Biblioterapia, il valore terapeutico della lettura

Istintivamente lo sappiamo tutti, e forse non è nemmeno una gran scoperta: leggere può aiutare a superare i momenti difficili. Qualcuno, però, ha preso questa intuizione abbastanza sul serio da darle un nome – biblioterapia – e da guadagnarci su. Ne parla il sito smithsonianmag.org, la rivista online dell’omonimo multimuseo statunitense, in un questo articolo: What’s the Perfect Book to Get Over a Breakup? | Arts & Culture | Smithsonian Magazine.

When times get rough, sometimes you wish you had just the right book to get you over the hump. Perhaps you have been laid off from work. What’s the best read to chart a new course? Or if a loved one has died, is there a story to help you grieve?
Alain de Botton, a firm believer in the healing power of books, argues that the books we read should not just be entertainment, or ways to pass an exam and impress the neighbors, but tools for tackling some or our deepest anxieties. “They should be therapeutic,” he says.
In 2008, de Botton, a philosopher and author of several of his own books, and a few partners founded the School of Life, a quirky storefront in the heart of London offering classes, dinners and sermons on “how to live wisely and well.” Since the school opened, one of its most highly demanded services has been “bibliotherapy.”
For 80 British pounds (about $125), someone can visit the School of Life, talk with a therapist about his or her struggles (for instance, raising a rebellious kid or balancing home and work life) and walk away with a prescription. For books, that is.

Alain de Botton

Alain de Botton / smithsonianmag.com

Un esempio? Ecco la lista proposta dalla biblioterapista Ella Berthoud della School of Life di Londra:

  1. Riprendersi da una separazione, Parte I: Flashman, di George MacDonald Fraser (non ho trovato una traduzione italiana). To start with, you should distract yourself from your heartbreak with a great novel. Ecco che ne dice Ella Berthoud: Flashman, by George MacDonald Fraser, is a fantastically entertaining romp through the 19th century wars and adventures of a cad, who becomes a high-ranking British soldier. He beds every available girl, behaves like a coward, but is always decorated for his heroism. Lose yourself in his awful behavior, thus curing yourself of self-pity.
  2. Riprendersi da una separazione, Parte II: Noi, di Yevgeny Zamyatin. Da Wikipedia: La storia è raccontata in prima persona dal suo protagonista, D-503, sotto forma di un diario che raccoglie sia le sue osservazioni di lavoro come ingegnere che le sue disavventure con un gruppo di resistenti noto come Mefi (dal nome Mefistofele). Il diario ha lo scopo di raccontare la felicità finalmente conseguita dai cittadini dello Stato Unico e di presentarla alle civiltà extraterrestri che la nave spaziale alla cui costruzione D-503 sovrintende, l’Integrale, incontrerà nel suo viaggio. L’innovativa visione futuristica di Zamjatin comprende abitazioni (e qualsiasi altro oggetto) costruite esclusivamente in vetro e materiali trasparenti, così che chiunque sia visibile in ogni momento. I nomi dei protagonisti – O-90, D-503 e I-330 – derivano quasi certamente dai parametri ingegneristici della Saint Alexander Nevskij, la nave rompighiaccio preferita di Zamjatin (che fu ingegnere navale e si vantò di averne firmato personalmente i disegni preparatori). Alcuni sostengono che i numeri siano in realtà un codice biblico. I nomi sono inoltre legati al sesso dei personaggi: gli uomini hanno nomi che iniziano per consonante e sono caratterizzati da numeri dispari, mentre tutti i nomi femminili iniziano per vocale e contengono numeri pari.
    Questa invece la presentazione di Ella Berthoud: Then read of a seriously doomed love affair in We, by Yevgeny Zamyatin. The first of the great dystopian romances, this novel describes the hopeless love of D503 for I-330. They both live in One-State, where each man and woman is entitled to the right of sexual activity with any one else, but romance is not allowed or acknowledged. This novel will cheer you up from your own misery, perhaps leaving you feeling that love was never worth it anyway.
  3. Adattarsi a una nuova città, Parte I: Le città invisibili, di Italo Calvino. Ella Berthoud: Invisible Cities, by Italo Calvino, is a treatise on what a city can be, should be and really is. Framed as a conversation between the busy emperor Kublai Khan and Marco Polo, the chapters are more like prose poems, as Polo describes the cities he has seen to Khan. In between descriptions, the two men chat about various ideas brought about by the descriptions of the cities, such as linguistics and the vagaries of human nature.
  4. Adattarsi a una nuova città, Parte II: Come diventare un esploratore del mondo, di Keri Smith. La nota editoriale di presentazione: Questo libro è iniziato con una lista scritta una notte in cui non riuscivo a dormire… Così si apre “Come diventare un esploratore del mondo”, un quaderno di appunti e suggerimenti per documentare e osservare il mondo che ci sta attorno come se non l’avessimo mai visto prima. Una raccolta di idee ispirate dai grandi pensatori e artisti della nostra epoca che Keri Smith reinterpreta e mette in pratica attraverso un racconto fatto di illustrazioni e fotografie. Ella Berthoud: How to be an Explorer of the World, by Keri Smith, is neither a novel nor a philosophical book, but an artist’s book, which looks a bit like a sketchbook. The book suggests ways in which we can use our imagination creatively. Keri Smith, who is a successful illustrator, encourages her readers to observe their environment and see the world with new eyes, and to then document their observations. This book will help you learn to love your new environment.
  5. Sfinito dal lavoro e bisognoso di vacanza: L’anno della lepre, di Arto Paasilinna. La nota editoriale di presentazione: l libro narra le stravaganti e spesso esilaranti peripezie del giornalista di Helsinki Vatanen che, dopo avere investito una lepre, la cerca, la cura e decide di sparire con lei nei boschi della Finlandia. Si trasforma così in un vagabondo che parte all’avventura, senza fretta e senza meta, sempre accompagnato dalla sua lepre come irrinunciabile talismano. Ella Berthoud: Finnish author Arto Paasilinna is a master of the vacation of the mind. The Year of the Hare tells the story of a disgruntled journalist who one day runs over a hare, hurting but not killing it. He then leaves his home and family and sets off on the road, with the hare. Very funny and surreal, but well written, you may find yourself wanting to take off into the wild and finding your own long-eared companion.
  6. Per piangere la perdita di una persona amata, Parte I: Diario di un dolore, di C. S. Lewis. Ella Berthoud: C.S. Lewis was a confirmed bachelor until he met a young American woman, Joy Davidson. They fell in love quickly, and enjoyed a happy marriage of only a few years before Joy died of cancer. Devastated, C.S. Lewis worked through his grief in his extraordinary but little known A Grief Observed, in which he describes with great feeling the many aspects of loss.
  7. Per piangere la perdita di una persona amata, Parte II: L’anno del pensiero magico, di Joan Didion. La nota editoriale di presentazione: Dicembre 2003. Qualche giorno prima di Natale, gli scrittori John Gregory Dunne e Joan Didion vedono una banale influenza della loro unica figlia Quintana degenerare prima in polmonite, poi in choc settico. Soltanto qualche giorno più tardi, rientrati da una visita alla figlia ancora grave in ospedale, John e Joan siedono a tavola: all’improvviso l’uomo cade a terra e, in pochi minuti, muore d’infarto. “La vita cambia in fretta”, scriverà Joan Didion qualche giorno dopo. Per oltre un anno la vita di Joan Didion è stata schiacciata dalla portata di questi due eventi, e questo libro è il resoconto di quell’anno, del tentativo di venire a patti con il modo repentino in cui la sua vita è stata stravolta. Diventa faticoso allora il dialogo tra la realtà e le strategie che si mettono in atto per accettarla: se per sopportare la malattia della figlia studia testi di medicina, si rende insopportabile alle infermiere dell’ospedale e si rivolge ad amici in cerca di numeri di telefono e indirizzi di ottimi medici, allo stesso tempo si rende conto che la morte e la malattia sono eventi che al di là dal suo controllo la lasciano in preda dei suoi ricordi, e si sorprende a pensare come i bambini: “come se i miei pensieri o i miei desideri avessero il potere di rovesciare la storia dei fatti”. Ella Berthoud: Someone in this situation might find The Year of Magical Thinking, by Joan Didion, helpful. She describes the death of her husband and illness of her daughter, and how she copes with it. The book is widely described as one of the most helpful books about bereavement around, partly because Didion is so factual and, in a way, emotionally removed from her subject.
  8. Preoccupazione per il primo anno d’università: Risposte nella polvere, di Rosamond Lehmann. Ella Berthoud: First published in 1927, Dusty Answer, by Rosamond Lehmann, is a magical novel describing the coming of age of Judith, a lonely, sensitive girl who falls in love with all her cousins at once. As it is exactly about going to college, the passions and pains inherent in that time, you will find yourself heartened by it and more able to face your own immediate future.
  9. Confuso, tra un lavoro e l’altro, Parte I: Il re della pioggia, di Saul Bellow. Ella Berthoud: In Henderson the Rain King, by Saul Bellow, Henderson is a very wealthy man in his 50s, who feels a void at the heart of his life. He goes to Africa to find meaning and inadvertently becomes a god-like figure to the tribe he tries to help by ridding their well of frogs. The central themes are religion, spirituality and personal freedom — it’s a great book to read when you are confused about what to do next.
  10. Confuso, tra un lavoro e l’altro, Parte II: Bartleby lo scrivano, di Herman Melville. Ella Berthoud: If you are only just discovering the joys of unemployment, you could start by reading Bartleby, the Scrivenerby Herman Melvillea hilarious short story in which an employee is constantly asked to do things he “would prefer not to.” He is eventually asked to leave, but he remains night and day in the offices. He does it with such grace and dignity that one can only admire him.

Un ultimo consiglio: non prendetemi e non prendetevi sul serio.

Diamond-Robinson (eds.) – Natural Experiments of History

Diamond, Jared & James A. Robinson (eds.) (2010). Natural Experiments of History. Cambridge (MA): Belknap. 2010. ISBN 9780674035577. Pagine 288. 29,95 $

Natural Experiments of History

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Un libro prezioso. La questione da cui muove è apparentemente semplice: non è possibile applicare il metodo canonico dell’esperimento scientifico nelle scienze sociali, e per la verità nemmeno nelle scienze naturali, in situazioni caratterizzate da uno statuto etico particolare – il celebre esperimento di Milgram del 1961 non potrebbe essere ripetuto oggi in nessuna università – o quando le circostanze storiche sono irripetibili – nonostante Jurassic Park non è possibile fare esperimenti sui dinosauri. Si deve allora ricorrere a qualche cosa di diverso, che conserva dell’esperimento scientifico alcuni assunti, e in particolare il metodo comparativo e il ricorso massiccio a dati quantitativi.

Gli 8 casi di studio presentati sono riferiti a diverse discipline (storia, archeologia, economia, storia economica, geografia e scienze politiche), coprono differenti epoche storiche (da società illetterate e preistoriche, a società letterate del passato, a società contemporanee) e diverse aree geografiche (dagli Stati Uniti al Messico, al Brasile, all’Europa occidentale, all’Africa tropicale, all’India, alla Siberia, all’Australia, alla Nuova Zelanda alle isole del Pacifico) e spaziano da semplici comparazioni a coppie prevalentemente qualitative (ad esempio, tra Haiti e la Repubblica dominicana) a complesse analisi quantitative come quelle riferite a 81 isole del Pacifico o a 233 regioni dell’India.

Ognuno dei saggi che compongono il volume ha motivi d’interesse suoi propri.

Dal primo, quello di Patrick Kirch sull’evoluzione culturale polinesiana, ho imparato a estendere la distinzione tra omologo e analogo (di cui ho parlato su questo blog) al concetto di sinologia:

Homologous traits are retentions from a common ancestral condition, whereas analogous traits have arisen after the breakup of an ancestral culture into descent groups, usually in response to similar conditions or challenges. Synologous traits are those that have been borrowed across cultural boundaries. [p. 48: cfr. anche di Boyd et al. Are Cultural Phylogenies Possible?]

Del secondo saggio, quello di James Belich su Exploding Wests: Boom and Busts in Nineteenth-Century Settler Societies, ho apprezzato la considerazione che «economic history is in fact too important to be left solely to economists» [p. 67] e, più in generale, l’attenzione al ritmo degli insediamenti e degli eventi storici (per esempio, Belich sostiene che i popoli indigeni – dai Sioux e i Comanci del Nord-America ai Maori della Nuova Zelanda – sono stati in genere capaci di adattarsi al contatto con gli Europei, ma non all’esplosione dell’insediamento).

Nel suo saggio su Intra-Island and Inter-Island Comparison, Jared Diamond riprende in modo più tecnico argomenti di cui ci aveva già parlato in Collapse: How Societies Choose to Fail or Succeed. In particolare, affronta il tema della deforestazione in alcune isole polinesiane prendendo in considerazione un dataset di 9 variabili (precipitazioni, temperatura, età geologica, ricaduta di ceneri vulcaniche, ricaduta di polvere e sabbia dall’Asia centrale, presenza di makatea – un detrito corallino vetroso e tagliente – superficie, altitudine e isolamento geografico), capaci di spiegare gran parte della variazione nella variabile dipendente (la deforestazione):

Thus Easter became deforested not because its inhabitants were especially shortsighted or did especially strange things, but because they had the bad luck to find themselves living on one of the Pacific’s most environmentally fragile islands, with the lowest regrowth rates of trees. We could never have teased apart this complex multicausal problem without a quantitative statistical analysis of a big database. For example, if we had studied just one island, or even if we had compared one wet island with one dry island, the effect of rainfall alone would have been confounded or obscured by the effect of the eight other variables. Similarly, epidemiologists could have never identified the many risk factors, or even a single risk factor, for cancer just by publishing a single case study of one smoker. Easter constitutes just one piece of a massive natural experiment on Pacific islands. By comparing many islands, one can confidently extract many conclusions, whereas by studying just a single island, it would be difficult to extract even a single conclusion [p. 133]

Del capitolo di Nathan Nunn, Shackled to the Past: The Causes and Consequences of Africa’s Slave Trades, ho trovato interessante la conferma, a partire da una prospettiva diversa, della tesi esposta da Easterly e Levine in un articolo del 1997 pubblicato da The Quarterly Journal of Economics (Africa’s Growth Tragedy : Policies and Ethnic Divisions):

For economists, Africa’s ethnic diversity has been a leading explanation for Africa’s poor economic performance. The explanation and supporting statistical evidence were first proposed in a 1997 article published in the Quarterly Journal of Economics by William Easterly and Ross Levine. The authors argue that ethnically diverse societies are less likely to agree on the specific public goods and policies the government should implement. Because of these disagreements, there will be less provision of public goods, such as schooling, health, and infrastructure. Easterly and Levine show that across countries, higher ethnic diversity is associated with lower levels of education, infrastructure, financial development, and with less political stability.
It is possible that part of the adverse effects of the slave trades stems from the fact that they impeded the formation of larger ethnic groups and therefore resulted in more ethnic diversity today. Using the constructed slave export data, one can examine whether the data are consistent with this theory by testing whether countries that had more slaves taken in the past are more ethnically diverse today. […] Figure 5.5 shows a clear positive relationship between the two measures. The more slaves a country exported during the slave trades, the more ethnically diverse the country is today. The statistical estimates of the relationship show that as much as 50% of the differences in countries’ ethnic diversity within Africa can be explained by the number of slaves exported during the slave trades. [173: per un aggiornamento delle misure di diversità proposte originariamente da Easterly e Levine si può vedere: Alesina et al. Fractionalization]

Il saggio che – forse anche per motivi professionali – a me è piaciuto più di tutti è From Ancien Régime to Capitalism: The Spread of the French Revolution as a Natural Experiment, di Daron Acemoglu, Davide Cantoni, Simon Johnson e James A. Robinson. La tesi, sostenuta e corroborata con grande eleganza, è che la diffusione del Codice napoleonico, portato in alcune parti della Germania ma non in tutte dalle armate francesi, ha avuto un effetto duraturo sui livelli di reddito e di crescita delle regioni e delle popolazioni che vi sono entrate in contatto. Oltre che per il merito storico-economico, l’articolo è anche particolarmente acuto sotto il profilo del metodo. Si discutono, tra le difficoltà incontrate, quella della reverse causality (è stata la caduta dell’ancien régime a favorire lo sviluppo economico, o piuttosto il progresso capitalistico ad aver minato il sistema feudale?) e dell’omitted variable bias, illustrato elegantemente con una citazione di Max Weber:

“Montesquieu says (Esprit des Lois, book XX, chapter 7) of the English that they ‘had progressed the farthest of all peoples of the world in three important things: in piety, in commerce, and in freedom’. Is it not possible that their commercial superiority and their adaptation to free political institutions are connected in some way with that record of piety which Montesquieu ascribes to them?” Hence Max Weber directly argued that an omitted factor, here religion, explained both democracy and capitalism in England. [p. 224]

La parte più importante del libro è certamente l’Afterword scritto dai due curatori (Afterword: Using Comparative Methods in Studies of Human History): se disponessi della versione elettronica del testo, a costo di sfiorare la violazione del copyright (ma senza malizia, ma anzi per incentivarne la conoscenza), lo riprodurrei pressoché integralmente. Ma questo è un libro che ho letto nel volume cartaceo, e non mi resta che invitarvi vivamente a cercarlo e leggere almeno quelle pagine. Soprattutto se siete economisti o scienziati sociali di qualche altra varietà. L’altra cosa che posso fare è – nel caso non vi fidiate del mio giudizio, posizione scettica che vi suggerisco di assumere – indirizzarvi alla lettura della recensione fa Thad Dunning dell’Università di Yale (Review of Natural Experiments of History).