La decimazione del dirigente pubblico

Il titolo è volutamente sbagliato. È un vecchio trucco, che serve ad attirare l’attenzione del lettore.

In realtà a essere decimato è il dipendente pubblico (tagliare il 10% dei dipendenti pubblici significa eliminarne – vabbè, non letteralmente, diciamo mandarne a casa – 1 su 10). E per me l’immagine dei cittadini rastrellati e messi in fila, e dell’SS che li passa in rassegna e contando dice «tu», «tu», «tu» e «tu», è trita ma irresistibile. Invece, un verbo che si riferisce all’eliminazione di 1 su 5 non mi risulta che ci sia.

Peccato, perché 1 su 5 è veramente tanto. È più della probabilità di farsi un buco nella tempia giocando alla roulette russa con una pistola a tamburo a 6 colpi carica con una pallottola sola: un gioco che non penso nessuno di voi farebbe, anche se magari tra voi c’è qualcuno che gioca al Superenalotto (dove la probabilità di fare 6 è una su 622.614.630).

È la probabilità di trovare una sorpresa speciale nell’ovetto kinder:

Ma come è possibile che nella pubblica amministrazione italiana un dirigente su 5 sia in eccesso? Già mi sembra sconvolgente che il governo (cioè la pubblica amministrazione stessa, che per il governo e per suo ordine ha istruito il provvedimento) abbia detto che un dipendente pubblico su 10 è di troppo. Mai tra i dirigenti il numero raddoppia. Quali perversi meccanismi hanno operato per arrivare a questo risultato disastroso?

Vorrei provare a fare 2 ragionamenti.

Ma prima un disclaimer e una confessione: nella vita vera, fuori dal web voglio dire, sono un dirigente pubblico. Quindi non aspettatevi da me un’assoluta neutralità.

Demetrio Pianelli

wikipedia.org

Primo ragionamento.

Ammettiamo per un attimo che l’assunzione nella pubblica amministrazione non risponda mai a nessun criterio virtuoso. Ci sono, è vero, i concorsi pubblici per titoli e/o per esami. Ma è tutta una burletta. Nessuno ha mai funzionato, se non perversamente. Hanno invece operato il nepotismo, la raccomandazione politica e non so quale altro meccanismo di selezione avversa, come dicono gli economisti. Risultato? 1 su 10 è indegno di fare parte della pubblica amministrazione? Può essere. Ma non abbiamo modo di affermarlo con certezza. Può darsi che il meccanismo di selezione, pur non avendo operato nel senso sperato (separando i migliori dai mediocri) non abbia nemmeno operato del tutto nel verso opposto (selezionando i peggiori): se nella popolazione di partenza gli incapaci fossero 1 su 10, il procedimento di selezione avrebbe alla fin fine operato in modo neutro.

Quindi non può essere questa, razionalmente, la motivazione del provvedimento. Se il provvedimento ha una ratio, allora, è quella che un dipendente pubblico su 10 non è abbastanza produttivo, è un lusso che non ci possiamo permettere in questi tempi cupi, e per questo lo mandiamo a casa.

A questo punto mi viene un dubbio. Perché un tasso di disoccupazione del 10% è giudicato altissimo (infatti il tasso di disoccupazione più recentemente diffuso dall’Istat, e relativo al mese di maggio 2012, era del 10,1% e ha suscitato vasto e giustificato allarme), mentre distruggere il 10% dei posti di lavoro nella pubblica amministrazione è cosa buona e giusta? Perché la nostra pubblica amministrazione è troppo costosa e i nostri dipendenti pubblici sono troppi, no?

No. Dati Eurostat relativi al 2010, citati dall’Istat in Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo, edizione 2012:

Peso del settore pubblico. La rilevanza del comparto pubblico sul complesso dell’economia dei paesi occidentali può essere misurata in termini di spesa per abitante. Ne emerge un quadro che, in rapporto agli altri paesi europei, ridimensiona fortemente il ruolo delle Amministrazioni pubbliche (Ap) nel nostro Paese. Nel 2010, la spesa pubblica ammonta a circa 13 mila euro per abitante. Questo valore colloca l’Italia poco sopra la media europea. […].
L’Italia presenta livelli di spesa per abitante inferiori alle principali economie dell’Unione. Nel 2010, la pubblica amministrazione italiana spende poco meno di 13 mila euro per abitante e si colloca al dodicesimo posto nella graduatoria europea, subito dopo la Francia (16.878 euro per abitante), la Germania (14.503) e il Regno Unito (13.833). Ai vertici della graduatoria si trovano il Lussemburgo con oltre 33 mila euro per abitante, la Danimarca e l’Irlanda con oltre 23 mila euro seguite dagli altri paesi nordici. Tra le grandi economie dell’Unione, solo la Spagna spende meno dell’Italia con poco più di 10.400 euro per abitante. A molta distanza, infine, quasi tutti i paesi di nuova adesione.

Per quanto riguarda i dipendenti del settore pubblico i dati non sono così aggiornati e dobbiamo andare all’edizione 2010 di Noi Italia, che utilizza dati Eurostat riferiti al 2008.

Occupati del settore pubblico.
In calo il peso occupazionale del settore pubblico
UNO SGUARDO D’INSIEME
L’importanza del comparto pubblico nel complesso dell’economia dei paesi occidentali è da tempo al centro dell’attenzione. Il peso occupazionale del settore pubblico misura, da un lato, il ruolo delle Amministrazioni pubbliche (Ap) negli equilibri del mercato del lavoro; dall’altro – ancorché indirettamente – la capacità di erogare servizi alla collettività.
In Italia nel 2008 il settore pubblico rappresenta il 14,4 per cento della forza lavoro impiegata, con una dinamica in costante calo fin dal 1990.
[…]
L’ITALIA NEL CONTESTO EUROPEO
Nel 2008, il peso occupazionale del settore pubblico è del 20 per cento nel complesso dei paesi dell’Unione europea e risulta in calo di 1,7 punti percentuali rispetto al 2000. L’Italia, con il 14,4 per cento, si colloca al ventitreesimo posto della graduatoria europea, poco al di sopra della Germania.
Il contesto europeo si caratterizza anche per una forte variabilità tra i paesi. Nelle economie di nuova adesione il peso del settore pubblico è ancora molto elevato, anche se in forte riduzione. Svezia e Danimarca, paesi dove lo stato sociale è fortemente radicato, si attestano rispettivamente al 33,9 e al 32,3 per cento. Sul versante opposto, in Austria e in Lussemburgo il peso occupazionale del settore pubblico è il più basso d’Europa (11,8 e 10,8 per cento, rispettivamente).
Quasi tutti i paesi europei presentano inoltre dinamiche di riduzione più o meno accentuate, con alcune eccezioni di rilievo: il Regno Unito (+1 punto percentuale tra 2000 e 2006), Grecia (+1,2) e Svezia (+0,2 tra 2000 e 2007).
LA SITUAZIONE NAZIONALE
[…] Nel complesso, il comparto pubblico è in costante riduzione, sia in valori assoluti sia rispetto al totale delle unità di lavoro. Tra il 2000 e il 2008 si rileva una diminuzione dello 0,8 per cento delle unità di lavoro delle Ap, mentre la riduzione rispetto all’inizio degli anni Novanta (-4,8 per cento) è ancora più consistente.
Andamento analogo ha il peso delle Ap rispetto al totale dell’occupazione: si passa dal 16,2 per cento del 1990 al 15,5 per cento del 2000, per arrivare al 14,4 per cento del 2008. La diminuzione tra il 1990 e il 2008 ammonta quindi a 1,8 punti percentuali (la maggiore riduzione si rileva nel periodo 2000-2008, con 1,1 punti percentuali).

Non voglio tanto attirare la vostra attenzione sul fatto che nessuno ha citato questi numeri. Vorrei piuttosto che rifletteste sulla circostanza che nessuno ha presentato dati di sorta, nemmeno che smentissero questi. Nessuno ha bisogno di dire che i dipendenti pubblici sono troppi o troppo pagati. Nessuno – a fronte di provvedimenti su cui le diverse parti politiche hanno variamente sentito il bisogno di far registrare il proprio dissenso (Alfano, PdL: «Da mesi diciamo: ‘Meno spesa, meno debito, meno tasse’»; Bindi, PD: «È un’altra manovra: il Paese la regge? È quello che ci vuole?»; Zaia, Lega: «Sono assolutamente convinto che la Spending review così, com’è impostata, sia incostituzionale»; Di Pietro, IdV: «È un rimedio peggiore del male») e persino Confindustria ha alzato la voce abbastanza da far scattare la reprimenda del premier (Mamma, lo vedi Paolino che fa salire lo spread?) – ha sentito il bisogno di sostenere con qualche argomentazione o con qualche dato la correttezza della scelta di far perdere il lavoro al 10% dei dipendenti pubblici. È una verità autoevidente come quelle richiamate dal preambolo della Dichiarazione d’indipendenza americana del 1776 o la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni unite. I dipendenti pubblici sono troppi, improduttivi e troppo pagati. I genovesi sono avari. I torinesi falsi e cortesi. Le ferraresi versate nell’arte della fellatio.

Grosz Gray Day

wikipaintings.org/

Secondo ragionamento.

Perché i dirigenti meritano una decurtazione ancora più severa, in effetti il doppio più severa di quella già importante inflitta agli altri dipendenti pubblici? Sono, verrebbe da dire, doppiamente in eccesso, doppiamente improduttivi, doppiamente troppo pagati?

Dev’essere così per forza. Ma per essere così, dev’essere successo qualcosa di ancora più perverso nel processo di selezione dei dirigenti pubblici: tutto il processo di carriera, di scelta dei dirigenti e di conferma dei loro incarichi deve aver operato nella direzione di far avanzare sistematicamente i più improduttivi e inefficienti tra la platea di improduttivi e inefficienti che costituivano la base su cui operare la scelta. Soltanto così si può passare da una concentrazione di improduttivi e inefficienti del 10% (tra i dipendenti pubblici nel complesso) a una del 20% (tra i dirigenti pubblici)

Per non annoiarvi ulteriormente, ripetendo e ampliando quanto ho già detto con riferimento al caso generale, voglio qui citare come evidenza aneddotica il racconto che mi ha fatto un collega, che mi ha chiesto di rispettare il suo anonimato:

Non ho lavorato sempre nel settore pubblico. Ho lavorato anche come dipendente privato e come libero professionista, per 15 anni. Ho scelto (sì, almeno in parte ho avuto il privilegio di scegliere) la carriera nella pubblica amministrazione anche per una motivazione deontologica: l’Italia aveva attraversato la crisi del 1992 ed era ancora in difficoltà; c’era, anche allora, un governo “tecnico”; con Cassese c’erano spinte per l’ammodernamento della pubblica amministrazione; io avevo passato i 40 anni. Partecipai a un concorso per dirigente, direttamente per la posizione più elevata prevista in quella amministrazione. Era un concorso per titoli, in cui sono stato giudicato soltanto sulla base di quanto avevo prodotto, in modo documentato, nei 15 anni di attività precedenti. Non lo dico per autoincensarmi, ma per far capire che le possibilità di truccare la partita erano abbastanza poche, o meno dell’ordinario. Almeno spero. Per di più, ero uno che veniva da fuori e concorreva con persone che in quell’amministrazione ci lavoravano da anni e avevano un percorso di carriera tutto interno. Un outsider.

Ho vinto. Meritatamente? Io penso di sì, ma non è essenziale per gli sviluppi della storia.

Dopo 6 mesi mi è stata affidata la responsabilità di una struttura. Dopo 6 anni sono diventato un direttore (si poteva essere direttore a due livelli, e io lo ero al livello più basso; ma ero comunque nei top twenty di un’organizzazione di oltre 2.000 persone), e lo sono ancora adesso. Ma non sono stato abbarbicato al mio scoglio come una patella. Il contratto privatistico che mi veniva fatto periodicamente firmare era a tempo determinato (2 o 3 anni, mai di più) e l’amministrazione avrebbe potuto interromperlo ad nutum (cioè senza dovermi spiegare il perché) anche soltanto perché si riorganizzava. Ma non l’ha fatto. Nei 12 anni intercorsi dalla mia promozione a direttore, il contratto è stato valutato e rinnovato più volte: l’amministrazione, cioè, pur rinnovandosi e ristrutturandosi, e pur ritenendo di affidarmi aree di responsabilità diverse, mi ha sempre confermato come direttore. Inoltre, fin dall’inizio una parte del mio stipendio era legato alla valutazione della mia performance: all’inizio di ogni anno mi venivano (e mi vengono tuttora) formalmente assegnati degli obiettivi e il loro conseguimento veniva (e viene tuttora) valutato da un Organismo indipendente per la valutazione. Ho sempre conseguito il massimo. Una burletta, direte voi. Possibile; ma una valutazione regolata dalle leggi di questo Paese e, quella sì, al di fuori della mia responsabilità.

Adesso che abbiamo visto un caso particolare, allarghiamo lo sguardo all’insieme dei dirigenti delle altre amministrazioni pubbliche sottoposte al procedimento di decimazione, o meglio di “quintazione”: hanno tutti storie simili da raccontarvi. Da una quindicina d’anni, infatti, dalla riforma Bassanini in avanti, si lavora così nelle posizioni di responsabilità della pubblica amministrazione.

Comunque sia gestita, questa operazione – su cui nessuno ritiene di dover sprecare un commento o una lacrima – sarà sommamente ingiusta.

Anche perché, ditemi: perché mai una pubblica amministrazione che ritenete sia stata incapace di selezionare dei dirigenti efficienti, dovrebbe miracolosamente essere capace di selezionare correttamente quelli inefficienti?

2 Risposte to “La decimazione del dirigente pubblico”

  1. Luigi Says:

    State tranquilli i dirigenti da eliminare sono il 90%. Ci sono amministrazioni nella sanità dove i dirigenti, sono in numero pari dei dipendenti.In pratica se fosse un esercito, un Generale o un Colonnello ogni soldato semplice.Vi sembra normale, vi sembra logico. Tenendo conto che un dirigente guadagna 3/4 volte il dipendente e tante volte fa lo stesso lavoro, se non ancora meno !

    • borislimpopo Says:

      Non sono un censore e quindi non la censuro.
      Però la pregherei, se è in grado di farlo, di documentare le sue affermazioni con dei dati, come ho cercato di fare io.
      Perché, in caso contrario, la sua è una delle tante voci che si aggiungono al coro qualunquista dell’odio contro il dirigente pubblico.


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