Henry Roth – Call It Sleep

Roth, Henry (1934). Call It Sleep. New York: Farrar, Straus and Giroux. 2013. ISBN: 9781466855281. Pagine 477. 8,83€.
[Chiamalo sonno. Trad. it. Mario Materassi. Milano: Garzanti. 2017. ISBN: 9788811811763. Pagine 543. 9,99€]

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Alla fine del 2018, dopo quasi 25 anni, mi sono dimesso dal mio posto di lavoro e da allora – dopo qualche mese sabbatico – ho ricominciato a lavorare come autonomo (o libero professionista, o freelance, se preferite) presso una società di ricerca in economia applicata dalle parti di piazza Mazzini, a Roma. Un giorno di settembre, uscito dallo studio, ho incontrato una ex-collega e amica che non vedevo da qualche tempo. Dopo i convenevoli di rito, mi è venuto in mente che era lei che, alcuni anni fa, mi aveva segnalato Stoner di John Williams (non era stata la sola, per la verità; la mia recensione su questo blog è qui). E quindi, senza frapporre indugi, le ho chiesto a bruciapelo: “E che cosa stai leggendo?”. E lei, senza esitazione: “Chiamalo sonno, di Henry Roth”.

Ed eccomi qui a parlarne. Anzi, a parlare di due cose: del romanzo, e della mia hýbris.

Henry Roth è il mio terzo Roth (dopo Joseph e Philip) e ne ignoravo colpevolmente l’esistenza fino alla segnalazione della mia amica. Ebreo e galiziano come il primo, americanizzato come il secondo. Il romanzo è in parte autobiografico: come il protagonista David Schearl, Roth emigrò dalla Galizia a New York, passando da Ellis Island, e visse dapprima brevemente a Brooklyn (a Brownsville, per l’esattezza) e poi a Manhattan (Lower East Side). L’America dei primi anni del XX secolo e l’immigrazione dall’Europa ricordano un altro grande romanzo – The Jungle di Upton Sinclair, che ho recensito qui – e, a tratti, le atmosfere dell’infanzia di Noodles e dei suoi amici in C’era una volta in America.

La storia è semplice e toccante: David è un bambino sensibile e intelligente, timidissimo e solitario, morbosamente attaccato alla madre, terrorizzato dal padre (non senza ragione), “bullizzato” dagli altri bambini. Anch’io, a suo tempo, sono stato un bambino così…

Ma due cose sono veramente straordinarie nel romanzo.

La prima è che, via via sempre più, a tratti alla narrazione tradizionale si sostituiscono il monologo interiore e lo stream of consciousness di David: alcuni hanno paragonato Call It Sleep all’Ulysses di James Joyce, ma secondo me il confronto è, più che impari, improprio. Da una parte, tra la pubblicazione di Ulysses (1922) e quella di Call It Sleep (1934) intercorrono 12 anni, in cui – tra l’altro – esce anche To the Lighthouse di Virginia Woolf (1927): come dire che monologo interiore e stream of consciousness erano nell’aria. Dall’altra, soprattutto, in Call It Sleep monologo interiore e stream of consciousness rispondono a esigenze artistiche ben diverse: non alla sperimentazione linguistica, ma alla necessità di farci scendere anzitutto emotivamente nell’angoscia e nella “gran confusione mentale” che portano David a cercare una confusa catarsi e il contatto mistico con dio tra le rotaie elettrificate di un tram newyorkese. Consentitemi la battuta: più che un’epifania, una folgorazione.

Ma la sperimentazione linguistica, in Call It Sleep, c’è, eccome, ed è questa la seconda cosa straordinaria. Roth deve entrare e farci entrare in un mondo multiculturale, e anche multilinguistico. E allora utilizza una strategia apparentemente semplice, ma profondamente radicata nella cultura ebraica: utilizza l’inglese per la sua narrazione e per i dialoghi all’interno della famiglia (dove in realtà si parla yiddish) e una traslitterazione per rendere l’inglese faticoso e fortemente connotato dagli accenti nazionali per tutte le interazioni di strada, tra David, gli altri ragazzini e la variopinta immigrazione (dall’irlandese dei poliziotti all’italiano anglicizzato e storpiato degli italo-americani). Come chiarisce la postfazione di Hera Wirth-Nesher, usa bilinguismo e diglossia:

Bilingualism and diglossia, in their strict linguistic sense and in their broader culture meanings, have always been distinguishing features of Jewish culture and one major aspect of that enigmatic concept, Jewish literature. By bilingualism, I mean the alternate use of two or more languages by the same individual, which presupposes two different language communities, but does not presuppose the existence of a bilingual community itself. Diglossia, on the other hand, is the existence of complementary varieties of language for intragroup purposes, and therefore it does not necessitate bilingualism, as the linguistic repertoires are limited owing to role specialization. In short, as Fishman has pointed out, bilingualism is essentially a characterization of individual linguistic versatility whereas diglossia is a characterization of the societal allocation of functions to different languages. (pos. 8475)

Provo a darvi un’idea della complessità dei dialoghi:

“We usetuh find cigahs innuh gudduh,” Yussie continued. “An we usetuh t’row ’em on de ladies, and we usetuh run. Who you like bedder, ladies or gents?”
“Ladies.”
“I like mine fodder bedder,” said Yussie. “My mudder always holluhs on me.” He pried a nail between two wheels. A bright yellow gear suddenly snapped off and fell to the gutter at his feet. He picked it up, blew the dust off, and rose. “Yuh want?”
“Yea,” David reached for it.
Yussie was about to drop it into his outstretched palm, but on second thought, drew back. “No. Id’s liddle like a penny. Maybe I c’n pud id inna slod machine ’n’ gid gum. Hea, yuh c’n take dis one.” He fished a larger gear out of his pocket, gave it to David. “Id’s a quarter.
Yuh wanna come?”
David hesitated. “I godduh waid hea till duh wissle blows.”
“W’a wissle?”
“By de fectory. All togedder.”
“So?”
“So den I c’n go opstai’s.”
“So w’y?”
“Cuz dey blow on twelve a’clock an’ den dey blow on five a’clock. Den I c’n go op.” (pos. 454)

E qui veniamo il punto della mia hýbris. Sì, perché – come d’abitudine – ho letto il romanzo in originale senza minimamente informarmi. E l’originale – come abbiamo visto – è scritto in un inglese difficilissimo, non solo per questo mimetismo linguistico, ma anche per la complessità del monologo interiore di David. Verso la fine del romanzo il concitato di David e il contrappunto multilinguistico della folla accorsa raggiungono punte di virtuosismo e di difficoltà davvero notevoli. Non sono nemmeno sicuro di avere compreso tutto. E sarei molto curioso di vedere come se l’è cavata il traduttore italiano.

***

Qualche citazione:

The most volatile races, such as the Italians, often danced for joy, whirled each other around, pirouetted in an ecstasy: Swedes sometimes just looked at each other, breathing through open mouths like a panting dog; Jews wept, jabbered, almost put each other’s eyes out with the recklessness of their darting gestures; Poles roared and gripped each other at arm’s length as though they meant to tear a handful of flesh; and after one pecking kiss, the English might be seen gravitating toward, but never achieving an embrace. (pos. 272)

[…] a very fine man, albeit a Russian […] (pos. 3014)

[…] a leaf of Summer in the book of Spring. (pos. 4085)

Grey sparrows by puddles, pecked at the yellow oats among the cobbles, among the cobbles miraculous blades of grass. (pos. 4520)

There was no end to Leo’s blessings—no father, almost no mother, skates. (pos. 5567)

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