Ieri era il 70° compleanno di Francesco Guccini. Celebrazioni a iosa, ma lui ha reagito con la solita sorniona ironia.
Ieri ricorrevano anche i 70 anni della partenza del primo treno piombato per Auschwitz. Le Monde ha pubblicato un bell’articolo, che potete trovare qui.
Mi piace pensare che Guccini fosse consapevole di questa coincidenza quando ha scritto questa canzone.
La prima versione su 45 giri è stata incisa dall’Equipe 84, come lato B di Bang Bang nel 1966 (il primo 45 che comprò mia sorella – io comprai Paperback Writer dei Beatles).
Guccini la incise sul suo primo disco, Folk Beat n. 1, nel marzo del 1967, con il titolo Canzone del bambino nel vento.
Io preferisco di gran lunga questo originale, ma chi volesse sentire (e vedere) un Guccini più recente…
Pioviggina. Un sabato uggioso (ma speriamo, per oggi pomeriggio, in un bell’acquazzone, meglio se con grandine).
E partono, incontrollabili, i ricordi e le associazioni.
Che dice la pioggerellina di marzo?
di Angiolo Silvio Novaro
Che dice la pioggerellina
Di marzo, che picchia argentina
Sui tegoli vecchi
Del tetto, sui bruscoli secchi
Dell’orto, sul fico e sul moro
Ornati di gèmmule d’oro?
Passata è l’uggiosa invernata,
Passata, passata!
Di fuor dalla nuvola nera,
Di fuor dalla nuvola bigia
Che in cielo si pigia,
Domani uscirà Primavera
Guernita di gemme e di gale,
Di lucido sole,
Di fresche viole,
Di primule rosse, di battiti d’ale,
Di nidi,
Di gridi,
Di rondini ed anche
Di stelle di mandorlo, bianche…
Che dice la pioggerellina
di marzo, che picchia argentina
sui tegoli vecchi
del tetto, sui bruscoli secchi
dell’orto, sul fico e sul moro
Ornati di gèmmule d’oro?
Ciò canta, ciò dice:
E il cuor che l’ascolta è felice.
Che dice la pioggerellina
Di marzo, che picchia argentina
Sui tegoli vecchi
Del tetto, sui bruscoli secchi
Dell’ orto.
Queste erano le elementari, poi siamo diventati più grandi e abbiamo conosciuto questa canzone, tramite Mina (che sdegnavamo come roba da “matusa”):
Il testo italiano era di Giorgio Calabrese, ma l’originale era stato scritto da Antônio Carlos Brasileiro de Almeida Jobim (Tom per gli amici), che l’aveva scritta per sé e cantata, ma che era stata portata al successo da Elis Regina. La versione più famosa è quella che i due cantano insieme, nell’album Elis e Tom. Qui dal vivo. La risatina di Elis è una delle cose più sexy della storia della musica.
É pau, é pedra
É o fim do caminho
É um resto de toco
É um pouco sozinho
É um caco de vidro
É a vida, é o sol
É a noite, é a morte
É um laço, é o anzol
É peroba no campo
É o nó da madeira
Caingá candeia
É o matita pereira
É madeira de vento
Tombo da ribanceira
É o mistério profundo
É o queira ou não queira
É o vento ventando
É o fim da ladeira
É a viga, é o vão
Festa da cumeeira
É a chuva chovendo
É conversa ribeira
Das águas de março
É o fim da canseira
É o pé, é o chão
É a marcha estradeira
Passarinho na mão
Pedra de atiradeira
É uma ave no céu
É uma ave no chão
É um regato, é uma fonte
É um pedaço de pão
É o fundo do poço
É o fim do caminho
No rosto um desgosto
É um pouco sozinho
É um estepe, é um prego
É uma conta, é um conto
É um pingo pingando
É uma ponta, é um ponto
É um peixe, é um gesto
É uma prata brilhando
É a luz da manhã
É o tijolo chegando
É a lenha, é o dia
É o fim da picada
É a garrafa de cana
O estilhaço na estrada
É o projeto da casa
É o corpo na cama
É o carro enguiçado
É a lama, é a lama
É um passo, é uma ponte
É um sapo, é uma rã
É um resto de mato
Na luz da manhã
São as águas de março fechando o verão
É a promessa de vida no teu coração
É pau, é pedra
É o fim do caminho
É um resto de toco
É um pouco sozinho
É uma cobra, é um pau
É João, é José
É um espinho na mão
É um corte no pé
São as águas de março fechando o verão
É a promessa de vida no teu coração
É um passo, é uma ponte
É um sapo, é uma rã
É um belo horizonte
É uma febre terçã
São as águas de março fechando o verão
É a promessa de vida no teu coração
Poi è arrivata la traduzione di Ivano Fossati (qui sempre dal vivo):
E mah è forse è quando tu voli rimbalzo dell’eco è stare da soli
è conchiglia di vetro, è la luna e il falò
è il sonno e la morte è credere no
margherita di campo è la riva lontana
è la riva lontana è, ahi! è la fata Morgana
è folata di vento onda dell’altalena un mistero profondo
una piccola pena
tramontana dai monti domenica sera è il contro è il pro
è voglia di primavera
è la pioggia che scende è vigilia di fiera è l’acqua di marzo
che c’era o non c’era
è si è no è il mondo com’era è Madamadorè burrasca passeggera
è una rondine al nord la cicogna e la gru, un torrente una fonte
una briciola in più
è il fondo del pozzo è la nave che parte un viso col broncio
perché stava in disparte
è spero è credo è una conta è un racconto una goccia che stilla
un incanto un incontro
è l’ombra di un gesto, è qualcosa che brilla il mattino che è qui
la sveglia che trilla
è la legna sul fuoco, il pane, la biada, la caraffa di vino
il viavai della strada
è un progetto di casa è lo scialle di lana, un incanto cantato
è un’andana è un’altana
è la pioggia di marzo, è quello che è
la speranza di vita che porti con te
è la pioggia di marzo, è quello che è
la speranza di vita che porti con te
è mah è forse è quando tu voli rimbalzo dell’eco
è stare da soli
è conchiglia di vetro, è la luna e il falò
è il sonno e la morte è credere no
è la pioggia di marzo, è quello che è
la speranza di vita che porti con te
è la pioggia di marzo, è quello che è
la speranza di vita che porti con te
Ma naturalmente, nel frattempo, era uscita (1980) Una giornata uggiosa di Lucio Battisti, l’ultima del sodalizio con Mogol (autore del testo):
Sogno un cimitero di campagna e io là
all’ombra di un ciliegio in fiore senza età
per riposare un poco 2 o 300 anni
giusto per capir di più e placar gli affanni
Sogno al mio risveglio di trovarti accanto
intatta con le stesse mutandine rosa
non più bandiera di un vivissimo tormento
ma solo l’ornamento di una bella sposa
Ma che colore ha una giornata uggiosa
ma che sapore ha una vita mal spesa
Ma che colore ha una giornata uggiosa
ma che sapore ha una vita mal spesa
Sogno di abbracciare un amico vero
che non voglia vendicarsi su di me di un suo momento amaro
e gente giusta che rifiuti d’esser preda
di facili entusiasmi e ideologie alla moda
Ma che colore ha una giornata uggiosa
ma che sapore ha una vita mal spesa
Ma che colore ha una giornata uggiosa
ma che sapore ha una vita mal spesa
Sogno il mio paese infine dignitoso
e un fiume con i pesci vivi a un’ora dalla casa
di non sognare la Nuovissima Zelanda
Per fuggire via da te Brianza velenosa
Ma che colore ha una giornata uggiosa
ma che sapore ha una vita mal spesa
E poi, naturalmente, sono arrivati i figli e con loro la filastrocca “Piove pioviccica…”. Vedo che sul web ferve il dibattito su quali siano le esatte parole dell’originale. Non so, ma certo quella più vicina a quella che recitavano ossessivamente i miei figli è questa:
Piove pioviccica,
il culo ti si appiccica,
accendi la candela,
il culo ti si pela,
lo metti in mezzo all’acqua,
il culo ti si sciacqua
Per tutta la mia vita, e fino a qualche settimana fa, sono vissuto nella convinzione che i francesi tendano ad accentare tutte le parole sull’ultima sillaba. Immagino che anche voi viviate in questa convinzione.
Poi qualche tempo fa una mia amica francese – non so come l’argomento fosse venuto a galla – mi ha detto: “Non è vero, il francese è una lingua piana.” Non ho fatto lo sforzo di capire che cosa volesse dire e me la sono cavata con una bella risata.
Qualche tempo dopo ho ricordato ridendo l’episodio con un’amica francese di mio figlio, che per di più è una normalista letterata e agrégé. Niente da scherzarci sopra. Questa amica mi ha spiegato l’arcano. Sostiene che il francese è una lingua piana in cui ogni singola sillaba pronunciata viene accentuata allo stesso modo, con la stessa intensità. In italiano, invece, noi accentiamo fortemente la sillaba dove cade l’accento tonico, e non mettiamo nessun accento, fino alla soglia dell’inaudibilità, sulle altre sillabe.
Ad esempio, la parola campo, noi la pronunciamo più o meno càmpο, mentre i francesi la pronunciano càmpò. Per questo a noi sembra che i francesi accentino l’ultima sillaba, semplicemente perché noi non l’accentiamo. Ai francesi pare invece che noi, per così dire, superaccentiamo la sillaba tonica e quasi non pronunciamo quella finale.
Non è importante se la spiegazione vi convince. È importante, invece, riflettere sul fatto che è almeno possibile che un pregiudizio, che riteniamo inoppugnabile per la sola circostanza di essere appunto un pregiudizio, su cui non abbiamo mai applicato il nostro raziocinio, sia aperto a una diversa spiegazione razionale, cui non avevamo nemmeno mai pensato.
E se è vero per una cosa in fin dei conti così insignificante, chissà quanti altri pregiudizi e luoghi comuni, dai quali facciamo magari dipendere scelte e atteggiamenti etici e politici, meriterebbero di essere messi in discussione.
Sabato sera sono stato rifiutato da un ristorante.
Non che fosse pieno, o che i tavoli liberi fossero stati prenotati. No. Un ragazzo sulla porta, un cameriere o un buttafuori, ha chiesto a me e ai due amici con cui ero: “Do you speak Korean?”
E alla nostra prevedibile risposta negativa ci ha cacciati con un gesto eloquente della mano. E poi, perché fosse più chiaro, ci ha sbarrato l’ingresso con il corpo.
Per la verità non era la prima volta che mi succedeva una cosa del genere. Anni fa mi era successo a Tokyo: ci sono dei locali (ristoranti e bar) in cui l’accesso è riservato ai giapponesi, che si considerano tradizionalmente una “razza” eletta. Che capitasse, era scritto anche sulle guide. [Il ristorante coreano, invece, era addirittura segnalato dalla guida che avevo con me, la Rough Guide.]
Ma chiaramente non è questo il punto. Il punto è che, a volte, è bene essere dalla parte dei discriminati, invece che dei razzisti, giusto per sapere “how does it feel?”.
Once upon a time you dressed so fine
You threw the bums a dime in your prime, didn’t you?
People’d call, say, “Beware doll, you’re bound to fall”
You thought they were all kiddin’ you
You used to laugh about
Everybody that was hangin’ out
Now you don’t talk so loud
Now you don’t seem so proud
About having to be scrounging for your next meal.
How does it feel
How does it feel
To be without a home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?
You’ve gone to the finest school all right, Miss Lonely
But you know you only used to get juiced in it
Nobody has ever taught you how to live out on the street
And now you’re gonna have to get used to it
You said you’d never compromise
With the mystery tramp, but now you realize
He’s not selling any alibis
As you stare into the vacuum of his eyes
And say do you want to make a deal?
How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
A complete unknown
Like a rolling stone?
You never turned around to see the frowns on the jugglers and the clowns
When they all did tricks for you
You never understood that it ain’t no good
You shouldn’t let other people get your kicks for you
You used to ride on the chrome horse with your diplomat
Who carried on his shoulder a Siamese cat
Ain’t it hard when you discover that
He really wasn’t where it’s at
After he took from you everything he could steal.
How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?
Princess on the steeple and all the pretty people
They’re all drinkin’, thinkin’ that they got it made
Exchanging all precious gifts
But you’d better take your diamond ring, you’d better pawn it babe
You used to be so amused
At Napoleon in rags and the language that he used
Go to him now, he calls you, you can’t refuse
When you ain’t got nothing, you got nothing to lose
You’re invisible now, you got no secrets to conceal.
How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?
Lo so, ci avranno pensato in tanti. Ma non resisto lo stesso a metterlo.
La canzone, del 1978, è di Renato Pozzetto, Cochi Ponzoni ed Enzo Jannacci.
La la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
E lo sputtanamento olé,
e lo sputtanamento che cos’è
forse è voglia di orinare senza mai farsi capire
ma la scarpa è già bagnata
e la patta disagiata
già c’è fuori il pendolone
fischia il vento nel calzone
olé olé
olé olé.
E lo sputtanamento olé,
e lo sputtanamento che cos’è
forse è voglia d’imparare
abbracciare e non toccare
ma è già largo il pantalone
e robusto il pendolone
dico che è maleducato
quel che l’hanno già sgonfiato
olé olé
olé olé.
E lo sputtanamento olé,
e lo sputtanamento che cos’è
è guardare il suo balcone
che si sa che non è in casa
è andata via a fare una cosa
sul balcone c’è le rose
e la luce ancora accesa
poi c’è lui che sputa giù
uh uh
uh uh
uh uh
uh uh
E così un bel momento olé,
c’è lo sputtanamento olé
e così un bel momento olé,
c’è lo sputtanamento olé
olé olé
olé olé
olé olé
olé olé.
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
[sfumando]
la la la la la la-là la la la
la la la la la la-là la la
Questa è la versione dal vivo del solo Cochi Ponzoni, dalla leggendaria trasmissione di Paolo Rossi Su la testa.
Il 14 settembre 2009, il ministro Mariastella Gelmini ha inaugurato il nuovo anno scolastico all’istituto penitenziario per minori di Nisida.
Cito da Il Giornale (giusto per farmi male):
«Abbiamo annunciato un provvedimento di cui stiamo studiando gli aspetti tecnici che prevederà un tetto del 30 per cento per favorire le condizioni migliori per un’integrazione anche degli alunni stranieri», ha spiegato il ministro dell’Istruzione nel corso di un’intervista su Canale 5.
«In alcune classi – ha aggiunto – la presenza degli immigrati sfiora il 100%: queste non sono le condizioni adatte per favorire l’integrazione». Un chiaro riferimento alla «Carlo Pisacane», la scuola elementare romana con l’82% di iscritti stranieri […]
Già, “gli aspetti tecnici”. Certo non si può pretendere che il ministro sappia fare 4 conti, e quindi sarà necessario che qualche esperto, magari una commissione istituita all’uopo, studi gli aspetti tecnici.
Ma proviamo a farli noi, questi 4 conti, sul retro di una busta, giusto per ribadire il tormentone che è la “cultura quantitativa” che ci manca. Quanti sono, in Italia, i bambini che frequentano la scuola dell’obbligo? Tra i 550.000 e i 560.000 all’anno, per ogni singola classe d’età (questo dato, e tutti gli altri che cito, li ho presi dal sito dell’Istat). Poiché gli italiani (i residenti in Italia, per essere più precisi) sono 60.000.000, in media i bambini di ogni classe della scuola dell’obbligo sono poco meno dell’1% della popolazione totale. Diciamo l’1% per non complicarci troppo la vita.
La prima conclusione è questa: per fare una classe di 25 alunni ci vuole, mediamente, un bacino di popolazione di 2.500 abitanti. Con meno di 2.500 abitanti o si fanno classi più piccole o, superato un certo limite, si fanno le cosiddette pluriclassi. È quello che succede, molto spesso in montagna (e quando succede, o si costringono i bambini a lunghi spostamenti, o li si disincentiva alla frequenza scolastica, o si spingono i genitori a trasferirsi in centri più popolosi e si contribuisce allo spopolamento delle aree montane…). Trascuriamo il problema delle località abitate e delle frazioni (dove però, spesso, la scuola dell’obbligo c’è o quanto meno c’era) e cerchiamo di capire quanti comuni hanno la dimensione minima che permette di formare almeno una sezione di 25 alunni per ogni classe. Allora, i comuni italiani sono 8.100. Ma soltanto 3.990 comuni hanno almeno 2.500 abitanti; gli altri 4.110 ne hanno meno, e formare classi di 25 alunni sarà presumibilmente difficile.
Ma perché sto ragionando su una classe di 25 alunni? Perché in una classe di 25 alunni (dimensione che mi sembra ragionevole), il “tetto” del 30% proposto da Mariastella Gelmini si traduce in 7,5 alunni stranieri. Anche se siamo di manica larga, e non tagliamo a metà nessun piccolo straniero, vuol dire al massimo 7-8 su 25. E se sono di più dove li mandiamo: a fare scuola in un altro comune? A spese sue o con uno scuola-bus?
I bambini stranieri residenti nell’età dell’obbligo scolastico sono tra i 35.000 e i 45.000 l’anno (qui l’incidenza degli stranieri aumenta al diminuire dell’età, mentre il totale resta abbastanza stabile: il motivo lo vedremo tra un po’). Badate che sto parlando soltanto degli stranieri residenti, cioè iscritti nelle anagrafi comunali. Ma secondo le norme italiane, “tutti gli alunni con cittadinanza non italiana, qualora siano soggetti all’obbligo di istruzione, anche se sprovvisti di permesso di soggiorno, devono essere iscritti presso una istituzione scolastica.” [DPR 31 agosto 1999, n. 394, articolo 45]. Secondo i dati del Ministero dell’istruzione, nell’anno scolastico 2007/2008 l’incidenza di alunni stranieri era del 7,7% nella scuola primaria e del 7,3% nella secondaria di 1° grado: cifre molto lontane dal fatidico 30%, che però nascondono enormi differenze territoriali. In prima elementare e nel Nord-est, per esempio, l’incidenza degli stranieri raggiungeva il 13%. Vi sono già ora comuni in cui l’incidenza degli alunni stranieri si avvicina o supera il 30% e il “rischio” di avvicinarsi o superare la soglia gelminiana è tanto più elevato quanto più il comune è piccolo.
Nel valutare queste cifre, e per non farsi disorientare da un fattore emotivo, occorre ricordare che il 60% di questi alunni stranieri è nato in Italia. Arriva in prima elementare dopo 6 anni in cui è cresciuto in Italia, tra altri bambini italiani, e parla in genere l’italiano come prima lingua. È integrato, mi vien da dire, per nascita. E allora perché li chiamiamo stranieri? Perché per la legge italiana, il nato in Italia da genitori di cittadinanza straniera è straniero. Si chiama ius sanguinis, ed è un retaggio del diritto romano. In altri Paesi, come in Francia, vige lo ius soli: chi è nato sul suolo francese è francese a tutti gli effetti, a prescindere dalla cittadinanza dei suoi genitori.
E allora vuol dire, cara Gelmini, che nella nostra ipotetica prima elementare in cui su 25 bambini 7 sono stranieri, 4 sono nati e cresciuti in Italia. Non vedo nessun problema di integrazione per loro, onestamente. Vedo un problema di razzismo, per chiamare le cose con il loro nome, se li discriminiamo per il colore della pelle o per il nome e cognome “forestieri”.
La soluzione del 30%, dunque, è inapplicabile, sbagliata ed eticamente ripugnante. Resta da aggiungere che è destinata a peggiorare (la soluzione, non il problema!), per il semplice fatto che il numero e l’incidenza degli alunni stranieri è destinata a crescere: i ragazzi stranieri di 13 anni sono meno di 35.000, i bambini di 6 anni 45.000, ma i nati stranieri (in Italia) hanno già superato i 65.000. Tra 6 anni andranno in prima elementare. Il numero di nati di madre italiana, invece, non cresce.
È bene ricordare che questo è l’effetto non tanto di una propensione ad avere figli particolarmente elevata tra la popolazione straniera, ma di quella italiana particolarmente bassa. Le donne italiane hanno, in media, 1,28 figli: un tasso di fecondità particolarmente basso. Le straniere hanno in media 2,4 figli per donna: un tasso di fecondità circa doppio.
“Ma nessuno lo sa”: come di Nisida, che è un’isola, e non solo un penitenziario…
No no no no, quando arriva l’estate
no no no no, non lasciatevi suggestionare
dai cataloghi che vi parlano di isole incantate
e di sirene-e in offerta speciale
No no no no, non cercate lontano
quello che avete qui a portata di mano
a questo punto vi starete certamente chiedendo
chissà stavolta questo dove vuole andare a parare…
Venite tutti a Nisida, ya ya ya ya ya Nisida
ya ya ya ya ya Nisida un’isola e nessuno lo sa!…
No no no no, niente voli speciali
e neanche traversate intercontinentali
per arrivarci basta solo la Cumana
Nisida così vicina così lontana
Coi suoi giardini e il porto naturale
con l’Italsider alle spalle che la sta a guardare
Nisida sembra un’isola inventata
ma mio padre mi assicura che c’è sempre stata!…
Venite tutti a Nisida, ya ya ya ya ya Nisida
ya ya ya ya ya Nisida un’isola e nessuno lo sa!…
Non un problema ecologico per carità
Nisida un classico esempio di stupidità!…
Venite tutti a Nisida, ya ya ya ya ya Nisida
ya ya ya ya ya Nisida un’isola e nessuno lo sa!…
La cura, nel senso della canzone, la conosciamo tutti.
Bella canzone, non c’è dubbio. Splendido arrangiamento. Le parole un po’ meno. I campi del Tennessee mi hanno sempre lasciato un po’ perplesso. Per non parlare delle vie che portano all’essenza.
Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te.
Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.
Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
TI salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
io sì, che avrò cura di te.
Ma poi le perplessità hanno lasciato spazio a dubbi molto più radicali e alla fine, quando ho letto la critica di Antonio Pascale, è affondata per sempre. Perché Pascale ha ragione, profondamente ragione. E ancora, più che mai, il personale è politico e il politico personale.
La mia percezione di questa tendenza alla nobile dichiarazione d’intenti si è fatta più acuta a partire dal febbraio 1996, a seguito di un episodio che da allora è diventato per me ossessivo. Nel febbraio 1996, e per un po’ di mesi a venire, ho incontrato solo ragazze che piangevano. Tutte avevano appena finito di ascoltare la canzone di Battiato: la cura.
Ricordo ancora le uscite di sabato, in macchina, verso una pizzeria. Il sabato sera, l’attesa della domenica, quel senso di pace e naturalmente la radio accesa: Battiato cantava e le mie amiche mi chiedevano di alzare il volume: alza, alza! Battiato cantava: scioglierò i tuoi capelli come trame di un canto, sorvolerò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce… non ti farò invecchiare, perché sei un essere speciale e avrò cura di te! Poi la canzone finiva, io abbassavo il volume e notavo con la coda dell’occhio che le mie amiche mi stavano guardando. Storto.
Volevano dirmi: tu non sei così!
Ma come si fa a essere così?
Avevano ragione, non ero così, ancora oggi non so cosa significhi sciogliere i capelli come trame di un canto. Però ammiravo Battiato (lo invidiavo), ma nello stesso tempo ne ero ossessionato, tutte le mie amiche piangevano e mi guardavano storto.
Ho cercato allora di seguire il consiglio dei teorici della narrazione, ovvero affrontare il secondo atto, nello specifico: esaminare il concetto di cura.
Ecco quello che ho scoperto nella mia personalissima analisi.
Per prima cosa, la cura presuppone un sistema di potere, all’interno del quale c’è chi cura, dunque è sano, e chi riceve le cure, dunque è malato. Chiaramente non stiamo parlando di un malato che cade e deve essere raccolto, stiamo parlando (facendo metafora) di un rapporto d’amore/potere in cui i ruoli sono sempre così ben definiti da apparire immutabili: chi cura e chi ha bisogno di cure.
Messa su questo punto, la «cura» mostra anche delle ingenuità teologiche: chi cura è convinto di poter eliminare il male che c’è in te, purificandoti. I fanatici della politica estera americana pensano, per esempio, di purificare l’altro dal male, invadendolo con il proprio bene.
Un’ingenuità teologica, dicevo. Del resto, anche i bambini che fanno catechismo lo sanno: il diavolo c’è. Si può solo combattere, non eliminare.
Ma la cura, ed è il secondo punto, presuppone anche l’assenza della responsabilità individuale, cioè (la cura) sembra suggerire continuamente: senza la mia cura, non ce la puoi fare, non ti puoi alzare. Un sistema di potere chiuso, quindi. Come tutti i sistemi di potere chiusi ha bisogno per alimentarsi di un costante uso di retorica (ti solleverò dai tuoi sbalzi d’umore…). Te lo devo proprio far credere. E quindi, per primo devo crederci io. Se io mi illudo poi illudo anche te.
Come è bella questa illusione italiana, sempre divisa tra due poli estremi: i rifiuti sono così tanti che è impossibile liberarcene, oppure: ci penso io, dieci giorni e passa la paura, però, per favore, non fare domande.
Ma fosse una questione di parole? Di significato? Di etimo? Forse dobbiamo sostituire la parola «cura» con «manutenzione».
Immagino che chi pratichi la manutenzione non può dire: scioglierò i tuoi capelli come trame di un canto, il suo rapporto con il prossimo è più pratico, umile, sarei tentato di dire, più democratico: senti, hai qualcosa nei capelli, mo’ te la tolgo.
La cura è una dichiarazione di potenza, la manutenzione è una dichiarazione di limiti: più di questo non posso. Non posso sciogliere i tuoi capelli come trame di un canto, mi so alzare solo sulle punte e le correnti gravitazionali le conosco così e così.
L’articolo da cui è tratto questa pagina merita di essere letto per intero, perché parla di noi (italiani) e dei nostri problemi. Si chiama “Abbasso i Tuareg!” ed è comparso su Limes 2/2009 ed è ora disponibile in rete su http://www.limesonline.com.
La città nuda (The Naked City), 1948, di Jules Dassin, con Barry Fitzgerald, Howard Duff, Dorothy Hart e Don Taylor.
Un noir sui generis, dalla trama piuttosto debole, ma girato con un occhio alla lezione del neo-realismo italiano e uno al documentario. Il film – fatto inconsueto per l’epoca – è stato girato prevalentemente on location, non solo negli esterni, ma anche negli appartamenti newyorkesi. Straordinari i protagonisti (soprattutto, direi, Barry Fitzgerald nella parte del sornione Detective Muldoon) e i caratteristi. Doppiato da alcuni grandi attori italiani (Alberto Sordi e Paolo Stoppa, tra gli altri). Gli aspetti documentaristici sono sottolineati dal commento fuori campo del produttore, Mark Hellinger (“There are eight million stories in the naked city. This has been one of them.”).
Rappresenta per me la quintessenza della New York immaginata nell’adolescenza, strade sporche, città immensa e affollata, il ponte di Brooklin. Protagonista indiscusso della scena finale è il Williamsburg Bridge (non guardate la scena che segue se non volete rovinarvi il film – disponibile in 10 parti su YouTube).
Jules Dassin, il regista, nato nel Connecticut da un barbiere ebreo di origini russe, incappò nelle purghe di McCarthy (fu denunciato come comunista da Edward Dmytryk) e dovette fuggire in Francia. Soltanto nel 1955 potè tornare a dirigere e il suo primo film francese (Rififi) ebbe un successo straordinario e fu salutato da François Truffaut come il miglior noir di tutti i tempi. Dopo il matrimonio con Melina Mercouri (che aveva conosciuto nel 1966 a Cannes), Dassin si trasferì in Grecia. Morto ad Atene il 31 marzo 2008, a 96 anni compiuti.
Joe Dassin, nato dal suo primo matrimonio, è stato un cantante famoso in Francia. Non vi dice niente? Dai, che questo ossessionante motivetto lo conoscete anche voi!
Due cortocircuiti per finire.
Il primo. Il film, forse con la mediazione della serie televisiva ispirata da questo (1958-2003), è alla base della scelta del nome di uno dei gruppi (un “progetto”, dicono quelli che se la tirano) di John Zorn. Qui la loro interpretazione del tema di Uno sparo nel buio di Henry Mancini.
Il secondo. The Naked City è anche il nome della mappa situazionista di Parigi disegnata da Guy Debord nel 1967 (per saperne di più, leggete qui).
Dalla musica composta da Eugenio Bennato come colonna sonora dello sceneggiato televisivo L’eredità della priora, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Alianello, andato in onda sulla RAI nel 1980.
All’arme all’arme la campana sona
li Turche so’ sbarcati a la marina
chi tene ‘e scarpe vecchie se l’assòla
c’avimm’a fare nu lungo cammino
Quant’è lungo stu cammino disperato
e sta storia se ripete ciento volte
nuie fuimmo tutte quante assai luntano
quanno sona la campana
All’arme all’arme la campana sona
li Turche so’ sbarcati a la marina
chi tiene o grano lo porta a la mola
comme ce vene janca la farina
Ma nun bastano farina festa e forca
pe sta gente ca n’ha mai vuttàto e mane
o padrone vene sempe da luntano
quanno sona la campana
E po’ vene o re Normanno ca ce fa danno
E po’ vene l’Angiuino ca ce arruvina
E po’ vene l’Aragunese, ih che surpresa
e po’ vene o re Spagnolo ch’è mariuolo
E po’ vene o re Burbone can un va buono
E po’ vene o Piemontese ca ce vo’ bene
Ca pussa essere cecato chi nun ce crede
Ca pussa murire acciso chi nun ce crede.
Me l’ha fatta tornare in mente, per un cortocircuito sinaptico della più bell’acqua, questo articolo pubblicato sulle pagine romane di La Repubblica del 17 maggio 2009.
Nostra Signora dei Turchi
Repubblica — 17 maggio 2009 pagina 11 sezione: ROMA
Ormai ci si ritrova di fronte a una gran bella scelta: crederci che «l’ Italia non è multietnica» e, allora, lasciar perdere. Oppure raccontarla la Roma degli Anatolici: la Roma di Enea, Cibele, Artemide & C. che Virgilio, Ovidio, Giuliano l’ Apostata & C. ci hanno tramandato. Figurarsi a scuola, i professori. Diventerà imbarazzante quel III libro dell’ Eneide? Lì Apollo appare in sogno al profugo troiano Enea che, disperato, cerca una nuova patria per spiegargli dove ricominciare le loro vite: «Vi è un luogo, i Greci lo chiamano Esperia, antica terra, potente d’ armi e di feconde zolle». E Anchise, al racconto del figlio, si ricorda di Cassandra: «Ora la rammento prevedere tali destini alla nostra stirpe,e spesso invocare l’ Esperia e i regni italici». Respingi in mare Enea e ti svapora Roma e l’ intera sua storia. E figurarsi nei nostri musei – che, dove vai vai, comunque una Cibele o un’ Artemide, primao poi, le incontri- gli archeologie le guide cosa dovrebbero dirci di queste dee che mezza Roma adorava? Che sono roba nostra? Divinità autoctone? Non è così: l’ abbiamo pregata a lungo, Cibele, ma è ci arrivata da fuori: bella, santa, turca e già famosa da secoli. La si riconosce subito: ha una corona di torri sulla testa (proprio come ancor oggi l’ immagine tradizionale dell’ Italia turrita), un trono, un’ aria severa. Talvolta con lei ci sono uno o due leoni. Una simbologia la sua che, in parte, già appartiene alla Dea Madre di Chatal Hoyuk (VI millennio a.C.) e che riassume il suo mito che, nel I millennio a.C., la lega stretta stretta ad Attis, il giovinetto che muore e risorge grazie a lei. L’ abbiamo voluta noi, quella pietra nera che la evocava, facendola immigrare da Pessinunte, nel 204 a.C. Certo, allora c’ era anche da tenersi buono il padrone del suo tempio, Attalo di Pergamo, utile come alleato contro Annibale. E si pensava anche che – potente com’ era, Cibele – riuscisse a entusiasmare l’ esercito dai brutti colpi subiti. Funzionò a perfezione, la dea: Scipione vinse Cartagine e divenne l’ Africano; il Mediterraneo Occidentale divenne romano: Mare Nostrum. Fu così che nel 191 a.C ebbe l’ onore di un suo tempio al Palatino. Ovidio racconta, nel IV dei suoi «Fasti», come andò il suo arrivo: «Quando Enea trasferì Troia in terra d’ Italia, la dea fu tentata dall’ idea di seguire la nave che trasportavai sacri tesori, ma poi capì che il destino non l’ aveva ancora chiamata a trasferire nel Lazio la sua presenza divina». Rimase a casa sua Cibele, fin quando, alla fine di quel III secolo a.C., i sacerdoti di Roma, consultando i libri sacri per capire come mai le cose andassero così male, ebbero un responso chiarissimo: «Manca la madre. Vi ordino Romani di cercare la madre. Quando verrà, essa dovrà essere accolta da una mano pure». Trattarono con Attalo: ma solo un terremoto e un messaggio perentorio della dea lo convinsero a lasciar partire Cibele. Ovidio mette in bocca al re di Pergano, la città delle prime pergamene, queste parole rivolte alla dea: «Vai pure, resterai ugualmente nostra: Roma discende da progenitori Frigi». E Roma l’ amò davvero questa Nostra Signora dei Turchi, Madre Santa dei Padri di Roma: al tempio sul Palatino, ne seguì un altro all’ Aventino, un altro ancora in Vaticano del II o III secolo. La sua statua finì al centro del Circo Massimo, con le divinità più sacre. Dal 15 al 27 marzo era festa grande per lei, con timpani, urla e sonagli di bronzo: una processione, lavacri, offerte, sacerdoti vistosi, spesso castrati, ma anche veglie, il taglio dell’ albero sacro, e giochi al Circo. Ovidio si toglie lo sfizio di fare una domanda anche sui sacerdoti eunuchi: «Che origine ha la frenesia per cui si tagliano il membro?» Ed è una musa a spiegargli che si tratta di una citazione del peccato carnale commesso da Attis che, pur avendo promesso alla dea di restar per sempre fanciullo, s’ era poi invaghito di una ninfa e per punirsi decise che doveva «morire quella parte del corpo che mi ha rovinato». Un voto di castità, il suo, che mezzo Mediterraneo conobbe, con cento variazioni. Se si va a Ostia Antica – e s’ imbocca il decumano fino al Foro per prender poi a sinistra, percorrendo il cardo massimo fino alla fine del parco archeologico – si arriva al Campus Magnae Matris: zona sua. Era proprio lei, Cibele, infatti, che veniva considerata la Madre degli Dei. Di tutti gli dei: Demetra, Hera, Ade, Poseidone, persino Zeus, tutti figli suoi, secondo gli Antichi. Non che in quel grande spazio poco distante dal Tevere ci sia rimasto granché: un podio e, in asse, una cappella per Attis. Là dentro vennero trovate 19 statue, finite in gran parte in Vaticano, in minima parte al Museo di Ostia. Anche delle copie fatte per sostituire la roba che c’ era è rimasto poco: la statua di Attis adagiato, due Telamoni mostruosi con gambe di capro e pelle di leone, che sorvegliano l’ ingresso, l’ alberello sacro che faceva parte della liturgia e che, ormai, si sta sfaldando. Nel museo nella stessa sala di Mithra e Serapide – due bassorilievi ce ne fanno conoscere i riti e un sacerdote. E un suo fedele si è fatto rappresentare sul sarcofago che è lì: al polso, sul suo bracciale, l’ immagine santissima della dea. Tra II e III secolo Tertulliano – nell’ ora delle polemiche tra Cristiani e Gentili – si accanì proprio su Cibele divertendosi a raccontare che, ormai morto a Sirmione Marco Aurelio, il gran sacerdote della dea a Roma, ancora all’ oscuro di tutto, «indiceva pubbliche preghiere per la salute di Marco, già morto da una settimana».E sarcastico: «O lenti corrieri, o tardivi messaggi! Fu colpa vostra se Cibele non conobbe in tempo la morte dell’ imperatore, perché i Cristiani non avessero a ridere di una simile dea!». Bisognerà arrivare all’ Imperatore Giuliano – cresciuto cristiano, ma poi restauratore degli antichi culti – per tornare a parole rispettose verso l’ antica Madre degli Dei. Lui – mezzo secolo circa dopo la cristianizzazione dell’ impero voluta da Costantino- le dedica una vibrante omelia. In quel suo solenne atto di fede racconta non solo dell’ arrivo miracolistico della Dea Anatolica qui da noi via mare (con la sua nave che s’ incaglia e con una vergine che miracolo! – riesce a trascinarla via con la sua cinta, dimostrando così di esser davvero vergine, cosa di cui molti sospettavano) ma si sforza di spiegare il senso di questa divinità e del suo amatissimo Attis, mortoe risorto. Convinto com’ era che non si potevano affidare i giovani a insegnanti cristiani che – snobbando gli antichi miti non erano in grado di spiegare gli antichi testi da studiare, Giuliano con un editto del 17 giugno 362 interdì loro la docenza. Morì giovane, l’ Apostata Giuliano, l’ anno dopo. «Un segno di Dio» spiegò la Chiesa degli Inizi che – tra pogrom, persecuzioni, discriminazioni – aveva vissuto le sue restaurazioni come una terribile sorpresa. «Un segno degli Dei» dissero, però, anche i pagani, che mai compresero le profondità di questo imperatore che fu anche un grande scrittore mistico: convinto, sincero, in buona fede. Il Cristianesimo tornò religione di stato. Tempo altri 30 anni e l’ imperatore Teodosio metterà fuori legge i culti degli Antichi. Sopravviveranno nei villaggi – nei «pagi» – riserve dimenticate del «paganesimo»: il nostro Sud, con i suoi flagellanti e il taglio rituale dell’ albero sacro, ne conserva antiche memorie. Non fu l’ unica Cibele ad arrivare dall’ Anatolia per conquistare il cuore dei Romani. L’ altra, Artemide di Efeso si chiama: più anatolica di così. Ora si mostra ai Capitolini con quel suo viso scuro e il busto sorprendente che l’ ha fatta passare per secoli come una superdotata, zeppa di seni, fin quando, qualche anno fa, uno studioso svizzero non dimostrò che quelle escrescenze toraciche erano collane di testicoli di toro appena sacrificati alla dea. Sacrilego far sparire con una boutade il sangue misto che ci ha creato. Ci fu un momento terribile in cui, però, ci si riuscì: ai professori d’ Italia venne comunicato da «Razza e Civiltà» (nel suo numero di maggio-luglio 1941) un diktat di Mussolini: era venuto il momento di smetterla di ragionare e indagare sulla multietnicità delle nostre origini, e che in Italia si è tutti di «razza ario-romana». Molti, moltissimi ubbidirono. – SERGIO FRAU