire dalle zone in cui era apparentemente più forte? sono sufficienti le violenze squadristiche a spiegarlo? e perché le violenze squadristiche non hanno suscitato nessuna reazione efficace da parte di coloro che non erano né fascisti, né parte del blocco agrario e industriale, né convinti socialisti? merito delle propaganda (che però non aveva né i mezzi né gli strumenti né la capacità di penetrazione universale che ha ora)? responsabilità della stampa (praticamente l’unico mezzo di comunicazione di massa del tempo)? insipienza e complicità della politica (o più precisamente dei partiti e delle itituzioni)?

Non ho tutte le risposte, e le poche che ho me le tengo per me. Ma – dite quello che volete – ci sono delle rassomiglianze con la situazione attuale che fanno venire i brividi. Ne scrive a lungo – dovrete avere la pazienza di leggerlo tutto – l’articolo di Adriano Sofri pubblicato su Il Foglio l’8 ottobre 2018, “L’ombra del Ventennio“. Ne cito un passo che, secondo me, aiuta a capire come ci fosse allora, e ci sia ora, un capovolgimento di prospettiva che inquieta:

Se il fascismo, nonostante la pretesa totalitaria, fosse attraversato da contraddizioni, renitenze di corpi rivali e sopravvivenze “liberali”. O se il fascismo, nonostante contraddizioni renitenze e sopravvivenze fosse un regime totalitario. Ecco una citazione di Melis da un’intervista sul suo libro: “Lungi dall’essere marmoreo e impenetrabile [lo Stato fascista] era invece poroso; e nei suoi pori, dentro i singoli istituti, si manifestavano gli interessi (economici, sociali, collettivi ma anche spesso individuali). In ciò lo Stato fascista, pure dittatoriale e persecutorio verso le libertà, non differiva molto dagli Stati del suo tempo, anche dalle democrazie”. Non vi viene voglia di un ritorno brechtiano? “In ciò lo Stato fascista, pur non differendo molto dagli Stati del suo tempo, anche dalle democrazie, era dittatoriale e persecutorio verso le libertà”?

Impiego questo termine, totalitario, consapevole di una sua peculiare ambiguità e anzi proprio per questo. L’ambiguità è costitutiva e paradossale se si ricordi che l’aggettivo totalitario, arrivato a noi sulla scia della riflessione sull’orrore in cui precipitò in Europa la prima metà del secolo scorso, era pronunciato dai fascisti nella più positiva delle accezioni: il totalitarismo era ciò cui la rivoluzione fascista aspirava. In quella nozione c’era soprattutto il sequestro della persona e la sua consegna al corpo sociale disciplinato e al suo capo, la politica “totale”. Succede così anche con la parola Dittatura – qui non erano solo i fascismi a vedervi un riparo alla democrazia, ma il comunismo sentiva il bisogno di fare titolare della dittatura il proletariato. Succede così anche con le parole Razzismo, Razzista. Parole sacre, obbligate al gergo fascista. Il razzismo “totale” era la meta cui tendere. Venuti dopo Auschwitz (molto dopo, pensa con fastidio qualcuno) noi stiamo attenti a dire “Non sono razzista, ma…” (ancora per un poco, almeno). I pochissimi buonisti di allora – “pietisti”, li chiamavano, con lo stesso disprezzo di oggi – che ottant’anni fa si attentassero ad attenuare la persecuzione di un ebreo – anche il più illustre, il più patriottico, il più fascista perfino – doveva esordire dicendo: “Sono razzista, ma…”. Si teme un abuso del sospetto o dell’accusa di razzismo, oggi. Allora si accusava spietatamente qualcuno insinuando: “Non è razzista!”

Quanto alla seconda domanda d’obbligo, se si tratti di un romanzo riuscito, temo di dover rispondere negativamente. Non solo per la sua lunghezza (e mi vengono i brividi pensando alle altre due puntate), ma proprio per il modo in cui è scritto. Se il nostro gusto si è evoluto rispetto a una scrittura roboante e involuta ci sarà ben un motivo: la retorica da comunicato del capo di stato maggiore (“i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”) ci fa venire l’orticaria, per un eccesso di esposizione fin dalle scuole elementari, che ci ha iper-sensibilizzato. Scurati ha fatto una scelta, legittima, che non discuto. Ma costringe il lettore a una fatica che non trova sempre, anzi che trova raramente una ricompensa. Lo stesso vale per il ripetersi di alcune situazioni. Non penso tanto al racconto delle azioni (“efferate”, va da sé) delle squadracce fasciste, che rispondono alla logica di narrare un’escalation, forse resistibile, quanto al ripetersi delle squallide avventure erotiche del nostro M.

***

Ecco come al solito alcune citazioni dal testo. Come vedrete, Scurati avrebbe potuto scrivere un po’ di meno, e curare stile e scrittura un po’ di più. In questo almeno, nella polemica che ha contrapposto Ernesto Galli Della Loggia a Scurati – di cui potete leggere qui la risposta – la critica del primo non è infondata. Per di più, Scurati ha il vezzo, irritante, di scrivere nelle date gli anni per esteso (“millenovecentosedici” invece di “1916”, e questo in un romanzo di 838 pagine nell’edizione a stampa, e per di più pubblicato da Bompiani. Per chi non lo sapesse Valentino Bompiani, per risparmiare pagine carta e inchiostro nel suo Dizionario Bompiani delle opere e dei personaggi di tutti i tempi e di tutte le letterature, aveva sostituito “ò” a “ho” e così via (“Sarà forse un’altra leggenda – ma porta il copyright di Valentino – il risparmio di un centinaio di pagine dovuto alla soppressione dell’acca nelle forme composte del verbo avere e la sua sostituzione con un accento («ò detto e «à fatto», si legge ancora oggi nei preziosi volumi datati 1987)”. Ajello, Nello. “Il dizionario dei romanzi“. la Repubblica. 27 dicembre 2004)

Loro non promettono niente e manterranno la promessa. (pos. 839)

Io ardisco non ordisco. (pos. 852: D’Annunzio, naturalmente)

Si chiama Ulisse Igliori, sottotenente della fanteria, mutilato della Grande guerra, internato per dieci mesi a Mauthausen, decorato con medaglia d’oro al valore per l’eroismo dimostrato il 16 maggio millenovecentosedici nell’assalto alle postazioni austriache di monte Maronia dove i nemici lo raccolsero smembrato ma ancora vivo sopra un mucchio di cadaveri sanguinanti. L’eroe monco, futuro fondatore dell’A.S. Roma […] (pos. 1296: sapevàtelo!)

Se lo potrò, verrò a Tabiano. (pos. 2296: giusto perché a Tabiano da bambino ci sono andato per anni, alle terme, per fare le inalazioni con l’acqua termale)

[…] lottando contro i campi […] (pos. 2485: bel refuso, erano crampi…)

[…] giorno di San Michele, protettore di porte e rocche. (pos. 3097)

[…] esplosivo requisito in delle cassette per la frutta. (pos. 3027: corsivo mio. Questo non è un refuso, temo, ma scrittura sciatta)

Qualcuno vocifera che quando una bomba esplode nella folla, chiunque l’abbia armata, chiunque ne sia stato falciato, l’ultima vittima è sempre la sinistra proletaria. (pos. 4262)

Gli obiettivi sono sempre gli stessi, l’odio è quasi sempre privo di fantasia. (pos. 4548)

Siamo umani e nulla di ciò che è umano ci è estraneo. (pos. 4952: citazione da un discorso di M, che evidentemente conosceva il suo Heautontimorùmenos)

[…] la muta latrante dei cani della guerra. (pos. 4965)

Spesso penso al passato come a una terra straniera. (pos. 5525: Scurati si diverte con le citazioni, peraltro attribuendole a M)

Per Giacomo Matteotti e Velia Titta, sua moglie, la lontananza è come il vento. Spegne i fuochi piccoli e accende quelli grandi. (pos. 5582: il gioco sta diventando stucchevole)

L’hanno portata al mare, a Salsomaggiore […] (pos. 5824: questa poi, Salsomaggiore al mare?)

Lo ha scritto in un messaggio riservato a Mussolini da Ginevra anche Vilfredo Pareto, il grande studioso: “O ora o mai più.” (pos. 6170)

È una bella serata estiva, l’auto sportiva sfreccia sui cubetti di porfido del pavé di Milano e la vita è meravigliosa. (pos. 6192: corsivo mio. Sono lastroni rettangolari, come sa chi a Milano ci sia anche solo passto. E dire che Scurati ci vive e abita dai tempi dell’università, come racconta qui)

“Ora o mai più.” Glie lo ha scritto in una lettera riservata anche il grande Pareto da Ginevra. Poi, però, l’insigne studioso ha anche aggiunto: “Gli italiani amano le grandi parole e i fatti piccoli.” (pos. 6382: ma non ce l’aveva già detto poche pagine prima?)

Roberto Cotroneo – Niente di personale

Cotroneo, Roberto (2018). Niente di personale. Milano: La nave di Teseo. ISBN: 9788893443043. Pagine 376. 16,15 €.

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La tentazione di chiamarlo un libro di memorie (un memoir, cioè “a historical account or biography written from personal knowledge”, secondo la definizione dell’Oxford English Dictionary), anche se non un’autobiografia, è forte. Lo stesso risvolto di copertina gioca sull’ambiguità:

Uno scrittore che ha lavorato a lungo nel mondo dei giornali e della cultura si accorge d’un tratto, come per una strana epifania, di essere stato negli ultimi trent’anni il testimone di un tempo ormai perduto. Perché è scomparso il mondo di Moravia e Calvino, di Fellini e Sciascia? E il grande giornalismo, e l’anima delle case editrici? Decide quindi di ricostruire il motivo per cui tutto questo è accaduto. Attraverso una scrittura densa e il confronto con personaggi un tempo importanti e oggi quasi ai margini del mondo culturale prova a raccontare la fine di un’epoca. Tutto avviene in una Roma rarefatta e logora, che assiste indifferente al mutare delle cose. Così un universo sfuggente eppure nitido torna a vivere negli occhi e nel ricordo del protagonista […]

L’altro risvolto ci ricorda che Roberto Cotroneo, tra “i protagonisti della vita culturale italiana di questi trent’anni è stato per oltre un decennio a capo delle pagine culturali dell’Espresso.”

Fin qui tutto bene, direte: memorie. Senonché sulla copertina c’è scrittoi chiaramente: Romanzo. E l’autore, in una nota iniziale, ci tiene a precisare:

Per quanto sia sempre difficile nei romanzi storici distinguere la realtà dalle invenzioni è del tutto evidente che i personaggi raccontati in questo libro non esistono, e qualsiasi riferimento a eventi e a storie reali è del tutto casuale.

Una foglia di fico, e anche piccola e diafana, se è per quello. Alcuni dei personaggi e degli eventi sono fin troppo riconoscibili, anche quando nomi e luoghi sono cambiati (ma non è sempre così). D’altro canto: “Si dice che il luogo migliore dove nascondere una foglia sia un bosco.” (p. 375)

Eppure sono d’accordo con l’autore: è un romanzo. Un bel romanzo. E questa sua ambizione emerge con più forza nei capitoli finali. In uno c’è un particolare rivelatore, in un dialogo con il lettore che si svolge nella stazione Sèvres-Babylone della metropolitana di Parigi, “dove nel 1983 ho incrociato Julio Cortázar.” (p. 364)

Ecco, questo riferimento a Cortázar mi sembra rivelatore, e utile a comprendere questo romanzo. Perché forse questo libro non è un labirinto (anche se il riferimento ai labirinti nel romanzo non manca, insieme a quelli all’amico e nume tutelare di Cotroneo Umberto Eco), ma un “gioco del mondo”. E come nella celebre opera di Cortázar (che ho recensito qui) i possibili percorsi di lettura sono molteplici. Solo che Cotroneo, invece di creare una rete ipertestuale di rimandi, di fornirti una mappa dei percorsi possibili, ne costruisce uno lui stesso, opponendo alla sequenza lineare delle pagine (per me resa più esplicita dall’aver letto il libro su carta, e non come e-book) la sfacciata libertà di presentare gli incontri, gli episodi, le testimonianze, le case e le strade in un ordine che non è né cronologico né tematico .

Il tema è quello della perdita: della bellezza, della cultura, dell’identità. Leggo, annuisco, sorrido, mi acciglio: eppure io, che pure ho quasi dieci anni più di lui e che partecipo di alcune delle sue esperienze (le radici campagnole, il primo boom economico, il trasferimento a Roma), non riesco a condividere il rimpianto. Forse sono piuù stoico di lui, o sono caduto da una minor altezza: ma vivo in questo tempo e mi va bene così, senza il bisogno di voltarmi indietro.

Lo stile è molto rapsodico, paratattico (ci sono molte virgole dove io avrei messo il punto), incalzante, apparentemente scritto di getto anche se suppongo studiatissimo. Pieno di aggettivi. Evidentemente Cotroneo non fa propria la lezione di Piero Ottone che – anche questo è citato nel romanzo – diceva ai suoi giornalisti di chiamarlo al telefono prima di inserire un aggettivo (il riferimento è a un articolo di Ottone pubblicato su la Repubblica il 16 aprile 2008, in cui si racconta di un direttore di quotidiano – lo stesso Ottone, suppongo – che istruiva i principianti così: «ogni frase comincia col soggetto, poi viene il predicato verbale, poi vengono i complementi. E se lei vuole inserire un aggettivo, passi prima nel mio ufficio e mi chieda il permesso»). Ma sia altrettanto chiaro che un romanzo non è un articolo di giornale e che la prosa di Cotroneo è quasi sempre bella ed efficace, raramente stucchevole.

Qualche citazione:

Ma più il mondo si fa veloce e illeggibile e più si cade nelle ossessioni. Se il buon Dio si fosse nascosto in tutti i particolari su cui ci concentriamo avremmo teofanie continue, smisurate e incontrollabili. [61]

Il centro di Roma è un concetto inafferrabile, perché non esiste. Esistono rivelazioni, epifanie, discrasie, imperfezioni, incertezze. pensieri abbandonati […] [109]

[…] ma salire sulle spalle dei giganti serve davvero a poco, se sei miope e non riesci a vedere nulla. [129]

Ho un’amica che insegna ad Harvard. È italiana ma vive lì da sempre. Non sono cervelli in fuga. È solo gente che va e viene, viaggia, si muove. Cose normali. [289]

“Il cinema è la vita senza le parti noiose.” Un’altra di quelle frasi che colpiscono, sarebbe di Alfred Hitchcock ma ormai è di tutti. Cambiare l’ordine dei fattori non è difficile, ed è una pratica diffusa. Ma il risultato in questo caso cambia: la vita è cinema. E le parti noiose non sono più sopportabili. [337]

E poi il vertiginoso esercizio di stile sulle frasi fatte (forse abusato, ma sempre efficace):

Sono il sentire, l’emozione, la passione, l’intensità, la felicità, il vicino e lontano, il centro delle cose e la periferia, lo sguardo verso, l’indicibile, la sofferenza, l’amore, l’attesa, la scrittura, il tempo (nelle variante del tempo lento, del darsi tempo), la distanza, la visione, la trama dell’essere, il destino (i destini, al plurale quando tendono a incrociarsi), il respiro (ritrovarlo quel respiro, ma anche il respiro del tempo), la prospettiva (che è sempre un’altra, che è alle volte capovolta), l’accadimento (che è fato sommato al quotidiano, le cose accadono, ma quando è un accadimento è molto di più), i lampi improvvisi (che sono degli accadimenti spot), i silenzi (che naturalmente rivelano), il disordine (che è creativo), l’ordine (che non è autoritario, o totalitario, ma è metodo, è Feng shui), la forza oscura dell’universo, il pudore, l’intermittenza, le collezioni di attimi, la grammatica della fantasia (Gianni Rodari), il corpo, la scrittura sul corpo, il corpo della scrittura, l’attrazione, le ferite (che quasi mai si rimarginano e restano come un monito), le cicatrici, lo stillicidio, la voce, il cielo quando cambia e diventa presagio, e naturalmente il presagio, la maieutica, il trasmettere, la sensazione, le radici (quelle buone, quelle corrette), il cuore, le chiavi del cuore, il pane quotidiano, una piccola rivoluzione, e il vale la pena di ricordarlo, le piccole rivoluzioni, il senso, la ricerca di un senso (Greimas e Vasco Rossi), il preconfezionato (soprattutto le verità), il sorriso (basta il sorriso), il sorriso enigmatico (Leonardo da Vinci), il sorriso ignoto (Antonello da Messina), la luce sopra ogni cosa, il disagio, ai limiti, la platea del mondo, i simboli, simboli della rivolta, simboli del disagio, simboli della coerenza, simboli della determinazione (e coerenza, determinazione, rivolta), la scelta, l’innamorarsi di tutto, il ricostruire (ogni giorno), la tenacia, il carattere, la grandezza della sconfitta, i traghettatori, la storia impossibile, l’enigma, l’assenza (che è più acuta della presenza), la presenza (che è attenzione), l’incessante (che spesso è un lavoro), i cattivi pensieri (che non vanno dominati ma compresi), i no che aiutano a crescere, le sintonie, la pancia (la pancia dell’America, quasi sempre, ma non solo), le parole smozzicate, l’amore quando bussa alla tua porta, lo spaesamento, le ossessioni, la sfida, il corpo a corpo, gli errori, i begli errori come le belle bandiere, e poi fuori è primavera, la chiave (trovare la chiave, anche la chiave di volta), lo svanire, il rivelare, il disincanto, l’affacciarsi (a tutto, alla vita, alle possibilità), la propria strada (il proprio cammino), l’inquietudine, l’album dei ricordi, l’inesorabile (il susseguirsi inesorabile), il confine sottile, il discrimine, lo scampolo (di attenzione, di amore, di bontà), l’improbabile, l’indispensabile, il bastare a se stessi, i conti con il mondo, la diversità, i parallelismi, il tenere assieme. [329-330]

Francis Spufford – Red Plenty

Spufford, Francis (2010). Red Plenty. London: Faber and Faber. 2010. ISBN 9780571269471. Pagine 451. 7,02 €

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Un libro difficile da definire, ma certamente da raccomandare.

Verrebbe la tentazione di ricorrere alla parola portmanteau costruita con fact e fiction e definirlo faction. Peccato che in italiano fazione significhi una cosa diversa: per la verità anche l’inglese faction vuol dire la stessa cosa dell’italiano, almeno come primo significato («a small organized dissenting group within a larger one, especially in politics»), anche se il secondo, attestato a partire dagli anni Sessanta, rinvia effettivamente a «a literary and cinematic genre in which real events are used as a basis for a fictional narrative or dramatization». Wikipedia, dal canto suo, reindirizza da Faction (literature) a Non-fiction novel e ne fa risalire la nascita a A sangue freddo di Truman Capote (1965), distinguendolo (in modo non del tutto chiaro, almeno a me) da quello che siamo abituati a chiamare romanzo storico e che per noi si identifica con I promessi sposi di Alessandro Manzoni.

A complicare le cose, c’è da aggiungere che – anche dando per scontato che si tratti di un’opera letteraria – resta difficile dire se siamo di fronte a un romanzo o a una raccolta di racconti. Propenderei per la seconda ipotesi, con l’avvertenza che alcuni personaggi ritornano in più racconti, o compaiono fuggevolmente in racconti che hanno al centro altri personaggi. Parlo a cuor leggero di personaggi, perché forse una delle critiche più fondate all’opera di Spufford è che i suoi protagonisti non assumono mai una vita propria, non sono figure a tutto tondo, ma – salvo rari sprazzi – segnaposti per idee o ruoli storici. L’unità dell’opera, comunque, non è in dubbio neppure per un istante.

Il libro è un vasto affresco storico che copre essenzialmente l’era kruscioviana, la sua grande finalità strategica (battere gli Stati Uniti in termini di progresso economico e tecnologico e realizzare entro il 1980 l’ideale «società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico», come Marx aveva scritto ne L’ideologia tedesca) e il suo fallimento a opera di Brežnev e Kosygin. Ne costituisce la premessa l’intuizione di Leonid Vital’evič Kantorovič (nata nel 1938 su un affollato tram di Leningrado) che i problemi della pianificazione potevano essere risolti con tecniche di ottimizzazione, di programmazione lineare e di applicazione dei prezzi-ombra (Kantorovič ci vinse il Nobel per l’economia nel 1975, primo e unico sovietico ad averlo vinto).

Il libro è strutturato in 6 parti, ognuna delle quali è preceduta da una introduzione storico-analitica: sotto un certo profilo queste introduzioni, documentate, scritte in linguaggio piano e mai banali, sono la parte migliore del libro. Spufford tiene alta la tradizione britannica del public understanding of science. Ogni parte è poi articolata in racconti (in genere 3, ma in 2 casi sono 2 e 4), per un totale di 18. A parte le escursioni nel 1938 (l’illuminazione di Kantorovič), nel 1953 (la scoperta dell’arretratezza della campagna di un giovane cittadino, nell’estate dopo la morte di Stalin) e nel 1970 (la fine, quanto meno la fine politica, di Sergey Alexeyevich Lebedev, il pioniere della computer science sovietica, il Johnny von Neumann russo), Red Plenty si concentra sul decennio 1959-1968.

Non penso che Spufford sia stato toccato, nemmeno per un secondo, dal dubbio che le idee di Kantorovič, Lebedev e di Emil Arslanovich Shaidullin (segnaposto, nell’accezione di cui sopra, di Abel Gyozevich Aganbegyan) avessero alcuna possibilità di successo. Troppo grande la distanza, pare di capire, tra i bisogni delle persone e i meccanismi di una produzione centralizzata. Eppure… Eppure, affiora a tratti l’idea che sia una questione di progresso tecnico, di potenza di calcolo, e non di intrinseca superiorità del mercato, non di irriducibilità del singolo e atomistico desiderio umano a una sintesi meccanicistica… A me, uno spiraglio di dubbio, una fessura tecnocratica restano aperti…

Il libro (non lo dirò mai abbastanza) è da leggere. È indubbiamente una delle sorprese di quest’anno, per quello che mi riguarda (e grazie a Il barbarico re che me l’ha segnalato). Tutt’altro che perfetto, però: alcuni dei racconti sono, più che incomprensibili, inutili o irrilevanti: per esempio, Psychoprophylaxis 1966.

* * *

Se volete scoprire subito il passo più incandescente del libro (io ve lo sconsiglio, naturalmente; godetevelo con calma, piuttosto), è in questo dialogo (dal racconto Midsummer Night, 1962, il più bello senza dubbio alcuno, ambientato nel paradiso accademico di Akademgorodok).

‘Look, I’m not saying your plenty is impossible,’ jabbed the man on the floor. ‘Maybe it is, maybe it isn’t. How would I know. Pure maths, me, every time. None of your murky compromises. No, what I’m saying is that plenty is an intrinsically vulgar idea. It is, in itself, a stupid response to human needs. “Oh look, there’s someone unhappy. Let’s overwhelm him!” Real human needs are always specific. No one ever feels a generic hunger or a generic loneliness, and no one ever requires a generic solution to those things. Your plenty is like a bucket of plaster of Paris you want to pour over people’s heads. It’s a way of not paying human attention to them.’
‘Bullshit, Mo,’ said the man in the chair. ‘Bullshit, bullshit, bullshit. Plenty is the condition that will let us distinguish,for the first time, between avoidable and unavoidable suffering. We solve the avoidable stuff – which seems pretty bloody generic to me, given that a bowl of soup cures everybody’s hunger and a painkiller cures everybody’s headache – and then we know that what’s left is real tragedy, boo-hoo, write a play about it. Who the hell ever said that plenty was supposed to abolish unhappiness? But what it will do is free our hands to concentrate on unhappiness. If we’re so minded. If we’re as as pure as you. And I don’t see how that can be anything but a humane goal. A humanist goal, if you like. Plenty will let a truly human life begin.’ [2618-2624]

Questa la colonna sonora:

“Blue in Green”,’ he announced, ‘by Mr Miles Davis.’ He nodded to her. ‘This is what I like.’ [2746]

* * *

Se la batte fino all’ultimo in questa gara virtuale per il racconto più bello Ladies, Cover Your Ears!, 1965, in cui Emil Arslanovich Shaidullin scopre che il suo sogno, apparentemente a un passo dal successo, è destinato a fallire. Se aveva (forse) convinto Chruščëv, la sua accettazione da parte di Kosygin si sarebbe dimostrata molto limitata.

Lo ricordo perfettamente il giorno in cui deposero Chruščëv. Era ottobre, nel 1964, e avevo appena iniziato la seconda media. Il professore d’italiano, il professor B., entrò in classe e ci annunciò la novità, con la sua ironia un po’ sorniona. Inutile dire che non compresi l’enormità del cambiamento. Ero troppo piccolo per capirlo, e comunque il clima culturale della mia famiglia (cattolica orientata al centro-sinistra di quegli anni) non aiutava. Un impatto ben più forte lo avevano avuto la morte di Kennedy e Giovanni XXIII l’anno prima. Ma senza che avessi poi capito molto di più. Quando, alcuni anni dopo, scoprii il marxismo, per quelli della mia generazione l’Unione sovietica non era più un faro.

Stalin had been a gangster who really believed he was a social scientist. Khrushchev was a gangster who hoped he was a social scientist. But the moment was drawing irresistibly closer when the idealism would rot away by one more degree, and the Soviet Union would be governed by gangsters who were only pretending to be social scientists. [4006. ]

‘My experience of human needs is that they grow at the exact speed of the resources available to feed them […]’ [4354]

‘Granted. But it’s up to you to prove that you’ve got a solution which wouldn’t be worse than the problem. Bad prices have consequences we know how to deal with. We can intervene; we can ease things a bit; we can react when problems arise. We know the machine. We know how the parts connect – and they do all connect, you know, they are all of a piece, the prices and the supply system and the plan targets. They interlock. And we know that the thing that stops the machine from seizing up is our ability to be pragmatic; our discretion. What do you want to do? You want to take our discretion away. [4369]

* * *

Tra i racconti (secondo me) meno riusciti c’è The Unified System, 1970, dedicato all’inutile attesa di Lebedev nell’anticamera di Kosygin e, al tempo stesso, all’insorgere di un carcinoma polmonare. Il racconto non è bello, pur essendo abbastanza angosciante, ma si colloca in quella tradizione di straniamento cui appartengono il celebre incipit de L’Uomo senza qualità, e l’altrettanto celebre incipit del capitolo de I Buddenbrook in cui al piccolo Johann viene il tifo.

Un pretesto, quindi, per riportarli entrambi. Cominciamo da Musil, nella bella traduzione einaudiana di Anita Rho:

Sull’Atlantico un minimo barometrico avanzava in direzione orientale incontro a un massimo incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcuna tendenza a schivarlo spostandosi verso nord. Le isoterme e le isòtere si comportavano a dovere. La temperatura dell’aria era in rapporto normale con la temperatura media annua, con la temperatura del mese più caldo come con quella del mese più freddo, e con l’oscillazione mensile aperiodica. Il sorgere e il tramontare del sole e della luna, le fasi della luna, di Venere, dell’anello di Saturno e molti altri importanti fenomeni si succedevano conforme alle previsioni degli annuari astronomici. Il vapore acqueo nell’aria aveva la tensione massima, e l’umidità atmosferica era scarsa. Insomma, con una frase che quantunque un po’ antiquata riassume benissimo i fatti: era una bella giornata d’agosto dell’anno 1913. [Musil, Robert. L’uomo senza qualità, 1. Torino: Einaudi. 1972. p. 5]

Adesso Mann:

Con il tifo accade questo.
L’individuo sente nascere in sé un malessere psichico che si aggrava rapidamente e si trasforma in una estenuata disperazione. Nel frattempo si impadronisce di lui una spossatezza fisica che si propaga non soltanto ai muscoli e ai tendini, ma anche alle funzioni degli organi interni, non ultime quelle dello stomaco che rifiuta il cibo con disgusto. È presente un forte bisogno di dormire, ma nonostante l’estrema stanchezza il sonno è inquieto, superficiale, angoscioso e poco ristoratore. Il cervello duole; è torpido, confuso, come avvolto dalla nebbia e soggetto a vertigini. Un dolore indefinito affligge le membra. Di tanto in tanto dal naso esce sangue senza un particolare motivo. – È il preludio.
Poi un violento attacco di brividi che scuote il corpo e fa battere i denti segnala l’arrivo della febbre che raggiunge subito le massime temperature. Ora sulla pelle del petto e del ventre compaiono isolate macchie rosse, grandi come lenticchie, che si possono eliminare con la pressione di un dito, ma ricompaiono subito dopo. Il polso è celere; ha fino a cento pulsazioni al minuto. Così, conquaranta gradi di temperatura corporea, passa la prima settimana.
Nella seconda settimana l’individuo è libero dai dolori alla testa e alle membra; in compenso le vertigini aumentano significativamente e il fischio e il ronzio alle orecchie sono così forti da essere quasi assordanti. L’espressione del viso si fa ottusa. La bocca comincia a rimanere aperta, gli occhi sono velati e apatici. La coscienza è annebbiata; il malato cade in uno stato letargico e spesso sprofonda, senza dormire davvero, in un plumbeo stordimento. Intanto le sue farneticazioni, i suoi vaneggiamenti a voce alta e agitati riempiono la stanza. La sua esausta impotenza si è accentuata fino a degenerare in repellente sporcizia. Inoltre le gengive, i denti e la lingua si coprono di una patina nerastra che appesta il fiato. Giace immobile sulla schiena con il ventre gonfio. È sprofondato nel letto con le ginocchia divaricate. Ogni funzione è affrettata, concitata e superficiale, il respiro e così pure il polso che batte convulsamente a circa centoventi rapide e fuggevoli pulsazioni al minuto. Le palpebre sono socchiuse e le guance non ardono più arrossate dalla febbre come all’inizio, ma hanno assunto una colorazione bluastra. Le macchie rosse, grandi come lenticchie, sul petto e sul ventre sono aumentate. La temperatura del corpo raggiunge i quarantuno gradi…
La terza settimana la debolezza è al culmine. I deliri a voce alta sono cessati e nessuno può dire se lo spirito dell’infermo sia sprofondato nella notte vuota o se invece, indifferente ed estraneo alle condizioni del corpo, non indugi in sogni lontani, profondi, silenziosi che nessun suono né segno rivela. Il corpo giace in una insensibilità sconfinata. – È il momento decisivo…
In alcuni individui la diagnosi è resa più difficile da circostanze particolari. Ammesso ad esempio che i sintomi iniziali della malattia: irritazione, stanchezza, inappetenza, disturbi del sonno, dolori di testa, fossero già presenti quando ancora il paziente, speranza dei suoi cari, era in piena salute, e che non siano stati considerati un evento straordinario, sia pure in presenza di una loro manifestazione tutt’a un tratto più violenta… un bravo medico con la solida preparazione del dottor Langhals, tanto per fare un nome, il bel dottor Langhals dalle piccole mani coperte di peli neri sarà subito in grado di chiamare la cosa col suo nome, e la comparsa delle fatali macchie rosse sul petto e sul ventre gliene darà l’assoluta certezza. Non avrà dubbi sulle misure da prendere, sulle medicine da usare. Provvederà a una stanza il più grande possibile che andrà spesso arieggiata, la cui temperatura non dovrà superare i diciassette gradi. Esigerà la massima pulizia e cercherà di proteggere il corpo, finché è possibile – in certi casi non lo è per molto – dalle “piaghe da decubito”, facendo rifare spesso il letto. Ordinerà una costante pulizia del cavo orale con pezzuole bagnate, ricorrerà, per quanto riguarda le medicine, a una miscela di iodio e ioduro di potassio, prescriverà chinino e antipiretici e soprattutto, poiché sono pesantemente coinvolti lo stomaco e l’intestino, darà disposizioni per una dieta molto leggera e molto corroborante. Combatterà la febbre divorante con i bagni, bagni completi ai quali il malato verrà sottoposto spesso, ogni tre ore, senza sosta, giorno e notte, e che verranno raffreddati lentamente, a partire dai piedi. E dopo ogni bagno gli verrà somministrato qualcosa di forte e stimolante, cognac, o anche champagne…
Ma tutti questi rimedi li impiegherà assolutamente alla cieca, soltanto nell’eventualità, per così dire, che possano avere un qualche effetto, senza sapere se il loro utilizzo non sia del tutto privo di ogni efficacia, senso e scopo. Una cosa infatti non sa, su una questione brancola nel buio, su una alternativa è incerto fino alla terza settimana, irresoluto sul da farsi fino alla crisi e alla conclusione. Non sa se la malattia che chiama “tifo” sia in questo caso un incidente in fondo marginale, la sgradevole conseguenza di un’infezione che si sarebbe forse potuta evitare e che si può contrastare con gli strumenti della scienza – o se sia semplicemente una forma di risoluzione, la maschera stessa della morte, che potrebbe comparire altrettanto bene sotto altre spoglie e contro la quale non c’è rimedio.
Con il tifo accade questo.
Nei sogni remoti della febbre, nell’ardente sperdimento del malato, la vita chiamerà con voce inconfondibile, incoraggiante. Forte e vigorosa, questa voce raggiungerà lo spirito sulla strada ignota e torrida che sta percorrendo e che porta all’oscurità, al freddo, alla pace. L’individuo tenderà l’orecchio per sentire l’esortazione limpida, incoraggiante e un po’ beffarda a voltarsi e tornare indietro che arriva fino a lui dalla regione ormai così remota e già dimenticata. Allora, se avvertirà in sé la tumultuosa sensazione di aver vilmente trascurato il proprio dovere, un sentimento di vergogna, di rinnovata energia, di coraggio e di gioia, di amore e appartenenza alla frenesia beffarda, vivace e brutale che si è lasciato alle spalle, per quanto lontano possa essersi spinto su quella strada ignota, torrida, si volterà e vivrà. Ma se trasalirà di paura e disgusto alla voce della vita, se quel ricordo, quel suono allegro e provocante farà sì che egli scuota la testa e tenda la mano dietro di sé in segno di rifiuto e cerchi scampo sulla strada che gli si è aperta per fuggire… allora no, è chiaro, allora morirà… [Mann, Thomas. I Buddenbrook. Milano: Mondadori. 1949. 11093-1133]

Inutile dire che quando, liceale, ho letto queste pagine mi sono morto di paura.

Vediamo adesso come se la cava Spufford:

A cell. A lung cell. Tobacco smoke swirls by in the spired and foliated channel the cell faces. Its job is to take in oxygen from breath and keep out everything else, and on the whole it does well filtering the usual impurities in air: but this is not a designed mechanism, put together for a function by conscious plan, it is a dumb iteration of all the features which have proved by trial and error to serve lung cells well in the past. The past did not include deliberately-breathed smoke. We could count an amazing number of different chemicals in the blue-grey vapour snaking through the tissue, altogether too many of which the cell does not know how to exclude. Formaldehyde, acetaldehyde, catechol, isoprene, ethylene oxide, nitric oxide, nitrosamine, the aromatic amines – not to mention the quinones, the semiquinones, the hydroquinones, a whole family of polycyclic aromatic hydrocarbons. We are watching for one of these last. Here it comes now, a drifting, tumbling molecule of benzopyrene. It sails into the cell’s bulging curtain wall of fats and sticks there, like an insect caught in glue; then, worse, is dragged through, because the fat curtain is spiked here and there by receptors, and one of these has the benzopyrene in its grip. The receptor winches the benzopyrene through the curtain, hand over hand, atom over atom, wrapping it as it comes in a fold of the curtain, and then closing the fold behind it, so that when it reaches the inside, a little fatty envelope buds off from the inner wall of the cell with the benzopyrene sealed inside it. And floats free, into the warm liquid workspace where the body builds its proteins.
But it’s all right. The cell has no specific defence against benzopyrene, but it is not defenceless. It has the powerful standard equipment all mammalian cells deploy when foreign bodies turn up where they’re not supposed to. The package of fat is a flag, a label, an alert. Detecting it, up comes an enzyme to metabolise the contents. The enzyme munchs the benzopyrene into pieces of epoxide which other bits of the cellular machinery can flush safely away.
This has happened over and over again, every time Sergei Alexeyevich Lebedev lights a cigarette. There are billions of cells in the lungs. Lebedev has smoked sixty unfiltered Kazbek a day for fifty years. So this has happened thousands of billions of times.
[…]
Another lung cell. The machines that Lebedev has made all build up their complicated behaviours from absolutely predictable little events, from valves and then transistors turning on and off. Definitely on; definitely off. Without any shading of degree. Without any ambiguity. The machine that makes Lebedev is different. The base layer of its behaviour, from which all the rest emerges, is various and multiple and uncertain. There is no binary simplicity. There is the slow bubble of many chemical reactions all happening at once, each continuing until a task is mostly done, probably done, done enough to satisfy a programme which was itself only whittled out of randomness just well enough to get by. The enzyme’s destruction of benzopyrene, for example, only flushes most of it away. A fraction of the epoxides react again with the enzyme and become diol epoxides. That’s what’s happened here; instead of nice, inert, detoxified molecules, we have a version of the same thing which is lacking one electron on one of its atoms, and which consequently yearns to stick to any other molecule which will share an electron with it. The diol epoxides are aggressive gloop. Aggressive? One electron’s worth of electric charge doesn’t tow a molecule very fast through the soupy interior of a cell: it doesn’t send the diol epoxides streaming along at the speed of light like the electrons in a vacuum tube. But it does exert a tiny, persistent pull on them. It draws them along towards molecules they might stick to. It draws them everywhere in the cell, and so it draws some of them towards the cell nucleus, which has another wall of fats around it, but unfortunately is designed to let molecules rather like the diol epoxides in and out on the cell’s ordinary business. The hungry, electron-seeking blob of gloop slips through, and there in front of it are floating twenty-three pairs of tempting targets: the huge, fat, friendly, electron-rich chromosomes of human DNA.
No one in the world in 1970 understands in any detail how they work, and the ignorance is particularly bad in the Soviet Union, thanks to Lysenko. But the chromosomes work whether they are understood or not. The gloop drifts in; and at any and every point along the endless coiled helix where it happens to make contact, the gloop locks on. Where it jostles forward with its missing electron to embrace one of the DNA’s electrons, there’s a little chemical reaction, and the electron in question bonds to both the DNA and the gloop. The gloop is now an ‘adduct’, glued to the helix. But the helix is changed too, by having the blob of tobacco residue stuck to it. At the position where the adduct sits, the information in the DNA has been corrupted. Instead of the G, T, C or A that should be there, in the four-letter alphabet of the genome, it reads as one of the other letters instead. The adduct has written an error into the code.
But it’s all right. In the vast majority of positions along the genome where goo might attach itself at random, altering one letter won’t produce any significant mutation, even if the alteration lasts. The genome is Lebedev’s software, but unlike software written by humans, it is not a set of procedures packed end-to-end, all of which at least purport to do something. It is a jumble of legacy code spread out in fragments through a whole voluminous library of nonsense. Almost always, a random change of letter will either hit some existing nonsense, or turn some sense into new nonsense. And because the chromosomes come in pairs, with a version of every chromosome contributed by Lebedev’s mother floating there opposite a version from his father, if some sense on the version on one side turns to nonsense, the equivalent piece on the other version will go on making sense just fine. Dangerous mutations usually only happen in the rare cases where sense is accidentally turned into different sense. Which is not what has happened here. Here, the arriving molecule has glued itself where it makes no difference at all.
This has happened billions of times.
[…]
Another lung cell. The soft rainfall of gloop onto Lebedev’s DNA continues. By chance, this particular sticky drop in the statistical rain is one of the small minority that is going to land somewhere that matters. By chance, it is falling onto a stretch of code on Chromosome number 11 which scientists will know later as the gene ras, or hRas. The electrophile noses in; it suckers on; the guanine (G) it has suckered onto on the helix now reads, for all intents and purposes, as cytosine (C). And this time, it happens that changing G to C creates sense, not nonsense, in the code. Ras with a C in it at this specific position is a viable and functional piece of software. But much more of a change is in prospect than there would be if someone substituted a new programme for the one that was supposed to be running in a computer. Human-made software is only an informational ghost, temporarily given possession of the machine and allowed to change 0s to 1s and vice versa. The software of humans, on the other hand, actually builds the hardware it runs on. It creates the machine. So a mutation in the code means a mutation in the body too, if the error endures.
Ras is one of the genes that control cell growth and cell division. In adults, it switches on and off periodically to govern the normal cycle of the cell’s existence. You wouldn’t want it switched on all the time. Foetuses in the womb run ras continually to generate all the new tissue that the Build-A-Human programme demands when a human is being first assembled. Otherwise, cell multiplication must happen when, and only when, the body part the cell is in needs a new cell. But it’s the switch that has been altered by having C where G used to be in this mutant version of ras. C instead of G at this one particular point jams the ras gene at ‘on’ – throws the lever for unstoppable growth, and then breaks the lever.
But it’s all right. This copy of ras may be corrupted, but the cell has a failsafe mechanism built into the shape of the DNA molecules. The helix is a double helix. On the other side of the double corkscrew there runs another strand of Gs, Ts, Cs and As which carries all the information of the genome, only in reverse, like the negative of a photograph or the mould a jelly was turned out of; and the cell, which is used to operating in an environment of small chemical accidents, operates a handy editorial enzyme that moves up and down the chromosomes checking that the two strands remain perfect opposites. The editorial enzyme doesn’t find absolutely all of the changes the adducts gummed to Lebedev’s DNA have made, but it finds most of them, the harmless and the harmful alike, methodically correcting each little mutation. It finds this one. The new C in the mutant version of RAS on one side clashes with the existing C on the reverse side. C against C isn’t a legitimate opposite. A quick editorial snip, and there’s the original G again. Lebedev’s factory settings have been restored.
This has happened millions of times.
[…]
Another lung cell. There is a way for a blob of goo to cause a ras mutation that persists. The gummy electron-seeking missile has to arrive, and glue G into C in the exact right place, at the exact right moment in the life of the cell when for once the enzyme cannot compare ras to its negative. That is, when the lung cell is already busy dividing into two lung cells. The goo floats in, and finds inside the nucleus a double helix which has been unzipped into two separate strands, each of which is going to grow back into a complete copy of the genome. Of all the random blobs of goo in the random rainstorm, here comes the blob that suckers onto Chromosome 11 in the position to create the always-on version of ras, just as the unzipped halves of Chromosome 11 are waving loose. It’s too late for the editorial enzyme: there’s nothing to correct the mutant C against. Along the strand instead travels a polymerase, a construction enzyme, steadily building out the other half of a new double helix. And when it reaches the C, it obligingly supplies a new counterpart for the other side which is a match, which is a perfect opposite. The corrupted code has reproduced itself. After a while, there are two sets of completed chromosome pairs in the nucleus. They pull away from each other. The nucleus stretches, puckers out like dumb-bells, splits into two as well. Last the outside wall of the cell repeats the split, stretching and pulling and puckering back into a pair of separate fatty spheres. One contains ras in its original uncorrupted form, but beside it Lebedev now has a new lung cell with ras switched on in it forever. And immediately ras takes charge of the cellular machinery and starts the build-up to superfast cell multiplication. A cell running ras full-time won’t co-operate with nearby cells in any other task. It isn’t interested, for example, in being part of a lung. Binary at last, it only wants to become two cells, four cells, eight sixteen thirty-two –
But it’s all right. The body is used to occasional runaway accidents with ras. It has one last defence mechanism. As ras goes crazy, another gene, away over on Chromosome 17, detects the molecular signature of the build-up and neatly, swiftly, initiates cell suicide. The cell dies. With it goes the mutant ras.
This has happened thousands of times.
[…]
Another lung cell. Chance upon chance upon chance upon chance. Of all the billions of cells in Lebedev’s lungs, there will be some millions where the diol epoxide gum from his cigarettes stuck itself, not to ras, but to the gene on Chromosome 17 that initiates emergency cell suicide; and of those millions there will be some thousands where the crucial blob blew in just in time to land on a strand of DNA in the midst of cell division, and got itself copied. So, scattered here and there through the billions of cells whose little bulging windows of fat face the channels of the lung, there are some thousands, randomly distributed, where the suicide gene on Chromosome 17, later to be called P53, isn’t working. Here’s one of them. And into it, after fifty years of delicious Kazbek smoke, there flies one more random molecule of goo, and it travels straight to ras to scramble the vital G into C, and it arrives just in time, too, to evade the editorial enzyme and get copied into a new cell.
And it’s not all right. The new cell with mutant ras in charge of it is a tumour unbound, freed from the body’s safety systems to multiply and multiply, unstoppably, selfishly, altogether indifferent to its effect on Lebedev’s lung, and on Lebedev.
This only has to happen once. [4789-4949]

Per me, che ho fumato per molti anni, è moderatamente agghiacciante. Bravo Spufford.

The effects of carcinoma in a major airway include shortness of breath, weight loss, bone pain, chest and abdominal pain, hoarseness, difficulty swallowing and chronic coughing. Metastasis to spine, liver and brain is common: further symptoms may then include muscle weakness, impotence, slurred speech, difficulty walking, loss of fine motor co-ordination, dementia and seizures. Radiotherapy is of limited effectiveness. Fluid build-up behind the lung obstruction eventually leads to pneumonia and death.
This, unfortunately, is certain. [4963]

* * *

Per finire, come di consueto, un po’ di citazioni (riferimento alle posizioni sul Kindle).

Some comrades seemed to think that fine words and fine ideas were all the world would ever require, that pure enthusiasm would carry humanity forward to happiness: well excuse me, comrades, but aren’t we supposed to be materialists? Aren’t we supposed to be the ones who get along without fairytales? If communism couldn’t give people a better life than capitalism, he personally couldn’t see the point. A better life, in a straightforward, practical way: better food, better clothes, better houses, better cars, better planes (like this one), better football games to watch and cards to play and beaches to sit on, in the summertime, with the children splashing about in the surf and a nice bottle of something cold to sip. [384]

America was a torrent of clever anticipations. Soviet industries would have to learn to anticipate as cleverly, more cleverly, if they were to overtake America in satisfying wants as well as needs. They too would have to become experts in everyday desire. [538]

‘But there is no doubt that electronic computers will immeasurably strengthen our ability to handle large and complex problems. And they have, moreover, the great virtue of requiring clarity from us. I’m afraid that the computer cannot digest some of our economists’ scholarly products. Long talks and articles which people think they understand prove impossible to put into logical, into algorithmic, form. It turns out that, once you remove everything that’s said “in general”, once you pour away all the water, there’s nothing left. Well, either nothing … or one big question mark …’ [1544]

‘[…] Look, the thing about Leonid Vitalevich is that he argues like that because he believes, he genuinely believes, that it’s argument that settles the issue. He is not scoring political points, or pleasing his friends, or giving shrewd knocks to his enemies. He expects to persuade people. He thinks that scientists are rational beings who respond to logic if you show it to them. Of course, he judges everybody by himself. He makes his mind up according to induction and deduction. Therefore, everyone does.’
‘An innocent, then?’ […]
‘A passionate innocent. Who knows, maybe even a holy innocent. It makes him … a little literal in his dealings with the world. He tends to think that the rules on display truly are the rules of the game. [1563-1569. A parte il richiamo ineluttabile all’Innocente della tradizione russa – penso al Boris Godunov di Musorgskij/Puškin – quella dell’innocente è una figura in cui mi riconoisco; giusto oggi ne ho recitato la parte in un colloquio di lavoro importante, senza realmente sapere chi prendesse in giro chi]

‘All the economists who know the value of everything, and the price of nothing.’ [1629]

He remembered a joke. What is a question mark? An exclamation mark in middle age. Maybe that was all this was, just his arrival at a time of life when the muscles of certainty begin to go slack, and doubt naturally replaces vigour. Just the first delivery of the universal scepticism of old men. But then why did he find himself so much angrier than before? [2017]

‘[…] It turns out that the mathematics is indifferent to whether the optimal level of production is organised hierarchically or happens in many distributed, autonomous units. So long as the prices generated by the algorithms are correct, all of the decisions can be made locally. There’s no loss of efficiency.’
‘And this is good because …?’
‘Because it means you can have a society dedicated to maximising the total social benefits of production, without everyone having to obey orders all the time.’
‘Do you like obeying orders?’ said Kostya.
‘No.’
‘Well then.’ [¤2473-2477]

tekhpromfinplan [3094]

Trees into sweaters! Brute matter uplifted to serve human purposes! What could be more dialectical? [3225]

And the activity of industry, all that human time and machine time it used up, added less and less value to the raw materials it sucked in. Maybe no value. Maybe less than none. One economist has argued that, by the end, it was actively destroying value; it had become a system for spoiling perfectly good materials by turning them into objects no one wanted. [4741][…] Brezhnev-era Soviet joke-telling, which was sometimes difficult to tell apart from a reality that constantly verged on satire. [4752-4753]The work was pointless but not hard. [4772][Brežnev] a tyrant without a cause […] [4782]

Before, whenever he doubted, he had worked. Whenever he had been troubled by a memory, he had worked, telling himself that the best answer to any defect in the past must be a remedy in the future. The future had been his private solution as well as a public promise. Working for the future made the past tolerable, and therefore the present. [5253]

So much blood, and only one justification for it. Only one reason it could have been all right to have done such things, and aided their doing: if it had been all prologue, all only the last spasms in the death of the old, cruel world, and the birth of the kind new one. [5281]