Famiglia e famiglia

Ho l’impressione che il dibattito corrente sarebbe molto più pacato e che parecchie centinaia di migliaia di persone avrebbero visitato Roma più serenamente se l’italiano avesse due termini separati, e non uno solo, per denotare due significati diversi del termine “famiglia”.

Mi spiego subito. In inglese, ad esempio, ci sono due parole, family (secondo il Merriam-Webster online: “a group of individuals living under one roof and usually under one head”; e anche: “the basic unit in society traditionally consisting of two parents rearing their children; also: any of various social units differing from but regarded as equivalent to the traditional family”) e household (“those who dwell under the same roof and compose a family; also : a social unit composed of those living together in the same dwelling”).

Wikipedia si diffonde sull’argomento un po’ di più:

A family consists of a domestic group of people (or a number of domestic groups), typically affiliated by birth or marriage, or by analogous or comparable relationships — including domestic partnership, adoption, surname and (in some cases) ownership (as occurred in the Roman Empire).

In many societies, family ties are only those recognized as such by law or a similar normative system. Although many people (including social scientists) have understood familial relationships in terms of “blood”, many anthropologists have argued that one must understand the notion of “blood” metaphorically, and that many societies understand “family” through other concepts rather than through

Article 16(3) of the Universal Declaration of Human Rights says: “The family is the natural and fundamental group unit of society and is entitled to protection by society and the State”.

Quanto a household:

The household is the basic unit of analysis in many microeconomic and government models. The term refers to all individuals who live in the same dwelling.

Most economic models do not address whether the members of a household are a family in the traditional sense. Government and policy discussions often treat the terms household and family as synonymous, especially in western societies where the nuclear family has become the most common family structure. In reality, there is not always a one-to-one relationship between households and families.

Questo dovrebbe permettere un po’ di chiarezza.

Quando si dice che la nostra Costituzione (art. 29: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”) dà rilevanza costituzionale alla famiglia, sta – secondo me – parlando chiaramente della family. Non è un caso, a parer mio, che riecheggi l’articolo 16(3) della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che è coeva della nostra Costituzione. Gli antropologi, probabilmente, hanno molto da ridire sul concetto di “società naturale fondata sul matrimonio” (la Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo è un po’ più prudente).

Rispetto al dibattito corrente mi permetto due commenti:

  1. parlare di “società naturale” non equivale a richiamare il diritto naturale; un formicaio è una società naturale, ma la filosofia del diritto non c’entra niente;
  2. limitare la famiglia a quella “fondata sul matrimonio” probabilmente non è stata una buona idea; ma è certo che non c’è scritto “matrimonio concordatario”. L’articolo 29 della Costituzione prosegue così: “Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”. Tradotto in italiano: la Costituzione rinvia alla legge ordinaria il compito di regolamentare giuridicamente il matrimonio, dando due direttive: una a tutela degli individui (eguaglianza morale e giuridica dei coniugi) e una a tutela dell’unità familiare. Giusto per polemica: la prima direttiva è stata ampiamente disattesa per 27 anni, fino alla riforma del diritto di famiglia del 1975. A essere pignoli e fedeli allo spirito e alla lettera della Costituzione, sarebbe opportuno modificare le norme sul matrimonio per meglio tutelare le nuove forme di famiglia: il contrario della strada intrapresa dai Dico, che tutelerebbero soltanto i diritti dei singoli!

Household è invece un’unità economico-statistica. Quando parliamo, ad esempio, di reddito familiare o di famiglie che non arrivano alla fine del mese (altro argomento del dibattito) ci riferiamo a questa accezione.

Riporto qui sotto alcune definizioni statistiche:

  1. One person or a group of people who have the accommodation as their only or main residence and for a group, either share at least one meal a day or share the living accommodation, that is, a living room or sitting room (Regno Unito, Office for National Statistics).
  2. A household includes all the persons who occupy a housing unit. A housing unit is a house, an apartment, a mobile home, a group of rooms, or a single room that is occupied (or if vacant, is intended for occupancy) as separate living quarters. Separate living quarters are those in which the occupants live and eat separately from any other persons in the building and which have direct access from the outside of the building or through a common hall. The occupants may be a single family, one person living alone, two or more families living together, or any other group of related or unrelated persons who share living arrangements. (People not living in households are classified as living in group quarters.) (Stati Uniti, Census Bureau).

Lo vedete il casino comportato dalla poca chiarezza? Quando si parla di politiche – ad esempio di politiche economiche, come l’accesso alla sanità o all’asilo-nido – o di diritti economici e patrimoniali – ad esempio il diritto ereditario o la reversibilità della pensione – secondo me il concetto rilevante è quello di household. Perché infilarsi nel ginepraio del diritto naturale, della famiglia con la F maiuscola, dei rapporti tra Stato e chiesa eccetera? Oppure è una confusione voluta che nasconde anche interessi economici?

E l’Istat, si chiederà qualcuno di voi, distingue tra le due accezioni del termine famiglia? Non tanto, temo. La definizione che si trova sul loro Glossario è questa: “Insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune (anche se non sono ancora iscritte nell’anagrafe della popolazione residente del comune medesimo). Una famiglia può essere costituita anche da una sola persona. L’assente temporaneo non cessa di appartenere alla propria famiglia sia che si trovi presso altro alloggio (o convivenza) dello stesso comune, sia che si trovi in un altro comune. La definizione di famiglia adottata per il censimento è quella contenuta nel regolamento anagrafico”.

Nel Glossario delle pubblicazioni tematiche sulle famiglie e le condizioni sociali (ad esempio, questa) si introduce però una differenza tra famiglia e nucleo: “la famiglia è costituita dall’insieme delle persone coabitanti legate da vincoli di matrimonio o parentela, affinità, adozione, tutela o affettivi”; “il nucleo è l’insieme delle persone che formano una coppia con figli celibi o nubili, una coppia senza figli, un genitore solo con figli celibi o nubili”. E si aggiunge: “una famiglia può coincidere con un nucleo, può essere formata da un nucleo più altri membri aggregati, a più nuclei (con o senza membri aggregati), o da nessun nucleo (persone sole, famiglie composte ad esempio da due sorelle, da un genitore con figlio separato, divorziato o vedovo, eccetera)”. Non è facile, ma sembra di capire che il nucleo approssima il concetto di family, e la famiglia quello di household. But not quite. Se qualcuno ne sa di più, mi aiuti.

Scomunica

Se ne parla molto in questi giorni, e per lo più a vanvera, come accade in genere quando il chiacchiericcio è alimentato da giornalisti e “opinionisti” che si fanno un punto d’onore del non documentarsi mai e dell’occultare i fatti e qualunque altro elemento dotato di una qualche oggettività e verificabilità (e poi, nella maggior parte dei casi, tuonano contro il relativismo).

Secondo Wikipedia: “La scomunica è un atto legale della chiesa cristiana che implica vari gradi di esclusione di un suo membro dalla comunità dei fedeli a causa di gravi ed ostinate infrazioni alla morale e/o alla dottrina riconosciuta. Il termine scomunica appare per la prima volta in documenti ecclesiastici nel quarto secolo. Nel quindicesimo secolo si comincia a fare una distinzione fra coloro che devono essere allontanati a causa di gravi errori (i vitandi), e quelli che possono essere tollerati (i tolerati, che dovevano essere solo rigidamente esclusi dai sacramenti). […] Nell’ambito del diritto canonico cattolico , la scomunica è la più grave delle pene che possa essere comminata a un battezzato: lo esclude dalla comunione dei fedeli e lo priva di tutti i diritti e i benefici derivanti dall’appartenenza alla Chiesa, in particolare quello di amministrare e ricevere i sacramenti. La scomunica è una delle tre censure ecclesiastiche previste dal diritto canonico: le altre censure sono l’interdetto e la sospensione a divinis (quest’ultima può essere inflitta solo ai chierici). La scomunica può essere inflitta solo a una persona fisica, laica o ecclesiastica, non a enti e confraternite, e cessa con l’assoluzione che può e deve essere data non appena lo scomunicato si pente sinceramente della colpa commessa.”

Alcune considerazioni:

  1. Il processo di “giuridicizzazione” della fede cristiana è un processo storico, estraneo alla chiesa delle origini (che, anzi, reagiva ai minuziosi elenchi di norme dell’ebraismo – andatevi al leggere sulla Bibbia il Levitico! –: Gesù dice che il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato), probabilmente scaturito dall’incontro con il diritto romano;
  2. Il processo di “codificazione” è ancora più recente: il Codex Iuris Canonici è stato promulgato nel 1917 da papa Benedetto XV (data e nome del papa sono evocativi, vero?). Una versione riformata, fortemente voluta da papa Giovanni XXIII e ispirata ai principi del Concilio Vaticano II, è stata promulgata nel 1988. Sul web è disponibile il testo integrale, con strumenti di ricerca veramente ben fatti.
  3. La scomunica è l’effetto di una sentenza giuridica.
  4. La scomunica è sempre inflitta a una persona.
  5. Nel diritto canonico c’è un principio generale: “Ogni battezzato, il quale non ne abbia la proibizione dal diritto, può e deve essere ammesso alla sacra comunione” (Canone 912).
  6. L’eccezione al principio è la seguente: “Non siano ammessi alla sacra comunione gli scomunicati e gli interdetti, dopo l’irrogazione o la dichiarazione della pena e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto” (Canone 915).

Primo maggio – per non dimenticare

Proprio il primo maggio, prima che scoppiassero tutte le polemiche sulle dicharazioni di Andrea Rivera, parlavo con un amico e gli ricordavo che, durante il governo Berlusconi, il concerto del Primo maggio era stato trasmesso in differita di circa un’ora (a me pareva di ricordare di una decina di minuti) per dare il modo ai censori della Rai di tagliare eventuali “dichiarazioni dal palco contro la guerra e Berlusconi”, in nome della par condicio (che nessuno ha capito bene che cosa sia e che quindi ognuno può stiracchiare dalla sua parte come la proverbiale pelle dei…). Anche quella volta i sindacati confederali acconsentirono, non so (né voglio sapere) se per realpolitik o codardia.

Nei giorni successivi ne ho parlato con altri amici, e nessuno se ne ricordava. Capisco che i media non hanno memoria, e noi con loro, ma se non vigiliamo ci troveremo privi delle libertà più elementari senza essercene accorti.

La notizia l’ho trovata sull’archivio de la Repubblica, ma ad ogni buon conto la riporto qui sotto integralmente.

L’anno scorso dal palco dichiarazioni contro il governo
Rai, il concerto del Primo maggio
andrà in onda in differita

“Evitare che si trasformi in una manifestazione politica”

Silvestri al concerto
 

ROMA – Il concerto del primo maggio non andrà in onda in diretta ma in differita di circa un’ora. La decisione è stata presa sulla base di una raccomandazione al direttore generale voluta dal consigliere Angelo Maria Petroni. E’ la prima volta che il concerto del primo maggio non viene trasmesso in diretta. La richiesta, a quanto si apprende, è stata fatta da Petroni affinché la trasmissione con la ripresa del concerto, in onda su Raitre, non si trasformi in una “manifestazione politica”.

L’anno scorso ci furono polemiche per le dichiarazioni dal palco contro la guerra e Berlusconi di molti cantanti, fra cui Daniele Silvestri, Meg dei 99 Posse e i Tiromancino. Dalla Rai dicono: “Una misura dettata anche dalla legge sulla “par condicio”.

La decisione è stata anche presa, secondo quanto si apprende alla Rai, per evitare che possano verificarsi episodi che mettano a repentaglio la vita degli ostaggi italiani in Iraq considerando che proprio il primo maggio scade l’ultimatum da parte dei sequestratori.

La raccomandazione non ha intenti censori ma è solamente di carattere cautelativo. Sugli eventuali interventi – è stato precisato – proprio per evitare censure ingiustificate saranno decisi di comune accordo dai dirigenti della Rai e dai sindacati.

(27 aprile 2004)

Chi mazzola Rivera?

Ringrazio il Manifesto per l’ispirazione del titolo di questo post.

Non ho visto l’intervento di Andrea Rivera al concerto del 1° maggio che ha suscitato tante polemiche. Ho letto però sui giornali la trascrizione (riporto qui quella pubblicata su NoiPress.it, quotidiano online dell’UDC): “Il Papa ha detto che non crede nell’evoluzionismo. Sono d’accordo, infatti la chiesa non si è mai evoluta”. “Non sopporto – ha proseguito – che il Vaticano abbia rifiutato i funerali di Welby. Invece non è stato così per Pinochet, a Franco e per uno della banda della Magliana. E’ giusto così assieme a Gesù Cristo non c’erano due malati di Sla, ma c’erano due ladroni”.

Ormai lo sapete come la penso, in generale, e anche che mi piace “fare a pezzi” i problemi per cercare di capirci qualcosa. Propongo quindi di fare insieme un po’ di esperimenti mentali (quelli che Einstein chiamava Gedankenexperimenten).

Il problema è in quello che Rivera ha detto? Non condivido la prima affermazione (l’evoluzionismo è una teoria scientifica e non ci si “crede“), né la seconda (la chiesa si è evoluta tantissimo in venti secoli, magari non nella direzione in cui avrei voluto io, e magari in ritardo sulla storia, ma si è evoluta, eccome!). La terza mi sembra condivisibile (salvo che per un aspetto marginale).

Analizziamola, perché consta di tre parti: la parte centrale descrive un fatto, arduo da smentire (i funerali religiosi sono stati rifiutati a Welby, non ad Augusto Pinochet, a Francisco Franco e a un boss della Magliana). La premessa (“non sopporto”) è un’opinione – ci torneremo, ma mi sembra che la libertà di opinione sia garantita dalla nostra costituzione (il famoso articolo 21: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”). La conclusione, che penso voglia essere una battuta, è imprecisa soltanto perché secondo i vangeli furono crocefissi con Cristo due ladroni, mentre Pinochet e soci sono assassini!

Il problema è che Rivera ha citato questi fatti ed espresso la sua opinione in televisione? In televisione la libertà di opinione è sospesa? C’è una norma, di qualunque livello che lo dice? La potrei conoscere? Fa differenza che l’abbia detto alla tv di Stato invece che su una rete commerciale? Fa differenza che l’abbia detto in una trasmissione molto seguita piuttosto che di notte sul programma della Dandini? Lascio a voi di riflettere sulle risposte.

Oppure il problema è che Rivera ha espresso un’opinione difforme da quella della Chiesa cattolica? La Chiesa cattolica deve essere per principio esente da critiche? Da parte di tutti, anche di chi si professa ateo o agnostico o di un’altra religione? Anche qui, c’è una norma? Certamente il concordato non giunge a tanto. Aggiungo che, anche per un cattolico, il papa è infallibile quando espone un dogma ex cathedra, non quando esprime un’opinione in un discorso…

In generale, è giusto che le questioni religiose siano poste su un piano diverso dal dibattito su qualunque altro argomento – politico, etico, calcistico… – e che al prete sia riservato uno status e un rispetto da quello che si riserva agli altri “esperti” che popolano le discussioni televisive?

Infine, l’accusa di terrorismo. La mia opinione personale è che la tesi dei “cattivi maestri” che armano la mano dei brigatisti, degli ultrà, degli stupratori eccetera non regga in generale. Meno che mai penso che Rivera abbia espresso opinioni scriteriate, offensive, che incitano all’odio.

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La squadra 8 (2)

Sì, mi sto commercializzando. Ho visto che oggi in tanti hanno cercato notizie sulla puntata di ieri (e il mio post era vecchio), così ruffianamente dico la mia, per guadagnare in popolarità.

Un’ipotesi è che quello di Ruotolo sia un bluff. Ha cambiato di nascondiglio perché l’avrebbe fatto comunque e mette alla prova la De Luca per capire come reagisce sotto stress. La De Luca è una dura, non batte ciglio, tutto bene. Non ci credo neppure io.

Scenario più inquietante. Cafasso ha sbagliato: lo sappiamo tutti, e anche lui, che al Sant’Andrea c’è una talpa. Non doveva far partecipare i suoi all’operazione, ma soltanto i NOCS. Ne fotte più l’orgoglio del petrolio (George Vasco Bush). Certo, a questo punto il più sospetto è Battiston…

La De Luca potrebbe anche salvarsi: ad esempio, a Ruotolo viene una bella fitta al momento di sparare, chiude gli occhi un momento e la De Luca, rapida come un cobra… Poi torna con il marito (magari dopo un momento di tenerezza con Sciacca, che gli farebbe solo che bene). Certo la De Luca a questo punto sarebbe bruciata e nella prossima serie non ci sarà più.

A margine: per una volta ha sbagliato anche Pettenella. La paranoia è ciò che un bravo sbirro dovrebbe tenersi di più caro. Dice bene Max Peltier (Tom Sizemore) in Strange Days: “The issue isn’t whether you’re paranoid, but whether you’re paranoid enough”.

Obituary: Boris Eltsin

Ieri (23 aprile 2007) è morto, a 76 anni, Boris Eltsin.

Scrivo questo necrologio soltanto perché qualcuno di voi potrebbe pensare che mi chiamo Boris in suo onore. Niente di meno vero. Ho già spiegato perché mi chiamo Boris Limpopo. Se devo scegliere, meglio Boris Godunov, almeno il dramma musicale di Modest Mussorgsky è bellissimo (vi consiglio la doppia versione Gergiev/Kirov).

Eltsin, anzi, mi stava antipatico e ha molte responsabilità in merito alla tragi-comica catastrofe russa. Il suo ruolo nel tentato golpe dell’agosto 1991 è tutt’altro che chiaro: figurò come il salvatore di Gorbacev, ma ne insidiò (efficacemente) la leadership fino a costringerlo alle dimissioni, il 25 dicembre dello stesso anno. Il 26 stesso, il giorno dopo aver preso il potere, decretò lo scioglimento dell’URSS. Non era certo un democratico: il 17 marzo 1991 i tre quarti dei votanti aveva risposto affermativamente al referendum che chiedeva: “Ritenete opportuno il mantenimento dell’Unione delle Repubbliche Sovietiche Socialiste come rinnovata federazione di repubbliche sovrane, nelle quali diritti e libertà di ogni individuo di qualunque nazionalità saranno pienamente garantiti?”. Nell’ottobre del 1993 assediò il parlamento con i carri armati. Nel 1994 inviò un contingente di 40.000 soldati per soffocare le richieste di indipendenza della Cecenia. Dopo aver sprofondato la Russia in una crisi economica senza precedenti, alla fine del 1999 si ritirò, lasciando il posto al suo delfino Putin e confermando il noto detto che al peggio non c’è fine.

Si ricorda di lui un solo detto memorabile: “Si può costruire un trono con le baionette, ma non sedervicisi a lungo”.

Giallo d’interizia (1)

Siamo in grado di svelarvi i piani segreti di Mancini e Moratti. L’obiettivo è molto più ambizioso di quello di festeggiare lo scudetto con sei giornate d’anticipo. Quello è un obiettivo alla portata di molte squadre, se non di tutte. Ma soltanto l’Inter è in grado di perderlo, adesso. Il piano è questo: accumulare sconfitte fino a trovarsi con soltanto due punti di vantaggio alla vigilia dell’ultima giornata, e poi subire il goal decisivo in pieno recupero. Ragazzi, ce la possiamo fare. L’abbiamo già fatto, anche se non con questa eleganza.

Questo è quello che noi tifosi vi chiediamo. Siamo stanchi di essere accompagnati dall’antipatia e il sospetto che circondano i vincenti.

Inter, per tornare a perdere!

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È la stampa, bellezza (1)

Titolo di prima pagina di Metro di oggi (18 aprile 2007): “La strage sul lavoro anche ieri due morti”.

Il tema è tragico, e vorrei che nessuno, in Italia e nel mondo, morisse così. Il fatto che il rispetto delle norme di sicurezza scongiurerebbe gran parte degli incidenti – e che il mancato rispetto delle norme sia frutto di calcolo economico (oltre che di sciatteria), nel senso che il costo della loro applicazione viene cinicamente comparato con l’entità del danno (valore della vita perduta per la probabilità dell’evento) – rende il fenomeno particolarmente odioso.

Ma non è di questo che voglio parlare. Voglio soffermarmi, invece, sull’opera di disinformazione che la stampa, e i media in generale, fanno su questo e sugli altri fenomeni, e su quello che possiamo fare noi, da soli, per informarci più correttamente. Premetto subito che il testo dell’articolo di Metro è particolarmente onesto, se paragonato quanto hanno detto e scritto organi d’informazione più titolati. Non riesce, però, a evitare la frase di prammatica: “Le morti bianche sono ormai una vera e propria emergenza nazionale”. Tutto ciò di cui parlano i (tele)giornali è emergenza! per essere newsworthy (“notiziabile”, l’ho sentito tradurre!) la notizia deve essere fuori dalla norma (l’uomo che morde un cane) e se non lo è la si rende tale.

Il resto dell’articolo, in questo caso, ci aiuta a ragionare. Secondo Onorio Rosati, segretario generale della Camera del lavoro di Milano, che anticipa i dati dell’osservatorio nazionale che verranno diffusi a fine aprile: “i dati del 2006 già registravano una crescita, con 1.280 decessi rispetto ai 1.265 morti del 2005”.

Prima considerazione: la crescita del 2006 è una brutta notizia, ma non è una crescita molto consistente sotto il profilo quantitativo (lo so, per le 15 famiglie in più che piangono una persona cara, che magari era quella che portava in casa il solo reddito è una tragedia). La variazione è dell’1,2%. Potrebbe essere una fluttuazione casuale, e non l’emergere di una tendenza. Per poter valutare è necessario almeno vedere una serie storica più lunga.

Seconda considerazione. In un anno ci sono 365 giorni. Nel 2005 e nel 2006, quindi, in Italia si sono verificate in media 3,5 morti bianche al giorno. Paradossalmente, quella di ieri è stata una giornata buona. Altro che emergenza, verrebbe da commentare, se non si trattasse di un argomento su cui non si scherza.

Terza considerazione. Non mi ricordo nel 2005 e nel 2006 un solo articolo di giornale sull’argomento, non con questa evidenza, quanto meno. Bene che i giornalisti se ne occupino adesso, ma allora di che si occupavano? Ovvio, di qualche altra emergenza, vera o creata ad arte: gli incendi boschivi, le piogge torrenziali, i rifiuti in Campania, il riscaldamento globale, i pezzi di ghiaccio che cadono dal cielo (ve lo ricordate, qualche anno fa? ne eravamo bombardati, a leggere i giornali e a guardare i telegiornali! Poi, come erano venuti, sono spariti nel nulla).

Quarta e ultima considerazione. Cito ancora l’articolo di Metro: “dall’inizio del 2007 (escluse le due vittime di ieri) ci sono stati 304 morti sul lavoro”. È un ulteriore campanello d’allarme, no? O così sembra dal contesto. Ma facciamo un altro piccolo calcolo (niente paura, sempre roba da elementari). Dall’inizio dell’anno all’altro ieri sono passati 105 giorni. In media, quest’anno, ci sono stati finora 2,9 morti bianche al giorno. Se si fosse mantenuta la media giornaliera dell’anno scorso, avremmo avuto nello stesso periodo 368 morti. Si sono salvate, nei primi mesi di quest’anno, 64 vite umane. Se questo ritmo dovesse continuare fino alla fine dell’anno, i morti sarebbero 1.057, 223 in meno dell’anno scorso. Il ragionamento è un po’ semplificato, perché purtroppo anche gli incidenti sul lavoro hanno una loro stagionalità (nell’edilizia sono più frequenti nei mesi caldi e di bel tempo), ma aiuta a capire dove si annidano le trappole della disinformazione.

Conclusione: che fare, per informarci più correttamente? la parola d’ordine è disintermediazione. Che vuol dire: andare direttamente alle fonti e usare gli strumenti che abbiamo, soprattutto il nostro senso critico. Le fonti: abbiamo il web e Google, tutto è a portata di mouse. In questo caso, e con qualche difficoltà, in 10 minuti ho trovato la banca dati dell’Inail (ma è soltanto un esempio). Il senso critico: non dobbiamo avere paura di “far di conto”, anche se a scuola ci hanno terrorizzato con la matematica e, nel nostro paese di santi navigatori legulei e commissari tecnici della nazionale, preferiamo una bella argomentazione capziosa a un solido ragionamento quantitativo. Tre punti su questo. Primo, molti strumenti li abbiamo già: e sono le elementari capacità aritmetiche e ancora di più l’abitudine alla comparazione, a mettere in rapporto tra loro misure quantitative. Secondo, altri li possiamo trovare sul web: soprattutto un aiuto a interpretare le cifre (i famosi metadati di cui ho già parlato sul blog). Un buon esempio è il sito dell’Istat, alla voce Strumenti. Terzo, dobbiamo imparare a discernere le informazioni statistiche di buona qualità. Qui il discorso è lungo e complicato, ma in genere le fonti statistiche ufficiali internazionali sono di buona qualità, se non altro perché devono rispondere a standard internazionali, sono sottoposte alla critica attenta degli accademici e delle associazioni di cittadini e consumatori e, soprattutto, sono sotto gli occhi di tutti. Una presentazione interessante la trovate sul sito Il valore dei dati: saperne di più, decidere meglio.

Il direttore

In un posto di lavoro (non il mio, credetemi), uno dei direttori ha affisso (o fatto affiggere) sul battente della sua porta un foglio di dimensione A3 (grosso modo 42 centimetri per 30) su cui campeggia la scritta a caratteri cubitali: IL DIRETTORE.

Sorge spontanea la domanda… anzi ne sorgono molte: l’ha scritto per sé o per gli altri? teme che non gli venga riconosciuto il ruolo? ha una bassa considerazione di sé? pensa o sa di non meritarsi quel posto? oppure semplicemente è una persona svagata, che senza un aiuto visibile non trova la strada per la sua stanza?

A seconda delle risposte, possiamo suggerire di aggiungere un poster con le sue sembianze e qualche insegna di status, o uno specchio; oppure di installare un sentiero luminoso (come quello che sugli aerei si dovrebbe accendere in caso di evacuazione – no, non voglio vedere come funziona veramente) con delle frecce che guidino alla stanza.

Sono curioso di sapere se qualcuno di voi conosce casi simili.

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Wittgenstein

Rispondo pubblicamente a un commento su Somiglianze di famiglia.

Ho con Wittgenstein un rapporto di amore-odio. I suoi testi sono densi come melassa, e leggerli è faticosissimo: perdi la concentrazione un momento e ti chiedi: “ma che sta dicendo? sono io che non capisco?”. Frustrante.

Ho il sospetto che fosse affetto da sindrome di Asperger: questo spiegherebbe anche la sua incapacità di entrare in rapporto con le altre persone, molto più della sua supposta omosessualità (no pun intended). Non minacciava soltanto gli interlocutori con un attizzatoio (ma poteva mai essere a corto di idee?). Quando faceva il maestro, picchiava gli scolari e ne mandò uno all’ospedale. Nessuna giustificazione.

Però penso che dovremmo fare uno sforzo per tenere separata gli aspetti della vita personale dei geni (e di tutte le persone), per quanto sgradevoli o riprovevoli siano, dal contributo che hanno dato alla scienza e alle arti. Secondo me, Tristano, Parsifal e L’anello del nibelungo sono capolavori anche se piacevano anche ai nazisti e se Wagner era antisemita: mi dispiace che in Israele non se li possano godere. Furtwängler – sempre a mio parere – è il più grande direttore d’orchestra di tutti i tempi, anche se era filo-nazista e diresse i Berliner Philharmoniker in occasione del compleanno del Führer. Ciò non toglie che abbiano fatto bene a epurarlo: su questo episodio c’è un film molto interessante, che vi raccomando (A torto o a ragione)

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