Arie territoriali

Non avete letto male. Mutuando il termine dalle “acque territoriali” propongo il neologismo “arie territoriali”.

Cito dalla voce di Wikipedia:

Col termine acque territoriali o mare territoriale si considera in diritto internazionale quella porzione di mare adiacente alla costa degli Stati; su questa parte di mare lo Stato esercita la propria sovranità territoriale in modo del tutto analogo al territorio corrispondente alla terraferma, con alcuni limiti. Il principio del mare territoriale si contrappone al generico principio consolidato in secoli di storia del mare libero, affermatosi grazie ai Paesi Bassi e che permetteva l’uso delle acque in via generale a tutti senza la possibilità di poter bloccare commerci e transiti altrui.

La disciplina e la regolamentazione delle acque territoriali, prima rimessa quasi esclusivamente alle consuetudini internazionali, è stata poi regolata da alcune convenzioni, come la Convenzione di Ginevra sul mare territoriale e la zona contigua del 1958 e la Convenzione di Montego Bay del 1982, quest’ultima attualmente in vigore.

Analogamente, potremmo definire “arie territoriali” quella porzione di atmosfera adiacente o prossima a un edificio; su questa parte di atmosfera il proprietario (pubblico o privato che sia) esercita il proprio diritto di proprietà in modo del tutto analogo agli spazi interni dell’edificio.

L’avevo già visto a New York di recente, ma qui in Svezia è praticamente onnipresente.

E a me provoca molto fastidio e qualche preoccupazione. Fastidio perché sono allergico ai proibizionismi di qualunque tipo. Preoccupazione perché mi sembra una cosa abbastanza liberticida (nel suo piccolo, d’accordo). Provo a spiegarmi.

Fin da bambino mi hanno insegnato che la mia libertà finisce dove inizia la libertà degli altri. Principio all’apparenza facile, ma difficile da applicare. Non elencherò i tanti grotteschi paradossi cui un’applicazione sconsiderata del principio può condurre (come accade quasi sempre quando si trasformano semplici regole di comportamento e di buon senso in principî assoluti). Limitiamoci al caso in questione: dove finisce la mia libertà di fumatore di auto-avvelenarmi e dove inizia la preferenza dei non-fumatori di non aspirare nemmeno una traccia minuscola del mio fumo? Oppure in realtà mi si vuole imporre una visione del mondo salutistica a suon di proibizioni e sanzioni, come si faceva una volta con le fedi religiose?

Vorrei però evitare il terreno delle ideologie e pormi su quello, a me più congeniale, del ragionamento quantitativo. Fumando la mia sigaretta aspiro una certa quantità di fumo, direttamente, perché “tirando” ravvivo la combustione e aspiro direttamente nelle mie vie respiratorie il fumo prodotto. Non importa quanto, ragioniamo in termini relativi e diciamo che il fumo totale che aspiro godendomi la mia sigaretta è pari a 100. Quando non aspiro, e tengo la sigaretta in mano, la combustione è molto più lenta (una sigaretta lasciata in posizione verticale, brace in alto, si spegne da sé!) e produce molto meno fumo.

Il fumo si disperde nell’atmosfera e si diluisce: la sua concentrazione, cioè, diminuisce rapidamente. Tanto più rapidamente quanto più l’atmosfera è turbolenta: più all’esterno che in un ambiente chiuso (dove mantiene una certa concentrazione, ma di molti ordini di grandezza inferiore a quella che riesco a produrre nelle mie vie respiratorie), e più se tira vento che se l’aria è ferma. Pensate a una goccia d’inchiostro stilografico in un bicchiere d’acqua: ne faccio cadere una goccia e dopo un po’ si disperde, tingendo un po’ l’acqua. Avrete notato che nel corso del processo le volute d’inchiostro assomigliano a volute di fumo: non è una coincidenza, è proprio lo stesso processo!

Naturalmente, se mescolo l’acqua con un cucchiaino, l’inchiostro si disperde prima (questa è la turbolenza). E tanto più il recipiente è grande, tanto minore sarà la sua concentrazione finale. Se metto una goccia di un millilitro in un bicchiere di 20 centilitri, la concentrazione finale sarà di una parte su 200; se la metto in una bottiglia da un litro, 1 su 1000; se la metto in un secchio da 10 litri, 1 su 10.000. Torniamo al mio fumo. Supponiamo che il fumo disperso nell’atmosfera sia la metà di quello che aspiro (sto largheggiando, perché nessun fumatore sprecherebbe così un terzo della sua sigaretta). Consideriamo un cubo d’aria della dimensione richiesta da cartello, 10 metri di spigolo: sono 1000 metri cubi d’aria, cioè 1 milione di litri! Supponiamo ancora – ma sto proprio esagerando – che io abbia rilasciato nell’atmosfera 10 litri di fumo: fa una parte su 100.000. Questo nell’immediato, perché dopo un tempo variabile tra i secondi (se c’è vento) e i minuti (se l’aria è “ferma” – ma ferma ferma in realtà non è mai) il fumo si disperde nell’atmosfera, che ai fini dei nostri calcoli possiamo considerare di volume pressoché infinito. E la concentrazione di fumo è, dopo un po’, praticamente infinitesima. Cioè, la composizione dell’atmosfera che voi non-fumatori respirate resta pressoché invariata prima e dopo la mia sigaretta: questo per ricordarvi che anche senza di me respirate particolati benzene monossido di carbonio ossidi d’azoto eccetera, sostanze nocive presenti nel fumo della sigaretta e nell’atmosfera delle nostre città e delle nostre strade.

Ma allora, vi sento già obiettare, perché sento il puzzo della tua sigaretta e mi da fastidio? Perché il nostro naso è una macchina meravigliosa, i cui percettori si legano a una singola molecola e trasmettono un segnale elettrico che viene elaborato dal nostro cervello. E perché il puzzo della tua sigaretta lo sento e quello del benzene degli scarichi della automobili no? Perché il nostro cervello elabora le novità, le differenze, anche negli odori: il fumo della mia sigaretta si sovrappone, per un attimo, al “brusio di fondo” di tutti gli altri odori urbani e viene percepito, come quando riconosciamo una voce amica (o nemica, nell’analogia con il fumo) in un ambiente rumoroso.

Quanto al mio fumo, alle poche molecole che hanno toccato le vostre mucose nasali, vi chiedo scusa per il disturbo. Consolatevi con l’idea che nel tempo che ci avete messo a leggere questo post, la probabilità che abbiate inalato almeno una molecola di ossigeno a suo tempo respirata da Leonardo da Vinci è praticamente una certezza: non vi sentite già più intelligenti? E magari più tolleranti?

Dopo il golpe

Ieri (6 marzo 2010, the day after) continuavo a pensare a una mia amica cui per un cavillo formale è stata negata una progressione di carriera (non aveva segnalato le sue 5 pubblicazioni che riteneva più importanti, e così la commissione non ne ha valutata nessuna). Ma a tutti possono venire in mente decine di esempi (basterà essere presenti in università con il libretto e gli appunti per poter affermare di aver sostenuto un esame?)

Non commenterò oltre, ma mi limito a riportare 3 citazioni raccolte sulla stampa.

Cominciamo da Alessandro Robecchi (il manifesto, 7 marzo 2010):

VOI SIETE QUI

Questione d’interpretazione

Alessandro Robecchi

Prima di applicare il settimo comandamento, leggete bene il decreto interpretativo. Serve un decreto interpretativo per gli appalti in Abruzzo, per le belle scopate di palazzo Grazioli, per lo schiavismo a Rosarno, per i senatori del Pdl eletti dalla ‘ndrangheta. Per il coro di Ratisbona e per i gay a tassametro del Vaticano. Per Maroni che dice «è stata data una interpretazione autentica della legge», urge un decreto interpretativo che lo faccia sembrare una persona seria. Il decreto interpretativo che rende regolari i fuorigioco del Milan dovrà essere rapidissimo, mica si può restare allo stadio al freddo due giorni ad aspettare il Tar. Con un buon decreto interpretativo la bella Noemi avrebbe avuto 18 anni già a sedici e mezzo. Formalmente ineccepibile il decreto interpretativo con cui Minzolini ha trasformato un colpevole prescritto in un innocente. Un decreto interpretativo potrebbe far sembrare un golpe una specie di trionfo della democrazia, o trasformare la corruzione in soluzione all’emergenza.
Il disprezzo della legge, l’arroganza del più forte, la dittatura soft, la censura e i non allineati ridotti al silenzio, non c’è nulla che non possa risolversi con un decreto interpretativo. Probabile che il ministro della difesa di una democrazia occidentale, che comanda parà e carri armati, che si dice «disposto a tutto» non venga allontanato con vergogna soltanto grazie a un decreto interpretativo. Le nostre speranze, i nostri diritti, la nostra libertà, le nostre regole, le norme, i doveri, sono da oggi variabili, modificabili con decreto interpretativo, le nostre vite stesse sono interpretabili a seconda delle necessità del regime, il nostro futuro e la nostra dignità sono interpretabili a piacere e non servono nemmeno la forestale, i servizi segreti, l’aviazione, le camicie verdi, le ronde, i poliziotti del G8 di Genova.
Una grande festa del decreto interpretativo si terrà ogni anno, basta una telefonata di Denis Verdini. Buffet a cura del genero di Gianni Letta. Napolitano firma. Avete mica un passaporto francese da prestarmi?

Numero 2: l’editoriale di Giovanni De Mauro su Internazionale (n. 836 | 5 / 11 marzo 2010):

La settimana

Sostanza

Tecnicamente si può già parlare di dittatura. Forse non ce ne siamo ancora accorti perché siamo abituati ai colonnelli greci o alla giunta militare cilena. Ma quello che conta è la sostanza, non la forma. Oggi è inutile mandare i carri armati per prendere il controllo delle principali reti televisive, basta cambiare i direttori. Non serve far bombardare la sede del parlamento, è sufficiente impedire agli elettori di scegliere i parlamentari. Non c’è bisogno di annunciare la sospensione di giudici e tribunali, basta ignorarli. Non vale la pena di nazionalizzare le più importanti aziende del paese, basta una telefonata ai manager che siedono nei consigli d’amministrazione. E l’opposizione? E i sindacati? Davvero c’è chi pensa che questa opposizione e questi sindacati possano impensierire qualcuno? Gli unici davvero pericolosi sono i mafiosi e i criminali, ma con quelli ci si siede intorno a un tavolo e si trova un accordo. Poi si può lasciare in circolazione qualche giornale, autorizzare ogni tanto una manifestazione. Così nessuno si spaventa. E anche la forma è salva. – Giovanni De Mauro

Infine, Marco Travaglio su Il Fatto Quotidiano (7 marzo 2010)

Care pirla e cari pirla

di Marco Travaglio

Care pirla e cari pirla che avete consumato diottrie a studiarvi le norme elettorali fino all’ultimo codicillo in corpo 2, avete consumato scarpe andando in giro a raccogliere firme regolari, vi siete congelati stazionando per ore ai banchetti per convincere i passanti a sottoscrivere le liste, avete rinunciato al tempo libero per inseguire gli autenticatori in capo al mondo e vi siete svegliati alle tre del mattino per presentarvi per tempo agli uffici elettorali, questo discorso a reti unificate è dedicato a voi imbecilli ancora convinti di vivere in uno Stato di diritto, in una democrazia fondata su elezioni regolari, cioè conformi alle leggi vigenti. Spiacente di informarvi, casomai non ve ne foste ancora accorti, che viviamo in un regime fondato sulla legge del più ricco e del più forte, di chi grida e minaccia di più. Una legge che varia a seconda delle esigenze del più prepotente. Se, puta caso, costui viola la legge, non ha sbagliato lui: è sbagliata la legge, che viene cambiata su due piedi. Se poi, puta caso, la Costituzione non lo consente, non è sbagliata la nuova legge: è sbagliata la Costituzione. Che si può cambiare come un calzino sporco.   Se penso che da cinquant’anni mi chiamano “il figlio del re” per la mia somiglianza con Umberto II, mi scompiscio. Hanno sbagliato re: io sono l’erede di Vittorio Emanuele III, quello che nel 1922 non mosse un dito contro la marcia su Roma e nel 1943 se ne fuggì a Brindisi. Sempre di notte. Infatti quando ho firmato il decreto salva-Banana? Di notte. Del resto chi sono io per respingere una legge con messaggio motivato alle Camere come previsto dall’articolo 74 della Costituzione? Mica sono il garante della Costituzione. L’ho già detto per lo scudo fiscale: se non firmo, quelli mi rimandano indietro la stessa legge e poi devo firmarla comunque. Tanto vale farlo subito. A chi mi prospetta le dimissioni, rispondo che non conosco questa parola: sono in Parlamento dal 1953, figuriamoci. E in vita mia ho fatto ben di peggio che firmare leggi illegali: ho plaudito all’invasione sovietica dell’Ungheria, ho attaccato Berlinguer che evocava la questione morale, ero amico di Craxi, ho scritto pure alla vedova che il marito corrotto era un perseguitato.   Conosco l’obiezione: non c’è elezione senza qualche lista esclusa per ritardi o irregolarità. In Molise nel 2000 aveva vinto la sinistra con Giovanni Di Stasi, poi la destra di Michele Iorio fece ricorso contro alcune liste irregolari, Tar e Consiglio di Stato lo accolsero, si rifecero le elezioni e vinse Iorio che ancora governa. E il governo D’Alema non ci pensò neppure di fare un decreto per legalizzare le illegalità: peggio per lui, poi dicono che è intelligente. Del resto al Quirinale c’era ancora Ciampi, mica io. Due anni fa invece c’ero già io, quando alle Provinciali in Trentino venne esclusa, dopo i ricorsi di Lega e Pdl, la lista Udc alleata della sinistra. Nemmeno allora l’Unione pensò di salvare l’alleato con un decreto interpretativo: peggio per loro, pirla. Ecco, care pirla e cari pirla: la prossima volta, anziché prendere sul serio la legge e rischiare l’assideramento per raccogliere le firme e presentarle in tempo utile, fate come me: statevene a casetta vostra davanti al caminetto, con la vestaglia di lana e le babbucce di velluto. Poi fate come i bananieri: all’ultima ora dell’ultimo giorno vi presentate in Corte d’Appello con le firme tarocche di Romolo Augustolo, George Clooney, Giovanni Rana e soprattutto Gambadilegno, magari vi fate pure un panino e una pennica per non arrivare proprio in orario, poi minacciate la marcia su Roma, portate in piazza una dozzina di esaltati, mi urlate “buh” sotto le finestre del Quirinale, mi fate sparare dai vostri giornali e io vi firmo la qualsiasi.   Anche la lista della spesa, il menu del ristorante, la ricevuta del parrucchiere, lo scontrino dell’intimissimo. Tanto Santoro l’hanno chiuso e per un mese non rompe con le sue notizie: fa tutto Minzolini, che sta dalla parte del Banana, cioè dalla mia. Statemi allegri. Il vostro presidente della Repubblica. Vostro, si fa per dire.

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Antonio Giolitti – Obituary

Sono stato abbastanza fortunato, nella mia vita, ad avere incontrato, anche se di rado e fuggevolmente, Antonio Giolitti. Un maestro di serietà, di impegno, di conciliazione della teoria e della prassi al di fuori di ogni schematismo leninista. Il simbolo di un Paese che, per pochi anni, sembrava potesse e volesse cambiare davvero.

Come si sarà sentito a vivere i decenni di disillusione seguiti alle speranze del primo centrosinistra?

Non so se si trova ancora, in libreria, ma leggetele e fatele leggere ai vostri figli e nipoti, le Lettere a Marta che Giolitti scrisse quasi 10 anni fa, se le trovate ancora in libreria (Antonio Giolitti. Lettere a Marta. Ricordi e riflessioni. Bologna: Il Mulino. 1992). Riprendiamoci la memoria e la speranza. Altro che Bettino!

Giorgio Ruffolo, che fu suo allievo, beniamino e collaboratore, lo ricorda così (il manifesto, 9 febbraio 2010):

IL RICORDO

Antonio Giolitti, i sorci e le riforme

Giorgio Ruffolo

Sono stato legato ad Antonio Giolitti da una lunga fraterna amicizia. Ricordo ancora con emozione il giorno che lessi una sua recensione di un mio articolo sulla disoccupazione pubblicato su Moneta e Credito, ero un giovanotto, e ne fui molto fiero. Cominciò così, a partire da un successivo incontro alla Casa Einaudi, dove lui lavorava, e poi nel partito socialista dove lui era entrato dopo i fatti d’Ungheria, nella corrente della sinistra nella quale i «giolittiani» costituivano un gruppo particolare, si chiamava Impegno Socialista, tra il 2 e il 4 per cento degli iscritti al partito: più 2 che 4, se ricordo bene. E poi nell’esperienza di programmazione. Anni di impegno vero, tormentato ed esaltante al tempo stesso. Anni di grandi riforme, lo si può dire oggi che di riformismo non si fa che parlare, allora non se ne poteva neppure parlare, a sinistra, perché il riformismo era considerato poco meno di un cedimento al nemico, si doveva dire, per carità: riformatori, non riformisti.
Però le riforme, in quella stagione di centro sinistra, si fecero davvero. In quegli anni cambiò la scuola, cambiò il sistema pensionistico, si introdusse il sistema sanitario, si fece lo statuto dei lavoratori, si completò la grande rete autostradale, si costituirono le regioni. Gli uffici della programmazione si installarono in un grande corridoio dove enormi sorci inseguivano timidi gattini. Era il tentativo di inserire una strategia di progresso sociale e di equilibrio territoriale in uno sviluppo economico poderoso ma tumultuoso disordinato, iniquo. Erano sogni? Forse: diventarono incubi, quando le contraddizioni che si erano inserite nel contesto politico italiano, non corrette da una politica di programma, esplosero, in una congiuntura sempre più difficile. La sinistra, che è immemore, dovrebbe riflettere su quella esperienza: e soprattutto su quale dovrebbe essere il contributo di una cultura aggiornata a una progettazione politica che oggi brilla per assenza.
Giolitti era il rappresentante di una classe politica di cui si sono molto affievolite le tracce: quando politica e cultura diventavano parte di un solo messaggio. Con lui si poteva parlare di politica, naturalmente: ma anche di musica, della quale era particolarmente esperto, e di arte e di letteratura, e ci si poteva divertire scherzando, lasciandosi guidare dal suo stile ironico e arguto. In compenso, non ricordo di avergli sentito raccontare una sola barzelletta.
Egli resterà con me e per me, per il resto della mia vita, un modello di professione politica, nel senso weberiano, non del mestiere, ma della vocazione; prima che quella vocazione si identificasse, in modo così desolante, con il nudo potere, con il denaro, con la volgarità.

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Intitoliamo a Bettino Craxi la Metropolitana milanese

Ho una proposta per la pacificazione nazionale, come chiede il sindaco di Milano Letizia Moratti.

Un monumento, a Milano, Bettino Craxi ce l’ha già: è la linea 3 (gialla) della Metropolitana milanese.

Non soltanto perché, sotto il profilo architettonico, nello spreco e nella freddezza degli spazi, nello sfarzo inutile e non funzionale (fate il confronto con la Linea 1, trionfo del razionalismo e del design milanese degli anni Sessanta e della Milano non ancora da bere del sindaco-partigiano Aldo Aniasi), è il riassunto perfetto dello stile craxiano (che in questo si allinea ai megalomani della politica, da Mussolini a Ceausescu: ve la ricordate la piramide di Filippo Panseca al congresso Psi del 1989?).

Ma soprattutto Bettino Craxi è stato condannato in via definitiva (non è l’unica delle sue condanne definitive) per le tangenti sulla Linea 3 della Metropolitana milanese. “La seconda sezione penale della Cassazione ha confermato la condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione, cinque anni di interdizione dai pubblici uffici e quasi dieci miliardi di risarcimento alla MM pronunciata contro Craxi il 24 luglio 1998 dalla quarta sezione penale della Corte d’Appello di Milano. Il reato è di corruzione e illecito finanziamento dei partiti.” [cito dall’archivio di la Repubblica]

Intestiamogliela dunque ufficialmente. E lo sappiano tutti i milanesi, che di ognuno delle migliaia di cubetti di granito che decorano le stazioni, pagati dai soldi dei contribuenti onesti, una frazione del costo è andato nelle tasche dei politici come tangente. Il PM Paolo Ielo durante il processo di “arricchimento personale” e Silvano Larini raccontò di avergli portato i soldi anche in camera da letto. Non so se l’accusa fu provata, ma comunque fu condannato a risarcire la MM (vedi sopra) …

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How does it feel?

Sabato sera sono stato rifiutato da un ristorante.

Non che fosse pieno, o che i tavoli liberi fossero stati prenotati. No. Un ragazzo sulla porta, un cameriere o un buttafuori, ha chiesto a me e ai due amici con cui ero: “Do you speak Korean?”

E alla nostra prevedibile risposta negativa ci ha cacciati con un gesto eloquente della mano. E poi, perché fosse più chiaro, ci ha sbarrato l’ingresso con il corpo.

Per la verità non era la prima volta che mi succedeva una cosa del genere. Anni fa mi era successo a Tokyo: ci sono dei locali (ristoranti e bar) in cui l’accesso è riservato ai giapponesi, che si considerano tradizionalmente una “razza” eletta. Che capitasse, era scritto anche sulle guide. [Il ristorante coreano, invece, era addirittura segnalato dalla guida che avevo con me, la Rough Guide.]

Ma chiaramente non è questo il punto. Il punto è che, a volte, è bene essere dalla parte dei discriminati, invece che dei razzisti, giusto per sapere “how does it feel?”.

Once upon a time you dressed so fine
You threw the bums a dime in your prime, didn’t you?
People’d call, say, “Beware doll, you’re bound to fall”
You thought they were all kiddin’ you
You used to laugh about
Everybody that was hangin’ out
Now you don’t talk so loud
Now you don’t seem so proud
About having to be scrounging for your next meal.

How does it feel
How does it feel
To be without a home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?

You’ve gone to the finest school all right, Miss Lonely
But you know you only used to get juiced in it
Nobody has ever taught you how to live out on the street
And now you’re gonna have to get used to it
You said you’d never compromise
With the mystery tramp, but now you realize
He’s not selling any alibis
As you stare into the vacuum of his eyes
And say do you want to make a deal?

How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
A complete unknown
Like a rolling stone?

You never turned around to see the frowns on the jugglers and the clowns
When they all did tricks for you
You never understood that it ain’t no good
You shouldn’t let other people get your kicks for you
You used to ride on the chrome horse with your diplomat
Who carried on his shoulder a Siamese cat
Ain’t it hard when you discover that
He really wasn’t where it’s at
After he took from you everything he could steal.

How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?

Princess on the steeple and all the pretty people
They’re all drinkin’, thinkin’ that they got it made
Exchanging all precious gifts
But you’d better take your diamond ring, you’d better pawn it babe
You used to be so amused
At Napoleon in rags and the language that he used
Go to him now, he calls you, you can’t refuse
When you ain’t got nothing, you got nothing to lose
You’re invisible now, you got no secrets to conceal.

How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?

Nisida e la soluzione 30%

Il 14 settembre 2009, il ministro Mariastella Gelmini ha inaugurato il nuovo anno scolastico all’istituto penitenziario per minori di Nisida.

Cito da Il Giornale (giusto per farmi male):

«Abbiamo annunciato un provvedimento di cui stiamo studiando gli aspetti tecnici che prevederà un tetto del 30 per cento per favorire le condizioni migliori per un’integrazione anche degli alunni stranieri», ha spiegato il ministro dell’Istruzione nel corso di un’intervista su Canale 5.
«In alcune classi – ha aggiunto – la presenza degli immigrati sfiora il 100%: queste non sono le condizioni adatte per favorire l’integrazione». Un chiaro riferimento alla «Carlo Pisacane», la scuola elementare romana con l’82% di iscritti stranieri […]

Già, “gli aspetti tecnici”. Certo non si può pretendere che il ministro sappia fare 4 conti, e quindi sarà necessario che qualche esperto, magari una commissione istituita all’uopo, studi gli aspetti tecnici.

Ma proviamo a farli noi, questi 4 conti, sul retro di una busta, giusto per ribadire il tormentone che è la “cultura quantitativa” che ci manca. Quanti sono, in Italia, i bambini che frequentano la scuola dell’obbligo? Tra i 550.000 e i 560.000 all’anno, per ogni singola classe d’età (questo dato, e tutti gli altri che cito, li ho presi dal sito dell’Istat). Poiché gli italiani (i residenti in Italia, per essere più precisi) sono 60.000.000, in media i bambini di ogni classe della scuola dell’obbligo sono poco meno dell’1% della popolazione totale. Diciamo l’1% per non complicarci troppo la vita.

La prima conclusione è questa: per fare una classe di 25 alunni ci vuole, mediamente, un bacino di popolazione di 2.500 abitanti. Con meno di 2.500 abitanti o si fanno classi più piccole o, superato un certo limite, si fanno le cosiddette pluriclassi. È quello che succede, molto spesso in montagna (e quando succede, o si costringono i bambini a lunghi spostamenti, o li si disincentiva alla frequenza scolastica, o si spingono i genitori a trasferirsi in centri più popolosi e si contribuisce allo spopolamento delle aree montane…). Trascuriamo il problema delle località abitate e delle frazioni (dove però, spesso, la scuola dell’obbligo c’è o quanto meno c’era) e cerchiamo di capire quanti comuni hanno la dimensione minima che permette di formare almeno una sezione di 25 alunni per ogni classe. Allora, i comuni italiani sono 8.100. Ma soltanto 3.990 comuni hanno almeno 2.500 abitanti; gli altri 4.110 ne hanno meno, e formare classi di 25 alunni sarà presumibilmente difficile.

Ma perché sto ragionando su una classe di 25 alunni? Perché in una classe di 25 alunni (dimensione che mi sembra ragionevole), il “tetto” del 30% proposto da Mariastella Gelmini si traduce in 7,5 alunni stranieri. Anche se siamo di manica larga, e non tagliamo a metà nessun piccolo straniero, vuol dire al massimo 7-8 su 25. E se sono di più dove li mandiamo: a fare scuola in un altro comune? A spese sue o con uno scuola-bus?

I bambini stranieri residenti nell’età dell’obbligo scolastico sono tra i 35.000 e i 45.000 l’anno (qui l’incidenza degli stranieri aumenta al diminuire dell’età, mentre il totale resta abbastanza stabile: il motivo lo vedremo tra un po’). Badate che sto parlando soltanto degli stranieri residenti, cioè iscritti nelle anagrafi comunali. Ma secondo le norme italiane, “tutti gli alunni con cittadinanza non italiana, qualora siano soggetti all’obbligo di istruzione, anche se sprovvisti di permesso di soggiorno, devono essere iscritti presso una istituzione scolastica.” [DPR 31 agosto 1999, n. 394, articolo 45]. Secondo i dati del Ministero dell’istruzione, nell’anno scolastico 2007/2008 l’incidenza di alunni stranieri era del 7,7% nella scuola primaria e del 7,3% nella secondaria di 1° grado: cifre molto lontane dal fatidico 30%, che però nascondono enormi differenze territoriali. In prima elementare e nel Nord-est, per esempio, l’incidenza degli stranieri raggiungeva il 13%. Vi sono già ora comuni in cui l’incidenza degli alunni stranieri si avvicina o supera il 30% e il “rischio” di avvicinarsi o superare la soglia gelminiana è tanto più elevato quanto più il comune è piccolo.

Nel valutare queste cifre, e per non farsi disorientare da un fattore emotivo, occorre ricordare che il 60% di questi alunni stranieri è nato in Italia. Arriva in prima elementare dopo 6 anni in cui è cresciuto in Italia, tra altri bambini italiani, e parla in genere l’italiano come prima lingua. È integrato, mi vien da dire, per nascita. E allora perché li chiamiamo stranieri? Perché per la legge italiana, il nato in Italia da genitori di cittadinanza straniera è straniero. Si chiama ius sanguinis, ed è un retaggio del diritto romano. In altri Paesi, come in Francia, vige lo ius soli: chi è nato sul suolo francese è francese  a tutti gli effetti, a prescindere dalla cittadinanza dei suoi genitori.

E allora vuol dire, cara Gelmini, che nella nostra ipotetica prima elementare in cui su 25 bambini 7 sono stranieri, 4 sono nati e cresciuti in Italia. Non vedo nessun problema di integrazione per loro, onestamente. Vedo un problema di razzismo, per chiamare le cose con il loro nome, se li discriminiamo per il colore della pelle o per il nome e cognome “forestieri”.

La soluzione del 30%, dunque, è inapplicabile, sbagliata ed eticamente ripugnante. Resta da aggiungere che è destinata a peggiorare (la soluzione, non il problema!), per il semplice fatto che il numero e l’incidenza degli alunni stranieri è destinata a crescere: i ragazzi stranieri di 13 anni sono meno di 35.000, i bambini di 6 anni 45.000, ma i nati stranieri (in Italia) hanno già superato i 65.000. Tra 6 anni andranno in prima elementare. Il numero di nati di madre italiana, invece, non cresce.

È bene ricordare che questo è l’effetto non tanto di una propensione ad avere figli particolarmente elevata tra la popolazione straniera, ma di quella italiana particolarmente bassa. Le donne italiane hanno, in media, 1,28 figli: un tasso di fecondità particolarmente basso. Le straniere hanno in media 2,4 figli per donna: un tasso di fecondità circa doppio.

“Ma nessuno lo sa”: come di Nisida, che è un’isola, e non solo un penitenziario…

No no no no, quando arriva l’estate
no no no no, non lasciatevi suggestionare
dai cataloghi che vi parlano di isole incantate
e di sirene-e in offerta speciale

No no no no, non cercate lontano
quello che avete qui a portata di mano
a questo punto vi starete certamente chiedendo
chissà stavolta questo dove vuole andare a parare…

Venite tutti a Nisida, ya ya ya ya ya Nisida
ya ya ya ya ya Nisida un’isola e nessuno lo sa!…

No no no no, niente voli speciali
e neanche traversate intercontinentali
per arrivarci basta solo la Cumana
Nisida così vicina così lontana

Coi suoi giardini e il porto naturale
con l’Italsider alle spalle che la sta a guardare
Nisida sembra un’isola inventata
ma mio padre mi assicura che c’è sempre stata!…

Venite tutti a Nisida, ya ya ya ya ya Nisida
ya ya ya ya ya Nisida un’isola e nessuno lo sa!…

Non un problema ecologico per carità
Nisida un classico esempio di stupidità!…

Venite tutti a Nisida, ya ya ya ya ya Nisida
ya ya ya ya ya Nisida un’isola e nessuno lo sa!…

Knowledge wants to be free too

Riporto (perché mi sembra molto interessante e perché sono d’accordo con le sue tesi) un articolo di Peter Eckersley comparso sul numero del 27 giugno 2009 di NewScientist.

OPINION ESSAY

Knowledge wants to be free too

When technology makes knowledge globally available, reshaping the economics of buying and selling it becomes crucial, argues Peter Eckersley

Ten years ago, a piece of software called Napster taught us that scarcity is no longer a law of nature. The physics of our universe would allow everyone with access to a networked computer to enjoy, for free, every song, every film, every book, every piece of research, every computer program, every last thing that could be made out of digital ones and zeros. The question became not, will nature allow it, but will our legal and economic system ever allow it?

This is a question about the future of capitalism, the economic system that arose from scarcity. Ours is the era of expanded copyright systems and enormous portfolios of dubious patents, of trade secrecy, the privatisation of the fruits of publicly funded research, and other phenomena that we collectively term “intellectual property”. As technology has made a new abundance of knowledge possible, politicians, lawyers, corporations and university administrations have become more and more determined to preserve its scarcity.

So will we cling to scarcity just so that we can keep capitalism? Or will capitalism have to evolve into some new kind of digital economics? The question underlines many things – from music piracy to the woes of the newspaper industry to Google’s efforts to scan all the books in the world.

This fragile scarcity has a purpose: to make things expensive. Water is plentiful and essential; diamonds are rare and useless. But diamonds are much more expensive than water because they’re much rarer. People in the business of selling information have good reason to want a future where knowledge is valued like diamonds rather than water. Here pharmaceutical giants, Hollywood, Microsoft, even The Wall Street Journal speak with one voice: “Keep expanding copyright and patent laws so our products remain expensive and profitable.” And they pay lobbyists worldwide to ensure this message reaches governments.

The irony of the battle between advocates of abundance and advocates of scarcity is that both sides are right. It makes no sense to limit and control access now we have technologies to give information to everyone. But it is also foolish to pretend we do not need incentives to help produce and publish that information.

While financial incentives are a very complicated business, two simple points hold true. First, even without payment, some folk will always record music, write software, make their feature films, do their own investigative journalism, occasionally even test their own drugs. You couldn’t stop them if you tried. Second, we will all be better off with more, not fewer, professional careers available for knowledge producers. Not having to stick with a day job allows creative workers to be more creative and productive, for the benefit of all.

Crucially, though, if we really want to end scarcity, we will have to build institutions that promote knowledge-sharing, while at the same time ensuring that there are incentives for creative and technical minds to contribute.

Science, and the universities that support it, is the grandest example of a system that has evolved to promote the abundance of knowledge. Universities offer incentives in the form of tenure, promotion and prestige to researchers who can discover and share the information which their peers consider most valuable. Academics are human: they are as greedy, short-sighted and treacherous as everyone else, but the academic environment encourages them to focus those vices and impress their colleagues with their cleverness and cool discoveries published in fancy journals. Sometimes those cool discoveries are imagined or incomplete, but then others get ahead by pointing this out, and when the whole process works, the result is science.

In recent years, however, science has become another front in the conflict over scarcity. As any biologist will tell you, patents, secrecy and commercialisation have become a way of life. At the same time, science has inspired new institutions and movements that promote its ideals and its liberty.

Take the open access movement, which has campaigned to ensure that scientific articles are freely available to the public, who ultimately paid for the research with their taxes. Historically, most scientific writing was confined to expensive scholarly journals and essentially available only to people with university affiliations. Some publishers resisted the open access movement, but trends are against them. In March this year, for example, the US Congress made permanent a requirement that all research funded by the National Institutes of Health be openly accessible, and other countries are following. Within a decade or two, it is safe to say that all scientific literature will be anime, free and searchable. Journal publishers will still be paid, but at a different point in the chain.

Outside the universities we have some even more remarkable developments. Fifteen years ago, who would have predicted that teenagers would be allowed to edit the world’s primary reference source from their homes? Twenty years ago, who would have predicted that teams of volunteers would succeed in writing and giving away software that produces many billions of dollars of economic wealth?

Wikipedia and the free and open-source software movements have produced stores of knowledge while trying to insulate themselves from the old institution of copyright, which is inherently unsuited to their processes of authorship. But that’s not enough: we urgently need institutions to liberate knowledge produced under the old rules, too.

The music industry, for example, is slowly realising it cannot win the war on copying. People are pirates, and there are still 10 songs copied for every one bought on iTunes. Soon, the record labels will start to experiment with alternatives to copyright, such as licences that allow unlimited, restriction-free file sharing in exchange for flat fees, maybe a $5 or $10 voluntary payment with your monthly internet provider bill. This kind of system will not be perfect, but it will allow us to have wonderful libraries of legal MP3s, and it may help more independent professional musicians to flourish.

Another experiment in post-scarcity capitalism concerns the digitisation of the world’s books. One draft of the rules for access to scanned books is currently being written in the US courts as Google settles a class action aver its scanning projects. This settlement will make books more searchable and improve access to both out-of-print and “orphaned” books whose copyright holders can’t be found. Under the current version, books will only be available in snippets and sections. Some out-of-print books will be available through institutional and individual subscriptions, but we don’t yet know whether the prices will be inviting to most of the public, thus making Google Books a true post-scarcity project.

So here’s a challenge to the governments of countries that want to lead the way, whether rich or poor: sit down with Google (or one of its competitors), authors and publishers, and work out a deal that offers a complete, licensed digital library free to your citizens. It would cast taxpayers something, but less than they currently spend on buying scarce books and supporting large paper collections. It would be great news for publishers and authors, who would receive most of the funds and would no longer need to fear piracy.

It’s time to recognise that when we build institutions to promote the abundance of knowledge, everybody wins. When it comes to knowledge, you can never have too much of a good thing.

PROFILE
Peter Eckersley is a staff technologist at the Electronic Frontier Foundation in San Francisco, which sets out to defend digital civil liberties. His doctoral research at the University of Melbourne is on alternatives to digital copyright. He can be contacted at pde@eff.org


Più equazioni, meno emozioni

DISCLAIMER: questo è il post di un vecchio pignolo puntiglioso e brontolone, irrimediabilmente e noiosamente razionalista.

Da una ventina di giorni, troneggiano nelle stazioni italiane (che sono costretto, controvoglia, a frequentare) dei grandi manifesti che fanno pubblicità alla nuova gamma Vespa. Nulla di particolarmente innovativo, anzi direi che siamo sul classico (qui sotto un esempio).

Insomma, niente a che vedere con la leggendaria campagna della fine degli anni ’60: vi ricordate?

Della campagna attuale, quello che a me irrita profondamente è il terzo manifesto, quello dedicato alla Vespa 50: un ragazzo e una ragazza si danno un bacio sotto la scritta “MENO EQUAZIONI PIÚ EMOZIONI”.

Pubblicità irresponsabile, sotto gli esami di maturità: chissà quante vittime ha fatto agli esami, quest’anno così più severi. Irresponsabile anche per il futuro dell’Italia, che spende molto meno della media europea per la ricerca scientifica (e, suppongo, più della media per gli scooter). Le competenze matematiche dei nostri studenti quindicenni (proprio quelli nell’età da Vespa) – secondo l’indagine PISA (Programme for International Student Assessment), condotta su un campione rappresentativo di 400.000 studenti quindicenni in 57 paesi – sono nettamente più basse di quelle della media OCSE (il punteggio medio degli studenti italiani è pari a 462, contro una media OCSE di 498). Se volete saperne di più, potete cominciare a documentarvi da qui.

So bene che le classifiche sono spesso criticate come irrilevanti, ma non mi sembra che questo sia il caso (stiamo parlando di una ricerca di un organismo internazionale importante, giunta ormai alla sua terza edizione, e seguita in Italia direttamente dall’INVALSI, Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione). Ho ordinato la classifica per punteggio conseguito.

Taiwan-Cina 549
Finlandia 548
Corea 547
Hong Kong-Cina 547
Paesi Bassi 531
Svizzera 530
Canada 527
Liechtenstein 525
Macao-Cina 525
Giappone 523
Nuova Zelanda 522
Australia 520
Belgio 520
Estonia 515
Danimarca 513
Rep. Ceca 510
Islanda 506
Austria 505
Germania 504
Slovenia 504
Svezia 502
Irlanda 501
OCSE 498
Francia 496
Polonia 495
Regno Unito 495
Rep. Slovacca 492
Ungheria 491
Lussemburgo 490
Norvegia 490
Lettonia 486
Lituania 486
Spagna 480
Azerbaijan 476
Russia 476
Stati Uniti 474
Croazia 467
Portogallo 466
Italia 462
Grecia 459
Israele 442
Serbia 435
Uruguay 427
Turchia 424
Thailandia 417
Romania 415
Bulgaria 413
Cile 411
Messico 406
Montenegro 399
Indonesia 391
Giordania 384
Argentina 381
Brasile 370
Colombia 370
Tunisia 365
Qatar 318
Kyrgyzstan 311

I livelli di competenza sulla scala di matematica sono 6. Il primo attesta le competenze più elementari, il sesto le più elevate. Per quanto riguarda l’Italia, uno studente quindicenne su tre (per l’esattezza, il 32,8%) si colloca al di sotto del livello 2,  che attesta il minimo di competenza matematica in grado di consentire di confrontarsi in modo efficace con casi in cui la matematica è chiamata in causa in situazioni della vita quotidiana e lavorativa (nella media OCSE gli studenti a questo insufficiente livello di competenza sono il 21,3%). Per contro, soltanto il 6,3% degli studenti quindicenni italiani si colloca ai 2 livelli più elevati di competenza matematica (meno della metà della media OCSE, che si attesta al 13,3%).

Quindi, ragazzi, educatori, politici e pubblicitari: PIÚ EQUAZIONI MENO EMOZIONI. Del Vespino ne parliamo dopo.

E già che ci siamo, PIÚ EQUAZIONI MENO EMOZIONI, PIÚ RAZIONALITÀ MENO EMOZIONI anche nelle sc elte politiche, nel dibattito, nei mezzi di comunicazione.

PS: giacché se ne vantano pubblicamente nei CREDITS della campagna, esponiamoli al pubblico ludibrio questi signori:

CREDITS
Cliente: Gruppo Piaggio
Prodotto: Vespa
Responsabile Immagine e Pubblicità: Giuseppina Valente
Agenzia: TBWA\Italia
Titolo Campagna: Manifesto
Direttore Creativo Esecutivo: Geo Ceccarelli
Direttore Creativo Associato: Gina Ridenti
Art Director: Elena Pancotti
Copywriter: Lorenza Pellegri
Business Unit Director: Gabriele Carusi
Account Manager: Cabiria Granchelli
Account Executive: Filippo Miselli
Industrial Strange Head of tv Department: Alessandro Pancotti
Producer: Marianne Asciak
Fotografo: Adrian Samson
Centro Media: OMD
Mezzi: affissioni grandi stazioni
On air: 20 giugno 2009

Italia multietnica

Cito dal Corriere della sera di ieri, 9 maggio 2009, le parole di Berlusconi.

«Si deve fare chiarezza sulle due visioni – afferma il presidente del Consiglio. – La sinistra con i suoi precedenti governi aveva aperto le porte ai clandestini provenienti da tutti i Paesi. Quindi l’idea della sinistra era ed è quella di un’Italia multietnica. La nostra idea non è così». Per questo, dice Berlusconi, «non apriremo le porte a tutti come la sinistra».

Mettiamo da parte i dubbi semantici (lo sapete che ho la mania dei metadati – provate a cercare “metadati” utilizzando la finestrella “cerca” in alto a sinistra): che cosa significa “multietnico”? Per etnia si intende nazionalità? cittadinanza? paese di nascita? o c’è un inquietante risvolto “razziale”? E c’è una soglia quantitativa oltre la quale si decide che una società è multietnica?

Secondo le stime ufficiali dell’Istat, che dovrebbero essere ben note al presidente del consiglio e al ministro dell’interno, all’inizio del 2009 gli stranieri residenti – cioè quelli regolari registrati in anagrafe – erano quasi 4 milioni, il 6,5% della popolazione residente totale. Dato che 9 stranieri su 10 risiedono nel Centro-Nord, in quelle regioni l’incidenza della popolazione straniera è molto più elevata.

Nel corso del 2008, secondo la stessa fonte, gli stranieri residenti sono aumentati di 462.000; vale la pena di ricordare che le 2 sanatorie del 2002 (Bossi-Fini) regolarizzarono 650.000 persone, il flusso più elevato da sempre, tanto per fare giustizia dell’affermazione “la nostra idea non è così”.

Quasi mezzo milione dei cittadini stranieri residenti in Italia è nato in Italia. Questo accade perché in Italia vige lo ius sanguinis (il neonato ha la cittadinanza dei suoi genitori, anche se risiedono in Italia) e non, come accade ad esempio in Francia, lo ius soli (se nasci sul suolo francese sei cittadino francese, acquisendo la cittadinanza per nascita). Il numero e l’incidenza dei nati da coppie di genitori stranieri aumenta di anno in anno (nel 2008, si stima che siano circa 70.000, circa un nato su 8).

Una digressione: ogni tanto, qualcuno lancia un segnale d’allarme sugli effetti nefasti del calo della fecondità sull’invecchiamento della popolazione (da ultimo, l’ha fatto Piero Angela con Perché dobbiamo fare più figli). In Italia, il numero medio di figli per donna ha toccato un minimo nel 1995 (1,19) ed è poi risalito, fino a toccare il valore di 1,41 nel 2008: ma per le donne italiane siamo a 1,33 (non molto di più che nel 1995), e per le straniere a 2,12 (la fonte sono le stime Istat già citate). Senza il loro apporto, il declino demografico italiano sarebbe rapido e inesorabile. Capisco che non sia una buona notizia per gli elettori di Calderoli (lui, non ho dubbi, lo sa ma preferisce glissare).

Quindi, più del 13% degli stranieri residenti è, come si dice, di seconda generazione: è nato e cresce in Italia, parla italiano fin da piccolo e frequenta le scuole italiane. E in Italia, verosimilmente resterà, perché la lingua italiana, poco “spendibile” all’estero, lo lega al nostro territorio e alla nostra cultura.

I minorenni stranieri sono ormai quasi 900.000. Secondo il Ministero dell’istruzione, nell’anno scolastico 2007/2008 gli alunni di cittadinanza straniera erano 575.000, concentrati nella scuola dell’obbligo e soprattutto nelle elementari (non dobbiamo dimenticare che si tratta per la massima parte di bambini nati in Italia o immigrati da piccolissimi). In Emilia-Romagna, gli stranieri sono già più del 12% della popolazione scolastica, e superano il 10% anche in Umbria, Lombardia e Veneto.

Resta da sottolineare, anche se è abbastanza banale, il contributo degli stranieri alla nostra economia. Non voglio parlare delle badanti o dei muratori: chiunque abbia ristrutturato casa l’ha constatato con i suoi occhi e può rispondere da solo alla domanda: si potrebbe realizzare il piano-casa del governo senza rumeni (che per fortuna sono cittadini comunitari e hanno il diritto di libera circolazione) o senza albanesi? Ma forse non tutti sanno che alcuni dei più tipici prodotti italiani non si farebbero senza l’apporto degli stranieri. Degli indiani, ad esempio, per il parmigiano-reggiano. Dei macedoni per il Moscato d’Asti e il Prosecco di Valdobbiadene. Dei serbo-montenegrini per il Brunello di Montalcino (la notizia è comparsa a pagina 16 de Il Sole 24 ore del 29 settembre 2008).

Arezzo, Italia – Foto di Gabriele Lorenzini

Arezzo, Italia – Foto di Gabriele Lorenzini

Ringrazio Gabriele Lorenzini per avermi consentito di riprodurre la sua fotografia, che trovo bellissima ed eloquente, e vi invito ad andare a vedere le sue altre opere su Flickr (http://www.flickr.com/photos/gabrielelorenzini/)

L’obbedienza non è più una virtù

“È l’ordine più infame che abbia mai eseguito. Non ci ho dormito, al solo pensiero di quei disgraziati”, dice uno degli esecutori del respingimento. “Dopo aver capito di essere stati riportati in Libia – aggiunge – ci urlavano: “Fratelli aiutateci”. Ma non potevamo fare nulla, gli ordini erano quelli di accompagnarli in Libia e l’abbiamo fatto. Non racconterò ai miei figli quello che ho fatto, me ne vergogno.” [corsivo mio]

Sto citando da la Repubblica di oggi, 9 maggio 2009. Parlano i militari delle motovedette italiane della Guardia di Finanza (Gf 106) e della Capitaneria di porto (Cpp 282) appena rientrati dalla missione rimpatrio, intervistati da Francesco Viviano.

“Molti stavano male, alcuni avevano delle gravi ustioni, le donne incinte erano quelle che ci preoccupavano di più, ma non potevamo fare nulla, gli ordini erano quelli e li abbiamo eseguiti.” [corsivo mio]

Non penso di essere un persona particolarmente emotiva, ma mi si raggela il sangue. Gli ordini erano quelli. La foglia di fico dei militari da sempre. Forse basta citare Adolf Eichmann: “Non ho mai compiuto alcuna azione, grande o piccola, senza aver avuto prima esplicite istruzioni da Adolf Hitler o da qualcuno dei miei superiori.”

Questa difesa, ampiamente utilizzata dai gerarchi nazisti, è stata considerata giuridicamente non valida dal IV principio di Norimberga:

The fact that a person acted pursuant to order of his Government or of a superior does not relieve him from responsibility under international law, provided a moral choice was in fact possible to him. “I was following orders”, is not an excuse.

Mi direte che tutti, in questi giorni, stanno parlando “a sproposito” di fascismo, nazismo, razzismo eccetera. Non mi sembra un’obiezione fondata: chi ne sta parlando, è perché vede in questo affievolirsi dei principi lo stesso processo che portò alla supina acettazione di questi regimi mostruosi.

Sono certamente “vetero-” e anche un po’ “catto-” comunista, ma mi attengo alla lezione di Lorenzo Milani:

A Norimberga e a Gerusalemme son stati condannati uomini che avevano obbedito. L’umanità intera consente che essi non dovevano obbedire, perché c’è una legge che gli uomini non hanno forse ancora ben scritta nei loro codici, ma che è scritta nel loro cuore. Una gran parte dell’umanità la chiama legge di Dio, l’altra parte la chiama legge della Coscienza. Quelli che non credono né nell’una né nell’altra non sono che un’infima minoranza malata. Sono i cultori dell’obbedienza cieca.

Condannare la nostra lettera equivale a dire ai giovani soldati italiani che essi non devono avere una coscienza, che devono obbedire come automi, che i loro delitti li pagherà chi li avrà comandati.

[…]

A dar retta ai teorici dell’obbedienza e a certi tribunali tedeschi, dell’assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma Hitler era irresponsabile perché pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto perché non ha autore.

C’è un modo solo per uscire da questo macabro gioco di parole.

Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.

A questo patto l’umanità potrà dire di aver avuto in questo secolo un progresso morale parallelo e proporzionale al suo progresso tecnico. [il testo integrale di L’obbedienza non è più una virtù lo potete trovare qui]