Diamond-Robinson (eds.) – Natural Experiments of History

Diamond, Jared & James A. Robinson (eds.) (2010). Natural Experiments of History. Cambridge (MA): Belknap. 2010. ISBN 9780674035577. Pagine 288. 29,95 $

Natural Experiments of History

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Un libro prezioso. La questione da cui muove è apparentemente semplice: non è possibile applicare il metodo canonico dell’esperimento scientifico nelle scienze sociali, e per la verità nemmeno nelle scienze naturali, in situazioni caratterizzate da uno statuto etico particolare – il celebre esperimento di Milgram del 1961 non potrebbe essere ripetuto oggi in nessuna università – o quando le circostanze storiche sono irripetibili – nonostante Jurassic Park non è possibile fare esperimenti sui dinosauri. Si deve allora ricorrere a qualche cosa di diverso, che conserva dell’esperimento scientifico alcuni assunti, e in particolare il metodo comparativo e il ricorso massiccio a dati quantitativi.

Gli 8 casi di studio presentati sono riferiti a diverse discipline (storia, archeologia, economia, storia economica, geografia e scienze politiche), coprono differenti epoche storiche (da società illetterate e preistoriche, a società letterate del passato, a società contemporanee) e diverse aree geografiche (dagli Stati Uniti al Messico, al Brasile, all’Europa occidentale, all’Africa tropicale, all’India, alla Siberia, all’Australia, alla Nuova Zelanda alle isole del Pacifico) e spaziano da semplici comparazioni a coppie prevalentemente qualitative (ad esempio, tra Haiti e la Repubblica dominicana) a complesse analisi quantitative come quelle riferite a 81 isole del Pacifico o a 233 regioni dell’India.

Ognuno dei saggi che compongono il volume ha motivi d’interesse suoi propri.

Dal primo, quello di Patrick Kirch sull’evoluzione culturale polinesiana, ho imparato a estendere la distinzione tra omologo e analogo (di cui ho parlato su questo blog) al concetto di sinologia:

Homologous traits are retentions from a common ancestral condition, whereas analogous traits have arisen after the breakup of an ancestral culture into descent groups, usually in response to similar conditions or challenges. Synologous traits are those that have been borrowed across cultural boundaries. [p. 48: cfr. anche di Boyd et al. Are Cultural Phylogenies Possible?]

Del secondo saggio, quello di James Belich su Exploding Wests: Boom and Busts in Nineteenth-Century Settler Societies, ho apprezzato la considerazione che «economic history is in fact too important to be left solely to economists» [p. 67] e, più in generale, l’attenzione al ritmo degli insediamenti e degli eventi storici (per esempio, Belich sostiene che i popoli indigeni – dai Sioux e i Comanci del Nord-America ai Maori della Nuova Zelanda – sono stati in genere capaci di adattarsi al contatto con gli Europei, ma non all’esplosione dell’insediamento).

Nel suo saggio su Intra-Island and Inter-Island Comparison, Jared Diamond riprende in modo più tecnico argomenti di cui ci aveva già parlato in Collapse: How Societies Choose to Fail or Succeed. In particolare, affronta il tema della deforestazione in alcune isole polinesiane prendendo in considerazione un dataset di 9 variabili (precipitazioni, temperatura, età geologica, ricaduta di ceneri vulcaniche, ricaduta di polvere e sabbia dall’Asia centrale, presenza di makatea – un detrito corallino vetroso e tagliente – superficie, altitudine e isolamento geografico), capaci di spiegare gran parte della variazione nella variabile dipendente (la deforestazione):

Thus Easter became deforested not because its inhabitants were especially shortsighted or did especially strange things, but because they had the bad luck to find themselves living on one of the Pacific’s most environmentally fragile islands, with the lowest regrowth rates of trees. We could never have teased apart this complex multicausal problem without a quantitative statistical analysis of a big database. For example, if we had studied just one island, or even if we had compared one wet island with one dry island, the effect of rainfall alone would have been confounded or obscured by the effect of the eight other variables. Similarly, epidemiologists could have never identified the many risk factors, or even a single risk factor, for cancer just by publishing a single case study of one smoker. Easter constitutes just one piece of a massive natural experiment on Pacific islands. By comparing many islands, one can confidently extract many conclusions, whereas by studying just a single island, it would be difficult to extract even a single conclusion [p. 133]

Del capitolo di Nathan Nunn, Shackled to the Past: The Causes and Consequences of Africa’s Slave Trades, ho trovato interessante la conferma, a partire da una prospettiva diversa, della tesi esposta da Easterly e Levine in un articolo del 1997 pubblicato da The Quarterly Journal of Economics (Africa’s Growth Tragedy : Policies and Ethnic Divisions):

For economists, Africa’s ethnic diversity has been a leading explanation for Africa’s poor economic performance. The explanation and supporting statistical evidence were first proposed in a 1997 article published in the Quarterly Journal of Economics by William Easterly and Ross Levine. The authors argue that ethnically diverse societies are less likely to agree on the specific public goods and policies the government should implement. Because of these disagreements, there will be less provision of public goods, such as schooling, health, and infrastructure. Easterly and Levine show that across countries, higher ethnic diversity is associated with lower levels of education, infrastructure, financial development, and with less political stability.
It is possible that part of the adverse effects of the slave trades stems from the fact that they impeded the formation of larger ethnic groups and therefore resulted in more ethnic diversity today. Using the constructed slave export data, one can examine whether the data are consistent with this theory by testing whether countries that had more slaves taken in the past are more ethnically diverse today. […] Figure 5.5 shows a clear positive relationship between the two measures. The more slaves a country exported during the slave trades, the more ethnically diverse the country is today. The statistical estimates of the relationship show that as much as 50% of the differences in countries’ ethnic diversity within Africa can be explained by the number of slaves exported during the slave trades. [173: per un aggiornamento delle misure di diversità proposte originariamente da Easterly e Levine si può vedere: Alesina et al. Fractionalization]

Il saggio che – forse anche per motivi professionali – a me è piaciuto più di tutti è From Ancien Régime to Capitalism: The Spread of the French Revolution as a Natural Experiment, di Daron Acemoglu, Davide Cantoni, Simon Johnson e James A. Robinson. La tesi, sostenuta e corroborata con grande eleganza, è che la diffusione del Codice napoleonico, portato in alcune parti della Germania ma non in tutte dalle armate francesi, ha avuto un effetto duraturo sui livelli di reddito e di crescita delle regioni e delle popolazioni che vi sono entrate in contatto. Oltre che per il merito storico-economico, l’articolo è anche particolarmente acuto sotto il profilo del metodo. Si discutono, tra le difficoltà incontrate, quella della reverse causality (è stata la caduta dell’ancien régime a favorire lo sviluppo economico, o piuttosto il progresso capitalistico ad aver minato il sistema feudale?) e dell’omitted variable bias, illustrato elegantemente con una citazione di Max Weber:

“Montesquieu says (Esprit des Lois, book XX, chapter 7) of the English that they ‘had progressed the farthest of all peoples of the world in three important things: in piety, in commerce, and in freedom’. Is it not possible that their commercial superiority and their adaptation to free political institutions are connected in some way with that record of piety which Montesquieu ascribes to them?” Hence Max Weber directly argued that an omitted factor, here religion, explained both democracy and capitalism in England. [p. 224]

La parte più importante del libro è certamente l’Afterword scritto dai due curatori (Afterword: Using Comparative Methods in Studies of Human History): se disponessi della versione elettronica del testo, a costo di sfiorare la violazione del copyright (ma senza malizia, ma anzi per incentivarne la conoscenza), lo riprodurrei pressoché integralmente. Ma questo è un libro che ho letto nel volume cartaceo, e non mi resta che invitarvi vivamente a cercarlo e leggere almeno quelle pagine. Soprattutto se siete economisti o scienziati sociali di qualche altra varietà. L’altra cosa che posso fare è – nel caso non vi fidiate del mio giudizio, posizione scettica che vi suggerisco di assumere – indirizzarvi alla lettura della recensione fa Thad Dunning dell’Università di Yale (Review of Natural Experiments of History).

Una Risposta to “Diamond-Robinson (eds.) – Natural Experiments of History”

  1. Jared Diamond – The World Until Yesterday: What Can We Learn from Traditional Societies? | Sbagliando s'impera Says:

    […] di Natural Experiments of History, curato da Jared Diamond e James A. Robinson ho scritto una recensione su questo blog qualche mese […]


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