Antonio Scurati – M Il figlio del secolo

Scurati, Antonio (2018). M Il figlio del secolo. Milano: Bompiani. ISBN: 9788858780268. Pagine 747. 14,99 €.

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Nella versione digitale di Kindle sviluppa 747 pagine: un romanzo jumbo, quindi. Per di più, sulla sua pagina di amazon.it c’è un inquietante sottotitolo: “Il romanzo di Mussolini Vol. 1”. Dobbiamo quindi aspettarci una seconda e forse una terza puntata? e magari un prequel, per gli anni prima del 1919 (di quel 23 marzo 1919, data della fondazione dei fasci di combattimento, di cui domani ricorre il centenario), quando il romanzo comincia? Non so se sarò dei vostri, per quanto posseduto dal demone del completismo (il Vocabolario Treccani registra il neologismo “completista” nel 2008, definendolo come “chi affronta ciò di cui si occupa in modo completo, non parziale” e per estensione, aggiungo io, chi quando ha cominciato a leggere un insieme di romanzi o a seguire una serie televisiva è incapace di smettere: un esempio della mia sindrome la trovate qui, per esempio).

Di Scurati ho letto soltanto due romanzi: Il rumore sordo della battaglia (che non mi aveva convinto) e Una storia romantica, che invece mi era piaciuto molto (e che ho recensito qui).

Questo M Il figlio del secolo ha in comune con Una storia romantica il carattere post-moderno: Scurati si produce in una mimesi quasi perfetta del linguaggio giornalistico e letterario dell’epoca dei fatti (come direbbe Guccini), un pastiche (vero o simulato, non lo so) che rende difficile distinguere la penna di Scurati dai documenti (tratti dalla stampa, dai rapporti di polizia, da lettere e documenti) che fanno da contrappunto ai capitoli.

D’altronde, le intenzioni dell’autore sono apertamente dichiarate fin dall’inizio:

Fatti e personaggi di questo romanzo documentario non sono frutto della fantasia dell’autore. Al contrario, ogni singolo accadimento, personaggio, dialogo o discorso qui narrato è storicamente documentato e/o autorevolmente testimoniato da più di una fonte. Detto ciò, resta pur vero che la storia è un’invenzione cui la realtà arreca i propri materiali. Non arbitraria, però. (pos. 35)

Leggendo il romanzo non si può evitare una domanda (oltre a quella cui tenta di rispondere chiunque legga un romanzo, soprattutto se poi ha la pretesa di recensirlo: è un romanzo riuscito?): potrebbe succedere di nuovo? la resistibile ascesa del signor M poteva essere contrastata? quali interessi e potentati l’hanno favorita? dove e come hanno sbagliato i suoi oppositori?

Penso che sia una domanda lecita, anzi doverosa. Non ho letto se non un paio di recensioni, e per di più fuggevolmente e di sbieco, ma mi pare che se la pongano tutti. La risposta non può essere univoca, comprensibilmente. Ma a me restano due impressioni: la prima, è che Mussolini fosse un mediocre, ma un mediocre astuto, con fiuto da vendere, con una grande dose di opportunismo. Proprio questo, la capacità di non legarsi a nessuna ideologia e a nessun obiettivo imprescindibile (nonostante la roboante retorica) ne ha favorito l’ascesa, l’ha fatto sentire a molti “uno di noi”, un figlio del popolo oltre che un figlio del secolo. Un “noi” più vicino al “corpaccione” di cui ha scritto così efficacemente Giuseppe De Rita (anche se in quegli anni era un corpaccione piccolo-borghese con aspirazioni di promozione sociale, e non un “ceto medio” in senso contemporaneo) che alle divisioni di classe, che pure c’erano, e ben forti. D’accordo, da un certo punto in poi il nascente fascismo ha avuto il sostegno economico e propagandistico del blocco agrario e industriale. Certo, hanno fatto molto la voglia di ordine (law and order, ma senza rule of law, secondo le peggiori tradizioni italiane) dopo il biennio rosso e la paura dell’avvento del socialismo o della rivoluzione bolscevica. Ma il dubbio più angosciante – con gli occhi rivolti al presente – resta questo: come ha fatto la sinistra di allora, che pure aveva vinto le elezioni (democraticamente, secondo il metro di quello che era la democrazia imperfetta di allora) ha perdere il potere, a partire dalle zone in cui era apparentemente più forte? sono sufficienti le violenze squadristiche a spiegarlo? e perché le violenze squadristiche non hanno suscitato nessuna reazione efficace da parte di coloro che non erano né fascisti, né parte del blocco agrario e industriale, né convinti socialisti? merito delle propaganda (che però non aveva né i mezzi né gli strumenti né la capacità di penetrazione universale che ha ora)? responsabilità della stampa (praticamente l’unico mezzo di comunicazione di massa del tempo)? insipienza e complicità della politica (o più precisamente dei partiti e delle itituzioni)?

Non ho tutte le risposte, e le poche che ho me le tengo per me. Ma – dite quello che volete – ci sono delle rassomiglianze con la situazione attuale che fanno venire i brividi. Ne scrive a lungo – dovrete avere la pazienza di leggerlo tutto – l’articolo di Adriano Sofri pubblicato su Il Foglio l’8 ottobre 2018, “L’ombra del Ventennio“. Ne cito un passo che, secondo me, aiuta a capire come ci fosse allora, e ci sia ora, un capovolgimento di prospettiva che inquieta:

Se il fascismo, nonostante la pretesa totalitaria, fosse attraversato da contraddizioni, renitenze di corpi rivali e sopravvivenze “liberali”. O se il fascismo, nonostante contraddizioni renitenze e sopravvivenze fosse un regime totalitario. Ecco una citazione di Melis da un’intervista sul suo libro: “Lungi dall’essere marmoreo e impenetrabile [lo Stato fascista] era invece poroso; e nei suoi pori, dentro i singoli istituti, si manifestavano gli interessi (economici, sociali, collettivi ma anche spesso individuali). In ciò lo Stato fascista, pure dittatoriale e persecutorio verso le libertà, non differiva molto dagli Stati del suo tempo, anche dalle democrazie”. Non vi viene voglia di un ritorno brechtiano? “In ciò lo Stato fascista, pur non differendo molto dagli Stati del suo tempo, anche dalle democrazie, era dittatoriale e persecutorio verso le libertà”?

Impiego questo termine, totalitario, consapevole di una sua peculiare ambiguità e anzi proprio per questo. L’ambiguità è costitutiva e paradossale se si ricordi che l’aggettivo totalitario, arrivato a noi sulla scia della riflessione sull’orrore in cui precipitò in Europa la prima metà del secolo scorso, era pronunciato dai fascisti nella più positiva delle accezioni: il totalitarismo era ciò cui la rivoluzione fascista aspirava. In quella nozione c’era soprattutto il sequestro della persona e la sua consegna al corpo sociale disciplinato e al suo capo, la politica “totale”. Succede così anche con la parola Dittatura – qui non erano solo i fascismi a vedervi un riparo alla democrazia, ma il comunismo sentiva il bisogno di fare titolare della dittatura il proletariato. Succede così anche con le parole Razzismo, Razzista. Parole sacre, obbligate al gergo fascista. Il razzismo “totale” era la meta cui tendere. Venuti dopo Auschwitz (molto dopo, pensa con fastidio qualcuno) noi stiamo attenti a dire “Non sono razzista, ma…” (ancora per un poco, almeno). I pochissimi buonisti di allora – “pietisti”, li chiamavano, con lo stesso disprezzo di oggi – che ottant’anni fa si attentassero ad attenuare la persecuzione di un ebreo – anche il più illustre, il più patriottico, il più fascista perfino – doveva esordire dicendo: “Sono razzista, ma…”. Si teme un abuso del sospetto o dell’accusa di razzismo, oggi. Allora si accusava spietatamente qualcuno insinuando: “Non è razzista!”

Quanto alla seconda domanda d’obbligo, se si tratti di un romanzo riuscito, temo di dover rispondere negativamente. Non solo per la sua lunghezza (e mi vengono i brividi pensando alle altre due puntate), ma proprio per il modo in cui è scritto. Se il nostro gusto si è evoluto rispetto a una scrittura roboante e involuta ci sarà ben un motivo: la retorica da comunicato del capo di stato maggiore (“i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”) ci fa venire l’orticaria, per un eccesso di esposizione fin dalle scuole elementari, che ci ha iper-sensibilizzato. Scurati ha fatto una scelta, legittima, che non discuto. Ma costringe il lettore a una fatica che non trova sempre, anzi che trova raramente una ricompensa. Lo stesso vale per il ripetersi di alcune situazioni. Non penso tanto al racconto delle azioni (“efferate”, va da sé) delle squadracce fasciste, che rispondono alla logica di narrare un’escalation, forse resistibile, quanto al ripetersi delle squallide avventure erotiche del nostro M.

***

Ecco come al solito alcune citazioni dal testo. Come vedrete, Scurati avrebbe potuto scrivere un po’ di meno, e curare stile e scrittura un po’ di più. In questo almeno, nella polemica che ha contrapposto Ernesto Galli Della Loggia a Scurati – di cui potete leggere qui la risposta – la critica del primo non è infondata. Per di più, Scurati ha il vezzo, irritante, di scrivere nelle date gli anni per esteso (“millenovecentosedici” invece di “1916”, e questo in un romanzo di 838 pagine nell’edizione a stampa, e per di più pubblicato da Bompiani. Per chi non lo sapesse Valentino Bompiani, per risparmiare pagine carta e inchiostro nel suo Dizionario Bompiani delle opere e dei personaggi di tutti i tempi e di tutte le letterature, aveva sostituito “ò” a “ho” e così via (“Sarà forse un’altra leggenda – ma porta il copyright di Valentino – il risparmio di un centinaio di pagine dovuto alla soppressione dell’acca nelle forme composte del verbo avere e la sua sostituzione con un accento («ò detto e «à fatto», si legge ancora oggi nei preziosi volumi datati 1987)”. Ajello, Nello. “Il dizionario dei romanzi“. la Repubblica. 27 dicembre 2004)

Loro non promettono niente e manterranno la promessa. (pos. 839)

Io ardisco non ordisco. (pos. 852: D’Annunzio, naturalmente)

Si chiama Ulisse Igliori, sottotenente della fanteria, mutilato della Grande guerra, internato per dieci mesi a Mauthausen, decorato con medaglia d’oro al valore per l’eroismo dimostrato il 16 maggio millenovecentosedici nell’assalto alle postazioni austriache di monte Maronia dove i nemici lo raccolsero smembrato ma ancora vivo sopra un mucchio di cadaveri sanguinanti. L’eroe monco, futuro fondatore dell’A.S. Roma […] (pos. 1296: sapevàtelo!)

Se lo potrò, verrò a Tabiano. (pos. 2296: giusto perché a Tabiano da bambino ci sono andato per anni, alle terme, per fare le inalazioni con l’acqua termale)

[…] lottando contro i campi […] (pos. 2485: bel refuso, erano crampi…)

[…] giorno di San Michele, protettore di porte e rocche. (pos. 3097)

[…] esplosivo requisito in delle cassette per la frutta. (pos. 3027: corsivo mio. Questo non è un refuso, temo, ma scrittura sciatta)

Qualcuno vocifera che quando una bomba esplode nella folla, chiunque l’abbia armata, chiunque ne sia stato falciato, l’ultima vittima è sempre la sinistra proletaria. (pos. 4262)

Gli obiettivi sono sempre gli stessi, l’odio è quasi sempre privo di fantasia. (pos. 4548)

Siamo umani e nulla di ciò che è umano ci è estraneo. (pos. 4952: citazione da un discorso di M, che evidentemente conosceva il suo Heautontimorùmenos)

[…] la muta latrante dei cani della guerra. (pos. 4965)

Spesso penso al passato come a una terra straniera. (pos. 5525: Scurati si diverte con le citazioni, peraltro attribuendole a M)

Per Giacomo Matteotti e Velia Titta, sua moglie, la lontananza è come il vento. Spegne i fuochi piccoli e accende quelli grandi. (pos. 5582: il gioco sta diventando stucchevole)

L’hanno portata al mare, a Salsomaggiore […] (pos. 5824: questa poi, Salsomaggiore al mare?)

Lo ha scritto in un messaggio riservato a Mussolini da Ginevra anche Vilfredo Pareto, il grande studioso: “O ora o mai più.” (pos. 6170)

È una bella serata estiva, l’auto sportiva sfreccia sui cubetti di porfido del pavé di Milano e la vita è meravigliosa. (pos. 6192: corsivo mio. Sono lastroni rettangolari, come sa chi a Milano ci sia anche solo passto. E dire che Scurati ci vive e abita dai tempi dell’università, come racconta qui)

“Ora o mai più.” Glie lo ha scritto in una lettera riservata anche il grande Pareto da Ginevra. Poi, però, l’insigne studioso ha anche aggiunto: “Gli italiani amano le grandi parole e i fatti piccoli.” (pos. 6382: ma non ce l’aveva già detto poche pagine prima?)

Sofri – 43 anni

Sofri, Adriano (2012). 43 anni. Piazza Fontana, un libro, un film. e-book. 2012.

Ho parlato molte volte di Piazza Fontana, e del significato che quei giorni hanno avuto per me.

Una prima volta, nel giugno del 2007, recensendo Nelle mani giuste di Giancarlo De Cataldo, ho scritto (non mi cito per autocompiacimento, ma perché mi sono accorto rileggendo che tra queste cose, scritte in periodi diversi, c’è un filo conduttore che mi sembra spiegare sia il mio immutato interesse per l’argomento, sia la necessità di tornarci sopra che – evidentemente e per ragioni comprensibili ma non banali – ha evidentemente anche Adriano Sofri):

Una digressione personale: per me, piazza Fontana è una fredda sera d’inverno, mio padre che rientra dall’ufficio in anticipo rispetto ai suoi orari abituali e mi chiede di accompagnarlo a fare un lavoro in cantina, e una volta là sotto mi racconta della bomba e dei morti, e poi mi racconta dell’attentato al cinema Diana nel 1921 (23 marzo: 21 morti e 80 feriti), attribuito agli anarchici ma comunque utilizzato dai fascisti. Imparo che le cose possono essere diverse da quello che sembrano e che ci raccontano la televisione e il Corriere della sera. A scuola si discute del suicidio di Pinelli, della colpevolezza di Valpreda (il mostro), del tassista Rolandi… Non avevo mai pensato, prima, che le istituzioni potessero essere così impunemente e spregiudicatamente parte in causa, che potessero usare questi metodi…

Ci sono tornato sopra pochi mesi dopo, proprio il 12 dicembre, parlando più del momento storico che della mia personale esperienza:

La strage di Piazza Fontana. Un evento che ha segnato la mia generazione (ho già parlato in questo blog dei miei ricordi personali). Avevo 17 anni. Non sono così ingenuo da pensare che un solo evento può segnare lo spartiacque di una vita, di una generazione, della storia di un Paese. Ma più passa il tempo e più sono convinto che quel freddo pomeriggio di dicembre segnò una svolta. Non lo comprendemmo subito, e forse allora non lo capì nessuno: ma con Piazza Fontana si chiuse un capitolo. Quello dell’idea di democrazia progressiva, quello di una trasformazione graduale ma inarrestabile che avrebbe dato più voce e più potere ai lavoratori, sul luogo di lavoro, nella società, nella politica. Quella che, con sfumature diverse, aveva segnato i progetti di Kennedy, di Chruščёv, del Concilio Vaticano II, delle lotte operaie dell’autunno caldo, del 1968. Continuammo a crederci e a lottare, negli anni seguenti. Ma eravamo stati irrimediabilmente sconfitti. Quello che chiamavamo riflusso fu una sconfitta storica. E ne paghiamo ancora il prezzo. Hanno vinto. E non vedo nessuna luce, nessun arcobaleno all’orizzonte.

Anche qui, non mi autocito per puro narcisismo ma perché – Sofri scriveva dopo, nel 2009, ma escludo che gli potesse essere capitato di leggere i miei post – Sofri riprende un’idea analoga nel suo La notte che Pinelli:

Il 12 dicembre fu un giorno – una sera – così. Si sentì che la vita non sarebbe stata più la stessa, che c’era stato un prima, e che cominciava un dopo. Mi servo di questi modi di dire usati, ragazza, benché sappia che quello sbigottimento non si può davvero comunicare. Bisognava esserci, dicono sospirando certi vecchi, certe vecchie scuotendo la testa. E dicono: Tu non puoi capire.
Era un altro mondo, del resto. Quarant’anni fa – quasi il doppio del tempo che separava il 12 dicembre da una guerra mondiale! [p. 16]

Eppure Sofri – e questo lo dice nell’instant book che sto recensendo in questo momento, la pensa diversamente da me su quella sconfitta storica: nel senso che a me è sembrato e sembra tuttora un tragico male – nonostante tutto. e invece a lui (e a Mauro Rostagno) un bene – nonostante tutto.

Farei a Giordana l’obiezione che invece riguarda il suo film, e non la residua dipendenza da un libro sventato. Proprio quella conclusione che addensa attorno alla trama di una “guerra appena cominciata”, dal 12 dicembre all’uccisione di Calabresi, una tal adunata di potenze nere e occulte – la cosa che probabilmente resterà più memorabile per i giovani che andranno a vedere il film – spiega lo stato d’animo dichiarato da Giordana, che “tutto passava sulle nostre teste”. Tutto quello che avvenne allora, tutto quello per cui la sua generazione pensò di battersi, fu giocato sopra la testa sua e della sua generazione da poteri troppo forti e ubiqui. Una piovra, diciamo. Io non sono d’accordo. Se fosse stato davvero così, se tutti, nelle fabbriche, nelle strade, nelle università, nelle galere, fossimo stati giocati da quell’onnipotenza tenebrosa, allora saremmo privati di tutto, anche dei nostri errori e delle nostre colpe. Il mio amico Mauro Rostagno andò a Trento, nel ventennale del ’68 e poco prima d’essere ammazzato. Ci andò e disse: «Meno male che abbiamo perso». Io sono d’accordo. Meno male che abbiamo perso. Però, Giordana, mi voglio tenere la coscienza di avere perso anche da solo, per mio conto, con le mie forze. Di non essere stato espropriato di tutto, anche della benedetta sconfitta, da quella tenebrosa cospirazione. [p. 110]

Ecco, io non sono d’accordo né con Giordana né con Sofri. Ci hanno aiutato a perdere, ma abbiamo perso da soli: in questo darei ragione a Sofri. Ma che abbiamo perso non è stato un bene: per quanti errori abbiamo fatto, per quanti difetti e soprattutto eccessi avessimo, l’aver perso ha consegnato a noi e ai nostri figli un mondo peggiore di quello che avremmo tentato di realizzare. Ma, naturalmente, non c’è prova controfattuale da invocare. E la storia, che non si fa con i se e con i ma, figurarsi se si fa con i nonostante tutto.