Noi

Noi (Us), 2019, di Jordan Peele, con Lupita Nyong’o, Winston Duke, Elisabeth Moss.

Lupita Nyong'o in Us (2019)
imdb.com

Una cagata pazzesca (quando ce vò, ce vò). Girato male, sceneggiato male, tradotto male, doppiato male. Dialoghi inverosimili. Tutti i peggiori luoghi comuni del genere. Solo Lupita Nyong’o si salva, tra gli attori; gli altri dei cani, per quello che si può giudicare dall’irritante doppiaggio. La cosa migliore del film è la colonna sonora. State alla larga.

Ma allora perché sono andato a vederlo?

Questo è il punto: perché ingannato dalle recensioni. Pensate che me l’ero addirittura segnato, e aspettavo con ansia l’uscita italiana, dopo aver letto questa recensione sul Guardian dell’11 marzo 2019 (“Us review – Jordan Peele’s brash and brilliant beach holiday horror“, di Peter Bradshaw):

Peele’s follow-up to Get Out is a superb doppelganger satire of the American dream, with Lupita Nyong’o delivering a magnificent performance.

An almost erotic surge of dread powers this brash and spectacular new horror-comedy from Jordan Peele, right from its ineffably creepy opening. It’s a satirical doppelganger nightmare of the American way, a horrified double-take in the mirror of certainty, a realisation that the corroborative image of happiness and prosperity you hoped to see has turned its back, like something by Magritte.

Questo l’inizio, ma va avanti così per tutto il resto dell’articolo, che non riporto perché pieno di spoiler (ve l’ho già detto, di stare alla larga, ma non siete obbligati a credere al mio giudizio).

Vabbè, gli inglesi, appassionati del genere horror dai tempi di Mary Shelley…

Ma la critica americana non è da meno. Eccovi (anche qui evito gli spoiler) David Sims su The Atlantic del 19 marzo 2019 (“Jordan Peele’s ‘Us’ Is Worth Seeing Again and Again“):

In the opening sequence of Us, Jordan Peele gives the audience what it might be expecting after months of hype for his follow-up to Get Out: a perfectly taut piece of virtuoso horror filmmaking.

[…]

In its dread-suffused opening moments, Us is utterly serious. But as the plot moves forward, the film becomes more complicated, more outrageous, and in a lot of ways, more daringly funny and topical than its predecessor. Us is a glorious symphony of fear, to be sure, but it’s also an ambitious sci-fi allegory and a pitch-black comedy of the haves and have-nots.

[…]

Peele has such a gift for generating terror through blocking and simple camera movements that he never has to rely on lame jump scares to rack up the tension.

[…]

The movie is so rife with ideas that it should inspire multiple trips to the theater for its most devoted fans, because it ends not on a definitive answer but on a trenchant question for viewers to ponder on their way out. Us is a thrill ride, a somber parable, and a potential first chapter in a vast, encyclopedic sci-fi story; talented as ever, Peele has found a way to cram all of that into a gleeful blast of a film.

OK, gli americani sono propensi all’iperbole, si sa.

Vediamo allora la critica nostrana. Paolo Mereghetti sul Corriere della sera del 31 marzo 2019 (“«Noi», horror di Jordan Peele: uno specchio delle nostre paure”):

Se horror deve essere che lo sia fino in fondo, senza preoccuparsi troppo della logica e della razionalità. È un avvertimento che andrebbe tenuto presente prima di vedere Noi, il nuovo film di Jordan Peele che dopo l’esordio con Scappa – Get Out torna a misurarsi con gli incubi che si annidano nell’immaginario made in Usa. E che sono naturalmente legati al colore della pelle dei suoi abitanti (Peele è nero ed era diventato popolare imitando Obama in tv) ma che poi si allargano per scavare dentro paure più profonde e indefinite.
Senza dimenticare che nonostante Noi sia stato lanciato con l’etichetta del film horror, non è certo uno di quei titoli truculenti che vanno per la maggiore, con musiche tonitruanti e continui salti sulla poltrona, ma piuttosto un sottile gioco di allusioni e di svelamenti, con un po’ di sangue (più che altro sui vestiti) e molta tensione.

[…]

Il precedente Scappa – Get Out prendeva di petto le certezze della classe bianca e democratica per insinuare il dubbio che dietro certe apparenze si nascondessero ancora pregiudizi e anche peggio. Con Noi (il cui titolo originale — Us — gioca maggiormente sull’ambiguità tra il pronome personale e la sigla degli Stati Uniti) sembra divertirsi ad allargare il suo gioco al massacro, ricordandoci che dentro a ognuno di noi, bianco o nero poco importa, potrebbe esistere un doppio vendicativo e omicida. Disposto a tutto per ottenere il suo posto nel mondo.

Che dire di fronte a questa unanimità? Tre possibili conclusioni, in larga parte alternative:

  1. Non ci capisco niente di cinema. Anni di cineforum, libri e cineteca nazionale buttati al vento.
  2. I recensori si influenzano a vicenda e si basano in parte sulla reputazione del regista, e in parte sulle prime critiche che escono (non ho la voglia né la pazienza di ricostruire la storia delle recensioni, che parte negli Stati Uniti: comunque su IMDb nel momento in cui scrivo Noi ha un metascore di 81/100 sulla base di 55 recensioni).
  3. I recensori, almeno quelli dei quotidiani e delle riviste mainstream, non stroncano mai veramente nessuno, perché in caso contrario Hollywood gli taglierebbe la pubblicità e affonderebbe la testata.

Aridàtece il Goffredo Fofi dei Quaderni piacentini, che nel 1971 recensiva così Il conformista di Bernardo Bertolucci (lo trovate qui, grazie alla meritoria messa online della Biblioteca Gino Bianco):

Abbiamo di fronte un nuovo jou-jou della nostra borghesia. Il dubbio ci viene confermato da questo film, come anche dalle dichiarazioni più recenti di Bertolucci, nelle quali, oltre alla confusione dei propositi, sembra tuttavia chiaro l’essenziale: ricavarsi uno spazio di successo personale tra l’apparato (tv e cinema spettacolare), l’alibi (squalificatissimo) della tessera del partito e dei futuri circuiti alternativi e il plauso della «critica» vecchia e la compiacenza di una critica sedicente nuova e linguistica.

Paolo Roversi – L’ira funesta: Il primo caso del maresciallo Valdes

Roversi, Paolo (2013). L’ira funesta: Il primo caso del maresciallo Valdes. Milano: Rizzoli. 2013. ISBN 9788858640647. Pagine 320. 11,99 €

amazon.com

Paolo Roversi ha fatto carriera: è seguito da un’agenzia letteraria (la PNLA e associati, cioè la Piergiorgio Nicolazzini Literary Agency – giuro che non sto celiando) ed è passato dalle piccole case editrici di nicchia (come direbbe l’indimenticabile personaggio di Natalino Balasso) alla Rizzoli. D’altra parte, Roversi è un giornalista del Corriere della sera e la cosa, quindi, non deve sorprenderci più di tanto.

Di Roversi, su questo blog, abbiamo già avuto occasione di parlare qualche anno fa (qui, per l’esattezza). Avevo confessato, in quell’occasione, di non essere un appassionato di gialli e che, comunque, non mi pareva che Roversi fosse uno dei maestri del genere. E che però Roversi è un suzzarese, viene cioè dal paese in cui affondano le mie gucciniane radici e in cui ho passato molte estati. Per questo, quando il romanzo è ambientato da quelle parti e in quei climi, ne traggo un piacere tutto mio.

Roversi non fa un grande sforzo per mischiare le carte e il borgo dove si svolge la vicenda è piuttosto riconoscibile in Torricella (coincide persino la toponomastica). La storia è gradevole, raccontata con un umorismo un po’ sornione (come si usa da quelle parti), rispetta le regole canoniche del romanzo poliziesco (compresa quella, non scritta, che prevede almeno una scopata tra il poliziotto protagonista e una ragazza carina – in questo caso una giornalista: si vede che l’autore, giornalista di nera anche lui, sogna una torrida notte di sesso con un maresciallo dei carabinieri …) e chi sia il colpevole non lo si scopre fin dalle prime pagine.

Purtroppo, Roversi non è un grande scrittore e ha il vizio, tutto giornalistico, di ricorrere alle frasi fatte e di maniera. Per di più, quali che siano i servizi che gli ha fornito l’agenzia letteraria di Piergiorgio Nicolazzini, non dovevano essere inclusi quelli di un bravo editor. Già alla terza riga del romanzo incontriamo un “omone a dorso nudo”: “a dorso nudo” ci vanno i cavalli senza sella, e si può dire anche “a bisdosso“; per gli umani, e soprattutto per i lottatori, invece, si dice e si scrive “a torso nudo“. Memorabile, in proposito, il neologismo torsonudista coniato dall’avvocato Augusto Salvadori, assessore al decoro di Venezia:

Ripresa confidenza col ruolo che aveva lasciato tanti anni fa, quello di tutore del Decoro di Venezia riavuto in consegna da [Massimo] Cacciari, Augusto Salvadori ha ricominciato a mulinare il remo contro torsonudisti, saccopelisti, pediluvionisti e gli altri «isti» che sporcano l’immagine della Serenissima. Battaglie che, a partire da quella mitica contro i gondolieri che cantavano «‘O sole mio» trascurando «Nineta monta in gondola», avevano fatto di lui l’assessore più famoso del pianeta. [Gian Antonio Stella, Corriere della sera, 23 luglio 2005, p. 16, Cronache]

Quelli che Salvadori chiama «torsonudisti», con un neologismo ardito del quale rivendica la paternità, li ha scoperti personalmente lui, negli Anni Ottanta: «Salgo in vaporetto una mattina per andare in assessorato, tutti schiacciati come sardine. Mi si attaccano addosso due tizi a torso nudo, sudati, una cosa orrenda. Sono arrivato in ufficio e ho firmato l’ordinanza». [Anna Sandri, Stampa, 3 agosto 2007, p. 22, Cronache Italiane].

E non basta, perché troviamo anche (alla posizione Kindle 2372) “qualche raro mobile in legno assediato dalle tarme.” Roversi ha evidentemente dimenticato le sue origini rurali, se ignora che le tarme fanno i buchi nei tessuti di lana, mentre le gallerie nei mobili in legno le scavano i tarli.

Più avanti [3379] troviamo un ragazzo turbatio da un “bikini inguinale”: scusa la pignoleria, Roversi, ma inguinale si può dire di un’ernia o, se si vuol fare gli spiritosi, di una minigonna, per segnalare che è così corta da coprire a malapena le pudenda. Ma il bikini – nel suo pezzo di sotto – è inguinale per forza.

minigonne.eu

Fin qui gli strafalcioni accidentali. Tra quelli voluti, ho trovato divertenti quelli del Gaggina. Uno per tutti: «Il silenzio è coro.» [3216]

Caso Meredith: la prospettiva di un nuovo processo scatena la stampa americana contro il nostro sistema giudiziario

salon.com

Salon, in un articolo del 27 marzo 2013 a firma di Victor L. Simpson, intitolato Knox case means more scrutiny for Italian justice system. A decision by the country’s highest criminal appeals court raises questions about how justice works in Italy, esordisce così:

Roma (AP) – Quando il finanziere americano Bernie Madoff fu condannato a New York, il Corriere della sera (il più autorevole quotidiano italiano) pubblicò una vignetta che prendeva in giro il sistema giudiziario.

In una corte americana, un giudice condannava l’imputato a 150 di galera dopo 6 mesi di processo. In una corte italiana, il giudice condannava a 6 mesi di reclusione dopo un processo durato 150 anni. In questo modo il più importante quotidiano del Paese metteva alla berlina il lentissimo, e a volte inconcludente, sistema giudiziario italiano.

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Adesso, la decisione della Corte di cassazione – annullamento delle assoluzioni di Amanda Knox e del suo ex-fidanzato italiano e conseguente necessità di celebrare un nuovo processo per l’omicidio della sua compagna di stanza accaduto nel 2007 – suscita all’estero e all’interno nuove preoccupazioni sul funzionamento della giustizia in Italia.

È un sistema in cui le persone assolte dall’accusa di aver commesso reati gravi vivono per anni sotto la minaccia della reclusione [nel caso in cui vi sia un nuovo processo che si chiude con una sentenza di condanna – nota mia], mentre potenti politici come l’ex-premier Silvio Berlusconi possono evitare di essere condannati a una pena detentiva ricorrendo in appello quasi indefinitamente, fino allo scattare della prescrizione.

Potete leggere integralmente l’articolo in originale qui: Knox case means more scrutiny for Italian justice system – Salon.com.

Soltanto un commento: vi irrita, o peggio, un giudizio così sbrigativo sul nostro sistema giudiziario? Ritenete arrogante e affetta da complesso di superiorità la stampa statunitense? Considerereste un affronto alla nostra magistratura e al nostro Paese una campagna per sottrarre Amanda Knox a un nuovo processo in Italia, come stabilito dalla Cassazione?

Benissimo: rispetto qualsiasi opinione. Però, per favore, adesso andate a rileggere che cosa hanno scritto i nostri giornalisti sull’eventualità che sia la magistratura indiana a celebrare il processo ai 2 marò.

IMU: giornalismo cialtrone e giornalismo che pensa

Il 14 luglio 2012, il Corriere della sera , il quotidiano italiano più diffuso (su carta) ha pubblicato questo articolo o, meglio, questa tabella:

VERSAMENTI IMU

I versamenti Imu provincia per provincia

Dalla Provincia di Roma il contributo maggiore

Versamenti I.M.U. per provincia aggiornati alle deleghe del 4 luglio 2012

Corriere

Ecco, questa è una tabella che si potrebbe portare a scuola per spiegare agli alunni delle medie (o come diavolo si chiama adesso la scuola che frequentano i ragazzi tra gli 11 e i 13 anni) come non si fa informazione usando i numeri. Perché l’unica cosa che si può vedere da questa tabella, espressa in valori assoluti, è che quanto più estesa e popolosa è una provincia, tanto maggiori sono stati i versamenti IMU. Tante grazie. Ci sarebbe da preoccuparsi, e molto, se non fosse così.

Una tabella con oltre 100 righe e 4 colonne. Più di 300 valori assoluti. Numeroni dell’ordine dei milioni. Contenuto informativo prossimo a zero.

E infatti l’unico commento che accompagna la tabella è: «Dalla Provincia di Roma il contributo maggiore.»

Mi perdonerà il bravo Donato Speroni, che sul Corriere della sera cura l’ottimo blog Numerus, se chiedo il suo parere?

Peraltro, il Corriere non è solo: non c’è quasi mattina che il Giornale Radio Rai (direttore Antonio Preziosi, come ci ricordano ossessivamente) non ci scodelli la statistica quotidiana: sul consumo di carne (o di canne), sul numero di canarini d’appartamento o sulle cadute sulle scale: invariabilmente, «guida la classifica la Lombardia» mentre «è la Val d’Aosta il fanalino di coda». Non sarà perché sono fenomeni legati alla dimensione demografica e la Lombardia è la regione più popolosa d’Italia e la Val d’Aosta la meno popolosa?

Il Post, quotidiano online diretto da Luca Sofri, pubblica la medesima notizia il 15 luglio, ma dà al ben più titolato Corriere una bella lezione di data journalism (a mio insindacabile giudizio, naturalmente).

Chi ha pagato più IMU

La classifica dei versamenti della tassa per province: ad Aosta 348 euro per abitante, a Crotone si è pagato un quinto

15 luglio 2012

Il Ministero dell’Economia ha pubblicato sul suo sito i dati sulla riscossione dell’IMU nelle diverse province, che vedono le cifre principali raccolte naturalmente nelle città più grandi. Questo è invece l’elenco ordinato col criterio delle cifre versate in rapporto alla popolazione di ogni provincia: criterio genericamente indicativo, ma si tengano in considerazione le caratteristiche della tassa, legata alle proprietà immobiliari e non ai residenti.

Province Importo Comune Importo Stato Importo totale Per abitante
1 Aosta 24.776.388 19.882.991 44.659.379 348,28
2 Savona 50.802.597 39.952.061 90.754.658 315,22
3 Olbia-Tempio 24.844.571 20.869.932 45.714.503 289,59
4 Imperia 30.354.199 24.625.774 54.979.973 246,94
5 Genova 130.789.989 84.073.246 214.863.235 243,41
6 Roma 630.649.797 370.136.938 1.000.786.735 238,62
7 Livorno 46.779.773 30.521.283 77.301.056 225,40
8 Sondrio 21.410.399 18.806.325 40.216.724 219,56
9 Grosseto 28.465.404 21.149.214 49.614.618 217,46
10 Milano 401.759.658 279.225.674 680.985.332 215,73
11 Bologna 128.781.561 84.752.768 213.534.328 215,27
12 Ravenna 49.281.640 35.037.026 84.318.666 214,85
13 Rimini 39.971.859 30.350.075 70.321.933 213,55
14 Bolzano 64.162.165 43.861.107 108.023.273 212,79
15 Trento 62.732.543 49.365.123 112.097.666 211,72
16 Lecco 42.323.478 29.675.518 71.998.995 211,66
17 Parma 53.399.925 39.649.481 93.049.407 210,46
18 Belluno 24.469.296 19.984.698 44.453.995 208,24
19 Como 73.049.594 50.394.193 123.443.787 207,47
20 Lucca 46.129.209 33.121.927 79.251.136 201,25
21 L’Aquila 25.307.823 19.587.192 44.895.014 200,86
22 Siena 33.221.516 21.131.992 54.353.507 199,36
23 Vercelli 19.799.714 15.516.631 35.316.345 196,68
24 Piacenza 31.470.976 23.854.993 55.325.969 190,86
25 Pisa 48.426.556 31.096.433 79.522.989 190,35
26 Firenze 114.855.034 74.688.102 189.543.135 189,90
27 Torino 263.008.636 165.203.697 428.212.333 185,99
28 Pordenone 35.239.864 23.260.785 58.500.649 185,53
29 Padova 104.608.599 65.395.840 170.004.439 181,98
30 Verona 96.411.322 70.563.694 166.975.017 181,46
31 Alessandria 45.763.860 33.744.184 79.508.044 180,45
32 Forli’ 41.550.437 29.427.278 70.977.715 179,47
33 Verbania 16.168.673 12.935.530 29.104.203 178,28
34 Biella 18.933.959 13.475.923 32.409.882 174,46
35 Vicenza 89.298.657 62.545.083 151.843.740 174,38
36 Ferrara 37.591.842 25.174.991 62.766.833 174,36
37 Trieste 26.835.119 14.248.462 41.083.581 173,67
38 Viterbo 32.346.490 22.816.404 55.162.894 172,23
39 Prato 26.645.498 16.259.176 42.904.674 171,77
40 Novara 36.303.990 26.706.401 63.010.391 169,47
41 Cuneo 54.053.754 44.092.570 98.146.324 165,70
42 Massa Carrara 19.849.424 13.603.074 33.452.498 164,06
43 Brescia 114.385.842 90.699.576 205.085.419 163,28
44 Udine 51.395.476 36.740.713 88.136.188 162,76
45 Venezia 80.078.272 58.983.319 139.061.591 161,11
46 Reggio Emilia 48.374.261 35.914.055 84.288.316 158,93
47 Treviso 83.738.700 55.506.159 139.244.859 156,76
48 Modena 62.650.181 46.257.291 108.907.471 155,38
49 Bergamo 96.486.474 73.558.628 170.045.102 154,76
50 Gorizia 13.009.760 8.525.893 21.535.653 151,23
51 Monza e della Brianza 77.990.732 49.591.489 127.582.221 150,16
52 Varese 75.662.840 55.341.745 131.004.586 148,32
53 La Spezia 27.147.287 18.712.161 45.859.448 148,02
54 Cremona 30.228.123 22.549.918 52.778.041 145,15
55 Ancona 40.857.179 28.557.066 69.414.245 144,30
56 Arezzo 29.087.790 21.189.520 50.277.310 143,79
57 Pistoia 24.169.306 17.910.024 42.079.330 143,59
58 Teramo 25.113.959 19.615.343 44.729.301 143,25
59 Chieti 32.689.374 24.039.034 56.728.408 142,85
60 Pavia 43.304.196 34.457.136 77.761.333 141,82
61 Pescara 27.102.364 18.577.914 45.680.278 141,34
62 Perugia 55.335.408 39.572.783 94.908.192 141,27
63 Bari 105.926.577 69.669.856 175.596.434 139,51
64 Macerata 26.158.156 19.151.923 45.310.079 139,26
65 Rovigo 19.185.090 14.898.182 34.083.273 137,50
66 Lodi 17.814.547 13.325.239 31.139.786 136,78
67 Latina 42.680.562 32.756.314 75.436.876 135,75
68 Mantova 31.104.844 24.837.882 55.942.725 134,66
69 Isernia 6.513.210 4.903.237 11.416.447 128,72
70 Taranto 43.217.328 31.002.054 74.219.382 127,96
71 Pesaro e Urbino 26.546.482 20.363.561 46.910.044 127,83
72 Terni 17.257.336 12.698.104 29.955.440 127,65
73 Campobasso 17.164.583 12.190.850 29.355.433 127,03
74 Siracusa 29.035.266 22.080.239 51.115.505 126,44
75 Ascoli Piceno 15.203.982 11.802.663 27.006.646 126,16
76 Foggia 46.617.385 33.360.921 79.978.306 124,80
77 Cagliari 41.848.024 27.576.216 69.424.240 123,27
78 Brindisi 27.643.540 21.023.493 48.667.033 120,69
79 Asti 14.569.729 12.087.531 26.657.261 120,25
80 Fermo 11.801.738 9.568.241 21.369.980 120,11
81 Sassari 23.929.863 16.426.698 40.356.560 119,67
82 Barletta-Andria-Trani 27.511.876 19.207.881 46.719.757 118,92
83 Rieti 10.387.988 7.965.068 18.353.056 114,37
84 Trapani 27.912.021 21.491.545 49.403.566 113,15
85 Ragusa 19.851.794 15.612.690 35.464.485 111,33
86 Nuoro 10.295.352 7.185.071 17.480.423 108,79
87 Lecce 47.807.771 37.823.789 85.631.560 104,99
88 Napoli 186.044.399 131.557.889 317.602.288 103,09
89 Salerno 65.296.817 46.123.017 111.419.834 100,40
90 Catania 63.810.586 44.737.574 108.548.161 99,58
91 Caserta 52.030.026 37.956.510 89.986.536 98,19
92 Carbonia-Iglesias 7.317.680 5.343.436 12.661.117 97,51
93 Matera 11.449.288 8.206.080 19.655.368 96,48
94 Messina 33.898.011 28.739.442 62.637.452 95,81
95 Benevento 16.249.173 11.298.458 27.547.631 95,69
96 Frosinone 26.649.942 19.477.570 46.127.512 92,59
97 Cosenza 36.799.232 29.284.851 66.084.083 89,95
98 Agrigento 22.665.108 18.040.423 40.705.531 89,66
99 Avellino 22.630.090 16.483.323 39.113.414 89,07
100 Palermo 61.296.693 48.842.284 110.138.977 88,14
101 Ogliastra 2.906.551 2.144.392 5.050.942 87,14
102 Oristano 8.313.041 6.021.515 14.334.556 86,23
103 Catanzaro 15.414.836 13.292.874 28.707.711 77,88
104 Potenza 16.453.665 13.228.919 29.682.583 77,34
105 Reggio Calabria 24.005.630 19.286.732 43.292.362 76,36
106 Medio Campidano 4.485.138 3.300.443 7.785.581 76,02
107 Caltanissetta 11.380.951 9.157.362 20.538.312 75,58
108 Enna 6.825.290 5.660.862 12.486.152 72,39
109 Vibo Valentia 5.990.941 5.175.933 11.166.875 67,04
110 Crotone 6.155.166 5.477.671 11.632.837 66,62

Perché questa tabella contiene molta più informazione dell’altra? Perché il giornalista sa (anche se non ce lo spiega benissimo) che i valori vanno normalizzati, cioè espressi in termini tali da eliminare il fattore di scala, e che un modo grezzo ma efficace di farlo è di osservare i versamenti pro capite, cioè per residente. E a questo punto si vede bene quello che nella tabella del Corriere non si vedeva (i valori assoluti sono gli stessi e vengono dalla stessa fonte): che l’imposta colpisce di più le province dove ci sono più proprietà immobiliari in proporzione al numero di residenti. Cioè, ad esempio, dove ci sono più seconde case: e infatti, nelle prime 15 province della graduatoria ci sono sì quelle delle 2 maggiori metropoli italiane (Roma e Milano), dove i prezzi unitari e le rendite sono più elevati, ma le altre sono tutte province a spiccata vocazione turistica marina o montana.

Rapallo

Rapallo & hotelmiro.net

Bastava poco, no?

De Rita premier?

Oggi (10 luglio 2012) Giuseppe De Rita ha pubblicato su Il corriere della sera un articolo che reputo molto equilibrato e importante.

Giuseppe De Rita

premiomazzotti.it

Potete andarlo a leggere alla fonte (L’altro fronte dell’economia – Corriere.it), ma per vostra comodità l’ho anche riprodotto in una pagina di questo blog.

Le lucciole di Pasolini

Chi legge questo blog con qualche regolarità sa che nutro un’epidermica antipatia per Attilio Scarpellini, uno dei conduttori della trasmissione mattiniera di RadioTre Qui comincia. La trasmissione peraltro la seguo da anni, nelle sue diverse incarnazioni, e accompagna i miei rituali del mattino. E ho molta simpatia e addirittura affetto per gli altri che si alternano al microfono: di Paolo Terni adoro i raffinati borbottii, il suo proporre con pudore e modestia pensieri molto profondi; di Anna Menichetti (una delle voci più sexy di Radio Rai, assieme a quella di Marina Flaibani) mi piace la sensibilità trasognata; di Arturo Stàlteri ho addirittura un album di qualche anno fa (Syriarise) e conservo memoria di un suo incontro con Brian Eno, raccontato da quest’ultimo in A Year With Swollen Appendices: Brian Eno’s Diary. Spero che l’interessato non me ne voglia, ma con Scarpellini, invece, mi scatta solo l’irritazione e la voglia di cambiare canale.

ppp

radio3.rai.it

Ma non lo faccio. E così la mattina del 16 maggio 2012  ho ascoltato la puntata che parlava di Pier Paolo Pasolini e, in particolare, un riferimento che Scarpellini ha fatto al famoso tema della scomparsa delle lucciole come di una “metafora” di Pasolini.

Ecco, mi sono detto, subito prevenuto contro Scarpellini: quando PPP scrisse della scomparsa delle lucciole tutti a dire: “Pasolini, poeta e profeta, ma soprattutto grande intellettuale a tutto tondo, capace di cogliere i più profondi cambiamenti non solo della società ma anche dell’ambiente planetario.” Poi qualcuno ha fatto la scoperta: le lucciole erano tornate. Ancora una volta è stato il Corriere della sera (che aveva smesso da tempo di essere un quotidiano autorevole per trasformarsi definitivamente in un quotidiano di sussiegose nullità) a fare lo scoop (l’articolo di Lilli Garrone è del 28 maggio 2006 e ha meritato la prima pagina!):

SONO RICOMPARSI GLI INSETTI RIMPIANTI DA PIER PAOLO PASOLINI IN UN CELEBRE ARTICOLO

Villa Borghese, il ritorno delle lucciole

Mancavano da così tanto tempo che nessuno le aspettava più. Ormai erano entrate nei racconti di chi arrivava da una vacanza ai tropici o da una campagna sperduta. E invece, all’ improvviso, eccole qui. Le lucciole sono tornate a illuminare le primaverili notti romane. Sono tornate anche in un luogo così centrale e inaspettato come Villa Borghese. Si intravedono nel boschetto urbano dietro via di Villa Ruffo, lampeggiano tra gli alberi accanto la fontana Rotonda. Si accendono e si spengono per gli sguardi increduli e stupiti anche delle persone adulte, non solo dei bambini. Chissà cosa avrebbe detto Pier Paolo Pasolini se fosse stato ancora vivo. Se avesse potuto rivederle in questa città. Perché proprio sulle colonne del Corriere della Sera, il primo febbraio del 1975, con un articolo titolato «Coscienze al buio senza lucciole» il famoso poeta lanciò la sua guerra contro il modello di sviluppo degli anni Sessanta e parlò con grande nostalgia della loro scomparsa. Eccone un brano: «Nei primi anni Sessanta a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua… sono cominciate a sparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante… Sono ora un ricordo, abbastanza straziante del passato». Così, di certo la loro rinnovata presenza è una buona notizia. Perché le lucciole, dicono gli esperti, sono un indicatore della salute dell’ecosistema. Almeno per quanto riguarda il loro habitat: prati, cespugli e siepi. Siccome non se ne parlava da un po’ , forse non tutti sanno che le lucciole sono insetti (coleotteri), e non pizzicano l’ uomo. Quando luccicano non lo fanno per noi: lo fanno perché sono in amore e quello è il loro modo di cercare un compagno. L. Gar.

Garrone Lilli

Pagina 1
(28 maggio 2006) – Corriere della Sera

Qualcuno ha provato a dire, sommessamente, che le lucciole non erano mai scomparse. La voce era troppo flebile, gli amplificatori dei media assenti: la verità “ufficiale” è quella della scomparsa e del ritorno. Per maggiore sicurezza però – mi dicevo l’altra mattina – meglio declassare il punto di vista di Pasolini da osservazione a metafora.

A questo punto, però, mi è sembrato doveroso andare a rileggere l’articolo di Pasolini del 1° febbraio 1975. Il titolo (mi viene da scrivere “naturalmente”, dato il livello dell’articolo di Lilli Garrone, che non si è degnata di andare a controllare – la buona notizia è che le lucciole sono davvero coleotteri) non è «Coscienze al buio senza lucciole», ma «Il vuoto del potere».

Che dire? Non mi sembra che Pasolini parli della scomparsa delle lucciole in senso metaforico, ma certo utilizza questo “evento” come spartiacque all’interno di un’analisi delle metamorfosi del potere, fascista e democristiano. Ma io qui non voglio parlare di questo, ma di come un uomo come Pasolini (certamente intellettuale e poeta per sua scelta, anche se forse profeta sua malgrado) possa costruire un’argomentazione su un fattoide (o fattizio, cioè un “fatto che non esiste prima di apparire in una rivista o un giornale”, secondo la definizione di Norman Mailer), senza prendersi la briga di verificare se fosse vero o falso che le lucciole erano scomparse.

Questo ci dice molto sulla cultura italiana, che da quasi 40 anni discute sulle implicazioni della scomparsa delle lucciole con assoluto disprezzo delle circostanze di fatto: dice, secondo me, molto sul conformismo, molto sulla disposizione e sulla disponibilità a credere ai dogmi, molto sul groupthink eletto a sistema di pensiero. Purtroppo, temo, ci dice molto anche su Pasolini come pensatore e maestro del pensiero: perché a me, a rileggerlo, sembra che l’articolo sia veramente debole. Non nella polemica con Franco Fortini su “fascismo aggettivo e fascismo sostantivo”, che si può largamente condividere, ma proprio sul ruolo di pietra miliare assegnato alla presunta e largamente fittizia (o fattizia) “scomparsa delle lucciole”, spartiacque tra un “prima” e un “dopo”, in cui il “prima” è nonostante tutto meglio del “dopo”: una nostalgia che, spiace dirlo, è il sigillo del pensiero di destra.

Dal momento che l’articolo di Pasolini potete andarvelo a leggere integralmente con un click su un link, mi concederò la licenza di tagliuzzarlo e ricostruirne la sequenza per meglio chiarire la parte che vi recitano le lucciole e i limiti (a mio parere, naturalmente) della mitologia precapitalistica e premoderna di Pasolini.

Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. (Sono ora un ricordo, abbastanza straziante, del passato: e un uomo anziano che abbia un tale ricordo, non può riconoscere nei nuovi giovani se stesso giovane, e dunque non può più avere i bei rimpianti di una volta).
Quel “qualcosa” che è accaduto una decina di anni fa lo chiamerò dunque “scomparsa delle lucciole”.

[…] una decina di anni fa, è successo “qualcosa”. “Qualcosa” che non c’era e non era prevedibile non solo ai tempi del “Politecnico”, ma nemmeno un anno prima che accadesse (o addirittura, come vedremo, mentre accadeva).

Durante la scomparsa delle lucciole […] sia il grande paese che si stava formando dentro il paese – cioè la massa operaia e contadina organizzata dal PCI – sia gli intellettuali anche più avanzati e critici, non si erano accorti che “le lucciole stavano scomparendo”. Essi erano informati abbastanza bene dalla sociologia (che in quegli anni aveva messo in crisi il metodo dell’analisi marxista): ma erano informazioni ancora non vissute, in sostanza formalistiche. Nessuno poteva sospettare la realtà storica che sarebbe stato l’immediato futuro; né identificare quello che allora si chiamava “benessere” con lo “sviluppo” che avrebbe dovuto realizzare in Italia per la prima volta pienamente il “genocidio” di cui nel “Manifesto” parlava Marx.

I “valori” nazionalizzati e quindi falsificati del vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, di colpo non contano più. Chiesa, patria, famiglia, obbedienza, ordine, risparmio, moralità non contano più. […] A sostituirli sono i “valori” di un nuovo tipo di civiltà, totalmente “altra” rispetto alla civiltà contadina e paleoindustriale. […] si tratta della prima “unificazione” reale subita dal nostro paese; mentre negli altri paesi essa si sovrappone con una certa logica alla unificazione monarchica e alla ulteriore unificazione della rivoluzione borghese e industriale. Il trauma italiano del contatto tra l'”arcaicità” pluralistica e il livellamento industriale ha forse un solo precedente: la Germania prima di Hitler. Anche qui i valori delle diverse culture particolaristiche sono stati distrutti dalla violenta omologazione dell’industrializzazione: con la conseguente formazione di quelle enormi masse, non più antiche (contadine, artigiane) e non ancor moderne (borghesi), che hanno costituito il selvaggio, aberrante, imponderabile corpo delle truppe naziste.

Ad ogni modo, quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola.

Pasolini passa poi a raccontare il “vuoto del potere” realizzatosi quando i democristiani “sono passati dalla ‘fase delle lucciole’ alla ‘fase della scomparsa delle lucciole’ senza accorgersene.” Questo racconto dà il titolo all’articolo, ma qui ci interessa meno. Mi preme piuttosto sottolineare 2 passaggi che mi sembrano cruciali:

  1. L’unificazione dell’Italia sarebbe – secondo Pasolini – intervenuta soltanto con l’accelerata industrializzazione del boom economico, e attraverso una “mutazione” antropologica più evidente nel Centro-Sud (come infatti è da attendersi per un Paese non ancora unificato): gli italiani “sono diventati in pochi anni (specie nel centro-sud) un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale. Basta soltanto uscire per strada per capirlo.” Coerentemente marxista (più di tanti intellettuali organici), Pasolini antepone il cambiamento strutturale (l’industrializzazione) a quello sovrastrutturale (l’omologazione culturale trasmessa dalla televisione, ad esempio). Trovo molto bella e pertinente l’osservazione sulla “sociologia che in quegli anni aveva messo in crisi il metodo dell’analisi marxista.”
  2.  Nel passaggio benessere → sviluppo → genocidio (un passaggio agghiacciante, se vi fermate a riflettere anche solo qualche istante) c’è tutta la radice premoderna e reazionaria del pensiero di Pasolini: lo sviluppo è una perversione del benessere che conduce allo sterminio (penso che PPP avesse in mente il passo del Manifesto di Marx sulle crisi da sovrapproduzione: “Nelle crisi scoppia una epidemia sociale che in tutte le epoche precedenti sarebbe apparsa un assurdo: l’epidemia della sovraproduzione. La società si trova all’improvviso ricondotta a uno stato di momentanea barbarie; sembra che una carestia, una guerra generale di sterminio le abbiano tagliato tutti i mezzi di sussistenza; l’industria, il commercio sembrano distrutti. E perché? Perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio.”). Pasolini legge Marx come un teorico della decrescita: condizione del benessere vero è rinunciare al progresso, cioè ad andare avanti. Se possibile, anzi, tornare indietro, nell’Arcadia dove ci sono ancora lucciole. Una riflessione che dovrebbe farci guardare con cautela anche alla voga corrente che ci invita a guardare al di là della crescita economica e dello sviluppo (magari l’avessimo!) e perseguire il “benessere” o addirittura la “felicità”.

Giusto per farvi passare quello sguardo romantico e quell’espressione un po’ ebete (che ho anch’io, perché anch’io da bambino subivo il fascino delle lucciole e me le facevo mettere in un bicchiere – senza toccarle io perché gli insetti mi fanno orrore), qualche fatto (e non fattoide) sulla vita delle larve di lucciola: si nutrono prevalentemente di lumache e di chiocciole, grandi fino a 200 volte più di loro (ma ovviamente non velocissime nella fuga); le attaccano a morsi e poi iniettano loro (mentre ancora sono vive) un liquido tossico, che distrugge lentamente i tessuti della vittima e li digerisce trasformandoli in un fluido marrone, che la larva di lucciola può succhiare. Certo, la Montedison operava su un’altra scala, ma nel loro piccolo anche le lucciole …

A complicare le cose, in Italia ci sono due generi di lucciole (nessuno dei due è scomparso), entrambi della famiglia Lampyris: la Luciola (Laporte, 1833) e la Lampyris noctiluca:

Luciola

Luciola / curiosando708090.altervista.org

Lampyris noctiluca

Lampyris noctiluca / http://www.acquariodesign.com

Ancora su Piazza Fontana: Corrado Stajano e Goffredo Fofi

Intervengo di nuovo sull’argomento, non con parole mie ma con 2 interventi comparsi sulla stampa, che riproduco per comodità dei lettori del blog e perché ho visto che non è poi così semplice trovarli in rete.

I funerali

cinquantamila.corriere.it

Il primo è di Corrado Stajano, un cronista “storico” delle vicende di quegli anni. Condivido appieno il suo punto di vista e mi rammarico di non poter leggere che cosa scriverebbero Marco Nozza, Giorgio Bocca e Camilla Cederna, che furono anch’essi protagonisti della battaglia civile di quegli anni (e mi immagino Stajano lì a fare gesti apotropaici!).

Dalle due bombe a Lotta Continua. Su Piazza Fontana buchi e forzature

CORRADO STAJANO – Corriere della Sera | 28 Marzo 2012

Nel film di Giordana episodi non verificabili. E manca la passione di quegli anni

Furono anni torbidi, furono anche anni fervidi. La strage di piazza Fontana, per Milano e per l’intero Paese, fu una ferita profonda. Ma la città seppe resistere rivelando il meglio di se stessa. Basta guardare ancora una volta le immagini dei funerali delle vittime, in piazza del Duomo, tre giorni dopo la bomba nel salone della Banca nazionale dell’agricoltura che aveva lo scopo di distruggere le fondamenta della Repubblica e della Costituzione. La piazza, quella mattina, era color del piombo fuso, la copriva una cappa di nebbia, rotta soltanto dalla fioca luce dei lampioni che rischiaravano un poco la marea di donne e di uomini sgomenti di dolore. Dalle fabbriche di Sesto San Giovanni arrivarono a migliaia le tute bianche della Pirelli, le tute blu della Breda, della Magneti Marelli, della Falck che fecero da servizio d’ordine. La borghesia consapevole e la classe operaia formarono allora, con la serietà dei momenti gravi, un corpo unico nella città affratellata. Il possibile golpe, si può dire, fallì quel giorno.
Non deve esser stato facile per Marco Tullio Giordana, il regista dei Cento passi e della Meglio gioventù, rappresentare, quasi mezzo secolo dopo, con il suo Romanzo di una strage, quel che avvenne in quei giorni e in quegli anni, la macelleria dei corpi, il sangue, le trame eversive, le collusioni e i tradimenti di chi aveva il dovere di tutelare la Repubblica e complottò invece per abbatterla e dar vita a uno Stato autoritario.
12 dicembre 1969, la strage. 15 dicembre 1969, l’arresto di Pietro Valpreda e la morte del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, la diciottesima vittima. Il commissario Luigi Calabresi è nel film il vero protagonista; un eroe, è stato detto, l’uomo che aveva capito la verità. Nel 1972 sarà la vittima innocente dello spirito di violenza, ma quella notte in Questura, davanti a cinque giornalisti, il suo comportamento non fu diverso da quello dei suoi superiori.
La stanza del questore Guida sembrava più un morbido salotto che un ufficio di polizia. Esordì così, Guida, che nel 1942 era stato direttore del confino politico fascista di Ventotene: «Gravemente indiziato di concorso in strage, Pinelli aveva gli alibi caduti. Un funzionario gli aveva rivolto contestazioni e lui era sbiancato in volto. Il dottor Calabresi aveva allora momentaneamente sospeso l’interrogatorio per andare a riferire. Nella stanza si stava parlando d’altro, una pausa, quando il Pinelli ebbe uno scatto improvviso, si gettò verso la finestra socchiusa perché il locale era pieno di fumo e si slanciò nel vuoto. Il suicidio è una evidente autoaccusa».
Un giornalista chiese chi era Pinelli. Rispose Calabresi: «Sembrava un uomo incapace di ricorrere alla violenza, un uomo tranquillo, ma i suoi rapporti, le sue implicazioni politiche dovevano rivelare il contrario». Chiese un altro giornalista qual era stata l’ultima domanda a Pinelli, quali le ultime cose dette e se esistevano i verbali. Nessuno rispose, senza mostrare imbarazzo. Il giornalista ripeté la domanda, Guida disse allora che l’interrogatorio non comprometteva altre persone. «Era stato convalidato dalla magistratura il fermo che durava da 72 ore?» domandò un altro giornalista. Il questore rispose impudentemente di sì, poi parlò d’altro. Uno dei cinque giornalisti chiese a Calabresi come mai non era sceso in cortile a vedere Pinelli. Di nuovo silenzio.
A colpire, in quella notte difficile da dimenticare, era la percezione che quegli uomini dello Stato non mostrassero neppure un moto di amarezza e di dolore per la morte di un uomo entrato da libero cittadino in Questura e uscito morto. Erano responsabili della sua vita: cinque uomini, in una piccola stanza, non riuscirono a impedirgli di buttarsi dalla finestra lasciata aperta?
Calabresi è stato giudicato innocente dalle inchieste della magistratura. Ma esiste soltanto la responsabilità penale? Si avvertiva quella notte una sottile euforia: la pratica Pinelli era chiusa e con quella morte poteva chiudersi anche la pratica più grossa, la strage.
La città, la società, nel film di Giordana, sono assenti, come le atmosfere di allora. Non c’è traccia del conflitto tra innocentisti e colpevolisti, profondo, e neppure dei tentativi appassionati dell’altra Italia alla ricerca della verità, diversa da quella ufficiale. Ci sono molti buchi nel racconto. Non si sa quasi nulla di Pietro Valpreda, il predestinato capro espiatorio della tragedia. Non sono sufficienti, poi, quei ritagli del giornale e poche scritte sui muri per rendere l’ossessiva campagna denigratoria di Lotta Continua contro Calabresi accusato di essere l’assassino di Pinelli.
Il film gioca di continuo, pericolosamente, tra realismo e finzione. È «liberamente tratto» dal librone di Paolo Cucchiarelli, Il segreto di Piazza Fontana, ambiguo, con fonti non verificabili.
Moro, il ministro degli Esteri di allora, impeccabilmente interpretato da Fabrizio Gifuni, ha una parte sovrabbondante, un jolly utile per raccontare ciò che serve, ma chi visse il dramma della strategia della tensione non fu mai a conoscenza di quella scelta così progressista di Moro, del suo misterioso dossier che svelava il carattere golpista e neofascista della strage, mostrato a Saragat.
Nel film, Federico Umberto D’Amato, a capo degli Affari riservati, offre a Calabresi di diventare il suo braccio destro al Viminale e fa assurde rivelazioni che ancora una volta stravolgono quel che si sa dagli atti dei processi, dalle inchieste, non poche, di quegli anni. Un altro scoop, poi: furono due i taxi e due le bombe scoppiate in quel tragico buco della banca. Una rossa, gentile, solo per spaventare un po’, portata da Valpreda; e una nera, per uccidere e dare avvio allo stato di emergenza, portata da Sottosanti, il sosia. La fonte? Cucchiarelli, a pag. 641 del suo libro. Di nuovo i doppi estremismi, le piste rosse e quelle nere.
Un gran garbuglio reso ancor più fosco mezzo secolo dopo, tra mister X, legionari e spioni, trafficanti di armi e di esplosivi, la Grecia dei colonnelli, gli infiltrati ovunque, i partiti, tutti, informati e silenti, gli uomini dello Stato dal doppio o triplo gioco.
I ragazzi che non sanno cosa sia successo nel pomeriggio di tanti anni fa in quella banca di Milano, vicina all’Arcivescovado, non avranno da questo film lumi per capire.
Giustizia non è stata fatta. Lo Stato non ha avuto la forza e il coraggio di processare se stesso. Dopo 11 processi di condanna, 4 giudizi in Cassazione, apposizioni del segreto politico-militare, la serranda della legge è calata il 3 maggio 2005: tutti assolti, strage senza colpevoli, i parenti delle vittime condannati a pagare le spese di giudizio.
La verità storica e politica, a ogni modo, è chiara. Sono ben documentati, con le responsabilità della destra neofascista veneta, le complicità e i depistaggi dei servizi di sicurezza e soprattutto dell’Ufficio Affari riservati.
Peccato, bisogna dirlo con amarezza, che in questo smisurato film un po’ asettico non si ritrovino né la passione né le emozioni di quegli anni infuocati.

Il secondo è di Goffredo Fofi (che in quegli anni scriveva su Quaderni piacentini feroci recensioni cinematografiche, poi raccolte – mi pare di ricordare – nell’ormai quasi introvabile Il cinema italiano: servi e padroni).

Il cinema italiano: servi e padroni

hobbylibri.com

Il Sole 24 ore 1 aprile 2012

Il telefilm della bomba
Marco Tullio Giordana non è riuscito a fare, nonostante i mezzi, un lavoro decente su Piazza Fontana.

Un male comune…

di Goffredo Fofi

Rimando volentieri alla più saggia delle possibili stroncature politiche del film di Marco Tullio Giordana, scritta qualche giorno fa da Corrado Stajano sul «Corriere della sera». Le incongruenze e gli opportunismi che segnano la ricostruzione della strage di piazza Fontana e i suoi retroscena, operata dal regista con i suoi due sceneggiatori (già autori con lui di un film non eccelso ma onesto su illusioni e sconfitte della generazione del ’68, La meglio gioventù) a partire da un libro dove le illazioni dominano, vi sono elencati con ferma convinzione e non scivolano nell’opinione ma si attengono al concreto dei fatti dimostrati e dimostrabili. Piuttosto che lanciarci nelle diatribe sul vero e sul falso e sul probabile che il film sta scatenando, per la maggior parte opinabili, diciamo subito che il film in sé non merita molta attenzione né molto riguardo e che a noi preme, da critici, rilevarne i limiti in quanto film, e più che i limiti la sostanza e l’idealità della fattura.

Invece che di “romanzo” e di film bisognerebbe, per cominciare, parlare di «docufiction» o di «telefilm» dei più rozzi, nonostante i mezzi a disposizione. E bisognerebbe anzitutto fare il paragone con le altre ventate non di televisione ma di cinema detto politico presenti nella nostra tradizione. Il neorealismo e la commedia o tragedia degli anni del boom e successivi furono in presa diretta su un presente da raccontare scavare discutere, e quando fu possibile, dal 1959 in avanti, vennero tentate anche operazioni di ricostruzione storica di grande portata (dopo La grande guerra, dopo Tutti a casa) dettate dal bisogno di spiegarsi e spiegare le radici del presente. Ho visto più volte un film su un episodio di estrema delicatezza nella nostra storia, Il processo di Verona, diretto da Lizzani e scritto da Pirro, ammirandone ogni volta di più la precisione e la misura. E ho visto, anche questo con il massimo interesse, il lavoro televisivo francese in più puntate di Olivier Assayas sul terrorista Carlos, e cioè su argomenti almeno altrettanto difficili di piazza Fontana, più vicini a noi e perfino più scabrosi da raccontare. Ci si chiede dunque come mai il cinema e la televisione italiana non siano in grado di proporre altro che panettoni da povero pamphlet giornalistico, al posto di un buon cinema e -perché no, se altrove è possibile? – di una buona televisione. E duro è individuare colpe che riguardano alla fine un po’ tutti – una complicità molto diffusa, benché diversificata – ma in primo luogo i nostri media maggiori. Il cinema politico non è servito, in Italia e, mi pare, neanche altrove, a migliorare la coscienza civile degli spettatori, ma semmai, a seconda delle parti, a sollecitare le loro false coscienze di “buoni” in un mondo di “cattivi”. Ma come è stato possibile che, quindici-vent’anni dopo i fatti (una dittatura, una guerra mondiale, due anni di guerra civile…) il nostro cinema riuscisse a dare dei grandi film civili, e che a più di quarant’anni dagli anni più caldi della nostra storia democratica non sia ancora possibile raccontare la crisi espressa e provocata dal ’68 con uno sguardo sufficientemente limpido, sia pure non di maggioranza? Non ponendosi, come pretende ipocritamente la televisione, e come è impossibile fare, «al di sopra delle parti». Com’è che artisti, intellettuali e profe ssionisti delle comunicazioni di massa, dei settori più ufficiali di esse, non riescano mai 0 quasi mai a raccontare degnamente il tempo passato e a essere all’altezza dei problemi di questo, che dei primi ha ereditato il peggio? Com’è possibile che ci si possa accontentare di parodie di ricostruzione storica come questa, da opera dei pupi, da filodrammatica e da sceneggiata, da museo delle cere, da gara paesana di imitatori, tra santini e macchiette e tra opposti buoni e i  morti non possono più parlare, i vivi che sanno tacciono, i “servizi” – nazionali e internazionali – continuano, come hanno sempre fatto, a insabbiare, a inquinare, a manovrare, i politici a preferire la retorica alla persuasione. E i giornalisti e gli sceneggiatori a scrivere, i registi a filmare, perché, si sa, lo spettacolo deve andare avanti.