Stefano Bollani e Hamilton De Holanda – Roma, 16 luglio 2014

L’abbiamo evocato, Stefano Bollani, ed eccolo qua, insieme a Hamilton De Holanda, virtuoso di mandolino a 10 corde.

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Mandolino a 10 corde? Perché quante corde ha, di solito, un mandolino?

Otto, cioè quattro corde doppie accordate all’unisono, normalmente in Mi, La, Re, Sol. Esistono vari tipi di mandolino: quello napoletano, quello che tutti abbiamo in mente, con la cassa bombata cui sogliamo paragonare un culo ben tornito; quello brianzolo, dalla cassa piatta (il che non comporta nulla sull’anatomia delle brianzole); quello portoghese, bombato ma più grande e piriforme (il gioco sulle implicazioni anatomiche continuatelo voi). Ci sono mandolini elettrici, naturalmente. Come accade per la più nota famiglia del violino (con viola violoncello e contrabbasso), la famiglia del mandolino (con mandola tenore e contralto e mandoloncello) si articola sulla base della dimensione e dell’accordatura. I mandolini sono strumenti a plettro, come il più nobile liuto, l’oud arabo (conoscete Anouar Brahem?) e il bouzouki (greco poi anche naturalizzato irlandese).

Lo strumento che suona Hamilton De Holanda è un bandolim, un mandolino italo-portoghese naturalizzato brasiliano.

Come i due si siano incontrati non lo so, ma non è difficile immaginarlo. Bollani è eclettico e curioso, ha frequentato tutti i generi, inclusa la musica brasiliana (BollaniCarioca). Il disco scaturito dalla collaborazione è il risultato, abbastanza fortunoso, del riversamento su CD di una esibizione al festival Jazz Middelheim di Anversa del 2012, registrata live dalla radio belga. Tutto il contrario del tradizionale processo per cui prima si registra una collaborazione in studio e poi la si porta in tour. La storia la racconta, in una bella recensione del disco, Ciro De Rosa su blogfoolk.com:

C’era più di un motivo per attendersi una disco notevole da Bollani e De Holanda, al di là del virtuosismo condiviso. Il prolifico pianista frequenta da tempo, con curiosità, passione e coinvolgimento i repertori brasiliani, il mandolinista brasiliano possiede una vasta visione musicale che spazia tra jazz, choro, samba e tango nuevo, mette in campo un notevole tecnica, che non si risolve in detrimento della sua forza espressiva. Il suo bandolim dotato di dieci corde (che si traduce in maggiore estensione, e portata timbrica ed armonica) assume un ruolo complementare al piano, per un inedito duetto strumentale. Aggiungiamo che i due hanno collaudato i rispettivi eclettismi in tanti concerti, cosicché questa loro performance al festival Jazz Middelheim di Anversa nel 2012, registrata dalla radio belga ed immortalata (non tutto il concerto, purtroppo) quasi un po’ per caso in un live, come ha raccontato Bollani a Musica Jazz (Ottobre 2003), offre un programma di celebri autori brasiliani e due composizioni proprie.
È musica diretta, proposta da due colti e geniali artisti, con sequenze che assommano pathos e incisività, partecipazione ed ironia, perfino un pochino sorprendenti, per la consolidata linea editoriale in stile Ecm. Apre l’album “Beatriz”, firmata Edu Lobo/ Chico Buarque: portamento melodico raccolto che sprigiona calore soffuso. La bollaniana “Il Barbone di Siviglia” si snoda tra potenti configurazioni ritmiche e fantasiose e fitte trame melodiche con assoli folgoranti, unisoni ed interplay dispiegati con sapiente leggerezza. “Caprichos de España” è titolo programmatico nei rimandi andalusi, con in primo piano la fluidità strumentale di Hamilton, che ne è l’autore. Ad aggiungere un tocco di imprevedibilità arriva “Guarda che luna”, in versione strumentale, dove nel finale un beffardo Bollani fa il verso a Paolo Conte (l’astigiano aveva suonato nello stesso festival della città fiamminga).
Lo scintillante dialogo empatico della coppia continua in equilibrio tra raffinatezze, gioiosità, galoppate ed entusiasmo del pubblico: il tango piazzollano “Oblivión” sta accanto a “Luiza” (Antonio C. Jobim), “O Que Será” (Chico Buarque) a “Rosa” (Pixinguinha); svetta la rivisitazione di “Canto De Ossanha” (Baden Powell/ Vinicius De Moraes) con gli strumenti usati come percussioni, il respiro carnevalesco del brano, l’inarrestabile procedere tra cambi di ritmo, giochi di incastri, armonizzazioni avvincenti. Il finale è spettacolare, “Apanhei-te Cavaquinho” (Ernesto Nazareth) è un compendio musicale di grande maestria, tra classicismo, ragtime, stilemi latini. Peccato che “O que será” duri solo 54 minuti.

Bando alle chiacchiere, adesso. Il concerto, durato poco più di 90 minuti tirati, è stato bellissimo. Non ho una setlist, ma voglio citare almeno O Que Será di Chico Buarque, Estate di Bruno Martino, Oblivion di Astor Piazzolla e Desde que o samba è samba di Caetano Veloso.

Eccole:

O Que Será

Estate

Oblivion

Desde que o samba è samba (questa non l’ho trovata, ma ve la faccio sentire dal vivo suonata dall’autore):

 

Una Risposta to “Stefano Bollani e Hamilton De Holanda – Roma, 16 luglio 2014”

  1. il barbarico re Says:

    Come non citare Jacob do Bandolim

    e una bella versione della stessa canzone che viene dalla compilation Tzadik dedicata al nostro


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