Robert Menasse – La capitale

Menasse, Robert (2017). La capitale (Die Hauptstadt. Trad. it. Marina Pugliano e Valentina Tortelli). Palermo: Sellerio. 2018. ISBN: 9788838938405. Pagine 452. 9,99€

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Curioso romanzo, questo, che si muove su molti registri narrativi. Promosso come il primo romanzo dedicato a Bruxelles, capitale dell’Unione europea per accidente (doveva esserlo a rotazione la capitale di ciascuno degli Stati membri, in ordine alfabetico, ma il meccanismo si è inceppato subito), nell’imminenza di elezioni europee che alcuni si aspettavano dirompenti, La capitale è molto di più. Ma anche un po’ di meno.

È decisamente un romanzo, anche se molti vi hanno letto elementi saggistici: Menasse è semplicemente ben documentato e conosce bene pregi, difetti e tic della burocrazia comunitaria. Io però vi consiglio di leggerlo come romanzo, gustandone le molte qualità e sopportandone i limiti.

Muoversi su molti registri narrativi è, appunto, il più grande pregio e il maggiore difetto di questo libro. Menasse è certamente un virtuoso e conosce la sua materia a menadito. Penso anche che quella di muoversi dal grottesco al drammatico, dal documentaristico al satirico, sia stata una scelta. Però ho l’impressione che a volta l’impasto gli sia sfuggito di mano. Personalmente, sono arrivato alla fine con un senso di sazietà e di incompiutezza, senza che tra le due sensazioni ci fosse contraddizione.

Uno dei fili conduttori è la prospettiva del cinquantenario della Commissione europea, da celebrarsi nel 2020. Intorno a questa scadenza parte una sorta di Azione parallela (Menasse è austriaco come Robert Musil), occasione perfetta per rappresentare le gelosie dei funzionari, i veti incrociati dei paesi, le gerarchie implicite delle direzioni e dei commissari, i (veri o presunti) caratteri nazionali.

C’è anche però la rappresentazione dell’insipienza e incompetenza economica che affiora nei processi decisionali e nei delicatissimi equilibri geo-politici, con l’impressione inesorabile (e secondo me realistica) che l’Europa sia ormai tagliata fuori dalle direttrici dello sviluppo ormai spostate verso aree geografiche giovani e intraprendenti. L’Europa è diventata una retrovia e non ha neppure la lucidità di capire le poche occasioni che si trova davanti…

Alle nostre spalle, la memoria della Shoah e il cimitero (divenuto luogo d’incontro delle anime morte le cui strade s’incrociano nella capitale); davanti a noi i maiali, reali e metaforici. In mezzo, i riti della burocrazia e l’arrivismo dei funzionari.

Ma non dovete pensare che il romanzo sia noioso o serioso: questi sono difetti miei, non di Menasse. Menasse, piuttosto ha uno sguardo profondo e la capacità di restituirci le sue osservazioni con sarcasmo e senso del grottesco, oltre con malinconia. Memorabile la scena di sesso in cui entrambi i partner fingono l’orgasmo…

***

Qualche citazione che mi sono annotato leggendo:

Anche per gli artifici bisognava avere un talento naturale […] (pos. 296)

Chissà per quale ragione nessuno dei suoi predecessori aveva criticato il metodo di indagine dell’eurobarometro e non aveva imposto un cambiamento. Se alla gente si offre l’opportunità di mettere una crocetta sulla frase «Si intromette in questioni che andrebbero regolamentate a livello nazionale», una determinata percentuale lo farà. Questi campioni dell’«è vero», questi idioti del «lo dico sempre, io!». Ma se si formulasse la domanda scrivendo che la Commissione protegge i cittadini dalle ingiustizie causate dalle differenze tra i sistemi giuridici delle varie nazioni, il risultato sarebbe subito ben diverso. (pos. 623)

[…] il mondo è fatto di coriandoli, però grazie all’algoritmo lo vediamo come un mosaico. (pos. 1159)

Le loro anime si toccarono. Ecco il segreto (pos. 1995)

Jean Monnet. È stato lui a scrivere: gli interessi nazionali sono astratti, ciò che accomuna gli europei è concreto. (pos. 2152)

Circa 86 miliardi di neuroni entrarono in comunicazione, nel giro di qualche millisecondo in migliaia di cellule si verificarono complicati processi elettrici, le sostanze chimiche chiamate a veicolare informazioni fecero il loro dovere e le sinapsi si misero a funzionare, in breve: il ministro degli Esteri austriaco rifletté. (pos. 3985)

Dal ministro degli Esteri austriaco giunse al presidente del Consiglio europeo una nota in cui si metteva nettamente in chiaro come la Repubblica austriaca fosse a favore, ma anche contraria […] (pos. 4020)

Solo il professore greco che insegnava a Oxford continuava a digitare velocemente sul suo computer qualcosa che doveva essere estremamente urgente e importante, o almeno era urgente e importante dimostrare che lo fosse. (pos. 4659)

Fridsh rise. Suo padre era un tifoso sfegatato dell’Inter, il Football Club Internazionale Milano. E quando la squadra arrivò in finale all’Europa League contro il Real Madrid, se ne andò a Vienna.
Perché a Vienna?
Era lì che si disputava la finale. Inter contro Real Madrid. Prima della partita la banda militare austriaca doveva suonare gli inni dei due club.
Perché la banda militare?
Non lo so. Era così e basta. Credi che i Wiener Philharmoniker vadano a suonare sui campi da calcio? Comunque sia: la banda prima ha suonato l’inno del Real Madrid. Poi, quando è venuto il turno della squadra milanese, invece di dare alla banda l’inno dell’Inter, per sbaglio le hanno dato le note dell’Internazionale. E allora all’improvviso si è sentita l’Internazionale comunista. E alcuni giocatori italiani si sono perfino messi a cantare: compagni avanti, il gran partito noi siamo dei lavoratori! (pos. 5049: imperdonabile errore. Era la Coppa dei campioni. E non so se l’aneddoto sia vero)

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