Il suo dipinto più famoso sono Las Meninas, soprattutto per la reinterpretazione di Picasso.
Michel Foucault, in Le parole e le cose, sostiene che il “vero” soggetto del quadro è il concetto stesso di rappresentazione: schermi e specchi, e la disposizione stessa dei personaggi (il re e la regina sono riflessi nello specchio, e dunque rappresentati mentre osservano la scena, mentre il pittore stesso è rappresentato sulla sinistra, e dunque non può osservare la scena che sta rappresentando… se ci fate caso, è lo stesso gioco quasi escheriano di cui abbiamo già parlato).
Qualche anno fa sono stato, a Siviglia, a una bella mostra si Velázquez e ho scoperto che, da giovane, non sapeva dipingere i piedi di Cristo sovrapposti nella crocefissione, e quindi li dipingeva paralleli. Fateci caso in questi due esempi.
Quanto a Picasso, ecco una delle sue reinterpretazioni, al Museu Picasso di Barcellona.
Sessantottino, secondo il De Mauro online, è “chi ha partecipato al movimento di contestazione giovanile del 1968; anche, ironicamente, chi ne continua le idee, gli atteggiamenti, eccetera”. Di post-sessantottino, il vocabolo utilizzato da Ignazio La Russa per indicare chi non vede di buon occhio il dispiegamento dell’esercito per compiti di ordine pubblico, nessuna traccia nei vocabolari.
Ma stia tranquillo La Russa, abbiamo capito lo stesso.
Io nel 1968 mi avviavo a compiere 16 anni. Per me il 1968, e gli anni che lo hanno preceduto e seguito, sono stati anni formativi. Ne continuo, per quanto posso, le idee e gli atteggiamenti, senza ironia e senza vergogna. Ringrazio i miei genitori, la mia scuola, i miei compagni e le disordinate letture di quegli anni per quello che mi hanno dato e mi hanno lasciato. Non mi nascondo le ingenuità e gli errori che ho commesso, da solo o dentro l’impegno politico e sociale. Ma quei valori e quegli atteggiamenti ho cercato, convinto, di trasmetterli anche ai miei figli.
La Russa, che è del 1947, nel 1968 di anni ne aveva 21. Studiava Giurisprudenza a Pavia, dopo aver fatto il liceo in un collegio svizzero, immagino perché la Statale di Milano era troppo rossa per lui, fascista e figlio di un senatore fascista. Però picchiava a Milano (“protagonista di tutte le battaglie politiche della Destra in Lombardia”, è la dizione eufemistica ed edulcorata della biografia sul suo sito): picchiava, confermo, con i suoi camerati. I fascisti a Milano in quegli anni picchiavano e basta (se non facevano di peggio). Dalla rete son scomparse – forse a suon di denunce – la maggior parte delle memorie sul La Russa di quegli anni.
Ma questi metodi tu li conosci bene, Ignazio La Russa. Io mi ricordo di te, sai? mi ricordo il picchiatore La Russa, mi ricordo cosa dicevi sulla pena di morte, sulle donne comuniste. Ti ho visto passare un mucchio di volte, e mi ricordo il coraggio, sempre in giro in branco, l’onore, sempre menare i più piccoli, e la lealtà, ti chiamavano Mennea, tanto eri bravo a dartela a gambe. [tratto da qui]
Ma non è di La Russa che voglio parlare. Siamo in un paese democratico, è stato eletto (anche se non scelto dai cittadini, ma dalle segreterie dei partiti), la sua coalizione ha vinto ed eccolo ministro. Nulla da eccepire. Parliamo invece dell’impiego dell’esercito per funzioni di pubblica sicurezza. In Italia operano 5 corpi nazionali, alle dirette dipendenze del governo, con funzioni di ordine pubblico:
La Polizia di Stato: 110.000 effettivi
L’Arma dei Carabinieri: 111.000 effettivi
La Guardia di Finanza: oltre 65.000 effettivi
La Polizia Penitenziaria: oltre 45.000 in organico
Il Corpo Forestale dello Stato (non sono riuscito a sapere quanti sono con esattezza, ma dovrebbero essere 8-10.000).
Alle forze nazionali di polizia (tutte quelle sopra elencate svolgono funzioni di pubblica sicurezza) si aggiungono quelle locali (la polizia municipale e quella provinciale).
Secondo una fonte internazionale citata anche nella rubrica di Beppe Severgnini, l’Italia è uno dei Paesi con il maggior numero di tutori dell’ordine in assoluto (322.483) e relativamente alla popolazione (5,6 per 1.000 abitanti: quasi il doppio della Germania e della Spagna, che ne hanno 2,9, mentre la Francia ne ha poco più di 2). I 3.000 militari messi in campo da La Russa incrementano il numero degli addetti alla pubblica sicurezza di meno dell’1%: penso sia ragionevole non aspettarsi risultati concreti, se non un po’ di pubblicità al governo e al ministro.
In Italia, i ricercatori (o meglio gli addetti alla ricerca e sviluppo, nel settore pubblico e in quello privato) sono 3 ogni 1.000 abitanti, valore che ci colloca agli ultimi posti in Europa e tra i paesi sviluppati.
Ma allora, le forze armate mettiamole a fare ricerca!
Quelle più frequenti da noi hanno il nome scientifico di Lyristes plebejus. Sembrano grosse mosche (sono lunghe dai 2 ai 4 centimetri) e se ne stanno sugli alberi, soprattutto sui pini marittimi, a emettere il loro “canto”.
Nonostante l’apparenza inconspicua, sono animali molto interessanti, per una serie di motivi.
Partiamo da quelli biologici. Il “canto”, anzitutto. Come è facile immaginare, è un canto di corteggiamento, un richiamo sessuale. Soltanto i maschi lo fanno, le femmine della specie sono mute (e qui mi sorgono alla mente considerazioni che non condivido, ma mi fanno sorridere…). Il canto non è prodotto dallo sfregamento di parti esterne del corpo, come accade per i grilli, ma da un organo stridulatore posto sotto l’addome. L’apparato è costituito da lamine (timballi) tese da tendini che le collegano a muscoli particolarmente potenti, sui lati dell’addome; per produrre il suono l’insetto fa vibrare le lamine e camere d’aria provvedono alla risonanza. Qui sotto lo schema (scusate il tedesco!).
La femmina depone le uova sugli alberi, ma quando si dischiudono le larve scendono a terra e iniziano una vita sotterranea (ipogea) che dura (nelle cicale italiane) 4 anni. Le larve hanno zampe anteriori scavatrici grazie alle quali si spostano da una radice all’altra per nutrirsi. Poi i giovani individui (già molto simili agli adulti, ma privi di ali, con due zampe anteriori adatte allo scavo del terreno) escono dal suolo e cercano un albero dove arrampicarsi ed effettuare la muta.
La cosa veramente interessante sotto il profilo dell’evoluzione è il lungo periodo che le larve passano sotto terra. C’è un genus di cicale nord-americane, le Magicicadae, che hanno un ciclo di 13 (in 4 specie) o di 17 anni (in 3 specie). I loro cicli sono sincronizzati: gli adulti si sviluppano tutti insieme, un dato anno, e sono assenti negli anni intermedi. Perché? Perché 13 e 17 sono numeri primi, abbastanza grandi da rendere improbabile che le specie di potenziali predatori possono sincronizzare il loro ciclo di vita con quello di queste cicale. Lo spiega bene Richard Dawkins in The Blind Watchmaker:
One of the most bizarre examples of convergent evolution that I know concerns the so-called periodical cicadas. Before getting to the convergence, I must fill in some background information. Many insects have a rather rigid separation between a juvenile feeding stage, in which they spend most of their lives, and a re!atively brief adult reproducing stage. Mayflies, for instance, spend most of their lives as underwater feeding larvae, then emerge into the air for a single day into which they cram the whole of their adult lives. We can think of the adult as analogous to the ephemeral winged seed of a plant like a sycamore, and the larva as analogous to the main plant, the difference being that sycamores make many seeds and shed them over many successive years, while a mayfly larva gives rise to only one adult right at the end of its own life. Anyway, periodical cicadas have carried the mayfly trend to an extreme. The adults live for a few weeks, but the ‘juvenile’ stage (technicalIy ‘nymphs’ rather than larvae) lasts for 13 years (in some varieties) or 17 years (in other varièties). The adults emerge at almost exactly the same moment, having spent 13 (or 17) years cloistered underground. Cicada plagues, which occur in any given area exactly 13 (or 17) years apart, are spectacular eruptions that have led to their incorrectly being called ‘locusts’ in vernacular American speech. The varieties are known, respectively, as 13-year cicadas and 17-year cicadas.
Now here is the really remarkable fact. It turns out that there is not just one 13-year cicada species and one 17-year species. Rather, there are three species, and each one of the three has both a I7-year and a I3-year variety or race. The division into a 13-year race and a 17-year race has been arrived at independently, no fewer than three times. It looks as though the intermediate periods of 14, 15 and 16 years have been shunned convergently, no fewer than three times. Whyl We don’t know. The only suggestion anyone has come up with is that what is special about 13 and 17, as opposed to 14, 15 and 16, is that they are prime numbers. A prime number is a number that is not exactly divisible by any other number. The idea is that a race of animals that regularly erupts in plagues gains the benefit of alternately ‘swamping’ and starving its enemies, predators or parasites. And if these plagues are carefully timed to occur a prime number of years apart, it makes it that much more difficult for the enemies to synchronize their own life cycles. If the cicadas erupted every 14 years, for instance, they could be exploited by a parasite species with a 7-year life cycle. This is a bizarre idea, but no more bizarre than the phenomenon itself. We really don’t know what is special about 13 and 17 years. What matters for our purposes here is that there must be something special about those numbers, because three different species of cicada have independently converged upon them.
In letteratura, a partire dalla favola di Esopo, la cicala è stata spesso vituperata. Su questa pagina c’è un percorso tematico bello ed esauriente. Io mi limito a citare la prosa di Giosuè Carducci, per un motivo assolutamente personale: non so perché, per un loro privato e complice scherzo suppongo, questo incipit era sempre citato a memoria da mio padre e mia madre ogni volta che, me bambino, le cicale cantavano.
Come strillavano le cicale giù per la china meridiana del colle di San Miniato al Tedesco nel luglio del 1857!
Veramente per significare lo strepito delle cicale il Gherardini e il Fanfani scavarono dalla Fabbrica del mondo di Francesco Alunno il verbo frinire. E per una cicala sola, che canti, amatrice solinga, sta. Ma quando le son tante a cantar tutte insieme, altro che frinire, filologi cari!
Come, dunque, strillavano le cicale, etc. etc.! Intorno, i verzieri fortemente distinti dal verde cupo delle ficaie; al piano, i campi nei quali il verde cedeva più sempre al giallo biondo, al giallo cenerino, al polveroso della grande estate; di faccia, l’ondoleggiante leggiadria dei colli di Valdarno somiglianti a una fila di ragazze che présesi per mano corrano cantando rispetti e volgendo le facce ridenti a destra e a sinistra, – tutto cotesto viveva ardeva fremeva sotto il regno del sole nel cielo incandescente.
Nei luoghi della mia infanzia, infatti, cicale non se ne sentivano molte, con l’eccezione della pineta di Milano Marittima, posto esotico dove viveva anche l’inquietante formicaleone. Ma questa è tutta un’altra storia. Il regno delle cicale fu poi per me la Toscana, come per il Carducci, e più tardi il Sud.
Lo leggo su un lancio dell’Ansa, e non mi stupisco.
Non mi stupisco della scelta della dieta vegetariana, se è vero che i suoi guai giudiziari sono legati a decisioni “tangentizie” assunte durante un’abbuffata di capretto.
Non mi stupisco nemmeno che abbia fatto in modo che alla stampa “filtrasse” la notizia delle sue colte ed edificanti letture: Silone, L’avventura di un povero cristiano. Silone: abruzzese, ex-comunista, ex-cattolico, socialista pulito e al di sopra di ogni sospetto, scomodissimo, che si auto-definisce (proprio in questo libro) “cristiano post-risorgimentale e post-marxista”. Penso male a sospettare che Del Turco intenda crearsi, a futura memoria, l’immagine del perseguitato politico?
Naturalmente tutto questo accade nel mese di luglio, di cui fu cantore Riccardo Del Turco (non, non è suo parente).
“Negative Capability, that is, when a man is capable of being in uncertainties, mysteries, doubts, without any irritable reaching after fact and reason. […] with a great poet the sense of Beauty overcomes every other consideration, or rather obliterates all consideration.” (lettera ai fratelli del 21dicembre 1817)
Di solito, questa “teoria” di Keats viene liquidata con un’alzata di spalle, o poco più: il poeta, e il poeta romantico soprattutto, non ha un’epistemologia; non cerca la verità scientifica o filosofica. Non affronta i problemi per risolverli, ma per esplorarli; anzi, per l’artista che alcuni problemi non ammettano soluzione è meglio.
Sulla stessa linea di pensiero è la teoria della Mansion of many apartments che Keats formulò qualche mese più tardi in una lettera a John Hamilton Reynolds (18 maggio 1818):
I compare human life to a large Mansion of Many Apartments, two of which I can only describe, the doors the rest being as yet shut upon me – The first we step into we call the infant or thoughtless Chamber, in which we remain as long as we do not think – We remain there a long while, and notwithstanding the doors of the second Chamber remain wide open, showing a bright appearance, we care not to hasten to it; but are at length imperceptibly impelled by awakening of the thinking principle – within us – we no sooner get into the second Chamber, which I shall call the Chamber of Maiden-Thought, than we become intoxicated with the light and the atmosphere, we see nothing but pleasant wonders, and think of delaying there for ever in delight.
La capacità negativa è apparentata con il concetto heideggeriano di Gelassenheit. Nella sua conferenza sull’Abbandono, Heidegger adopera il termine Gelassenheit, che, come spesso accade nell’ultima fase del suo pensiero, pone significativi problemi di traduzione. Il richiamo è a un atteggiamento speculativo di fronte alla realtà, che consiste in un raccoglimento (cui allude il prefisso tedesco ge-), che lascia-essere (lassen, come verbo, indica appunto l’atteggiamento del lasciare, come l’inglese to let) le cose così come sono, senza intervenire. È un atteggiamento etico, oltre che epistemologico, che implica:
l’abbandono alle cose, che consiste in un atteggiamento di pensiero che, rifiutando il pensiero calcolante proprio della tecnica, ri-medita il senso profondo della relazione fra l’uomo e l’ente, fino a cogliere quel senso che nel mondo della tecnica si cela, che è la verità dell’essere (considerata come aletheia, cioè come verità celata, ri-velazione).
l’apertura al mistero, che consiste nel mantenersi aperti, mediante questa meditazione sulla tecnica, alla possibilità di una nuova manifestazione della verità dell’essere. (adattato da Wikipedia)
Fino a una certa età non ho viaggiato molto. Si usava molto meno di adesso, e suppongo che la mia famiglia fosse legata ad abitudini d’altri tempi. Andavo dai nonni in campagna per molti mesi all’anno, almeno fino a quando non ho avuto l’età per andare a scuola. In estate si andava in villeggiatura, stanziali, per un mese al mare, affittando una casa. Con pochissime eccezioni (un anno mi hanno portato in montagna, disastrosamente, perché mi sono ammalato sùbito: era – si diceva – un bambino bisognoso di mare), sempre nello stesso posto, a Milano Marittima. Anzi sempre allo stesso bagno (a Roma si chiamano stabilimenti), il Bagno Gino, vicino al molo del porto canale. Sono di carnagione chiara e i solari non erano quelli di adesso, e io passavo gran parte del tempo tra rischio di scottatura ed eritema. I solari erano untuosi e la sabbia finissima dell’Adriatico ci si appiccicava sopra, peggiorando l’eritema. La odio tuttora, la sabbia.
Sono andato per la prima volta all’estero (se si escludono la Svizzera di Lugano e l’immancabile San Marino delle giornate di maltempo a Milano Marittima) quando sono andato a Dublino nel 1967.
Anche il Sud era remoto: a Roma ci sono andato per la prima volta nel settembre del 1964. Il Sud l’ho scoperto alla fine degli anni Sessanta, quando – rito di passaggio all’età adulta – sono stato ammesso ai viaggetti di esplorazione che mio padre e i miei zii facevano ai primi di settembre di ogni anno. Era una specie di rituale: si partiva la mattina prestissimo, per non soffrire troppo il caldo (niente aria condizionata sulle macchine di allora, anche se lo zio aveva sempre dei modelli di lusso, dalla Giulietta di quando ero piccolissimo alla BMW serie 7 che aveva quando è morto, a metà degli anni Novanta). Ci si fermava a pranzo a Orvieto, dove si mangiava in un posto di cui ho scordato il nome e si visitava il Duomo. Per dormire si puntava a Salerno, perché Napoli era una città troppo caotica per entrarci, salvo che per passare dall’Autostrada del sole alla Napoli-Pompei-Salerno. E la sera, a Salerno, si andava a mangiare a Vicolo della neve.
La pizzeria era in un vicolo del centro storico. Già arrivarci mi sembrava un’avventura, perché non ero abituato ai vicoletti. Il posto era molto piccolo. Una pizza così non l’avevo mangiata mai, non aveva quasi nessun punto di contatto con quella che si poteva mangiare a Milano con gli amici. Ma la vera scoperta erano le altre cose che si potevano mangiare lì, e che per me erano scoperte assolute: i polpetti alla luciana, la ciambotta, i peperoni, le polpette al sugo, baccalà e patate. E soprattutto la parmigiana di melanzane.
Mi è venuta in mente oggi, mangiando riscaldata quella preparata ieri (ognuno ha le madeleine adeguate alla propria levatura artistica e alla propria classe sociale, evidentemente), perché ai miei che avrebbero voluto una porzione di parmigiana appena fatta o comunque bollente, il cameriere di Vicolo della neve spiegò pazientemente, ma con una punta di disprezzo per quei poveri polentoni, che la parmigiana è piatto estivo, che deve riposare e che dà il meglio di sé a temperatura ambiente (cioè tiepida, perché nella saletta della pizzeria c’era un caldo pauroso).
Non ci sono più tornato. Ma a giudicare da questa recensione il posto è ancora quasi intatto e tuttora consigliabile.
La storia dell’Antica Pizzeria del Vicolo della Neve si conosce con un po’ di fortuna da ogni salernitano dotato di un pizzico di memoria storica. Si dice che il “Vicolo” esistesse già nel Trecento, ai tempi del dominio aragonese. Di sicuro allora non faceva la pizza ma chissà quali altre leccornie. Più attendibili le notizie che ne fanno risalire le origini al 1700. La pizzeria prende il nome dal vicolo dove, più di un secolo fa, si vendeva la neve per rinfrescare le cantine. Il cuore della vecchia e millenaria Salerno si conserva, dunque, in questo locale che non ha fatto alcuna concessione alla modernità ma ha tenuto fede alla tradizione della cucina casalinga e all’arte della pizza. Il rito serale della visita al Vicolo della Neve resta per molti salernitani una abitudine irrinunciabile. Il rischio di diventare un posto per soli turisti è svanito, il Vicolo non lo corre. Pur con il passar del tempo, il Vicolo della Neve ha tenuto fede alle regole della sua inimitabile cucina tramandate da “Sciacquariello” e “Peppiniello”, memorabili artefici del successo di questo locale, a coloro che oggi, in quella stessa cucina, preparano, condiscono e infornano pizze negli anni hanno deliziato illustri nomi della politica, del giornalismo, dell’arte e del teatro. Amavano la pizza margherita e il calzone con la scarola Enrico Caruso e Titta Ruffo e dopo di loro hanno fatto tappa al “Vicolo” tutti gli artisti che sono passati per il Teatro Verdi. Della pizza napoletana andavano pazzi Ministri, Deputati, Senatori e Sottosegretari. Da Vittorio Emanuele Orlando a Francesco Spirito, da Giovanni Amendola a Errico De Marinis e Adolfo Cilento. Il libro dei ricordi è pieno di pagine. Una vera storia d’amore è, però, quella tra Il “Vicolo” e gli artisti salernitani. Il poeta Alfonso Gatto era un ospite abituale e al Vicolo della Neve ha pure dedicato una splendida poesia. Il pittore Clemente Tafuri ha dipinto le pareti della pizzeria. Quel che si vede della sua rappresentazione dell’Inferno è solo una piccola parte della preziosa opera che appartiene ora alla famiglia Carro, vecchi proprietari del Vicolo. Siamo insomma in uno dei pochi luoghi storici della città, gestito a partire dagli anni ’70 da Matteo Bonavita. Il rito è sempre uguale, con i camerieri che richiamano ai loro tavoli i clienti appena entrati: appena seduti sui tipici piatti in rame sempre bollenti arrivano baccalà e patate, polpo alla luciana, scarola imbottia, peperoni ripieni, carciofi arrostiti, pasta e fagioli, la mitica ciambotta, la milza, le braciole di cotica, le polpette al sugo. E poi ancora l’infinita varietà di pizze assolutamente tipiche nell’impasto, il calzone con la scarola o il ripieno di ricotta e salame. Chiusura con i dolci della tradizione napoletana. Buone bottiglie di aglianico al prezzo giusto.
Alfonso Sarno
Della poesia di Alfonso Gatto ho trovato soltanto questo (non so se è completa):
…Straniero, se passi a Salerno
in una notte d’inverno
di luna a mezzo febbraio,
se vedi il bianco fornaio
che batte le mani sul tondo
di quella faccia cresciuta,
ascolta venire dal fondo
degli anni la voce perduta.
L’odore di menta t’invita,
la tavola bianca, la stanza
confusa dell’abbondanza…
…in quell’odore di forno
per qualche sera la vita
si scalda con le sue mani
a quegli accordi lontani
del tempo che fu…
Del resto, rane e patate sono associate, oltre che sotto il profilo gastronomico, anche sotto quello dell’immaginario erotico, come testimoniano una canzone di Enzo Jannacci e Massimo Boldi (giustamente dimenticata) e la celeberrima pubblicità di Rocco Siffredi.
Amooore… nella velocità de zito zito de zito zito non parlare, zito…
Amooore… nella difficoltà della velocità de zito zito, de zito zito…
non parlare… va bene… allora… sempre zito…
Ohhhh carah!!!!
Sei repellente Lisa
Però mi piaci di più
Onnipotente Elisa
però mi piaci cosà
Sei sciabollenta Elisa
però mi piaci cosà
Sei repellente Elisa
però mi piaci di più di più di più
perché perché
con te con te
io faccio:
blulburlbulbrlburblurlbrlbu
Zan zan zan, zan le belle rane, zan le belle rane zan!
YOHUUUU!!!
Zan zan zan, zan le belle rane, zan le belle rane zan!
YOHUUAUUAU!!!
Zan zan zan, zan le belle rane, zan le belle rane zan!
Zan zan zan, zan le belle rane, zan le belle rane zan!
btetpilipiatitaritulità
Zan zan zan, zan le belle rane, zan le belle rane zan!
Zan zan zan, zan le belle rane, zan le belle rane zan!
Zan zan zan, zan le belle rane, zan le belle rane zan!
Ohhhh carah!!!!
Sei repellente Elisa
però mi piaci cosà
Sputi il budino Elisa
però mi piaci cosà
Sei sciabollenta Elisa
però mi piaci cosà¬
Che tanfamento Elisa
però mi piaci di più di più di più
perché perché
con te con te
io faccio:
blulburlbulbrlburblurlbrlbu
Zan zan zan, zan le belle rane, zan le belle rane zan!
YOHUUUU!!!
Zan zan zan, zan le belle rane, zan le belle rane zan!
HUH HUHU!!
Zan zan zan, zan le belle rane, zan le belle rane zan!
In una delle interviste con cui si conclude il volume delle Opere scelte, Hrabal dice a un certo punto che secondo lui il poeta più grande è Sergej Esenin. Io sapevo molto poco di lui, così sono andato a documentarmi.
Bellissimo, ragazzo prodigio, bisessuale, viziatissimo, travolto dalla rivoluzione russa, marito anche di Isadora Duncan, si suicida trentenne.
Ha scritto poesie bellissime.
Forse la più nota (ovviamente anche per curiosità morbosa) è quella che vergò con il suo sangue come suicide note:
Arrivederci, amico mio, arrivederci.
Mio caro, sei nel mio cuore.
Questa partenza predestinata
Promette che ci incontreremo ancora.
Arrivederci, amico mio, senza mano, senza parola
Nessun dolore e nessuna tristezza dei sopraccigli.
In questa vita, morire non è una novità,
ma, di certo, non lo è nemmeno vivere.
Indubbiamente bella. Ma io trovo ancora più bella questa, così russa, con le rape rosse e l’avena, con l’attaccamento alla nera zolla, con l’amore che che nel ricordo si decompone come una cosa viva e vegetale.
Non vagheremo più
Non vagheremo più, non schiacceremo più tra gli arbusti
le bietole rosse, non cercheremo più le tracce…
Col fascio dei tuoi capelli d’avena
per sempre sei svanita dai miei sogni.
Tenera, bella, e col vermiglio
colore delle bacche sulla pelle,
eri simile a un crepuscolo rosa.
E come neve, candida e abbagliante.
Sono appassiti i chicchi dei tuoi occhi,
il tuo nome s’è dissolto come una musica,
ma è rimasto tra le pieghe gualcite dello scialle
l’aroma di miele delle mani innocenti.
Nell’ora silenziosa, quando l’alba sul tetto
come un gatto con la zampa si lava la bocca,
odo dolcemente parlare di te
le canne acquatiche che conversano col vento.
Ah mi sussurri pure la sera blu
che tu eri una canzone e un sogno.
Chi inventò la tua flessibile figura
ha toccato con le mani un luminoso mistero.
Non vagheremo più, non schiacceremo più tra gli arbusti
le bietole rosse, non cercheremo più le tracce…
Col fascio dei tuoi capelli d’avena
per sempre sei svanita dai miei sogni.
La poesia di Esenin più nota in Italia è quella che, con qualche modifica, è stata musicata da Angelo Branduardi con il titolo Confessioni di un malandrino. La riporto qui sotto in una versione dal vivo del 1999 e con il testo della canzone e la traduzione dell’originale di Esenin.
Confessioni di un malandrino
Mi piace spettinato camminare
col capo sulle spalle come un lume
così mi diverto a rischiarare
il vostro autunno senza piume.
Mi piace che mi grandini sul viso
la fitta sassaiola dell’ingiuria,
l’agguanto solo per sentirmi vivo
al guscio della mia capigliatura.
Ed in mente mi torna quello stagno
che le canne e il muschio hanno sommerso
ed i miei che non sanno di avere
un figlio che compone versi
ma mi vogliono bene come ai campi,
alla pelle ed alla pioggia di stagione
raro sarà che chi mi offende scampi
dalle punte del forcone.
Poveri genitori contadini
certo siete invecchiati, ancor temete
il signore del cielo e gli acquitrini
genitor che mai non capirete
che oggi il vostro figliuolo è diventato
il primo fra i poeti del paese
ed ora con le scarpe verniciate
e col cilindro in testa egli cammina.
Ma sopravvive in lui la frenesia
di un vecchio mariuolo di campagna
e ad ogni insegna di macelleria
alla vacca s’inchina sua compagna.
E quando incontra un vetturino
gli torna in mente il suo concio natale
e vorrebbe la coda del ronzino
regger come strascico nuziale.
Voglio bene alla patria benché
afflitta di tronchi rugginosi
mi è caro il grugno sporco dei suini
e i rospi all’ombra sospirosi
son malato d’infanzia e di ricordi
e di freschi crepuscoli d’aprile.
Sembra quasi che l’acero si curvi
per riscaldarsi e poi dormire.
Dal nido di quell’albero le uova
per rubare salivo fino in cima
ma sarà la sua chioma sempre nuova
e dura la sua scorza come prima.
E tu mio caro amico vecchio cane
fioco e cieco ti ha reso la vecchiaia
e giri a coda bassa nel cortile
ignaro delle porte dei granai.
Mi sono cari i miei furti di monello
quando rubavo in casa un po’ di pane
e si mangiava come due fratelli
una briciola, all’uomo ed una al cane
io non sono cambiato,
il cuore ed i pensieri son gli stessi
sul tappeto magnifico dei versi
voglio dirvi qualcosa che vi tocchi.
Buonanotte, la falce della luna
si cheta mentre l’aria si fa bruna
dalla finestra mia voglio gridare
contro il disco della luna.
La notte è così tersa
qui forse anche morire non fa male
che importa se il mio spirito è perverso
e dal mio dorso penzola un fanale.
O pegaso decrepito e bonario
il tuo galoppo è ora senza scopo
e giunsi come un maestro solitario
e non canto e non celebro che i topi.
Dalla mia testa come uva matura
gocciola il folle vino delle chiome
voglio essere una gialla velatura
gonfia verso un paese senza nome.
Confessioni di un teppista
Non tutti son capaci di cantare
E non a tutti è dato di cadere
Come una mela, verso i piedi altrui.
È questa la più grande confessione
Che mai teppista possa confidarvi.
Io porto di mia voglia spettinata la testa,
Lume a petrolio sopra le mie spalle.
Mi piace nella tenebra schiarire
Lo spoglio autunno delle anime vostre;
E piace a me che mi volino contro
I sassi dell’ingiuria,
Grandine di eruttante temporale.
Solo più forte stringo fra le mani
L’ondulata mia bolla dei capelli.
È benefico allora ricordare
Il rauco ontano e l’erbeggiante stagno,
E che mi vivono da qualche parte
Padre e madre, infischiandosi del tutto
Dei miei versi, e che loro son caro
Come il campo e la carne, e quella pioggia fina
Che a primavera fa morbido il grano verde.
Per ogni grido che voi mi scagliate
Coi forconi verrebbero a scannarvi.
Poveri, poveri miei contadini!
Certo non siete diventati belli,
E Iddio temete e degli acquitrini le viscere.
Capiste almeno
Che vostro figlio in Russia
È fra i poeti il più grande!
Non si gelava il cuore a voi per lui,
Scalzo nelle pozzanghere d’autunno?
Adesso va girando egli in cilindro
E portando le scarpe di vernice.
Ma vive in lui la primigenia impronta
Del monello campagnolo.
Ad ogni mucca effigiata
Sopra le insegne di macelleria
Si inchina da lontano.
Ed incontrando in piazza i vetturini
Ricorda l’odore del letame sui campi,
Pronto, come uno strascico nuziale,
A reggere la coda dei cavalli.
Amo la patria. Amo molto la patria!
Pur con la sua tristezza di rugginoso salice.
Mi son gradevoli i grugni insudiciati dei porci,
E nel silenzio notturno l’argentina voce dei rospi.
Teneramente malato di memorie infantili
Sogno la nebbia e l’umido delle sere d’aprile.
Come a scaldarsi al rogo dell’aurora
S’è accoccolato l’acero nostro.
Ah, salendone i rami quante uova
Ho rubato dai nidi alle cornacchie!
È sempre uguale, con la verde cima?
È come un tempo forte la corteccia?
E tu, diletto,
Fedele cane pezzato!
Stridulo e cieco t’hanno fatto gli anni,
E trascinando vai per il cortile la coda penzolante,
Col fiuto immemore di porte e stalla.
Come grata ritorna quella birichinata:
Quando il tozzo di pane rubacchiato
Alla mia mamma, mordevamo a turno
Senza ribrezzo alcuno l’un dell’altro.
Sono rimasto lo stesso, con tutto il cuore.
Fioriscono gli occhi in viso
Simili a fiordalisi fra la segala.
Stuoie d’oro di versi srotolando,
Vorrei parlare a voi teneramente.
Buona notte! buona notte a voi tutti!
La falce dell’aurora ha già tinnito
Fra l’erba del crepuscolo.
Voglio stanotte pisciare a dirotto
Dalla finestra mia sopra la luna!
Azzurra luce, luce così azzurra!
In tanto azzurro anche morir non duole.
E non mi importa di sembrare un cinico
Con la lanterna attaccata al sedere!
Mio vecchio, buono ed estenuato Pégaso,
Mi serve proprio il tuo morbido trotto?
Io, severo maestro, son venuto
A celebrare i topi ed a cantarli.
L’agosto del mio capo si versa quale vino
Di capelli in tempesta.
Ho voglia d’essere la vela gialla
Verso il paese cui per mare andiamo.
Intanto giunsero all’altra riva del mare, nella regione dei Gerasèni. Come scese dalla barca, gli venne incontro dai sepolcri un uomo posseduto da uno spirito immondo. Egli aveva la sua dimora nei sepolcri e nessuno più riusciva a tenerlo legato neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva sempre spezzato le catene e infranto i ceppi, e nessuno più riusciva a domarlo. Continuamente, notte e giorno, tra i sepolcri e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi, e urlando a gran voce disse: “Che hai tu in comune con me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!”. Gli diceva infatti: “Esci, spirito immondo, da quest’uomo!”. E gli domandò: “Come ti chiami?”. “Mi chiamo Legione, gli rispose, perché siamo in molti”. E prese a scongiurarlo con insistenza perché non lo cacciasse fuori da quella regione. Ora c’era là, sul monte, un numeroso branco di porci al pascolo. E gli spiriti lo scongiurarono: “Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi”. Glielo permise. E gli spiriti immondi uscirono ed entrarono nei porci e il branco si precipitò dal burrone nel mare; erano circa duemila e affogarono uno dopo l’altro nel mare. I mandriani allora fuggirono, portarono la notizia in città e nella campagna e la gente si mosse a vedere che cosa fosse accaduto. Giunti che furono da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. Quelli che avevano visto tutto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio. [Vangelo di Marco, V, 1-17]
The killer lives inside me: yes, I can feel him move.
Sometimes he’s lightly sleeping in the quiet of his room
but then his eyes
will rise and stare through mine;
he’ll speak my words and slice my mind inside…
Yes the killer lives.
The angels live inside me: I can feel them smile.
Their presence strokes and soothes the tempest in my mind;
And their love
can heal the wounds that I have wrought,
They watch me as I go to fall – well, I know I shall be caught
While the angels live.
How can I be free?
How can I get help?
Am I really me?
Am I someone else?
But stalking in my cloisters hang the acolytes of gloom
and Death’s Head throws his cloak into the corner of my room
and I am doomed
But laughing in my courtyard play the pranksters of my youth
and solemn, waiting old man in the gables of the roof –
he tells me truth…
I, too, live inside me and very often don’t know who I am;
I know I’m not a hero – well, I hope that I’m not damned.
I’m just a man
and killers, angels, all are these:
Dictators, saviours, refugees in war and peace
as long as man lives…
I’m just a man
and killers, angels, all are these:
Dictators,
Saviours,
Refugees.