La squadra 8 (3)

Cafasso (cito a memoria): “Pettenella, lei ha il dono di dire un attimo prima degli altri cose che nessuno vorrebbe dover sentire”.

A me è piaciuto sia il ritrovamento altamente simbolico del cadavere della De Luca (molo San Gennaro, sotto una statua di soggetto religioso, seduta su una panchina, che “guarda” il mare con il vento nei capelli), sia l’autopsia (con quella fotografia livida che fa pensare al Cristo morto del Mantegna ma anche, per me, alla foto del Che sul tavolo di un obitorio boliviano).

Ho un dubbio, però, che spero che qualche medico legale sappia sciogliere: penso che un cadavere, morto da tempo, non possa avere i capezzoli eretti. I capezzoli si inturgidiscono per un afflusso di sangue (come altri organi…) e il sangue in un morto non circola.

Fedeltà e costanza (Don Giovanni)

Quando ero più giovane e più irrequieto (o, meglio, diversamente irrequieto) citavo spesso un brano del Don Giovanni di Mozart e Da Ponte e sostenevo di essere costante, ma non fedele.

Fedéle è, secondo me – e forzo un po’ le definizioni dei vocabolari – chi osserva la fede data ed è devoto a una persona (o a un ideale).

Costante è più affine a durevole o continuo (un dolore costante…) e dunque chi persevera nei propositi e nei sentimenti.

Sostenevo di essere costante, ma non fedele, nei miei affetti.

La citazione del Don Giovanni è questa:

DON GIOVANNI:
È tutto amore!
Chi a una sola è fedele,
verso l’altre è crudele:
io che in me sento
sì esteso sentimento,
vo’ bene a tutte quante.
Le donne, poiché calcolar non sanno,
il mio buon natural chiamano inganno. (Atto II, scena prima)

La via lattea (1969)

Ne La via lattea di Buñuel (uno dei miei film preferiti) c’è una scena che trovo esilarante, e che mi viene in mente ogni volta che qualcuno osa contraddirmi.
Ho trovato il testo della sceneggiatura soltanto in inglese. Abbiate pazienza. Quando avrò più tempo lo tradurrò (ma non contradditemi!)

(Scene shift. A Priest in a restaurant with a Cop who is holding a bottle of brandy.)
COP: Do you want some?
PRIEST: No, thanks. Quite honestly.
COP: And you’re from around here?
PRIEST: Yes, nearby.
[…]
COP: Anyway, getting back to our discussion, there’s nothing miraculous about the miracles of Christ. They’re commonplace occurrences.
PRIEST: Really?
COP: These days science can explain anything. Miracles are natural phenomena, like it or not.
PRIEST: Well, I find that more than ever before science agrees with the scriptures. That’s why the whole world is now Catholic.
COP: What do you mean, Catholic?
PRIEST: That’s right, the whole world.
COP: But what about the Moslems?
PRIEST: Come now, the Moslems are Catholic.
COP: What about the Jews?
PRIEST: Especially the Jews.
[…]
COP: In any case, Father, you’ll never convince me that the body of Christ can be contained in a piece of bread.
PRIEST: Be careful about what you’re saying. The body of Christ is not CONTAINED in the bread. In the sacrament of Communion, the host BECOMES the body of Christ. No matter what we say, transubstantiation does exist.
COP: I’d like to believe you. I’ll admit, I just don’t understand. It’s beyond me.
PRIEST: The host is the body of Christ. That’s it! Don’t believe it’s a mere representation, a symbol, as it were, of the body of our Lord. The Albigensians believed that. And, of course, so did the Calvinists, among others. And that is a serious mistake!
INNKEEPER: I always say that the body of Christ in the host is just like the rabbit in this pâté.
PRIEST: What?
INNKEEPER: I mean that it’s rabbit and at the same time it’s pâté.
PRIEST: You don’t understand! You speak like those 16th Century heretics that were called, as a matter of fact, Pate-liars! Don’t talk like that! You must take the words of Christ literally!
COP: Sorry, but it just doesn’t make any sense to me.
PRIEST: All the more reason to believe! Religion without mystery is no religion at all! In other words, any heresy that attacks a mystery can easily seduce ignorant and superficial people, but heresies will never be able to hide the truth.
OLD BUM: Father, I’d like to ask you, what happens to the body of Christ inside your stomach?
[…]
PRIEST: It suddenly occurred to me the Pate-liars were right. It’s a revelation! I FEEL that the body of Christ is in the host, like rabbit in that pâté. I’m absolutely sure of it!
COP: But you just said the opposite.
PRIEST: I said the opposite? Who, me?
COP: Yes, you.
(Priest throws a cup of coffee into Cop’s face. Innkeeper calls some men in white coats who arrive in a white ambulance)
[…]
(Two medics grab him.)
[…]
(Medic takes him outside.)
INNKEEPER: I never knew. He seemed so normal.
COP: Who is he? Is he really a priest?
MEDIC 2: Yes, he was the parish priest of Chevilly till last year. You probably contradicted him, right?
COP: Maybe.
MEDIC 2: I knew it.

Pulp Fiction (1994)

The Wolf (Harvey Keitel): I’m Winston Wolfe. I solve problems.

Questo è quello che sto facendo ora, al lavoro. Meno efficacemente di Wolfe.

Corporation

An ingenious device for obtaining individual profit without individual responsibilty.

(Ambrose Bierce, The Devil’s Dictionary)

Il cavaliere nero

Una leggendaria, storica gag di Gigi Proietti.

Irresistibile la morale, da tenere a mente sempre, sul lavoro e nella vita privata: da certi individui è meglio stare alla larga, sempre e in ogni circostanza.

Qui il link all’mp3 (l’ho trovato in rete, spero di non violare più di 20 norme).

Scusi, signore…

Ancora su Parma e dintorni.

Un contadino vedi in un campo un pappagallo. Non conoscendo l’uccello, ma già pregustandolo arrosto, si avvicina di soppiatto e, zac!, l’intrappola sotto il cappello.

Subito da lì sotto esce una voce cavernosa e impaziente:

Co fèet? (“Che cosa fai?”).

C’al scüsa, sior, l’eva tòt par n’osèl (“Scusi, signore, l’avevo presa per un uccello”), risponde il contadino, liberandolo.

Questa storiella, esile e vagamente surreale (potrebbe essere di Zavattini), me la raccontava spesso mio padre, sempre con quest’ambientazione parmense e imitando quel dialetto e la sua erre sonora e francese. Al di là del surrealismo, il senso ultimo è quello di mettere alla berlina quella miscela infernale di ignoranza e deferenza che il contadino, e molti altri, esibiscono.

Le ochette del pantano

La prima poesia che ho imparato alle elementari, probabilmente in prima, si chiama Le ochette del pantano, di Renzo Pezzani. Dev’essere un’esperienza comune a molti coetanei, perché era presente su tutti i libri di lettura, che erano diversi per curatore, anno d’edizione e prezzo ma in sostanza tutti uguali (ma guai ad avere quello sbagliato! e i bambini, che sono legalitari e “letterali”, erano i primi alleati dei maestri e dell’industria del libro scolastico).

Cercando la poesia con Google, scopro che è generalmente considerata una filastrocca d’origine ignota, cui nel tempo si sono aggiunti versi che non c’erano. Restituiamo a Renzo quel che è di Renzo. Ecco l’originale:

Le ochette del pantano
vanno piano piano piano
tutte in fila come fanti
una dietro e l’altra avanti
una si pettina
l’altra balbetta
con voce bassa
la stessa parola
una sull’acqua
come una barchetta
fatta di un foglio
di libro di scuola.

Non male, vero? hai una sua esile delicatezza crepuscolare, se uno riesce a non ridere subito. Oppure se ride, e poi prova a rileggerla.

Renzo Pezzani, nato nel 1998 1898, era di Parma. Seguì la sua vocazione e fece il maestro, ma l’avvento del fascismo lo costrinse a fuggire (Parma resistette a lungo dopo la marcia su Roma, ma alla fine la resistenza di Parma Vecchia, il quartiere proletario della città al di là del torrente, fu soffocata nel sangue). Pezzani fuggì a Torino, dove lavorò alla casa editrice SEI. I suoi libri di lettura per le elementari lo resero ricco, ma quando morì nel 1951 era rovinato.

Continuò ad amare la città natale, dove sognava di tornare, e scrisse un Inno a Parma che fu musicato da Ildebrando Pizzetti per coro a due voci e orchestra nel 1951.

Qui sotto uun’immagine di Parma Vecchia (od Oltretorrente). Chi deve capire, capirà…

Carte: La settimana di Internazionale

Spero che riportare integralmente un articolo, peraltro liberamente disponibile online, non violi troppe norme e, soprattutto, non dispiaccia all’autore. Se invece mi sbaglio, chiedo scusa a tutti e soprattutto a Giovanni De Mauro.

Carte
Ai giornalisti piace pensare di essere più bravi, svegli e intelligenti dei loro lettori. È una sciocchezza. L’intelligenza collettiva di una rete di persone è sempre superiore alle capacità di un singolo, per quanto preparato e competente. Con internet tutto è più facile. Ma l’intelligenza collettiva non è una novità. Nell’estate del 1942 Winston Churchill lanciò il più grande progetto cartografico della seconda guerra mondiale, l’operazione Benson. Si trattava di disegnare con la maggiore precisione possibile la carta della Normandia in vista dello sbarco delle truppe alleate. I ricognitori britannici cercavano di sorvolare le coste per fotografarle, ma la contraerea tedesca era micidiale. Allora la Bbc ebbe un’idea: chiese a tutti gli inglesi che erano stati in vacanza in Normandia di mandare le loro foto scattate sulle spiagge francesi. In una settimana arrivò un milione di foto. In un mese erano diventate dieci milioni. E furono fondamentali per la riuscita dello sbarco. – Giovanni De Mauro

L’articolo è sul sito di Internazionale, che vi consiglio di mettere tra i vostri segnalibri.

Un libro da leggere sull’argomento è The Wisdom of Crowds di James Surowiecki (sì, sono anche uno snob, ma non so davvero se è stato tradotto in italiano), di cui ho già parlato (Il bue di Galton e la democrazia. una modesta proposta).

La squadra 8

Dal trailer della prossima puntata (cito a memoria): “Allora diciamo che i miei scrupoli sono negoziabili…”