Timur Vermes – Lui è tornato

Vermes , Timur (2012). Lui è tornato (trad. Francesca Gabelli). Milano: Bompiani. 2012. ISBN 9788858759875. Pagine 443. 9,99 €

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Ho ceduto alla moda (il romanzo è un best-seller in Germania, ma vende bene anche in Italia: Amazon lo dà nei primi 50 posti della letteratura straniera contemporanea) dopo aver letto un’intervista all’autore su Linkiesta del 29 luglio 2013 dal titolo molto accattivante (Davvero il 25% di voi ha votato per un comico?). Fino al quel momento avevo considerato il romanzo come un’astuta operazione di marketing (per qualche giorno la città era stata invasa dai manifesti della bella copertina, e avevo persino pensato fosse la pubblicità di un film) e il suo autore come un effimero caso letterario (in fin dei conti, un giornalista che a 45 anni è ridotto a fare il ghost writer non presenta un curriculum entusiasmante). Ma in quell’intervista, ho trovato alcune affermazioni di Timur Vermes piuttosto stimolanti. Ad esempio:

Il passato è passato? O può ritornare? In un recente romanzo, Lui è tornato (Bompiani), l’incubo per eccellenza dei tedeschi, Adolf Hitler, è di nuovo tra loro, nel 2013, a causa di uno scherzetto tirato da un viaggio spaziotemporale. Il problema, proprio come allora, è che nessuno sembra prenderlo sul serio nonostante lui si dichiari se stesso e si presenti anche con la vecchia uniforme con cui visse gli ultimi giorni nel bunker della cancelleria, a Berlino, nel maggio del 1945. Proprio come allora, con gli stessi modi autoritari e spicci e senza mai un briciolo d’ironia o di dubbio, il “nuovo” Adolf Hitler ricomincia l’ascesa grazie a un programma tv in cui passa per grottesco imitatore del führer nazista.
Nessuno sembra riconoscerlo e così, pian piano, conquista spazio e seguaci, fino a ributtarsi in politica, per “terminare il compito”. Per fortuna è solo fiction, ma i contenuti del libro, caso editoriale dell’anno in Germania, hanno rimesso in moto vecchi fantasmi germanici aprendo nuovi interrogativi sulle crepe delle nostre democrazie («in Italia un comico è o non è arrivato al 25%?», dice l’autore).
[…]
Uno degli obiettivi “socio-politici” del libro sembra il seguente: prendiamo una personalità politica “particolare” come quella di Adolf Hitler, diamogli le armi della nuova società dei mass media e vedremo che sarà capace di tornare anche più forte di prima (speriamo di no)…
Non solo: chiaramente mostra come qualcuno che goda dell’accesso ai media e quindi a un pubblico giovane possa facilmente montare ad arte il proprio raggiro politico. Ma mostra anche qualcosa in più: com’è potuto accadere. Le persone della mia età e i più giovani non riescono a capire come uno del calibro di Hitler sia stato così seduttivo per le masse. Il mio libro mostra come lui riesca a essere attraente anche oggi: grazie alla vis polemica, mostrando i lati deboli della democrazia, fino al fatto di essere un capo carino e amichevole con la sua segretaria.

Date queste premesse, mi sono avvicinato al romanzo con curiosità, ma ne sono rimasto fortemente deluso.

Per prima cosa, ahimè, Vermes non è un bravo scrittore. Probabilmente, però, è davvero un ottimo ghost writer. Il suo Hitler che scrive in prima persona è credibilissimo e Vermes, che da bravo tedesco si è documentato scrupolosamente, riesce a comporre un pastiche “nello stile di” a partire dalle opere hitleriane con grande bravura, Un’operazione non dissimile da Una storia romantica di Antonio Scurati. Un ben diverso tipo di ventriloquo rispetto a John le Carrè, però: un ventriloquo della forma espressiva, non della sostanza.

Seconda osservazione: Vermes la tira veramente troppo in lungo. L’idea iniziale è ottima, forse geniale. Ma se ne poteva trarre un racconto breve. Non un libro di 443 pagine.

Terza osservazione: le note dell’autore occupano il 16,7% delle pagine, circa un sesto del libro. Sostengo che se un libro di narrativa ha bisogno di un apparato di note così cospicuo, significa che l’autore non è riuscito a trasformare gli spunti rinvenuti nella documentazione di base (in questo caso, soprattutto il Mein Kampf e i Monologhi dal quartier generale del Führer di Heinrich Heim) nella “sua” letteratura. Mi si potrebbe obiettare che il “caso Hitler” in Germania è ancora materia incandescente e che le note dell’autore sono il tentativo di “dimostrare” la distanza dell’autore dall’ideologia hitleriana. Può darsi, ma se così fosse significherebbe che l’autore non è riuscito all’interno dell’opera e ha bisogno di un puntello esterno, in quell’ampio apparato critico.

Ultima e decisiva osservazione: il libro non fa ridere. Per essere un libro comico, questa è la pietra tombale. Purtroppo, caro Vermes, quello che affermi nell’intervista, e che riporto qui sotto, non è vero.

[…] non c’è nessuno scherzo in tutto il libro, tutti i personaggi sono tremendamente seri – il divertimento sta tutto nella testa del lettore, così come l’orrore. Questo perché il lettore è l’unico a sapere che Hitler è reale, e continuamente riflette sul perché i personaggi non se ne rendano conto e di come riesca a passare sotto traccia.

No, non è così. Il libro non fa ridere e basta. È una bottiglia d’acqua frizzante rimasta aperta troppo a lungo.

* * *

Due curiosità a proposito delle lunghe note dell’autore.

C’è un errore sulla data dello sbarco in Normandia, il famoso “giorno più lungo” di un celebre film: era il 6 giugno 1994, e non il 6 luglio come scritto alla posizione 5412.

Alla posizione 5617 si cita il Circo Krone di Monaco.

Hitler si riferisce qui allo spostamento dalla piccola Hofbräukeller alla sala della sede stabile del Circo Krone, a Monaco, dove il circo teneva i suoi spettacoli durante i mesi invernali e che ospitava cinquemila persone. Lo stesso Hitler (La mia battaglia, p. 399) era a disagio la prima volta che con il partito affittò quei locali: “La mattina del giovedì mi colse il timore che il locale non si riempisse del tutto (e avrei fatto brutta figura anche davanti alla comunità operaia); così dettai in fretta alcuni volantini e li feci stampare, perché fossero diffusi nel pomeriggio.”

È l’edificio dove, insieme a mio figlio, ho assistito al concerto dei King Crimson del 4 giugno 2000.

* * *

Pochissime citazioni degne di essere ricordate (consueti riferimenti alla posizione Kindle):

“Ma che modo di ragionare è questo?” domandò la signorina Krömeier con freddezza. “Perché? Se sono stati uccisi per sbaglio, allora è tutto a posto? Noo, l’errore è stato permettere che qualcuno si facesse venire l’idea di uccidere gli ebrei! E gli zingari! E gli omosessuali! E tutti quelli che non gli andavano a genio. Le voglio rivelare un trucco: se non si uccide nessuno, allora non muoiono neanche le persone sbagliate! È talmente facile!” [4015]

“[…] Il Führer delega i compiti, ma non la responsabilità.” [4209]

Gli istinti più bassi sono i più fedeli alleati di un uomo, soprattutto quando non se ne posseggono altri. [4591]

3 Risposte to “Timur Vermes – Lui è tornato”

  1. Sebastiano Zanetello Says:

    Trova l’errore:
    “C’è un errore sulla data dello sbarco in Normandia, il famoso “giorno più lungo” di un celebre film: era il 6 giugno 1994, e non il 6 luglio”

  2. Argomenti scottanti, puntata zero. Ovvero: “Lui è tornato” di Timur Vermes. | Diario intimo di una lettrice perbene Says:

    […] Ho appena letto questa recensione https://borislimpopo.com/2013/08/30/timur-vermes-lui-e-tornato/ che non è per neinte lusinghiera nei confronti del libro appena citato. Sicuramente è scritta in […]


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