Noi

Noi (Us), 2019, di Jordan Peele, con Lupita Nyong’o, Winston Duke, Elisabeth Moss.

Lupita Nyong'o in Us (2019)
imdb.com

Una cagata pazzesca (quando ce vò, ce vò). Girato male, sceneggiato male, tradotto male, doppiato male. Dialoghi inverosimili. Tutti i peggiori luoghi comuni del genere. Solo Lupita Nyong’o si salva, tra gli attori; gli altri dei cani, per quello che si può giudicare dall’irritante doppiaggio. La cosa migliore del film è la colonna sonora. State alla larga.

Ma allora perché sono andato a vederlo?

Questo è il punto: perché ingannato dalle recensioni. Pensate che me l’ero addirittura segnato, e aspettavo con ansia l’uscita italiana, dopo aver letto questa recensione sul Guardian dell’11 marzo 2019 (“Us review – Jordan Peele’s brash and brilliant beach holiday horror“, di Peter Bradshaw):

Peele’s follow-up to Get Out is a superb doppelganger satire of the American dream, with Lupita Nyong’o delivering a magnificent performance.

An almost erotic surge of dread powers this brash and spectacular new horror-comedy from Jordan Peele, right from its ineffably creepy opening. It’s a satirical doppelganger nightmare of the American way, a horrified double-take in the mirror of certainty, a realisation that the corroborative image of happiness and prosperity you hoped to see has turned its back, like something by Magritte.

Questo l’inizio, ma va avanti così per tutto il resto dell’articolo, che non riporto perché pieno di spoiler (ve l’ho già detto, di stare alla larga, ma non siete obbligati a credere al mio giudizio).

Vabbè, gli inglesi, appassionati del genere horror dai tempi di Mary Shelley…

Ma la critica americana non è da meno. Eccovi (anche qui evito gli spoiler) David Sims su The Atlantic del 19 marzo 2019 (“Jordan Peele’s ‘Us’ Is Worth Seeing Again and Again“):

In the opening sequence of Us, Jordan Peele gives the audience what it might be expecting after months of hype for his follow-up to Get Out: a perfectly taut piece of virtuoso horror filmmaking.

[…]

In its dread-suffused opening moments, Us is utterly serious. But as the plot moves forward, the film becomes more complicated, more outrageous, and in a lot of ways, more daringly funny and topical than its predecessor. Us is a glorious symphony of fear, to be sure, but it’s also an ambitious sci-fi allegory and a pitch-black comedy of the haves and have-nots.

[…]

Peele has such a gift for generating terror through blocking and simple camera movements that he never has to rely on lame jump scares to rack up the tension.

[…]

The movie is so rife with ideas that it should inspire multiple trips to the theater for its most devoted fans, because it ends not on a definitive answer but on a trenchant question for viewers to ponder on their way out. Us is a thrill ride, a somber parable, and a potential first chapter in a vast, encyclopedic sci-fi story; talented as ever, Peele has found a way to cram all of that into a gleeful blast of a film.

OK, gli americani sono propensi all’iperbole, si sa.

Vediamo allora la critica nostrana. Paolo Mereghetti sul Corriere della sera del 31 marzo 2019 (“«Noi», horror di Jordan Peele: uno specchio delle nostre paure”):

Se horror deve essere che lo sia fino in fondo, senza preoccuparsi troppo della logica e della razionalità. È un avvertimento che andrebbe tenuto presente prima di vedere Noi, il nuovo film di Jordan Peele che dopo l’esordio con Scappa – Get Out torna a misurarsi con gli incubi che si annidano nell’immaginario made in Usa. E che sono naturalmente legati al colore della pelle dei suoi abitanti (Peele è nero ed era diventato popolare imitando Obama in tv) ma che poi si allargano per scavare dentro paure più profonde e indefinite.
Senza dimenticare che nonostante Noi sia stato lanciato con l’etichetta del film horror, non è certo uno di quei titoli truculenti che vanno per la maggiore, con musiche tonitruanti e continui salti sulla poltrona, ma piuttosto un sottile gioco di allusioni e di svelamenti, con un po’ di sangue (più che altro sui vestiti) e molta tensione.

[…]

Il precedente Scappa – Get Out prendeva di petto le certezze della classe bianca e democratica per insinuare il dubbio che dietro certe apparenze si nascondessero ancora pregiudizi e anche peggio. Con Noi (il cui titolo originale — Us — gioca maggiormente sull’ambiguità tra il pronome personale e la sigla degli Stati Uniti) sembra divertirsi ad allargare il suo gioco al massacro, ricordandoci che dentro a ognuno di noi, bianco o nero poco importa, potrebbe esistere un doppio vendicativo e omicida. Disposto a tutto per ottenere il suo posto nel mondo.

Che dire di fronte a questa unanimità? Tre possibili conclusioni, in larga parte alternative:

  1. Non ci capisco niente di cinema. Anni di cineforum, libri e cineteca nazionale buttati al vento.
  2. I recensori si influenzano a vicenda e si basano in parte sulla reputazione del regista, e in parte sulle prime critiche che escono (non ho la voglia né la pazienza di ricostruire la storia delle recensioni, che parte negli Stati Uniti: comunque su IMDb nel momento in cui scrivo Noi ha un metascore di 81/100 sulla base di 55 recensioni).
  3. I recensori, almeno quelli dei quotidiani e delle riviste mainstream, non stroncano mai veramente nessuno, perché in caso contrario Hollywood gli taglierebbe la pubblicità e affonderebbe la testata.

Aridàtece il Goffredo Fofi dei Quaderni piacentini, che nel 1971 recensiva così Il conformista di Bernardo Bertolucci (lo trovate qui, grazie alla meritoria messa online della Biblioteca Gino Bianco):

Abbiamo di fronte un nuovo jou-jou della nostra borghesia. Il dubbio ci viene confermato da questo film, come anche dalle dichiarazioni più recenti di Bertolucci, nelle quali, oltre alla confusione dei propositi, sembra tuttavia chiaro l’essenziale: ricavarsi uno spazio di successo personale tra l’apparato (tv e cinema spettacolare), l’alibi (squalificatissimo) della tessera del partito e dei futuri circuiti alternativi e il plauso della «critica» vecchia e la compiacenza di una critica sedicente nuova e linguistica.

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