Obituary: Scott McKenzie

La colonna sonora del luglio del 1967 – la mia prima estate da solo all’estero, “in famiglia” a Dublino per imparare l’inglese – ruotava, per come l’ho vissuta io, intorno a 3 canzoni:

  1. All You Need is Love, il single con cui i Beatles erano tornati in vetta alle classifiche dopo il flop di Strawberry Fields Forever/Penny Lane, anche grazie alla trasmissione in “mondovisione” di fine giugno.
  2. A Whiter Shade of Pale dei Procul Harum, una canzone dal testo incomprensibile ma strappacore (e strappagonadi), adattissima a ballare abbracciati stretti stretti, con una voce da blues, una linea melodica bachiana e un inedito impasto di pianoforte e organo.
  3. See Emily Play, curiosissimo brano di un gruppo psichedelico inglese al suo primo successo (raggiunse il 6° posto nella classifica inglese), i Pink Floyd: nessuno ci avrebbe scommesso allora, ma sarebbero diventati famosi.

Alla fine del mio soggiorno incontrai una ragazza di cui mi innamorai perdutamente. L’avrei sposata, ma mi dovetti accontentare di diventarne l’amico di penna. Nella prima lettera mi informò che i miei gusti musicali di luglio erano irrimediabilmente demodé, e che adesso non si parlava che di Massachusetts dei Bee Gees e di San Francisco di Scott McKenzie. A differenza dei Bee Gees, che attraversarono molti generi musicali in una lunga carriera, Scott McKenzie (che si chiamava in realtà Philip Wallach Blondheim ed era un amico strettissimo di John Phillips, anima dei Mamas & Papas) fu sostanzialmente uomo di una solo canzone. Ma che canzone: l’inno dei figli dei fiori e del Summer of Love.

Scott McKenzie

wikipedia.org

E allora, andiamo con la playlist (all’incontrario va, come il treno dei desideri).

La voce (belante) è quella di Robin Gibb.

E qui naturalmente canta Syd Barrett.

La trasmissione in mondovisione del giugno 1967.