Lawrence Krauss – A Universe from Nothing

Krauss, Lawrence M. (2012). A Universe from Nothing. New York: Free Press. 2012. ISBN 9781451624458. Pagine 226. 9,99 €

A Universe from Nothing

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Non è la prima volta che provo a leggere un libro di cosmologia: il tema non mi appassiona, ma mi dico che è dovere di una persona colta (come aspiro a diventare) cercare di capire i progressi della scienza e della conoscenza anche in campi diversi da quelli che le sono congeniali.

Questa filosofia mi ha spesso portato ad aperture di nuovi orizzonti, ad avventure del pensiero e a esperienze felici, ma non sempre. A volte la stessa filosofia è stato un lasciapassare per la frustrazione.

Ricordo ancora quando – studiavo all’università – volli cimentarmi con La linguistica strutturale di Giulio C. Lepschy. Non esattamente rocket science, come si suol dire.  La 4ª di copertina diceva qualcosa del tipo:

La linguistica strutturale è venuta occupando un posto centrale nella cultura, al punto d’incontro fra scienze esatte e discipline umanistiche. Al rigore dei suoi metodi guardano spesso come a un modello studiosi in campi diversi, dall’antropologia alla storia, dalla logica alla cibernetica alla critica letteraria. Questo è dovuto a un rinnovamento che la linguistica ha operato nelle proprie basi e nei propri metodi, introducendo distinzioni come quelle di sincronia e di diacronia, sintagmatica e paradigmatica, “langue” e “parole”, e interpretando gli elementi linguistici in base alla loro pertinenza rispetto a certe funzioni, che essi possono esercitare in quanto costituiscono un sistema. In questo libro uno specialista presenta al lettore italiano non specialista una rassegna sistematica dei metodi della linguistica strutturale, un esame delle sue varie correnti, e una discussione di alcune più recenti applicazioni.

D’accordo, qualche termine intimidiva (“sincronia e diacronia, sintagmatica e paradigmatica, langue e parole“) ma l’editore ti tranquillizzava (“uno specialista presenta al lettore italiano non specialista”): io ero certo un non specialista ed Einaudi all’epoca era un editore serio. E dunque, avanti. Avanti un corno. Incontrai per la prima volta nella mia vita la sensazione di aver cozzato contro i limiti della mia capacità di comprensione, e dovetti ammettere a me stesso che potevano esserci cose che non capivo e non avrei capito. In un certo senso fu anche un’esperienza tardiva (ero stato fortunato a non avere incontrato questi miei limiti intellettuali più precocemente, come invece mi era avvenuto con quasi tutte le attività sportive e con l’acuità sensoriale) e salutare (conoscere i propri limiti è evidentemente meglio che credersi un superuomo).

Dopo quella disavventura, l’esperienza di incontrare qualcosa che non capivo, o che capivo solo dopo un grande sforzo di applicazione e che comunque avevo la sensazione di non capire fino in fondo (“You don’t understand anything until you learn it more than one way” come ha scritto Marvin Minski) si è presentata molte volte. Soprattutto con la cosmologia e con la fisica. Influendo persino sull’andamento del complesso di Edipo e sulle scelte di studio della mia prole: ma questa è tutta un’altra storia.

Ho affrontato Krauss perché speravo sinceramente che le sue qualità di “divulgatore” mi avrebbero aiutato (avevo letto il suo libro, godibilissimo, su La fisica di Star Trek) ad affrontare un tema che un risvolto affascinante l’ha senz’altro: Why is there something rather than nothing? Perché c’è qualche cosa invece di niente?

Domanda che ha anche un risvolto teologico, evidentemente. Evidentemente, almeno, per noi italiani che ci siamo scontrati con il tomismo fin dai tempi della scuola e, si suppone, i conti con questo modo di ragionare – apparentemente a tenuta ermetica, ma in realtà fragilissimo – li abbiamo fatti da un pezzo. E la presenza di una post-fazione di Richard Dawkins, ormai arruolato full-time a paladino di una visione scientifica e razionalistica del mondo, mi sembrava una garanzia che la risposta alla domanda sarebbe stata, appunto, scientifica e razionalistica.

Sotto questo profilo non sono stato deluso. Ma mentirei se dicessi che ho capito tutto.

Il libro è, in qualche misura, “figlio” di una conferenza-lezione di Lawrence Krauss, ancora una volta introdotta da Richard Dawkins, al meeting 2009 della Atheist Alliance International. Il filmato è stato visto da 1,3 milioni di persone nel momento in cui scrivo. Eccolo qui:

***

Al termine della recensione, alcuni passi del libro che mi sembrano degni di nota. Il riferimento è come di consueto alle posizioni sul Kindle:

[…] data rarely impress people who have decided in advance that something is wrong with the picture. [456: come a dire che, se hai un pregiudizio, non sarà l’evidenza dei dati a farti cambiare idea.]

The pattern of density fluctuations that result after inflation — arising, I should stress, from the quantum fluctuations in otherwise empty space — turns out to be precisely in agreement with the observed pattern of cold spots and hot spots on large scales in the cosmic microwave background radiation. While consistency is not proof, of course, there is an increasing view among cosmologists that, once again, if it walks like a duck and looks like a duck and quacks like a duck, it is probably a duck. And if inflation indeed is responsible for all the small fluctuations in the density of matter and radiation that would later result in the gravitational collapse of matter into galaxies and stars and planets and people, then it can be truly said that we all are here today because of quantum fluctuations in what is essentially nothing. [1374]

Of course, speculations about the future are notoriously difficult. I am writing this, in fact, while at the World Economic Forum in Davos, Switzerland, which is full of economists who invariably predict the behavior of future markets and revise their predictions when they turn out to be horribly wrong. More generally, I find any predictions of the far future, and even the not-so-far future, of science and technology to be even sketchier than those of “the dismal science.” Indeed, whenever I’m asked about the near future of science or what the next big breakthrough will be, I always respond that if I knew, I would be working on it right now! [1602]

I should point out, nevertheless, that even though incomplete data can lead to a false picture, this is far different from the (false) picture obtained by those who choose to ignore empirical data to invent a picture of creation that would otherwise contradict the evidence of reality (young earthers, for example), or those who instead require the existence of something for which there is no observable evidence whatsoever (like divine intelligence) to reconcile their view of creation with their a priori prejudices, or worse still, those who cling to fairy tales about nature that presume the answers before questions can even be asked. [1636]

In this case, the answer to the question, “Why is there something rather than nothing?” will then simply be: “There won’t be for long.” [2470]

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