La teologia di Charlie Hebdo è più solida di quella dei jihadisti, scrive Giles Fraser sul Guardian

A più di una settimana dalla strage compiuta nella redazione di Charlie Hebdo si può forse cominciare a fare qualche riflessione più articolata, superando quell’urgenza di schierarsi che ha caratterizzato, inevitabilmente, le prime reazioni.

Tra i primi a cimentarsi su un terreno di analisi è stato The Guardian con un articolo pubblicato venerdì 9 gennaio 2015 e firmato da Giles Fraser, parroco (anglicano) della chiesa di St Mary’s, Newington a Londra e visiting professor di antropologia alla London School of Economics.

“Giles Fraser Levellers Day Burford 20080517” by Kaihsu Tai – Own work. Licensed under CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons – http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Giles_Fraser_Levellers_Day_Burford_20080517.jpg#mediaviewer/File:Giles_Fraser_Levellers_Day_Burford_20080517.jpg

Proverò a riassumere l’argomentazione di Fraser (ma siete invitati, se volete saperne di più, a leggere l’articolo nella sua interezza e in lingua originale) e proverò anche ad aggiungere anche qualche considerazione mia.

Il punto di partenza sono le due accezioni – una letterale e una figurata – del termine iconoclasta:

iconoclasta (raro iconoclaste) s. m. e f. [dal gr. biz. εἰκονοκλάστης, comp. diεἰκών -όνος «immagine, icona» e -κλάστης dal tema di κλάω «rompere»] (pl. –i). –
1. Distruttore di immagini sacre, con riferimento ai seguaci e rappresentanti di un movimento religioso (iconoclastia) che nell’Impero bizantino avversò, nei sec. 8° e 9°, il culto e l’uso delle sacre immagini.
2. fig. Chi combatte la religione o in genere le tradizioni, le convinzioni e le opinioni ritenute fondamentali dalla società cui appartiene; come agg.: uno scrittore i.; per estens., furore i., ciecamente distruttore.

È piuttosto evidente (e molti commenti lo hanno sottolineato) che la visione del mondo, la politica editoriale, il modo di fare satira e forse la stessa ragion d’essere di Charlie Hebdo sono iconoclastici nel senso figurato del termine.

D’altro canto, la giustificazione teologica della strage trova un fondamento nell’accezione letterale del termine, che fa riferimento alla proibizione di rappresentare figurativamente la divinità, proibizione che accomuna – ancorché con forza diversa – le tre “religioni del libro” (ebraismo, cristianesimo e islamismo).

Il divieto è esplicitato nel secondo comandamento iscritto nelle tavole della legge che, secondo la Bibbia, Mosè ricevette personalmente da Yahweh. Eccolo:«Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra.» (Esodo 20, 4 ma anche Deuteronomio 5, 8: i dieci comandamenti sono riportati due volte nell’antico testamento, con formulazioni in parte diverse, anche se non per quanto riguarda questo precetto).

Perché questo divieto? Sotto il profilo teologico – ci spiega Fraser – la proibizione della raffigurazione del divino scaturisce dal timore che la rappresentazione possa prendere il posto della vera divinità, dal pericolo che il credente possa confondere la rappresentazione, che è la proiezione umana di quello che riteniamo essere dio, con la divinità stessa. Meglio, allora, distruggere ogni raffigurazione del divino.

Questo punto di vista è illustrato, nella Bibbia, dall’episodio nel vitello d’oro, che nel libro dell’Esodo è raccontato dopo la presentazione dei dieci comandamenti, ma che nella sequenza cronologica degli “eventi” (si, sono scare quotes, perché personalmente non credo che il libro dell’Esodo sia un resoconto di eventi realmente accaduti) accade prima. Insomma, Yahweh convoca Mosè sul Monte Sinai, dove stabilisce l’alleanza con il popolo ebraico e scrive di suo pugno (anzi con il suo dito, racconta la Bibbia) i comandamenti su due tavole di pietra. Tutto questo, tra una cosa e l’altra, prende quaranta giorni e quaranta notti. Non vedendolo tornare, gli ebrei chiedono ad Aronne (sommo sacerdote e fratello maggiore di Mosè, in pratica il suo vice) di realizzare un vitello d’oro, in modo da poterlo adorare come loro dio.

“GoldCalf” di Nicolas Poussin – http://www.cts.edu/ImageLibrary/Public_domain.cfm. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons – http://commons.wikimedia.org/wiki/File:GoldCalf.jpg#mediaviewer/File:GoldCalf.jpg

Aronne non si fa pregare troppo e li accontenta (non senza essersi fatto dare da loro tutti i gioielli e i monili che possedevano!) e immediatamente gli israeliti offrono al vitello d’oro sacrifici seguiti da banchetti e divertimenti vari. Ma Yahweh, che tutto vede e tutto sa, subito lo dice a Mosè: «Ho osservato questo popolo e ho visto che è un popolo dalla dura cervice. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga.»

Mosè però lo dissuade: non so se per bontà o perché voleva occuparsene di persona. Fatto sta che scende dal Sinai con le tavole della legge, vede il vitello, vede le danze e le gozzoviglie: e s’incazza come un bufalo. Getta le tavole della legge a terra, mandandole in mille pezzi, copre d’improperi Aronne, getta il vitello nel fuoco, poi lo riduce in polvere, scioglie la polvere nell’acqua e costringe gli israeliti a berla. Dopo di che convoca i suoi fedelissimi e fa passare a fil di spada 3.000 ebrei.

Anche Yahweh si prende la sua parte di vendetta («Il Signore percosse il popolo, perché aveva fatto il vitello fabbricato da Aronne.» Esodo 32, 35) ma poi perdona il popolo ebraico e a tempo debito, sempre con Mosè sul Monte Sinai e dopo quaranta giorni e quaranta notti, produce una copia delle tavole della legge con i dieci comandamenti.

Secondo Giles Fraser, i vignettisti di Charlie Hebdo fanno, sia pure con diversi strumenti, esattamente quello che ha fatto Mosè: rappresentando le immagini del sacro in modo grottesco, sfigurandole, accostandole a riferimenti scatologici e laidi, ci ricordano che le immagini adorate e venerate dai fedeli non sono che una creazione umana, fuorviante e dunque cattiva.

Damaged fresco at the Sumela monastery, Trabzon, Turkey. Photograph: Alamy /The Guardian

* * *

Due considerazioni finali.

Fraser ci offre anche una spiegazione del motivo per cui la proibizione del secondo comandamento – rispettata strettamente dagli ebrei e dai musulmani, fino a motivare l’assalto omicida alla redazione di Charlie Hebdo – non sia stata mantenuta nella tradizione cristiana (a parte l’iconoclastia di epoca bizantina, l’opposizione alle raffigurazioni del dibvino è stata limitata, in epoca più recente, ai calvinisti e ai puritani). Dio si fa uomo, nella tradizione cristiana, e così facendo assume sembianze umane:

[…] il Padre […] ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati. Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili […]. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui. [Colossesi 1, 12-17]

È da questa affermazione di Paolo di Tarso («Egli è l’immagine del Dio invisibile») che discende per il cristiano il permesso di rappresentare la divinità in sembianze umane, e per i non credenti come me la possibilità di bearmi delle bellezze delle rappresentazioni pittoriche e scultoree ispirate dalla religione cristiana.

* * *

Seconda considerazione: e l’uscita di papa Bergoglio? Mi sento di dire che ha ben poca relazione con queste considerazioni e coglie invece un altro aspetto sollevato da Giles Fraser:

[T]hese terrorists weren’t really interested in theology. They thought that Charlie Hebdo’s cartoonists were insulting their human tribe, a tribe they called fellow Muslims. And maybe they were.

Ecco, il papa mi sembra fare riferimento alla stessa reazione tribale (o familista, nel suo caso, come rivela il riferimento all’offesa alla madre). Se questa impressione fosse corretta, la sua giustificazione di una reazione violenta sarebbe molto grave: la differenza tra una lesione personale per effetto di un pugno o un omicidio a colpi di AK47 è una differenza di grado, non una differenza di natura. E allora si attaglierebbe anche a lui la conclusione dell’articolo di Giles Fraser:

[A]ny representation of the divine that leads people to murder each other deserves the maximum possible disrespect.

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