Mani sporche (3)

Per completezza dell’informazione, anche se non sono un fan di Giovanni Sartori (dal Corriere della sera).

E mi chiedo: ma se siamo in tanti a pensare che andare a votare adesso e con questa legge elettorale sia una stratosferica sciocchezza, possibile che lo dobbiamo fare per forza? Sotto il profilo sostanziale (so che è un discorso pericoloso), è democrazia questa? Evidentemente il sistema di check and balances che dovrebbe impedire che questo accada non funziona più!

LA CRISI DI GOVERNO

Elezioni subito non vanno bene

di Giovanni Sartori

I politici disinteressati che operano soltanto nell’interesse del Paese sono oramai rari. Dilagano invece i ribaldi, i politici che operano soltanto nell’interesse proprio. Come fermarli? Come rimandarli a casa? È sempre più difficile perché il Berlusco-Prodismo (in questo perfettamente appaiati) ha sempre più indebolito il potere dell’elettorato. A dispetto delle apparenze, siamo sempre più impotenti. Alle urne, alle urne!

Alle urne per decidere che cosa? La risposta di rito è: persino per decidere il capo del governo. Ma quando mai? Se davvero il Berlusco- Prodismo volesse attribuire al popolo il potere di scegliere il premier, allora la scheda di voto dovrebbe chiedere: 1˚Volete il suddetto come premier? Sì / No; 2˚ Se No, allora chi…? Invece sulle nostre schede il nome è prestampato e nemmeno ne è ammessa la cancellazione. Il che configura una scelta senza scelta, e così un classico raggiro.

Ancora. In passato gli elettori votavano per singoli partiti, il che vuol dire che avevano libertà di scegliere tra una molteplicità di offerte relativamente precise e distinguibili. Ma il Mattarellum e il Berlusco-Prodismo ci hanno regalato carrozzoni «coatti» che imbarcano cani e gatti e che propongono offerte fumose e intrinsecamente contraddittorie. I carrozzoni offrono all’elettore una maggiore libertà di scelta dei partiti separati? Direi proprio di no.

Infine, oggi il problema più scottante è quello della «casta». A dir poco, almeno metà degli italiani è indignata e se ne vorrebbe liberare. Ma come? Non sanno come fare. E hanno ragione. Le caste (sia di destra che di sinistra) sono trincerate ovunque, e non saranno le proteste né l’astensionismo a sloggiarle. Il tanto inneggiato popolo sovrano non è mai stato incastrato, per non dire castrato, peggio di così.

Dicevo all’inizio che oramai i politici disinteressati si contano sulle dita. Non se ne deve ricavare che anche se coltivano tutti il proprio interesse siano tutti egualmente dannosi per l’interesse generale. A Berlusconi conviene (per sé) saltare la riforma elettorale? Sì. A Veltroni conviene (per sé) avere la riforma elettorale? Sì. La differenza è che mentre l’utile del Cavaliere confligge con l’interesse del Paese, l’utile di Veltroni è anche nell’interesse del Paese. Su una scala da 0 (cinismo puro) a 10 (altruismo massimo), in questa partita piazzerei Berlusconi a zero e Veltroni a 5.

Quanto al dibattito su elezioni subito o no, è un dibattito del tutto pretestuoso. Nemmeno è vero che non ci sia tempo, o che perdere tempo sia «delittuoso» (Fini). In Senato giace quasi pronta una buona proposta di riforma (la bozza Bianco) sulla quale un accordo trasversale potrebbe essere stipulato in pochissimi giorni. Se Berlusconi dicesse di sì, sarebbe cosa fatta. Ma Berlusconi dice di no, perché a lui, dicevo, l’interesse del Paese non importa un fico secco. Si avverta: una piccola generosità non lo danneggerebbe di molto e gli farebbe fare, in compenso, una bella figura. Ma il Cavaliere non è fatto così. Oramai gravemente afflitto dal «mal di potere», lo rivuole subito. Anche un solo giorno di potere mancato lo fa soffrire.

01 febbraio 2008

Pubblicato su Grrr!. Leave a Comment »

Mani sporche (2)

Accolgo l’invito di Morgaine e riporto l’articolo de La Repubblica.

In caso di scioglimento anticipato delle Camere, le segreterie dei partiti continuano a ricevere i rimborsi elettorali della XV legislatura, quella attuale
Il voto anticipato regala 300 milioni alle casse dei partiti
La legge destina 50 milioni all’anno ai partiti per ciascuna delle due Camere
Una norma del febbraio 2006 non interrompe l’erogazione anche se finisce il mandato
di CLAUDIA FUSANI

ROMA – Sciogliere adesso le Camere e andare a votare significa regalare 300 milioni di euro ai partiti, cento milioni all’anno per i prossimi tre anni, fino al 2011, scadenza naturale della XV legislatura. Viene in mente “Lascia o raddoppia?”, il gioco a quiz con cui gli italiani cominciarono a vincere soldi in tv nella seconda metà degli anni Cinquanta. Solo che stavolta i beneficiari sono i partiti e chi ci rimette è lo Stato, cioè i cittadini.

Il gioco, se così si può chiamare, è molto semplice: ogni anno i partiti si dividono, a seconda dei voti che hanno ricevuto, una torta di circa 50 milioni di euro che vanno sotto la voce rimborsi elettorali. Cinquanta milioni per ognuno dei cinque anni di legislatura. Una volta, secondo logica, se la legislatura finiva il rimborso veniva interrotto per lasciare il posto a quello nuovo che comunque sarebbe arrivato.

Invece nel febbraio 2006, ancora in sella il governo Berlusconi, interviene una piccolissima modifica che garantisce “l’erogazione del rimborso elettorale anche in caso di scioglimento delle Camere”. Significa che i partiti rappresentati nel prossimo Parlamento – molti dei quali assolutamente identici – prenderanno due volte il rimborso elettorale. Succederà sicuramente a Forza Italia e al Pd che sommerà i rimborsi “vecchi” dell’Ulivo e quelli “nuovi” del Partito democratico. Forse anche in questo banalissimo calcolo di cassa sta una delle ragioni della volontà di tornare al voto. Votare conviene.

Da 800 lire a 1 euro. La “guida” in questo viaggio nello spreco è Silvana Mura, deputata dell’Italia dei Valori e tesoriera del partito che per ben due volte, nella Finanziaria votata nel dicembre 2006 e in quella approvata a dicembre scorso, ha provato a cambiare le cose. Rimbalzando nel muro di gomma degli stessi partiti. Mani pulite e il successivo referendum avevano abolito nel 1993 il finanziamento pubblico ai partiti che nel 1999 rispunta fuori sotto la dizione “rimborso elettorale”. Fin qui niente di strano. Anzi, civilmente corretto visto che i partiti sono al servizio dei cittadini ed è giusto che abbiamo un rimborso per le loro spese.

Il rimborso viene quantificato in 800 lire per ogni voto ogni anno. L’arrivo dell’euro fa raddoppiare i prezzi di frutta e pane ma anche il rimborso ai partiti che nel 2002 – governo Berlusconi – da 800 lire passa a 1 euro tondo per ogni voto. Nessuno dice niente. I rimborsi scattano per le elezioni europee, Camera e Senato e regionali. Con i ritmi elettorali che ci sono in Italia praticamente è un rimborso continuo che puntuale compare ogni anno nei bilanci di Camera e Senato.

Doppio scandalo. Gli “scandali”, così li chiama l’onorevole Mura, in questa pratica tutta italiana sono almeno due. Il primo: “Il fondo dei rimborsi elettorali è una cifra fissa calcolata non in base a chi va effettivamente alle urne ma sul numero degli aventi diritto”. Uno spreco nello spreco che vale qualche milione di euro. Il fondo annuale, tanto per la Camera tanto per il Senato, è pari a 49 milioni e 964 mila 574 euro. Ma il numero delle persone che vota non corrisponde mai agli aventi diritto e il numero degli aventi diritto per il Senato è inferiore a quello della Camera. Qualche esempio. Nel 2006 per la Camera ha votato l’83% degli aventi diritto. Se il rimborso fosse reale, cioè solo per chi ha votato, sarebbe stato pari a 41 milioni e 789 mila euro, “un risparmio”, secondo i conti di Silvana Mura, di “otto milioni di euro all’anno”. Per il Senato ha votato il 76% degli aventi diritto, pari a 38 milioni di euro circa con un risparmio di 11 milioni all’anno.

Il secondo scandalo. E’ quello che scatta nel caso di scioglimento anticipato delle camere. Fino al 2006 il rimborso veniva interrotto se si andava al voto. Più che logico visto che con la nuova legislatura scatta quello nuovo. Nel febbraio 2006, secondo governo Berlusconi, la norma viene così modificata: “In caso di scioglimento della Camere l’erogazione del rimborso è comunque effettuata”. Una riga che vale qualche centinaia di milioni di euro. “Abbiamo provato – spiega Silvana Mura – a cambiare e a sostituire la parola “effettuata” con “interrotta” ma non ci siamo riusciti”. E’ impossibile perché il credito è vincolato. Come se uno accendesse un mutuo su quel rimborso: poi non puoi più rinunciarci perché vincolato.

Così vanno le cose. “Una generosa liquidazione dovuta a una norma scandalosa che incentiva la fine anticipata della legislatura” dice Silvana Mura. Che accusa: “I partiti hanno trovato il modo di guadagnare anche sulle crisi di governo”.

Il resoconto della Gazzetta Ufficiale documenta che Forza Italia prenderà comunque 12 milioni l’anno fino al 2011 oltre a quelli che incasserà per il rimborso della XVI legislatura, la prossima. L’Ulivo ne prenderà circa 16 a cui potrà aggiungere i milioni che riceverà il neonato Pd. Chissà se nelle consultazioni si è parlato di questo inedito “Lascia o raddoppia?”.

(1 febbraio 2008)

Pubblicato su Grrr!. Leave a Comment »

Assassini e mandanti

Sì, lo so, lo avranno già detto in tanti, e tanti altri lo staranno scrivendo in questo momento.

1998: Romano Prodi viene ucciso una prima volta. La mano è quella di Fausto Bertinotti, ma la pistola carica gliel’ha data Massimo D’Alema.

2008: Romano Prodi viene ucciso la seconda volta. La mano è quella di Clemente Mastella, ma la pistola carica gliel’ha data Walter Veltroni.

Per fortuna, questa tradizione (tra le più impresentabili) della sinistra si è attenuata nel corso degli anni: sono “morti” politiche, non assassinii in senso proprio, come quello di Trotsky o quello di Rosa Luxemburg.

Sulle cupe prospettive che la caduta di Prodi apre per chi, ancora, si dice di sisnistra (what is left?), mi sembra interessante il punto di vista di Gabriele Polo su il Manifesto di oggi, 25 gennaio 2008.

Suicidio politico

Romano Prodi è caduto con la stessa ostinata sicurezza con cui aveva brindato in una triste festa notturna di piazza il 10 aprile di due anni fa. Fermo nel voler portare fino in fondo la propria sfida alle leggi della matematica e della politica. Si è presentato al senato sapendo che gli avrebbero sparato addosso e lui ha mostrato il petto lanciando ai suoi cecchini un avvertimento inascoltato: «Dopo di me il diluvio». Avversari vecchi e nuovi gli hanno concesso l’onore delle armi e della coerenza parlamentare. Poi hanno sparato.
Ma la sua ostinazione copre solo in piccola parte il lento ma inesorabile suicidio politico dell’Unione sfociato nella crisi di governo. A spiegarla non basta la debolezza numerica – frutto di una legge elettorale inguardabile – che in questi mesi ha trasformato il senato in una sorta di ring. Né l’eterogeneità della coalizione e nemmeno la vaghezza di un programma troppo generico e al tempo stesso corposo. Su queste radici sono cresciuti due problemi che hanno portato al collasso. In primo luogo il progressivo allontanamento dalle attese degli elettori – badando più agli equilibri interni e alle compatibilità di bilancio. Più che in parlamento Prodi è rimasto solo nel paese: coperto a sinistra dal sacrificio di chi veniva sempre indicato come il possibile «traditore», ha deluso le attese di quella parte dell’elettorato che più di ogni altra chiedeva una svolta dopo il quinquennio berlusconiano. Alla fine è caduto da destra, come era ampiamente prevedibile. In secondo luogo, a destabilizzare un quadro politico diventato la principale se non unica attenzione del premier, è arrivato il parto del Pd, determinando un dualismo di potere che non poteva durare. E così è stato proprio il «suo» partito a togliere il terreno sotto i piedi a Romano Prodi.
Tra le macerie che ora si cercherà di raccogliere in qualche modo per evitare le elezioni anticipate, emerge la sconfitta della sinistra che pagherà i costi più alti di una scommessa perduta: contrattare l’alternativa sociale sul tavolo di governo. Ma si profila anche il sordo rovello del Partito democratico, concepito per vivere al potere e oggi posto di fronte alla scelta tra un’opposizione che non sa più cosa voglia dire e cercare alla sua destra i partner di una futura alleanza. Un bel disastro: complimenti a tutti.

Pubblicato su Grrr!, Opinioni. 2 Comments »

Galileo, Giordano Bruno e Guarini (ultimo atto)

Almeno si spera.

Riproduco qui un editoriale di Giovanni De Mauro comparso su Internazionale del 18 gennaio 2008.

Non notizia

“Ieri, alle 14.45 al nono chilometro della statale n. 1897 non si è verificato un terrificante scontro nel quale non hanno perso la vita cinque persone. Gli altri non hanno riportato ferite guaribili in periodi varianti tra un mese e 75 giorni. La polizia non ha avuto bisogno di compiere indagini”. Comincia così Un benefattore incompreso, uno dei meravigliosi racconti brevi di Gianni Rodari. Protagonista è un giovane giornalista che scrive articoli su fatti che non sono successi. Al direttore che, infuriato, gli chiede spiegazioni, risponde: “È la pura verità. Non c’è una parola di falso”. E alla fine, quando viene licenziato, commenta: “Lo sapevo. Lei è il quarto direttore che prende la stessa decisione. Sembra che le mie idee sul giornalismo siano troppo avanzate”. Ma nel frattempo il giovane cronista ha fatto scuola nei giornali italiani, perché quella del papa che non è andato all’università sembrava proprio una delle sue non notizie.

Dissento in parte perché due notizie ci sono:

  • montato e pieno d’aria come la panna, o gli albumi a neve, il non-avvenimento della non-partecipazione del papa all’inaugurazione dell’anno accademico della Sapienza si è insediato nella testa dei lettori e degli spettatori della televisione come un inquietante episodio di intolleranza perpetrato da uno sparuto manipolo di accademici a danni della “maggioranza silenziosa ” (sì, abbiamo dovuto leggere anche questo);
  • del fatto (questo sì, che è un fatto!) che dall’inaugurazione dell’anno accademico – che a rigore dovrebbe interessare soltanto loro, o soprattutto loro – siano stati tenuti lontani manu militari proprio i lavoratori dell’università e gli studenti, di questo non se n’è accorto quasi nessuno.

Il testo integrale del racconto di Gianni Rodari è qui.

Galileo, Giordano Bruno e Guarini (la saga continua)

La vicenda della visita dal papa alla Sapienza si chiude oggi (speriamo) in modo grottesco, ma soprattutto intollerabilmente poliziesco: chiudere l’Università agli studenti e ai precari che ci lavorano, e alla fine anche ai dipendenti muniti di tesserino, per fare spazio alla solita variegata nomenklatura presenzialista, questo sì che è stato un gesto di intolleranza e di censura. Contro cui, mi pare, nessuna delle anime belle e dei paladini della tolleranza che hanno tuonato in questi giorni si è sognato di dire qualcosa. Nessuna fa veglie per il diritto degli studenti e dei lavoratori dell’università, e quindi non stupitevi se quel diritto se lo difendono da soli.

Si segnala anche che Mussi (“Contesto le manifestazioni in atto”) e Veltroni (“Ciò che è successo, per un democratico, è inaccettabile”) hanno perso un’altra bella occasione per tener chiuso il becco (mio padre diceva che “il gallo, prima di cantare, scuote l’ala tre volte”; cioè medita prima di aprire bocca).

Il rettore Guarini – il vero responsabile di quanto accaduto, se ci riflettete anche soltanto un secondo (avrebbe potuto invitare il papa qualunque altro giorno dell’anno, e invece ha pervicacemente insistito perché la visita coincidesse con l’inaugurazione dell’anno accademico, prima per tenere una lectio magistralis de jure, e poi a tenerne una de facto) – si distingue ancora una volta per l’incapacità di assumersi una responsabilità. Quanto meno, se è vero quanto riferito da Francesco Caruso, che era andato a trattare l’accesso degli studenti e dei precari in università: “Il rettore Guarini ci ha detto che non è un problema suo, perché è la questura di Roma che deve decidere se farci entrare o no. La questura però dice che è Guarini che deve dare loro una comunicazione formale”.

Per completezza dell’informazione, segnalo che Marcello Cini – che con la sua civilissima lettera aperta al rettore della Sapienza del 14 novembre ha dato avvio al dibattito sul significato della presenza papale all’inaugurazione dell’anno academico – interviene di nuovo sull’argomento dalle colonne de il Manifesto di oggi (17 gennaio 2008). Riporto i passi essenziali dell’intervista.

«Quello che mi indigna un po’, francamente, è questa pressoché unanime valanga che si sta rovesciando – oltre che su di me – sui firmatari dell’appello, sugli studenti che hanno reagito da studenti, in un unico blocco di violenti, intolleranti che hanno impedito al papa di venire alla Sapienza a parlare. Io rispondo per quanto mi riguarda, perché la mia è stata un’iniziativa personale – con una lettera scritta il 14 novembre su il manifesto – in cui mi rivolgevo al mio rettore. E lo criticavo anche aspramente perché vedevo nell’invito a inaugurare l’anno accademico della Sapienza (di questo si trattava, anche se prima come lectio magistralis, poi camuffata all’italiana con un intervento nello stesso giorno, comunque) ».

«La sostanza era l’invito al papa a inaugurare l’anno accademico. A questa proposta io ho reagito, e reagirei ancora oggi, per due ragioni. La prima è di tipo formale, ma essenziale. L’inaugurazione dell’anno accademico è un atto pubblico, forse il più importante, che riafferma la natura e la funzione dell’università come istituzione di crescita della conoscenza, di formazione della cultura al più alto livello, di uno stato laico, democratico, moderno, sui principi della Rivoluzione francese, dell’illuminismo e della modernità. Un atto importante – un rito se si vuole – che riafferma il modo in cui è organizzato questo processo di crescita e trasmissione della conoscenza alle giovani generazioni. Invitare al centro di questo rito laico un’autorità come il papa è di fatto una contraddizione in termini, non può che generare conflitto. Il papa è a capo di un’istituzione come la Chiesa cattolica, fondata su principi totalmente diversi – come il carattere gerarchico-autoritario, detentore di una verità assoluta proveniente direttamente da dio, quindi dalla trascendenza. Si fonda perciò su criteri di verità, metodologici e epistemologici, completamente diversi. È questo contesto che non si vuol capire. Ossia la coesistenza e il conflitto tra due istituzioni di natura diversa e fondate su principi in antitesi fra loro».

«Ciò non vuol dire che il papa, come professor Ratzinger, non sia un professore universitario, un intellettuale fine, colto, ecc. Ma la confusione tra queste due figure, che coesistono entro la stessa persona, ha permesso di generare – per esempio in occasione dell’invito a Ratisbona – un’interpretazione del suo discorso come una presa di posizione contro l’Islam, con tutte le polemiche che ne sono seguite».

«Non sarebbe successo nulla se il rettore e il Vaticano avessero semplicemente spostato la visita in un’altra data. Anche altri papi l’hanno fatto, esponendo il proprio punto di vista. Nei contenuti sarebbe stato poi approvato, obiettato, contestato, ecc.».

«Tutto questo si colloca in un contesto in cui questo papato – in particolare nel nostro paese – sta perseguendo una politica concreta tesa a sgretolare sempre di più la separazione tra Stato e Chiesa, tra repubblica italiana e clero. Questo ha creato una situazione in cui una presa di posizione legittima – un professore che si rivolge pubblicamente al proprio rettore – e fondata sulla separazione delle sfere di competenza, viene classificata, bollata e demonizzata come un’intolleranza da parte mia, dei miei colleghi e degli studenti. L’intolleranza quotidiana è quella che arriva alle telefonate del cardinal Bertone ai deputati italiani di stretta osservanza cattolica perché non votino certe leggi».

«Se questa reazione è un’intolleranza o un ’divieto di parlare’, siamo a un tale stravolgimento della realtà dei fatti che, da un lato, non può che indignarmi; dall’altro – vedendo che tutta la sinistra e il centrosinistra si accoda a questa mistificazione – deprimermi profondamente. C’è un’incapacità di reagire a questo pensiero unico per cui il depositario dei valori è la religione e i laici non hanno valori. Per acquietare le coscienze e orientarsi sul senso della vita, sul lecito e il non lecito, su tutte queste cose l’unico riferimento ritorna a essere la religione. È colpa nostra».

Grazie, professor Cini.

Pubblicato su Grrr!, Opinioni. 3 Comments »

Peso el tacòn del buso

Peggio il rattoppo del buco, si dice in Veneto.

Se si dovesse scegliere, tra i tanti, un esempio dell’italica furbizia e dei suoi tragicomici risultati si dovrebbe prendere la vicenda della presenza papale all’inaugurazione dell’anno accademico nella più grande università italiana per numero d’iscritti (non la più antica, né la più prestigiosa, però).

Riassunto delle puntate precedenti. A metà novembre si diffonde la notizia che Joseph Ratzinger, alias Benedetto XVI, è invitato a tenere la lectio magistralis in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico. Almeno il suo predecessore aveva formulato delle tardive e stentate scuse per il processo a Galileo Galilei e qualche altra assortita nequizia della chiesa. Ma questo non fa mistero di non pensarla così ed è stato fino all’altro ieri responsabile del Sant’Uffizio e distributore di censure a chiunque, dall’interno della chiesa, fosse portatore di istanze modernizzatrici (per me non fa molta differenza, ma per alcuni – lo capisco – ne fa molta). Tra l’altro, l’ultima volta che il pontefice ha tenuto una lectio magistralis, a Ratisbona, ha provocato la reazione indignata dei fratelli islamici: con buona pace dell’ecumenismo. I laici insorgono. Il professor Marcello Cini scrive una lettera aperta.

Il rettore Renato Guarini fa marcia indietro. Astuta soluzione: l’inaugurazione dell’anno accademico sarà rigorosamente laica, ma – dato che il papa si troverà quel giorno a passare di là – perché non invitarlo a dire due parole sulla pena di morte (che secondo il codice ecclesiastico e il catechismo della chiesa cattolica è pena prevista e lecita)? Magari apparentandola con l’aborto, come la retorica perversa di queste settimane ha preteso di fare? Esempio fulgido di genio italico.

Qualcuno protesta. 67 su 4.000, minimizza Guarini. Che protesta civilmente non lo dice nessuno. Anzi si grida alla censura e si invocano i principi della sacrosanta libertà di parola. Come se il papa non occupasse quotidianamente radio televisioni e carta stampata per intervenire pesantemente nella vita politica italiana e nelle questioni private dei cittadini, soprattutto in materia di sessualità. Come se questa non fosse l’ennesima, superflua occasione di dire la sua.

Le anime belle della libertà religiosa organizzano veglie e contro-manifestazioni. Sono gli stessi, badate bene, che appena qualche settimana fa si sono rifiutati di ricevere il Dalai Lama per non far irritare i preziosi partner commerciali cinesi (aveva fatto eccezione, gliene va dato atto, soltanto Bertinotti).

Poi il capolavoro: il papa non ci va più. Offeso, se fosse un comune mortale. Ma per alcuni non lo è: dunque maestosamente superiore alle nostre povere beghe. Autogol alla Cordoba.

Le anime belle, destra e sinistra, delirano all’unisono:

Veltroni: l’intolleranza fa male alla democrazia (ma anche…)

Berlusconi: intolleranza e fanatismo (Veltroni il fanatismo se l’era dimenticato)

Casini: onda di vergogna sull’università (il bìgamo)

Cicchitto: bravi nipotini di Zdanov e Goebbels (da che pùlpito, il nipotino di Bettino…)

Udeur: pessima figura italiana (come non concordare?)

Giordano: sono molto dispiaciuto (irrilevante, come solo lui sa essere)

Fini: profondamente amareggiato e indignato per il clima anticlericale (ma dov’era, in Spagna?)

Di Pietro: umiliato come cittadino e come credente perché la chiesa è portatrice di pace (rimandiamolo a scuola!)

Formigoni: Bush può andare in Iraq, il Papa no in una università (forse prima la dovrebbe invadere con le famose divisioni di staliniana memoria)

Ferrara: vergogna inaccettabile, tutto questo in odio a un uomo mite, colto, sensibile (sì, sta parlando di Ratzinger! voglio conoscere il suo pusher)

Castelli: hanno vinto i nazisti rossi (questa volta non i suoi nazisti verdi, evidentemente)

Follini: rinuncia a lezione di spirito liberale (Ratzinger l’ha denunciato per diffamazione, suppongo)

Calderoli: superato ogni limite (lasciatelo dire a me che me ne intendo)

Bertinotti: no comment (premio ignavia 2008)

Quest’oggi voto Boselli (e mi costa, veh se mi costa…):

“Quella di annullare la visita credo sia una scelta opportuna”. Lo afferma il leader del Ps Enrico Boselli. “Bisogna ricordare – osserva ancora – che il clero in questi mesi ha contestato leggi in vigore, penso alla 194, e ha ammonito a non fare altre leggi, penso a quella sulle unioni civili. Per questo quando entrano fortemente nel dibattito politico devono attendersi che qualcuno risponda”. Ai cronisti che chiedono se oggi si sia registrata una “vittoria laica”, Boselli boccia questa lettura: “Credo che nessuno abbia il diritto di mettere il bavaglio al Papa, ma di fronte a questi continui interventi del Vaticano è giusto che alcuni studenti, alcuni intellettuali abbiano il diritto di critica, hanno il diritto di ricordare che la scienza deve essere svincolata dalla religione. Quanto al laicismo – conclude Boselli – non credo esista. Esiste la laicità alla quale si ispira la stragrande maggioranza dei cattolici italiani. Piuttosto si sarebbe dovuto riflettere di più prima di avanzare questo invito, tuttavia tutto si può dire tranne che le gerarchie cattoliche non abbiano pieno acceso ai mass-media italiani com’è giusto che sia in un Paese democratico”.

Pubblicato su Grrr!, Opinioni. 7 Comments »

Ucciso perché gay, è stato giustiziato Makwan – di Carla Reschia

Da La Stampa una notizia che si commenta da sola. Anzi, un commento voglio farlo: questi sono i frutti velenosi della religione. Di tutte le religioni.

All’età di 13 anni aveva avuto un rapporto con un coetaneo. Vana ogni richiesta di clemenza
Appelli, mobilitazioni, è stato tutto inutile. Quella di Makwan Moloudzadeh, 21 anni nemmeno compiuti, avvenuta ieri nella prigione di Kermanshah, è stata la sesta esecuzione di un minorenne al momento del reato dall’inizio dell’anno in Iran.  E’ Amnesty ad annunciare il mancato lieto fine dell’ennesima mobilitazione internazionale contro la pena capitale. Denunciando, ha detto il presidente della sezione italiana, Paolo Pobbiati, che «L’uso della pena di morte in Iran ha raggiunto livelli aberranti: tra le persone già messe a morte o a rischio di esecuzione quest’anno vi sono omosessuali, adulteri, prigionieri di coscienza, giornalisti. L’Iran è il Paese che dal 1990 ha assassinato il maggior numero di minorenni all’epoca del reato, 28 in totale, in violazione del diritto internazionale che impedisce queste esecuzioni».
Un vero assassino, condotto a termine a dispetto degli appelli e delle promesse di revisione di un processo quanto mai sommario, in condizioni di semiclandestinità, ieri,  alle 5 del mattino, nel più totale silenzio di stampa, istituzioni e associazioni. Nemmeno l’avvocato, il padre e lo zio di Makwan sono stati informati.
E’ già un’icona per gli attivisti dei diritti umani Makwan Moloudzadeh che il 7 luglio era stato condannato a morte semplicemente per la sua omosessualità. L’accusa era, inizialmente, quella di aver stuprato un suo coetano nel 1999, all’età di tredici anni.  Ma in seguito la presunta vittima aveva ritrattato e l’accusa era diventata solo quella di «lavat», di sodomia, passibile tuttavia di morte.
Moloudzadeh, che era stato arrestato il 1° ottobre 2006 a Paveh, nella provincia di Kermanshah, in carcere era stato maltrattato e forse torturato. Ora ci si aggrappa ai cavilli:  la legge iraniana prevede che gli atti omosessuali commessi dai minori di 14 anni e mezzo debbano essere puniti «solo» con la fustigazione. E’ stato il giudice, esercitando il proprio potere discrezionale, a stabilire che Moloudzadeh, che aveva raggiunto la pubertà all’epoca del reato,  poteva essere trattato come un adulto. Tanto che pochi giorni  fa il ministro della Giustizia iraniano, l’Ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi, aveva sospeso la condanna manifestando l’intenzione di concedere la grazia.
Ora l’esecuzione, che pone la parola fine a ogni speranza.  Il Gruppo EveryOne, che per primo si è battuto per denunciare il caso,  ricorderà Makwan e il suo martirio con un premio annuale che verrà assegnato a chi si distinguerà nella lotta a favore dei diritti umani e contro l’omofobia. L’edizione di quest’anno è già andata a un’altra esponente dell’Iran, Paese che rischia di fornire molti martiri ed eroi in futuro: è stata premiata Glenys Robinson, cittadina del Regno Unito che vive in Italia e che «ha dimostrato particolari sensibilità e coraggio e ha cooperato in modo determinante per la liberazione di Pegah Emambakhsh, donna iraniana fuggita per evitare la lapidazione». Pegah, come si ricorderà, ce l’ha fatta. Makwan, no.

Trenitalia

Boris è stato fuori qualche giorno (per questo ha trascurato il blog), godendo del privilegio di viaggiare con Trenitalia (se vi siete chiesti perché, alla fine di ogni viaggio, Trenitalia vi ringrazia per aver scelto di viaggiare con loro, quando apparentemente non ci sono alternative – è perché su alcune limitate tratte avreste potuto scegliere di viaggiare con Cisalpino, una società italo-svizzera, per esempio da Viareggio a Lugano).

Il viaggio è stato allietato, oltre che dalla letteratura che avevo portato con me, dalla patinata rivista Riflessi, Mensile per i viaggiatori di Trenitalia realizzato da ART Servizi editoriali SpA. Il periodico vanta una redazione di 10 persone e al numero di ottobre hanno collaborato altre 10 redattori.

La rivista, che ho avuto altre volte occasione di sfogliare, appartiene più alla categoria dell’inutile che del francamente dannoso: un blando irritante, direi, non un veleno.

Ma questo è un numero speciale, che annuncia fin dalla copertina: “al top della tecnologia” (sì, senza lettere maiuscole e con un superfluo anglicismo) – “Primato mondiale delle Ferrovie dello Stato nei sistemi intelligenti”.

Tutto fantastico. Avevo l’onore di viaggiare su uno dei nuovi ETR 500 AV (alta velocità), con il restyling effettuato da Giorgetto Giugiaro (che ha corretto gli errori di progettazione dell’altrettanto celebrato Pininfarina, i cui tavolini impediscono di muovere le gambe a chiunque sia più alto di Vittorio Emenuele III): “comfort, qualità, ottimi servizi a bordo”. Nella mia carrozza di seconda classe, nessuna delle 2 toilette funzionava: fuori servizio. Così nelle altre carrozze di 2° classe: ma che cosa pretende il viaggiatore, in fin dei conti ha pagato soltanto 51€ per la tratta Milano-Roma. Boris ha raggiunto la prima toilette fruibile di 1° classe chiedendosi se, sorpreso da un controllare, avrebbe dovuto pagare un supplemento di tariffa.

Colgo l’occasione anche per segnalarvi che da qualche mese, o forse da un paio d’anni, le toilette sono segregate per sesso (o per genere, non saprei). Sono identiche, disponendo entrambe di vani per i sacchetti per gli assorbenti, ma segregate. Non che faccia differenza, quando sono tutte guaste; ma quando i guasti colpiscono soltanto una frazione dei bagni, questa bella idea della segregazione dimezza la possibilità di trovare una toilette. Chissà se è il frutto delle elucubrazioni di qualche comitato di funzionari, convinto di possedere l’esatta cognizione dei desideri e delle priorità dei viaggiatori, o se è stato il risultato di un’indagine di customer satisfaction, oppure ancora una richiesta esplicita del cardinale Ruini e della senatrice Binetti.

Pubblicato su Grrr!. 2 Comments »