Morti invano

In realtà la canzone, di Daniele Sepe (un grande) si chiama “I vivi non ricordano“.

Non canto per i vivi, non canto per loro
ché di miserie e disgrazie
ne ho viste tante in giro
e questa storia assurda non può tornare indietro
a pezzi li abbiam persi sui monti e nelle valli
nei fiumi e agli angoli agli angoli delle strade
agli angoli degli occhi agli angoli della bocca di
Garcia Lorca, Camilo Torres,
Salvador Allende, Víctor Jara.

Montagne di cenci carne stracci
carta cuori unghie memorie
bruciati in fretta come nella camera
di scoppio di un motore
su una forca o con le fucilate
con la garrota o con la sedia elettrica
i vivi non ricordano lo sguardo
i vivi non ricordano lo sguardo
di Nicola Sacco,
Bartolomeo Vanzetti
Giacomo Matteotti, Giuseppe Pinelli.

E più neri di prima sono ritornati
lo stesso cognome
Mussolini
usano il televisore come un cavallo di Troia
entrano nel futuro dei nostri figli
così come c’entrarono nel ‘920
per ricordarci che
per ricordarci che
a Brescia, a Ustica, a Bologna
a Marzabotto, sono morti invano
perché i vivi non ricordano.

Si è ammutolito il mio strumento
quando ho capito che il popolo italiano
di mare, cielo e terra
deve saperlo che ci portano la guerra
guarda nei libri devi ricordarlo
ogni quanto tempo in Europa c’è un conflitto
dove madri padri figlie e figli
sono morti da dimenticare perché i vivi non ricordano
perché i vivi non ricordano gli occhi dei
fratelli Cervi, Lauro Farioli,
Marino Serri, Giovanni Ardizzone.

Sole, vento che rincorri i continenti
tu che accarezzi il viso delle genti
raccogline tutta la memoria
e fanne un solco nella terra
perché con il grano e con il pane
cresca anche il ricordo degli occhi
e del cuore di Franco Serantini,
Claudio Miccoli, Sotiris Petrulas,
Giorgiana Masi, Giuseppe Palumbo,
Grigoris Lambrakis, Turiddu Carnevali,
Gaetano Bresci, Franco Serantini, Claudio Miccoli, Sotiris Petrulas, Ernesto “CHE” Guevara, Stephen Biko, Patice Lumumba, Rina Feruglio, Giovanni Passanante, Emiliano Zapata, Pancho Villa, Salvador Allende, Garcia Lorca, Sacco e Vanzetti, Trotski, M. Luther King…

Una storia romantica (2)

Dimenticavo. Un’osservazione che ho trovato di straordinaria profondità:

C’è però una tipologia di mistificazioni che, forse, merita una parola in più. Come avvertivo in principio, in qualche raro caso ho messo in bocca ai miei personaggi d’invenzione frasi pronunciate da personaggi storici. parole, dunque, che non si originano nel territorio della finzione ma che, passando attraverso il cosiddetto immaginario collettivo, sono poi entrate a farne parte. Sono, perlopiù, parole malvagie (Saint-Just, Stalin, Stanislav Galic, Bin Laden, George Habash ecc.), nel senso che il male non vi è solo detto ma, attraverso di esse, è fatto. Queste concatenazioni di parole inclinano spesso a ritornare. Le frasi malvagie si ripresentano, di epoca in epoca, identiche a loro stesse. Non accadono, non divengono, si ripetono. Conn andatura ossessiva, con flemma persecutoria.

Nei nostri momenti di sconforto, siamo portati a vedere in queste ricorrenti malvagità una delle poche prove di una altrimenti dubbia essenza comune al genere umano. Il male, più che il bene, tende ad apparirci universale. A volte, affascinati da esso, cadiamo nella tentazione di credere che questa eco millenaria d’odio e violenza porti alla superficie un substrato mitico della storia, un archetipo eterno, fatidico, destinale. In quei momenti, pieghiamo verso l’abbandono. Quando invece troviamo la forza di prenderci cura di noi stessi, scorgiamo in questi stereotipi della dannazione non la maestà delle cose nascoste fin dall’origine del mondo, ma l’ottusa, fragile ripetitività della nevrosi. Ripercorre questi luoghi comuni del male significa chiedere all’uomo – come fa lo psicanalista con il paziente – di giungere a pronunciare la sua frase senza senso. E sperare, una volta sputatala fuori, di poter attraversare il fantasma. Oppure, se si preferisce, significa sgranare quell’antica preghiera che recita “Libera nos, Domine, a malo”. (pp. 563-564)
Ecco: “in questi stereotipi della dannazione non la maestà delle cose nascoste fin dall’origine del mondo, ma l’ottusa, fragile ripetitività della nevrosi”.
Da morte nera e secca, da morte innaturale,
da morte prematura, da morte industriale,
per mano poliziotta, di pazzo generale,
diossina o colorante, da incidente stradale,
dalle palle vaganti d’ ogni tipo e ideale,
da tutti questi insieme e da ogni altro male,
libera, libera, libera, libera nos Domine!

Da tutti gli imbecilli d’ ogni razza e colore,
dai sacri sanfedisti e da quel loro odore,
dai pazzi giacobini e dal loro bruciore,
da visionari e martiri dell’ odio e del terrore,
da chi ti paradisa dicendo “è per amore”,
dai manichei che ti urlano “o con noi o traditore!”,
libera, libera, libera, libera nos Domine!

Dai poveri di spirito e dagli intolleranti,
da falsi intellettuali, giornalisti ignoranti,
da eroi, navigatori, profeti, vati, santi,
dai sicuri di sé, presuntuosi e arroganti,
dal cinismo di molti, dalle voglie di tanti,
dall’egoismo sdrucciolo che abbiamo tutti quanti,
libera, libera, libera, libera nos Domine!

Da te, dalle tue immagini e dalla tua paura,
dai preti d’ ogni credo, da ogni loro impostura,
da inferni e paradisi, da una vita futura,
da utopie per lenire questa morte sicura,
da crociati e crociate, da ogni sacra scrittura,
da fedeli invasati d’ ogni tipo e natura,
libera, libera, libera, libera nos Domine,
libera, libera, libera, libera nos Domine…

La colonna sonora dell’incontro d’amore ideale (4)

C’è una parola che mi piace molto: “trasporto”. Mi piace quando si usa in senso metaforico, riferita alla musica o all’amore. Provo a spiegarmi: noi viviamo in perenne compagnia della consapevolezza del nostro sé. Una cosa bellissima, che tendiamo a considerare ciò che ci rende specificamente umani, perché immaginiamo che gli altri animali non abbiano un sé o ce l’abbiano molto rudimentale (è uno dei punti che Hofstadter discute in I Am a Strange Loop). Però è una presenza costante, da cui ogni tanto cerchiamo di sfuggire: il grande successo delle sostanze psicotrope, che alterano la coscienza, in tutte le epoche e in tutte le culture, ne è una testimonianza. Ecco, certi brani musicali e certe sensazioni dell’amore hanno lo stesso effetto: ci trasportano lontani dal nostro sé, in una dimensione dello spazio e del tempo sottratta alla dittatura del sé.

L’Adagietto della 5° sinfonia di Gustav Mahler è per me uno dei brani musicali che più intensamente e più spesso mi “trasportano” via.

Non deve essere una cosa che succede soltanto a me, se Luchino Visconti l’ha utilizzato come colonna sonora di un celebre “rapimento” d’amore, quello di Gustav von Aschenbach per l’etereo Tadzio.

Naturalmente, Visconti e Mann parlano della bellezza, elusiva e fuggevole. E la scena finale a me ricorda irresistibilmente l’epifania che Stephen Dedalus ha sulla spiaggia di Bull Island:

A girl stood before him in midstream, alone and still, gazing out to
sea. She seemed like one whom magic had changed into the likeness of a
strange and beautiful seabird. Her long slender bare legs were delicate
as a crane’s and pure save where an emerald trail of seaweed had
fashioned itself as a sign upon the flesh. Her thighs, fuller and
soft-hued as ivory, were bared almost to the hips, where the white
fringes of her drawers were like feathering of soft white down. Her
slate-blue skirts were kilted boldly about her waist and dovetailed
behind her. Her bosom was as a bird’s, soft and slight, slight and soft
as the breast of some dark-plumaged dove. But her long fair hair was
girlish: and girlish, and touched with the wonder of mortal beauty, her
face.

She was alone and still, gazing out to sea; and when she felt his
presence and the worship of his eyes her eyes turned to him in quiet
sufferance of his gaze, without shame or wantonness. Long, long she
suffered his gaze and then quietly withdrew her eyes from his and bent
them towards the stream, gently stirring the water with her foot hither
and thither. The first faint noise of gently moving water broke the
silence, low and faint and whispering, faint as the bells of sleep;
hither and thither, hither and thither; and a faint flame trembled on
her cheek.

–Heavenly God! cried Stephen’s soul, in an outburst of profane joy.

He turned away from her suddenly and set off across the strand. His
cheeks were aflame; his body was aglow; his limbs were trembling. On
and on and on and on he strode, far out over the sands, singing wildly
to the sea, crying to greet the advent of the life that had cried to him.

Her image had passed into his soul for ever and no word had broken the
holy silence of his ecstasy. Her eyes had called him and his soul had
leaped at the call. To live, to err, to fall, to triumph, to recreate
life out of life! A wild angel had appeared to him, the angel of mortal
youth and beauty, an envoy from the fair courts of life, to throw open
before him in an instant of ecstasy the gates of all the ways of error
and glory. On and on and on and on!

10 aprile 1938 – Anschluss

Dato che ci accingiamo a votare, non mi sembra inopportuno ricordare che cosa accadde 70 anni fa, in materia di libere elezioni e di investitura per volontà popolare.

In tedesco Anschluss (letteralmente connessione, collegamento, inclusione) è per antonomasia l’annessione dell’Austria alla “Grande Germania”. L’idea era sorta ai tempi di Bismarck, ma non era mai stata realizzata e, dopo la sconfitta degli Imperi centrali nella I guerra mondiale, era stata esplicitamente vietata dai trattai di Versailles e di St. Germain en Laye.

Il 12 marzo 1938 la Germania proclamò l’annessione dell’Austria al Reich millenario e la occupò militarmente (senza peraltro sparare un sol colpo), ma Hitler, sempre legalitario, decise di suggellare il fatto compiuto con un referendum popolare, fissato per il 10 aprile dello stesso anno.

La macchina propagandistica a favore del sì fu mastodontica. Manifesti, bandiere e striscioni in tutta l’Austria: 200.000 ritratti di Hitler soltanto a Vienna. Martellante la propaganda per il sui giornali e la radio (la televisione non c’era ancora): quella per il no non era formalmente proibita, ma semplicemente non aveva spazio. Persino l’annullo postale in quei giorni riportava la frase: “Am 10. April dem Führer Dein Ja” (“Il 10 aprile il tuo sì al Führer“).

E poi, naturalmente, le dichiarazioni di voto: brillò particolarmente la gerarchia cattolica. Il cardinale Theodor Innitzer si dichiarò pubblicamente a favore dell’annessione e siglò una dichiarazione dei vescovi austriaci con il motto Heil Hitler.

Per essere certi del risultato, si revocò il diritto di voto a circa 400.000 persone (il 10% degli elettori): 200.000 ebrei, 177.000 persone “di sangue misto” e tutti quelli che erano già stati incarcerati per motivi politici o razziali. Oltre 70.000 oppositori erano stati arrestati nei giorni successivi al 12 marzo e inviati, per lo più, al campo di concentramento di Dachau. In molti casi, il voto non fu segreto (la scheda venne compilata pubblicamente e consegnata nelle mani degli ufficiali delle milizie naziste presenti ai seggi). L’affluenza alle urne fu altissima (99,71% in Austria e 99,60% in Germania) e la maggioranza conseguita dai schiacciante (99,73% in Austria e 99,08% in Germania).

La cosa più (tragicamente) comica e attuale (date le polemiche di questi giorni sulle schede italiane) fu la scheda elettorale.

Il testo dà del “tu” all’elettore e combina due quesiti in uno (“Sei d’accordo con la riunificazione dell’Austria con il Reich tedesco avvenuta il 13 marzo 1938 e voti per la lista del nostro Führer Adolf Hitler?“). La casella del è centrale ed enorme, quella del no in basso a destra e ben più piccola.

4 aprile 1968 – Martin Luther King (2)

A completamento del post di ieri, mi sembra utile riportare l’articolo di Marco d’Eramo che compare su il manifesto di oggi, 5 aprile 2008.

Martin Luther King, 40 anni dopo
Marco d’Eramo
Il Lorraine motel è ancora lì, in un quartiere non agiato di Memphis: a vederlo, pare un ambiente improbabile per un evento storico, tanto è liso e ordinario. Eppure alle sei del pomeriggio del 4 aprile 1968 Martin Luther King stava proprio al balcone, al primo (e ultimo) piano di quest’edificio prefabbricato, quando fu ucciso da una fucilata. Oggi – manco a dirlo – l’albergo è diventato un museo nazionale per i diritti civili.
Come tutti gli esseri scomodi, King andava prima ammazzato, compianto con un lutto nazionale, decorato con medaglie postume al valor civile, celebrato come strenuo martire per la libertà, indi musealizzato, e infine ridotto a innocua icona. La prima pietra del suo Memoriale con un scultura di Lei Yixin è stata posta nel 2006 a Washington dove nel 1963 tenne il famoso discorso in cui diceva «Ho un sogno» (I have a dream), frase citata così tante volte a proposito e a sproposito dai più disparati politici europei, da indurci all’oniromanzia comparata; mentre quasi nessuno ricorda la critica che Malcolm X rivolse a questo «sogno» di armonia razziale, quando definì la Marcia di Washington la «Farsa di Wahington».
Non c’è ghetto nero negli Usa che non sia traversato da un Martin Luther King Drive. Quegli stessi ghetti neri che non cessano di ricordarci come il sogno di King sia tuttora solo un sogno, a 40 anni dal suo omicidio: negli Stati uniti, rispetto ai bianchi, ancora adesso la vita media dei neri è sei anni più breve, la mortalità infantile è tripla, la probabilità di essere vittime di un omicidio è sei volte più alta. La percentuale di neri sotto la soglia della povertà è il triplo dei quella dei bianchi, mentre il reddito medio delle famiglie nere è un 35% più basso. Per non parlare dell’incarcerazione, che negli Stati uniti vede in atto il più grande «internamento razziale» della storia.
I neri sono solo il 12,5% della popolazione, ma quasi la metà dei detenuti. Un giovane maschio di un ghetto nero ha la certezza statistica di finire in galera almeno una volta nella sua vita. Anche la desegregazione sembra destinata a rimanere un sogno, se è vero che, grazie ad alcune recenti sentenze della Corte suprema, in tutte le città degli Stati uniti è in corso un processo di accelerata risegregazione razziale delle scuole (tema cui il Christian Science Monitor ha di recente dedicato una copertina). Di decennale in decennale, la rituale celebrazione degli anniversari a cifra tonda ha perciò una funzione insieme assolutoria e disinnescante. Come Ernesto Che Guevara è assurto a icona universale quando il termine «rivoluzione» è diventato una parolaccia, così onorare Martin Luther King è un artifizio della retorica collettiva per rimuovere il problema della superiorità bianca e cullarsi nella convinzione che negli Stati uniti si sia ormai richiusa la piaga razzista: un po’ come in India i benpensanti sostengono che le caste «sono un problema del passato». Quest’anno la compunta ipocrisia dell’anniversario è accentuata dalla concomitanza con l’accesa competizione in campo democratico per le primarie presidenziali e la folgorante ascesa di Barack Obama, Con balzani paragoni tra i due personaggi – e il nemmeno tanto sotterraneo auspicio, da parte di tanti razzisti di qua e di là dell’Atlantico, di vedere l’ascesa del senatore dell’Illinois terminare in un simile sanguinoso epilogo. L’ascesa di Obama sarebbe la dimostrazione vivente che il sogno di King si è avverato, che la vergogna del razzismo è ormai alle spalle e che gli Usa sono pronti per un presidente nero. In realtà il paese può restare benissimo razzista anche con un presidente nero, tanto più se una delle ragioni principali per cui molti americani bianchi votano Obama è che è «il primo nero che non li fa sentire colpevoli di essere bianchi». Obama fa parte di una ristretta, ma consistente borghesia nera che ha già espresso i Colin Powell e le Condoleezza Rice, una minoranza che si apre un varco nell’élite statunitense mentre statisticamente le sorti della comunità nera rimangono stazionarie, quando non si aggravano. Ma soprattutto, Martin Luther King era il portavoce dei neri, mentre Barack Obama fa di tutto per essere un candidato nero sì, ma «postrazziale» e soprattutto non «candidato dei neri». Senza contare altre differenze sostanziali: quelle del messaggio politico innanzitutto. Luther King si rivolterebbe nella tomba a sentire Obama parlare degli eccessi delle «discriminazioni positive» e delle sofferenze che a causa di esse hanno subito i bianchi. Per Obama il dramma della povertà negli Stati uniti non è così tragico e urgente come per King. D’altronde, un nero non avrebbe nessuna possibilità di essere eletto presidente degli Stati uniti se non si presentasse come moderato, centrista, anzi un po’ conservatore. La differenza del messaggio si articola in una totale diversità dell’azione politica. Mai Obama sarebbe finito in carcere per una manifestazione. E qui va chiarito un malinteso che in Italia si è diffuso, grazie al – magari involontario – contributo di Rifondazione Comunista, e cioè che la politica della non violenza sia non violenta, sia non conflittuale, dolcetta e in scarpette da sera. In realtà il nome originario della politica della non violenza era «disobbedienza civile» e comportava prigionie, arresti, linciaggi e morti per chi la praticava: basti ricordare, a proposito del Mahatma Gandhi, che la famosa Marcia del Sale fu repressa dagli inglesi nel 1930 incarcerando 80.000 persone; o che il momento culminante della lotta per i diritti civili di Luther King avvenne a Selma, in Alabama, in una domenica del 1965 che non a caso fu chiamata «Bloody Sunday». Insomma, non violenza non vuol dire essere innocui e imbelli.
Marco d’Eramo

Le 7 opere di misericordia

Nella tradizione cattolica (in quella che ci insegnavano al catechismo e che si stampa sulle immaginette) le 7 opere di misericordia sono 14, 7 corporali e 7 spirituali.

Le sette opere di misericordia corporale

  1. Dar da mangiare agli affamati.
  2. Dar da bere agli assetati.
  3. Vestire gli ignudi.
  4. Alloggiare i pellegrini.
  5. Visitare gli infermi.
  6. Visitare i carcerati.
  7. Seppellire i morti.

Le sette opere di misericordia spirituale

  1. Consigliare i dubbiosi.
  2. Insegnare agli ignoranti.
  3. Ammonire i peccatori.
  4. Consolare gli afflitti.
  5. Perdonare le offese.
  6. Sopportare pazientemente le persone moleste.
  7. Pregare Dio per i vivi e per i morti.

Già misericordia è una parola bellissima, vicina al concetto di empatia: nella miseriordia (misereo, “ho pietà” + cor, “cuore”) la misera altrui tocca il nostro cuore, nell’empatia (en, “dentro” + pàthos, “passione”) interiorizziamo passioni e sentimenti altrui.

Per quanto ne so io, le opere di misericordia spirituale sono un’invenzione del clero (anche se devo ammettere che sono molto evocative: “sopportare pazientemente le persone moleste” è un capolavoro), mentre quelle di misericordia corporale trovano un riferimento in un passo del vangelo di Matteo (XXV, 31 ss.). Chi sta parlando è Gesù:

Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.”
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”
Rispondendo, il re dirà loro: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.”
Poi dirà a quelli alla sua sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato.”
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?”
Ma egli risponderà: “In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me.”
E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna.

Le 7 opere di misericordia corporale sono rappresentate in un famoso quadro del Caravaggio:

Asor Rosa – 13 aprile, la posta in gioco

Non condivido tutto, ma trovo molti spunti di interesse in questo articolo di Alberto Asor Rosa (sì, il palindromo del ’77) comparso su il manifesto di oggi, 31 marzo 2008.

I tre gravi rischi dell’anomalia Pd
Alberto Asor Rosa
All’inizio non ci volevo quasi credere, pensavo fosse uno scherzo. Come! Con una legge elettorale come quella che ci ritroviamo le due parti «storiche» del centro-sinistra si presentano al voto separate, scegliendo di andare incontro ad una quasi certa sconfitta?
Poi, con lentezza, ho capito che la scelta veltroniana andava al di là della scadenza elettorale attuale, guardava a una prospettiva diversa da quelle tradizionali, lanciava ponti in direzioni inconsuete. Insomma, era una scelta seria. Anzi, molto seria. Anzi, grave.
Non c’è molto spazio per motivarlo, ma io lo direi così. Il Pd – partito sostanzialmente di centro che non guarda a sinistra, intenzionato a presentarsi da sé e in sé come la soluzione del problema politico italiano e destinato perciò per propria natura a rinunciare ad un sistema preventivo di alleanze, esplicitamente percepito come un ostacolo alla propria autonoma manovra programmatica e politica – rappresenta un’anomalia non solo nella tradizione politica italiana ma in quella europea (se qualcuno è in grado di additarmene un esemplare analogo fra l’Atlantico e i confini della Russia, gliene sarei grato). Qualche elemento ispirativo se ne può ritrovare nel Partito democratico americano, tanto caro a Veltroni (e infatti il nome è lo stesso: nomen omen), anche se altri – per esempio, il confessionalismo spinto di certi suoi settori – nettamente divergono. E – potremmo dire ancora una volta: infatti – esso manifesta l’ambizione di ricondurre il bipolarismo italiano – che indubbiamente è all’origine, per la sua composizione eccessivamente molteplice, di molti degli inconvenienti del nostro sistema politico – ad un più sano e semplice bipartitismo. Per raggiungere questo obiettivo si tende fra l’altro a cancellare definitivamente dalla nostra carta politica qualsiasi presenza e sigla socialista: un’altra delle nostre più pesanti e innaturali anomalie.
L’abilità e la forza comunicativa, che indubbiamente caratterizzano il suo principale ispiratore e leader, Walter Veltroni, non celano però – se si esce per un istante dal clima (neanche tanto) agitato del confronto elettorale – alcuni gravi rischi strategici. Io ne vedo tre, che segnalo, perché forse, nell’immediato o in un lontano futuro, si troverà modo di correggerli.
Innanzitutto. Per avvalorare la tesi secondo cui il Pd era legittimato a fare da solo, Veltroni ha dovuto riconoscere il medesimo diritto al suo principale antagonista, il Popolo delle libertà, con il quale forma in duetto il futuro bipartitismo virtuoso. Così facendo, ha portato avanti, con atti e con parole che il suo concorrente ha subito ripreso, il processo di legittimazione di Silvio Berlusconi in persona all’interno del quadro politico-istituzionale italiano. Se viene meno la persuasione che la principale anomalia del sistema politico italiano – oltre che una grande vergogna nazionale – è la presenza nell’agone politico di uno come Berlusconi, tutto il quadro si corrompe e si offusca e in nome della «governabilità» (ricordate Craxi?) si possono compiere le peggiori turpitudini.
Dice: metà degli italiani lo vota. Gli italiani hanno votato anche Mussolini e i tedeschi Hitler. Insomma, il voto democratico non è sempre in grado di sanzionare – depurandole – le aberrazioni che si verificano in giro per il mondo: talvolta ne prende atto e le esalta. Non penso soprattutto, a dir la verità, alle ipotesi di Grosse Koalition, che pure da qualche parte si ventilano. Penso ad una caduta di tensione (quasi mi vergogno, dati i tempi, a definirla morale), che sembra caratterizzare l’attuale momento storico-politico (il fine giustifica i mezzi…). Basterebbe una buona, precisa e incontestabile presa di posizione nel merito per cancellare molti dubbi e preoccupazioni.
Esprimo in secondo luogo una convinzione ideal-politica, che per me ha valore pienamente strategico. Io sono persuaso che l’Italia possa essere decentemente governata (se non temessi l’enfasi, salvata) solo da quel complesso di forze che in Italia costituisce il centro-sinistra «storico» e che, per intenderci, va da Fanceschini a Migliore. Naturalmente, per motivare convenientemente questa convinzione, dovrei scrivere un libro. In mancanza del quale, accontentatevi dell’enunciazione: le particolari condizioni della storia italiana nel corso degli ultimi due secoli hanno sempre evidenziato l’imprescindibilità di questa alleanza ai fini del destino nazionale (e anche di ognuno dei principali protagonisti che lo compongono e lo determinano). Ancor più oggi: a me pare cioè, per esprimermi in una maniera un po’ approssimativa, che il raggiungimento di un punto di equilibrio tra «riformismo» e «radicalismo» sia la formula a cui consegnare il nostro futuro: formula difficile da impostare e da gestire, ma tutt’altro che impossibile.
In questa prospettiva strategica salta all’occhio non solo la clamorosa divaricazione veltroniana – che va alla ricerca di altri destini, presumibilmente ben diversi – ma anche l’inadeguatezza delle forze della cosiddetta «sinistra radicale» a sostenere, praticare, riempire di contenuti nuovi tale prospettiva. Con il corredo culturale e ideale di cui esse, più o meno a seconda dei casi, dispongono e con il ritardo d’iniziativa di cui han dato prova negli ultimi anni, non si va lontano. Dico questo: la divaricazione veltroniana è stata resa possibile anche (soprattutto?) dall’assenza sulla sinistra di un interlocutore in grado di condizionare anche i movimenti del centro del centro-sinistra. Il centro del centro-sinistra ha deciso di andare per proprio conto, anche perché non aveva contrappesi validi sulla propria sinistra, che gli rendessero più difficoltosa la manovra.
Infine. Pochi, mi pare, hanno notato che il prossimo voto mette gli elettori italiani di fronte al massimo d’incertezza possibile riguardo all’uso che del loro voto verrà fatto. Walter Veltroni ha detto: non siamo soli; siamo liberi. Ha ragione. Si vota al buio. Il bipolarismo imperfetto delle tre precedenti consultazioni politiche consentiva tuttavia di votare non solo per un partito ma per un governo. Ora non più: possiamo votare solo per un partito o un raggruppamento di partiti, ai quali è demandata dopo il voto l’intera facoltà di contribuire a formare, a seconda della forza loro attribuita dagli elettori, questo o quel governo.
Io trovo questo intollerabile. Tolte di mezzo le preferenze; attribuiti agli stati maggiori (Andrea Manzella parla di cinque-sei persone!) tutti i poteri nella formazione delle liste: interrotta qualsiasi circolazione rinnovatrice fra i partiti e il resto della società: ci si toglie ora anche il diritto di scegliere il governo che desideriamo. Il massimo della delega, dunque, coincide con la fase di maggiore scadimento, autoreferenzialità e discredito del nostro ceto politico. Nonostante il successo di alcuni dei comizi di Walter in piazza, la forbice secondo me s’allarga. E non si sa cosa di nuovo sarà in grado di combinare un parlamento che uscirà da questo voto.
Da questo punto di vista non c’è niente che si possa fare nell’immediato. Bisognerebbe forse pretendere che al primo posto delle tanto conclamate riforme ci sia l’annosa, mai affrontata, sempre più indispensabile «riforma della politica»: la quale vuol dire essenzialmente messa in discussione del ceto politico, rottura dell’autoreferenzialità, nuovo rapporto società-politica (gli inserimenti adottati a tal fine nelle liste fanno sorridere, quando non indignano), cambiamento radicale delle regole del gioco.
In conclusione, e per non lasciar spazio ad equivoci. Penso che questa volta si debba assolutamente andare a votare, e non solo per sbarrare la strada a Berlusconi (che pure è un argomento non da poco). Bisogna soprattutto impedire che si cada in quell’acquiescenza passiva, che si traduce nel detto famoso: «in malora!» e che sarebbe la situazione peggiore di tutte, l’anticamera della morte. Per chi votare, invece, oggi è affare di ognuno.(Alberto Asor Rosa)

La dama di Elche

Elche (in castigliano) o Elx (in catalano) è una città di oltre 200.000 abitanti, non lontana da Valencia. Oggi assurge alle cronache perché la nazionale italiana ci gioca un’amichevole con la Spagna.

Ma è anche la città in cui fu trovata, nel 1897, la Dama di Elche. È un simulacro della dea, adorata dagli abitanti del luogo (iberici o cartaginesi) tra il V e il III secolo avanti Cristo. E gli abitanti l’adorano tuttora: nella basilica di santa Maria, il 14 e 15 agosto, si celebra una Fiesta con la sacra rappresentazione detta Misteri de Elx (su un testo in lingua catalana del XIII secolo, con alcuni segmenti in latino), eseguita da soli uomini e bambini del coro di voci bianche.

L’occhio sinistro della dama di Elche, come il mio, ha la palpebra più abbassata di quello di destra.

Ai tempi della peseta, compariva su una banconota.

Molti anni fa, festeggiai un solstizio d’estate con una “piccola festa pagana”: questo post è dedicato a chi c’era.

Hitler (2) e il Circus Krone

Nel libro di Genna ho imparato che, a partire dal 1921, Hitler teneva le riunioni dello NSDAP al Circus Krone, a Monaco.

Non sapevo di essere stato in un posto così funestamente storico quando, il 4 giugno 2000, ci ho ascoltato i King Crimson con mio figlio (molte ore di treno da Roma per andare e tornare!).

Il concerto si concluse con Heroes (anche se questa versione è stata registrata un mese più tardi, a Londra).

17 marzo – Nat King Cole

Nato nel 1919, o nel 1917, non si sa bene, a Montgomery, Alabama. Si chiamava in realtà Nathaniel Adams Coles.

Questa canzone era il tema conduttore di In the Mood for Love.