The Commitments

The Commitments, 1991, di Alan Parker.

Rivisto dopo molti anni, non lo ricordavo così divertente. A suo tempo l’avevo visto al cinema, in italiano; la versione originale, con quegli splendidi accenti dublinesi, è ancora più godibile.

La Dublino raccontata nel film non c’è più: l’Irlanda è la grande storia di successo economico delle politiche regionali comunitarie e dà punti a tutti per crescita (e, pare, anche per qualità della crescita).

Ancor meno c’è la Dublino che ha conosciuto il vostro Boris, che 40 anni fa, quasi esattamente in questi giorni, salì per la prima volta su un aereo (un BAC 1-11, se lo volete sapere) e andò per la prima volta all’estero (se non contiamo San Marino, Vaticano e Canton Ticino): un mese, a Dublino, per imparare l’inglese, a scuola la mattina in un collegio di preti (vicinissimo allo stadio di Lansdowne Road), in famiglia il resto del tempo, per di più con un italiano (coetaneo di un’altra sezione) che non sopportavo. Curiosamente la famiglia irlandese dove stavo aveva un figlio solo, un antipaticissimo Kevin. Ero molto spaesato, all’inizio. Tutto era diverso. C’erano tantissimi bambini. La gente sull’autobus si faceva il segno di croce davanti a tutte le chiese. Non capivo bene che cosa mangiavo, si pasteggiava con il latte. Non mi ricordo il nome del quartiere, mi ricordo che era al capolinea dell’autobus 16A (forse). C’erano tutte queste casette uguali, a due piani, bifamiliari. Tutte le stanze avevano i tappeti. Il bagno era sul pianerottolo a metà scala. I ritmi erano diversi: si stava a scuola al mattino, ma poi c’era chiaro fino alle 10 e si mangiava alle 6 e quindi c’erano un pomeriggio e un “dopo-cena”. Fin dal primo giorno avevamo conosciuto questa masnada di ragazzine: noi avevamo pochi soldi in tasca, ma comunque più di loro; e poi erano nostri, ne disponevamo a nostro piacere. Al centro di tutto – mi sembrava allora – c’era la musica. Kevin amava i Kinks, che io conoscevo poco. In classifica, era primo All You Need is Love, dei Beatles. La scuola organizzava una volta alla settimana delle serate danzanti, dove venivano le famose ragazzine. Qualche volta si andava con Kevin (che spariva subito: gli servivo evidentemente come lasciapassare) in qualche club del centro, specie di scantinati dove si pagava una specie di tessera e si ballava al suono dei dischi, raramente con gruppi dal vivo. Una canzone trovavo struggente (per ovvi motivi): A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum (non sapevo abbastanza inglese per capire che le parole erano assurde, ma sapevo abbastanza latino per sapere che il nome del gruppo era sbagliato!). Ma la canzone che mi impressionava di più e che mi avrebbe segnato per il resto della vita era See Emily Play dei Pink Floyd: nessuno sapeva niente di questo gruppo e a nessuno piaceva. Noi in Italia pensavamo che gli inglesi (e gli irlandesi loro equiparati) fossero più avanti di noi, dei veri esperti; e invece compravano canzonette, tipo Yummy Yummy Yummy I Got Love in my Tummy, e nessuno condivideva le diatribe puriste di noi milanesi.

Ero felice? Non lo so, penso di no. Ero soprattutto quietamente perplesso. Anche orgoglioso di cavarmela da solo. Alla festa finale conobbi Gwen, era bionda e assomigliava a Jean Shrimpton. Ballammo abbracciati A Whiter Shade of Pale. Ci scrivemmo tutto l’anno (i miei pretendevano traducessi loro le lettere e mi fecero promettere che non l’avrei cercata l’anno dopo: naturalmente la vidi già la prima sera e ci lasciammo subito).

Ma l’anno dopo ero già un altro.

Una Risposta to “The Commitments”

  1. damned69 Says:

    affascinanti questi ritagli di vita


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