Quando i giornali parlano di scienza a sproposito, di chi è la responsabilità?

Se lo chiede David Spiegelhalter, un professore di statistica che dirige il Winton programme for the public understanding of risk dell’Università di Cambridge e di cui abbiamo già parlato in questo blog, qui e qui.

understandinguncertainty.org

L’articolo – comparso su understandinguncertainty.org il 18 marzo 2014 – stigmatizza l’abitudine giornalistica di scegliere, tra i tanti possibili candidati, un risultato di ricerca o una notizia scientifica sulla base dell’atteso “impatto” della notizia stessa o quanto meno del suo titolo (i professionisti dell’informazione parlano di newsworthiness, tradotto orrendamente in italiano notiziabilità, oppure dicono semplicemente che la notizia è sexy). Scegliere in questo modo in inglese si dice cherry-picking: noi diremmo “scegliere fior da fiore”.

Di qui il titolo dell’articolo: It’s cherry-picking time: more poorly reported science being peddled to journalists. L’articolo merita di essere letto, e vi invito a farlo: non è né troppo tecnico né troppo lungo.

Ma il punto su cui intendo soffermarmi qui è quello adombrato nella seconda parte del titolo. To peddle significa spacciare, nel senso in cui si spaccia una droga proibita. Ma chi spaccia ai giornalisti le notizie scientifiche di cui poi i giornali riferiscono malamente?

Spiegelhalter ha pochi dubbi:

Journalists would not have noticed this paper unless it had been press-released by the academic journal. So when you read about some poor science, don’t jump to blame the journalists: it could well be because of the efforts of some scientists, institutions and journals to promote coverage of their activities, regardless of their true quality and importance. Sadly, this behaviour harms scientific credibility.

I giornalisti non avrebbero notato il paper in questione se non ci fosse stato un comunicato-stampa della rivista accademica su cui l’articolo è stato pubblicato. Quindi, quando leggete un articolo di cattiva scienza, non concludete sùbito che la responsabilità è dei giornalisti: potrebbe dipendere dagli sforzi di qualche ricercatore, istituzione o rivista scientifica per fare pubblicità alle proprie ricerche, senza tenere conto della loro qualità e importanza. Purtroppo, comportamenti di questo tipo danneggiano la credibilità della ricerca scientifica.

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