Jean Pierre – Miles Davis

Magari non tutti se lo ricordano, Jean Pierre.

Questa è una versione speciale, tratta da uno degli ultimi concerti di Miles (morto il 28 settembre 1991), registrato il 10 luglio 1991 alla Grande Halle della Villette, con un line-up che, oltre alla sua band dell’epoca (Deron Johnson, keyboards; Ricky Wellman, drums; Joseph Fooley Mac Creary, guitar; Richard Patterson, bass; Kenny Garrett, alto sax; Bill Evans, soprano sax – la stessa che ho ascoltato io nell’ultimo concerto romano, pochi giorni dopo, allo Stadio Olimpico), vedeva molti illustri ospiti (Herbie Hancock, Chick Corea, Wayne Shorter, Joe Zawinul, Dave Holland, John McLaughlin, John Scofield, Al Foster e Darryl Jones).

Occhio, finestra dell’anima

Conturbante.

Wisława Szymborska

Wisława Szymborska, poetessa polacca e Premio Nobel per la letteratura nel 1996, ha compiuto il 2 luglio 84 anni (è nata nel 1923 vicino a Poznań).

Una delle sue poesie più famose (e più belle) è questa:

Nulla due volte accade
né accadrà. Per tal ragione
si nasce senza esperienza,
si muore senza assuefazione.

Anche agli alunni più ottusi
della scuola del pianeta
di ripeter non è dato
le stagioni del passato.

Non c’è giorno che ritorni,
non due notti uguali uguali,
né due baci somiglianti,
né due sguardi tali e quali.

Ieri, quando il tuo nome
qualcuno ha pronunciato,
mi è parso che una rosa
sbocciasse sul selciato.

Oggi, che stiamo insieme,
ho rivolto gli occhi altrove.
Una rosa? Ma cos’è?
Forse pietra, o forse fiore?

Perchè tu, malvagia ora,
dài paura e incertezza?
Ci sei – perciò devi passare.
Passerai – e qui sta la bellezza.

Cercheremo un’armonia,
sorridenti tra le braccia,
anche se siamo diversi
come due gocce d’acqua.

The Commitments

The Commitments, 1991, di Alan Parker.

Rivisto dopo molti anni, non lo ricordavo così divertente. A suo tempo l’avevo visto al cinema, in italiano; la versione originale, con quegli splendidi accenti dublinesi, è ancora più godibile.

La Dublino raccontata nel film non c’è più: l’Irlanda è la grande storia di successo economico delle politiche regionali comunitarie e dà punti a tutti per crescita (e, pare, anche per qualità della crescita).

Ancor meno c’è la Dublino che ha conosciuto il vostro Boris, che 40 anni fa, quasi esattamente in questi giorni, salì per la prima volta su un aereo (un BAC 1-11, se lo volete sapere) e andò per la prima volta all’estero (se non contiamo San Marino, Vaticano e Canton Ticino): un mese, a Dublino, per imparare l’inglese, a scuola la mattina in un collegio di preti (vicinissimo allo stadio di Lansdowne Road), in famiglia il resto del tempo, per di più con un italiano (coetaneo di un’altra sezione) che non sopportavo. Curiosamente la famiglia irlandese dove stavo aveva un figlio solo, un antipaticissimo Kevin. Ero molto spaesato, all’inizio. Tutto era diverso. C’erano tantissimi bambini. La gente sull’autobus si faceva il segno di croce davanti a tutte le chiese. Non capivo bene che cosa mangiavo, si pasteggiava con il latte. Non mi ricordo il nome del quartiere, mi ricordo che era al capolinea dell’autobus 16A (forse). C’erano tutte queste casette uguali, a due piani, bifamiliari. Tutte le stanze avevano i tappeti. Il bagno era sul pianerottolo a metà scala. I ritmi erano diversi: si stava a scuola al mattino, ma poi c’era chiaro fino alle 10 e si mangiava alle 6 e quindi c’erano un pomeriggio e un “dopo-cena”. Fin dal primo giorno avevamo conosciuto questa masnada di ragazzine: noi avevamo pochi soldi in tasca, ma comunque più di loro; e poi erano nostri, ne disponevamo a nostro piacere. Al centro di tutto – mi sembrava allora – c’era la musica. Kevin amava i Kinks, che io conoscevo poco. In classifica, era primo All You Need is Love, dei Beatles. La scuola organizzava una volta alla settimana delle serate danzanti, dove venivano le famose ragazzine. Qualche volta si andava con Kevin (che spariva subito: gli servivo evidentemente come lasciapassare) in qualche club del centro, specie di scantinati dove si pagava una specie di tessera e si ballava al suono dei dischi, raramente con gruppi dal vivo. Una canzone trovavo struggente (per ovvi motivi): A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum (non sapevo abbastanza inglese per capire che le parole erano assurde, ma sapevo abbastanza latino per sapere che il nome del gruppo era sbagliato!). Ma la canzone che mi impressionava di più e che mi avrebbe segnato per il resto della vita era See Emily Play dei Pink Floyd: nessuno sapeva niente di questo gruppo e a nessuno piaceva. Noi in Italia pensavamo che gli inglesi (e gli irlandesi loro equiparati) fossero più avanti di noi, dei veri esperti; e invece compravano canzonette, tipo Yummy Yummy Yummy I Got Love in my Tummy, e nessuno condivideva le diatribe puriste di noi milanesi.

Ero felice? Non lo so, penso di no. Ero soprattutto quietamente perplesso. Anche orgoglioso di cavarmela da solo. Alla festa finale conobbi Gwen, era bionda e assomigliava a Jean Shrimpton. Ballammo abbracciati A Whiter Shade of Pale. Ci scrivemmo tutto l’anno (i miei pretendevano traducessi loro le lettere e mi fecero promettere che non l’avrei cercata l’anno dopo: naturalmente la vidi già la prima sera e ci lasciammo subito).

Ma l’anno dopo ero già un altro.

Sviatoslav Richter e Monty Python

Chi mi conosce può immaginare quanto soffra a segnalarvi questo video, che prende per i fondelli il mio pianista preferito. Ma adoro anche i Monty Python, e fino a ieri ignoravo l’esistenza di questa gag.

Wondering and dreaming

Il barbarico re nel suo blog cita un pezzo dei King Crimson come “sicuramente la canzone nella quale mi riconosco di piú in assoluto”.

A me il gioco piace moltissimo (nonostante sia cretino, anzi proprio perché è cretino) e ve lo propongo. Per me la frase fatale è: “Wondering and dreaming, the words have different meanings” da Matilda Mother, sul primo album dei Pink Floyd. La usavo a scuola, come mantra, prima di scrivere i temi in classe, e la uso allo stesso modo ancora adesso, dopo quasi 40 anni dall’uscita del disco (The Piper at the Gates of Dawn).

Il video è tratto da una cover, ma la musica sotto è quella della versione originale.

Questo il testo integrale:

There was a king who ruled the land.
His majesty was in command.
With silver eyes, the scarlet eagle
showered silver on the people,
Oh Mother, tell me more.

Why’d you have to leave me there
hanging in my infant air, waiting?
You only have to read the lines of
scribbly black and everything shines.

Across the stream with wooden shoes,
bells to tell the King the news.
A thousand misty riders
climb up higher once upon a time.

Wondering and dreaming.
The words have different meanings…
Yes they did…

For all the time spent in that room,
the doll’s house, darkness, old perfume,
and fairy stories held me high
on clouds of sunlight floating by.
Oh Mother, tell me more…
Tell me more…

Metto anche il video dei KC perché è troppo bello!

Chi è morto alzi la mano

Vargas, Fred (1995). Chi è morto alzi la mano (Debout les morts). Torino: Einaudi. 2006.

Sto mantenendo la promessa. Me li sono comprati tutti (quelli pubblicati in italiano, per lo meno – il mio francese non è abbastanza buono da leggerli in originale) e vado in ordine di pubblicazione.

Prima delusione: la traduttrice non è la bravissima Yasmina Melaouah, ma una più grigia Maurizia Balmelli che, oltre a essere meno brillante e scorrevole, incappa in qualche errore: “medievista” (in italiano è più comune “medievalista”). E a Ginevra non c’è la Commissione europea (la Svizzera non fa parte dell’Unione europea!), ma la Commissione economica per l’Europa delle Nazioni unite (UN-ECE).

Il libro, però – fatte salve tutte le mie riserve sul genere (che non sono per nulla smentite, anzi! ma non posso raccontarvi nulla per non rovinarvi il piacere della lettura) – è molto godibile e si legge d’un fiato. L’idea del terzetto di storici (più lo zio/padrino) disposti sui piani di una casa come strati archeologici è divertente, come i dialoghi e la caratterizzazione dei personaggi. Forse restano un po’ sottili, più fotografie che ologrammi, ma non si può pretendere troppo.

Mi piace molto la normalità del delitto raccontato nel romanzo. Proprio in questi giorni (20 giugno 2006), il Ministero dell’interno ha pubblicato il Rapporto sulla criminalità in Italia – Analisi, Prevenzione, Contrasto. “Un dato impressionante che emerge dal rapporto – afferma il comunicato-stampa del Ministero – è l’aumento dei reati ‘familiari’, a fronte della significativa riduzione degli omicidi volontari, a partire dal 1992, e di quelli ad opera della criminalità organizzata. Il fenomeno denota, ha osservato Amato, una situazione molto brutta, ‘di cui qualcuno si deve occupare’. ‘Sono assolutamente sconvolto dal capitolo della violenza sulle donne, non solo sessuale’, ha proseguito il ministro a proposito dell’aumento dei reati commessi nei confronti delle sole donne, come lesioni e maltrattamenti, il 62% dei quali commessi dal partner.

Qualche citazione dalla Sintesi del Rapporto:

Negli ultimi anni il numero di omicidi commessi in Italia è notevolmente diminuito. Dal 1991, anno in cui si registra il picco più alto con 1.901 omicidi, la parabola discende fino a registrare nel 2005 il minimo storico di 601 unità, per poi attestarsi a 621 nel 2006, un livello comunque più basso del 2004 e di tutti gli anni precedenti. […] Gli omicidi scaturiti in ambito familiare o per passioni amorose sono invece aumentati drasticamente negli ultimi anni, registrando la massima frequenza negli anni 2002 e 2003, rispettivamente con 211 e 207 omicidi.

Sono 6 milioni 743 mila, pari al 31,9% della classe di età considerata, le donne tra i 16 e i 70 anni che hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita […]. Tre milioni 961 mila donne, pari al
18,8%, sono state vittime di violenze fisiche, 5 milioni (il 23,7%) hanno subito violenze sessuali. Più in particolare, nell’ambito delle violenze sessuali, 482 mila donne sono state vittime di stupro e 703 mila di tentato stupro nel corso della loro vita. Complessivamente, circa 1 milione di donne (il 4,8%), quindi, ha subito stupri o tentati stupri.

Negli ultimi dodici mesi sono 1 milione 150 mila le donne che hanno subito violenza, pari al 5,4% delle donne dai 16 ai 70 anni. In particolare il 2,7% delle donne ha subito violenza fisica, il 3,5% violenza sessuale e lo 0,3% stupri o tentati stupri.

Spingere, strattonare, afferrare, storcere un braccio o tirare i capelli sono i comportamenti subiti dalla maggioranza delle vittime di violenza fisica (dal 56,7%); una quota quasi altrettanto elevata, il 52%, ha subito minacce di essere colpita, il 36,1% è stata schiaffeggiata, presa a calci, pugni o morsi, il 24,6% è stata colpita con oggetti. Appaiono, invece, meno diffuse alcune forme più gravi, comunque presenti, come l’uso o la minaccia di usare una pistola o il coltello (8,1%) o il tentativo di strangolamento, di soffocamento o di ustione (5,3%).

Tra le violenze sessuali, invece, sono le molestie fisiche sessuali a rappresentare la forma decisamente più frequente (per il 79,5% delle vittime di violenze sessuali), seguite dai rapporti sessuali non desiderati (19,0%), dai tentati stupri (14,0%), dagli stupri (9,6%) e dai rapporti sessuali vissuti dalla donna come degradanti ed umilianti (6,1%).

Le violenze fisiche sono state commesse dal partner nel 62,4% dei casi, le violenze sessuali, senza considerare la molestia, nel 68,3% dei casi e gli stupri nel 69,7% dei casi. I partner sono dunque responsabili della quota più elevata di tutte le forme di violenza fisica e delle forme più gravi di violenza sessuale.

Un milione 400 mila donne hanno subito violenza sessuale e fisica prima dei 16 anni in famiglia. Complessivamente, i parenti sono responsabili del 23,8% delle violenze sessuali subite prima dei 16 anni.

Due milioni 77 mila donne, il 18,8% delle donne che hanno avuto un partner in passato e che si sono separate da lui, al momento della separazione e/o dopo di essa hanno subito forme di stalking, cioè di persecuzione che le hanno particolarmente spaventate.

Agghiacciante, vero? Family Day, una bella festa! Un inferno gli altri 364 giorni!

Antoni Gaudí (e Romina Power)

Antoni Plácid Guillem Gaudí y Cornet è nato il 25 giugno 1852 (quindi compirebbe oggi 155 anni), non a Barcellona, ma a Reus (comunque in Catalogna).

Considerato un esponente del modernismo catalano, era in realtà abbastanza isolato.

Girare Barcellona alle ricerca delle sue opere, cercando di entrare e di visitare soprattutto le meno note, è un’esperienza esaltante (ricordo, molti anni fa, di aver suonato campanelli per visitare gli appartamenti all’ultimo piano della Pedrera e vedere da vicino quei fantastici comignoli…).

La Sagrada Familia, cui dedicò gli ultimi anni della sua vita, è una delle sue cose meno convincenti. A me provoca anche molto fastidio l’uso del genio di Gaudí per farne un’icona del cattolicesimo catalano, che si spinge fino a chiederne la beatificazione. Gaudí visse i suoi ultimi anni da eremita, posseduto da una specie di mania religiosa; morì travolto da un tram.

Secondo me, la sua cosa più bella è il Parque Güell, forse anche perché – passeggiando – si gode meglio l’affastellarsi dei dettagli e delle invenzioni architettoniche e decorative.

Nel Parque Güell furono girati gli esterni di un film divenuto leggendario, Justine and Juliette (in Italia noto come: Justine, ovvero le disavventure della virtù). Il film è diretto da Jess Franco e ha un cast d’eccezione: Klaus Kinski, Jack Palance, Akim Tamiroff, Sylva Koscina e una giovanissima Romina Power.

A lungo censurato in Italia, e mai uscito in versione integrale, nei primi anni delle televisioni private lo passavano talvolta a tarda notte, in versioni selvaggiamente tagliuzzate, finché Romina Power (ormai in odore di santità, come Gaudí ) non è riuscita a farlo sparire. Qui sotto riporto la trama, ripresa da Wikipedia.

Nella Francia del XVIII secolo, Justine e Juliette, due giovani sorelle rimaste improvvisamente orfane, sono costrette ad abbandonare il collegio e a procurarsi da vivere.
Scelgono vie opposte. La bionda e viziosa Juliette va a lavorare nel bordello di Madame de Buisson, a Parigi e di lì fa fortuna passando di delitto in delitto, uccidendo senza esitare chiunque si ponga sulla sua strada, fino a diventare la mantenuta di un Conte.
La mora e virtuosa Justine si stabilisce dapprima a casa di Monsieur de Harpin, lavorando come sguattera, ma per aver rifiutato le avances di Monsieur Desroches viene accusata ingiustamente di furto, mandata in prigione e condannata a morte. Evasa al seguito della più celebre delinquente di Francia, Madame Dubois, deve difendersi dalla foia degli accoliti dell’assassina. Durante la fuga ha la fortuna di imbattersi nel romantico pittore Raymond, che la ospita nella sua casa. Ricercata dalle guardie, deve però abbandonare il nido d’amore e nascondersi nel palazzo del marchese de Bressac, lavorando come cameriera personale della marchesa. Ma il marchese, divenuto omosessuale, assassina la moglie e si libera della sua cameriera, in quanto pericolosa testimone, non prima di averle impresso sul petto la lettera “M”, quale marchio d’infamia. A Justine non resta che cercare ricovero in un convento, dove è accolta molto calorosamente da fratello Antonello e dagli altri confratelli, che però si rivelano un manipolo di sadici e iniziano a torturarla insieme alle altre graziose ospiti. Fuggita anche dal convento, Justine è intercettata da Madame Dubois, che la fa esibire nuda su un carro teatrale. Ma alla vista del marchio, il pubblico la addita come assassina e Justine è sul punto di essere arrestata, non fosse che per il tempestivo intervento della sorella Juliette che ottiene dal suo potente amante di farla liberare.
Così Justine e Juliette si riuniscono, e grazie alle scelleratezze della sorella Justine può coronare il suo sogno d’amore e abbandonare la scena mano nella mano con Raymond.

L’ingresso del Parque Güell è la casa di Raymond, mentre i portici all’interno sono il chiostro del convento in cui si pratica ogni sorta d’efferatezza.

Su questo bel sito russo trovate alcune immagini del film (che mi vergogno di riportare qui!).

Lettera a una professoressa (2)

UNA TECNICA UMILE

Noi dunque si fa così: Per prima cosa ognuno tiene in tasca un notes. Ogni volta che gli viene un’idea ne prende appunto. Ogni idea su un foglietto separato e scritto da una parte sola.
Un giorno si mettono insieme tutti i foglietti su un grande tavolo. Si passano a uno a uno per scartare i doppioni. Poi si riuniscono i foglietti imparentati in grandi monti e son capitoli. Ogni capitolo si divide in monticini e son paragrafi.
Ora si prova a dare un nome a ogni paragrafo. Se non si riesce vuol dire che non contiene nulla o che contiene troppe cose. Qualche paragrafo sparisce. Qualcuno diventa due.
Coi nomi dei paragrafi si discute l’ordine logico finché nasce uno schema. Con lo schema si riordinano i monticini.
Si prende il primo monticino, si stendono sul tavolo i suoi foglietti e se ne trova l’ordine. Ora si butta giù il testo come viene viene.
Si ciclostila per averlo davanti tutti eguale. Poi forbici, colla e matite colorate. Si butta tutto all’aria. Si aggiungono foglietti nuovi. Si ciclostila un’altra volta.
Comincia la gara a chi scopre parole da levare, aggettivi di troppo, ripetizioni, bugie, parole difficili, frasi troppo lunghe, due concetti in una frase sola.
Si chiama un estraneo dopo l’altro. Si bada che non siano stati troppo a scuola. Gli si fa leggere a alta voce. Si guarda se hanno inteso quello che volevamo dire.
Si accettano i loro consigli purché siano per la chiarezza. Si rifiutano i consigli di prudenza.
Dopo che s’è fatta tutta questa fatica, seguendo regole che valgono per tutti, si trova sempre l’intellettuale cretino che sentenzia: “Questa lettera ha uno stile personalissimo”.
Dite piuttosto che non sapete che cosa è l’arte. L’arte è il contrario di pigrizia.

[Scuola di Barbiana. Lettera a una professoressa. Firenze: Libreria editrice fiorentina. 1967. Pp. 126-127]

Decoding the Universe

Seife, Charles (2006). Decoding the Universe: How the New Science of Information Is Explaining Everything in the Cosmos, from Our Brains to Black Holes. London: Penguin Books. 2007.

Non sono convinto per niente.

Sono dell’opinione – anche se non ho maturato del tutto una teoria, che sarebbe comunque troppo lunga e complessa per dettagliarla qui – che l’informazione sia una (forse, la) chiave per comprendere meglio l’agire economico, il surplus, il “progresso”, probabilmente la stessa evoluzione. Questo è quello che mi ha spinto a comprare e leggere questo libro in primo luogo.

Il problema è che per me informazione significa dato + significato (informazione semantica). L’informazione senza significato, cioè l’informazione che non risponde a una domanda, è – appunto – soltanto dato. In questo quadro, la teoria dell’informazione di Shannon – quella che lega informazione ed entropia (la prima parte del libro di Seife, quella che illustra il percorso da Boltzmann a Shannon, è senz’altro la migliore) – è più propriamente una teoria della trasmissione/comunicazione di dati: non a caso Shannon intitolò il suo articolo A Mathematical Theory of Communication. Nella famosa formulazione di Shannon (H = – ∑ P log P) e nell’ipotesi (teorica) di un canale senza rumore, H può essere interpretata come l’ammontare medio di informazione per simbolo prodotta dall’informatore, l’ammontare medio di incertezza (data deficit) del destinatario prima dell’analisi del messaggio oppure il potenziale informativo della fonte (entropia). In quest’ultimo senso, H è una quantità fisica come la massa e l’energia – sono d’accordo con Seife. Ma stiamo parlando di dati, non di informazione (semantica).

Da qui in avanti il problema è: come possono i dati assumere significato? esiste informazione (semantica) al di fuori dei sistemi di riferimento dell’informatore e dell’informato? esiste informazione “là fuori”, indipendentemente dall’esistenza di entità in grado di coglierla? esiste informazione “ambientale”, senza rappresentazione cognitiva o processo computazionale?

Domande enormi. Seife non risponde. Se la cava mettendo la maiuscola a Natura e ipostatizzandola! Troppo facile!

Ovviamente, non so rispondere neppure io. Ma mi sembra utile questo schemino proposto da Luciano Floridi, uno dei nostri “cervelli in fuga”.