Cause naturali [2]

Un aggiornamento (tardivo, e me ne scuso). Il manifestante morto per cause naturali durante il G20 di Londra il 1° aprile “Non è morto per un attacco di cuore, ma per un’emorragia interna”. Ce lo rivela la Repubblica.it.

Anche se non capite l’inglese del commento, le immagini pubblicate dl Guardian sono piuttosto chiare.

In questo servizio di SkyNews si vede, più tardi, la sequenza della sua morte e il percorso che aveva fatto quella mattina. So benissimo che post hoc non implica propter hoc, ma penso che ci siano molte domande cui la polizia inglese deve dare risposte convincenti.

Quello che certo è che anche la “mano poliziotta” è una causa naturale.

La peggiore tragedia del millennio

L’hanno scritto tutte le agenzie di stampa, ripreso tutti i giornali, trasmesso tutte le radio e le televisioni.

(AGI) – Roma, 6 apr. – “La peggiore tragedia di questo millennio”. Cosi’ il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, definisce il terremoto in Abruzzo.

Non ho motivi particolari per prendermela con Bertolaso (anche se mi fa un po’ ridere che sia chiamato a risolvere tutte le emergenze nazionali, come il Wolf di Harvey Keitel in Pulp Fiction) e meno che mai voglio mancare di rispetto alle vittime del terremoto.

Però le parole hanno, o dovrebbero avere un senso. D’accordo, dico spesso (e lo conferma l’indagine PISA dell’OCSE) che la nostra tradizione scolastica porta gli italiani ad avere poca dimestichezza con i numeri e con le analisi quantitative. E questo è già un bel problema in sé. Ma – cribbiolina – tutti cercano di convincerci che siamo maghi delle parole, ottimi retori, grandi comunicatori. Invece la frase di Bertolaso, al di là dei luoghi comuni, ha un contenuto informativo prossimo a zero. Peggio: un contenuto disinformativo.

Tanto per cominciare, questo millennio – a seconda che lo facciamo iniziare dal 1° gennaio 2000 o 2001 – ha 8 o 9 anni d’età. Vuol dire che ne mancano 991 o 992 alla sua conclusione e, purtroppo, c’è tutto il tempo per accumulare tragedie peggiori di questa. Non ha detto, Bertolaso, la tragedia peggiore degli ultimi 1000 anni, che forse avrebbe dato più prospettiva alla sua affermazione, ma che sarebbe stato palesemente falso, qualunque fosse il metro di giudizio adottato.

Già, perché l’uso del comparativo peggiore implica necessariamente un metro di giudizio. La necessità di avere un’unità di misura, e quindi di ragionare in termini quantitativi, rientra dalla finestra dopo essere stata messa alla porta. Peggiore di che? Peggiore in che termini? Qual è l’unità di misura che stiamo utilizzando? Il numero di morti? Il numero di abitazioni distrutte? L’ammontare dei danni espresso in termini monetari? E qual è l’ambito territoriale di riferimento? L’Aquila? L’Abruzzo? L’Italia? L’Europa? Non certo la scala mondiale, nemmeno a parlare soltanto di eventi sismici, dal momento che le vittime dello tsunami del 26 dicembre 2004 sono stimate in 230.000 (Bertolaso dovrebbe saperlo, dato che fu responsabile delle operazioni di soccorso dell’Unione europea).

Quanto a me, nonostante le mia passione per i numeri e le statistiche, trovo questa contabilità dei disastri un esercizio fuorviante e cinico: ogni tragedia, ogni morte, ha una sua scala definitiva e incomparabile, come ben sa chi ha perso una persona cara per incidente stradale o sul lavoro, per malattia, per qualunque causa …

Come canta il poeta (l’avevo già citato qui):

Da morte nera e secca, da morte innaturale,
da morte prematura, da morte industriale,
per mano poliziotta, di pazzo generale,
diossina o colorante, da incidente stradale,
dalle palle vaganti d’ ogni tipo e ideale,
da tutti questi insieme e da ogni altro male,
libera, libera, libera, libera nos Domine!

Pubblicato su Grrr!, Parole. 1 Comment »

Cause naturali

“Il manifestante morto ieri è deceduto per cause naturali.” [iphone.repubblica.it 2 aprile 2009 ore 10:06]

Si escludono dunque le cause soprannaturali. Meno male.

Si resta in attesa, però, della reazione del Vaticano.

Sciampo

O anche shampoo, mutuato dall’inglese. Un detergente per lavare i capelli e il cuoio capelluto.

Arrivato a noi dall’hindi champo, imperativo di un verbo che significa “premere”, “strizzare” e per estensione “massaggiare”. Alla fine del Settecento, l’indiano Sheikh al-Din Mohammad aprì uno stabilimento di bagni turchi sul lungomare di Brighton, dove i massaggi sul corpo e sulla testa venivano effettuati, in un’atmosfera satura di umidità, con le mani insaponate (il sapone fungeva così da lubrificante). Nel 1762 la parola venne anglicizzata e da lì è entrata nel linguaggio comune.

Soltanto un pretesto, in realtà, per questo:

Prete

Il prete (dal greco πρεσβύτερος, presbyteros; e dal latino presbyter, da cui deriva in una traduzione più letterale l’arcaico termine presbitero), letteralmente “anziano”, è nella Chiesa cattolica e in altre Chiese cristiane un ministro religioso che presiede il culto, guida la comunità cristiana, e annuncia la parola di Dio. [Wikipedia]

Più comunemente, il ministro di culto di qualsiasi religione.

Scavando un po’ più a fondo nell’etimologia si trova una buffa sorpresa: πρεσβύτερος è il comparativo di πρεσβύς , “vecchio” (ovviamente, perché i preti erano scelti tra i più anziani, di fede e d’età). Ma πρεσβύς o πρεσβoύς è letteralmente il primo bue, quello che guida la mandria. Altro che pecorelle, il popolo bue! E altro che buon pastore, è un bue come noi!

Copyright © Giorgio Maria Griffa

Pubblicato su Parole. 6 Comments »

Prostitute

Per la prima volta sono stato estratto nel campione di un’indagine statistica nazionale. Un’esperienza interessante e un’indagine importante.

Ma un quesito mi ha veramente sconcertato. Nella sezione Sicurezza dei cittadini, mi si chiede:

Nella zona in cui abita, con che frequenza le capita di vedere […] prostitute in cerca di clienti?

Prostitute in cerca di clienti? E infatti, il degrado della zona in cui si abita è correlato (insieme al consumo e allo spaccio di droga, agli atti di vandalismo contro il bene pubblico e alla presenza di vagabondi, secondo il questionario che mi è stato somministrato) alla presenza di prostitute in cerca di clienti.

Ma certo. Abbiamo tutti in mente la situazione: macchine che procedono a passo d’uomo – a bordo mignottone felliniane scosciate, transessuali brasiliane, minorenni balcaniche, procaci nigeriane – che si accostano a qualsiasi uomo fermo ai bordi della strada o anche semplicemente alla fermata dell’autobus, o che cammina per i fatti suoi, e gli propongono prestazioni sessuali di ogni genere a pagamento, secondo un tariffario altrettanto variegato. Con un premium se rinuncia all’uso del preservativo, che tanto non offre protezione contro l’AIDS …

Fuor d’ironia, che non tutti apprezzano o comprendono. Il modo con cui si formulano le domande in un questionario statistico non è neutro, come gli addetti ai lavori sanno benissimo: determina il contesto (il frame, come direbbe George Lakoff) e per questa via influenza preventivamente il pensiero (e dunque la risposta) dell’intervistato.  Qui il messaggio è chiaro: sono le prostitute che cercano i clienti, e non i clienti (maschi) che cercano soddisfazione sessuale “senza cerniere” (come diceva Erica Jong in Paura di volare) e dunque sono disposti a pagare. Sono le prostitute che cercano clienti, e non – come vediamo quasi quotidianamente – i clienti a cercare attivamente (online, nelle case per appuntamenti, nei club privé e anche per strada) donne disposte a scambiare prestazioni sessuali per denaro. Con lo sgradevole effetto secondario, per strada, e dal momento che le prostitute sono sempre presunte tali (ci si affida a “segnali” ambigui come l’abbigliamento, il trucco, la zona eccetera), che spesso a essere importunate sono donne che non praticano questa professione. E, se permettete, questa è l’insicurezza sociale: per una donna, non potersi vestire e truccare come vuole senza correre il rischio di essere affiancate da un tizio in macchina che tira giù il finestrino e ti chiede “quanto vuoi?”, in genere precisando la prestazione sessuale richiesta.

Ecco, il questionario – spero involontariamente – ignora questa realtà e propone un quadro diverso: quello, appunto, in cui sono le prostitute a cercare (attivamente) i clienti e, di conseguenza, a costituire una parte del problema dell’insicurezza sociale percepita.

E non consente in alcun modo all’intervistato – tirannia delle “risposte chiuse” – di eccepire che, semmai, è l’ossessiva e diffusa presenza dei clienti a rendere impossibile a una donna, soprattutto se giovane o straniera o appena appena appariscente, di sentirsi sicura quando esce per strada.

Parònimo

“Nella grammatica classica, parola che presenta una lieve differenza formale rispetto a un’altra; parola derivata da un’altra; parola che è simile a un’altra nella forma, ma che ne differisce nel significato” [De Mauro online]

Deriva dal greco pará (“vicino”) e ónyma o ónoma (“nome”). Allo stesso modo, ma con diversi prefissi, sono costruite antinomìa, metonìmia, sinonimìa eccetera.

La paronimia, chiamata anche malapropismo (dal nome del personaggio di una commedia di Richard Sheridan, Mrs. Malaprop) è lo scambio – voluto o accidentale – di parole somiglianti nella forma, ma diverse nel significato: spiccicare-spiaccicare, infettare-infestare eccetera.

Malapropismo è termine derivato dall’inglese, dove malapropos (a sua volta derivato dal francese mal à propos) significa “inappropriato” (e”inappropriatamente”).

La paronimia “voluta” è da considerarsi un espediente retorico (come tale sfruttato in vari ambiti, tra cui ad esempio nel linguaggio della pubblicità e in quello della politica, oltre che nei testi comici).

Quella “involontaria”, in quanto solecismo, è indice di competenze linguistiche limitate, o quanto meno di scarso controllo dei registri linguistici “alti”. È quindi socio-linguisticamente stigmatizzata. Nell’evoluzione dell’italiano contemporaneo, in cui sempre più spesso i mass-media mettono i locutori a contatto con linguaggi specialistici e registri più o meno ricercati, il fenomeno del malapropismo involontario è sempre più diffuso. [adattato da Wikipedia]

Pubblicato su Parole. 3 Comments »

Autocalunnia [2]

La confessione (autocalunniosa) di Alexandru Isztoika Loyos, diffusa dalla Questura di Roma e pubblicata sul sito di Repubblica.

Vodpod videos no longer available.

Autocalunnia

“L’accusare sé stesso di colpa inesistente. In diritto, reato di autocalunnia, quello commesso da chi, mediante dichiarazione orale o scritta (anche se anonima o sotto falso nome) o mediante confessione all’autorità giudiziaria, incolpa sé stesso di un reato non commesso o commesso da altri.” [Vocabolario della lingua italiana, Istituto dell’enciclopedia italiana]

La calunnia è il reato previsto dall’articolo 368 del codice penale italiano:

Chiunque, con denunzia, querela, richiesta o istanza, anche se anonima o sotto falso nome, diretta all’Autorità giudiziaria o ad un’altra Autorità che a quella abbia obbligo di riferirne, incolpa di un reato taluno che egli sa innocente, ovvero simula a carico di lui le tracce di un reato, è punito con la reclusione da due a sei anni.
La pena è aumentata se s’incolpa taluno di un reato pel quale la legge stabilisce la pena della reclusione superiore nel massimo a dieci anni, o un’altra pena più grave.
La reclusione è da quattro a dodici anni se dal fatto deriva una condanna alla reclusione superiore a cinque anni, è da sei a venti anni, se dal fatto deriva una condanna all’ergastolo.

L’autocalunnia è prevista dal successivo articolo 369 del codice penale:

Chiunque, mediante dichiarazione ad alcuna delle Autorità indicate nell’articolo precedente, anche se fatta con scritto anonimo o sotto falso nome, ovvero mediante confessione innanzi all’Autorità giudiziaria, incolpa se stesso di un reato che egli sa non avvenuto, o di un reato commesso da altri, è punito con la reclusione da uno a tre anni.

Per la calunnia non sono previsti né il fermo né l’arresto. Lo stesso, immagino (ma non sono in grado di controllare) avvenga per l’autocalunnia, reato meno grave e punito con una pena molto inferiore.

Fin qui l’astratto diritto. Adesso facciamo un esercizio d’empatia, e proviamo a metterci nei panni di Alexandru Isztoika Loyos, accusato dello “stupro di San Valentino” nel parco romano della Caffarella. Fuori, uno stuolo di cittadini d’ordine è pronto a linciarlo in piena tranquillità di coscienza, come in un film western. Dentro la polizia, convinta (in buona fede, speriamo) di avere per le mani il colpevole cerca di persuaderlo a confessare – prima è meglio è. Forse Alexandru Isztoika Loyos è un delinquente incallito e freddo. Forse è un ventenne spaventato. Forse un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. Gli inquisitori sono certamente corretti e professionali. Forse qualcuno alza la voce. Forse qualcuno alza le mani. Ma no, non facciamoci prendere dai pregiudizi, tutto sarà avvenuto senz’altro nella massima correttezza. A un certo punto, Alexandru Isztoika Loyos cede alla stanchezza e all’insistenza degli inquisitori e confessa; e già che c’è accusa un connazionale.

Passano i giorni. I giornali lodano l’efficienza e la tempestività degli inquisitori. Alexandru resta in cella. Finalmente fanno il test del DNA: non è il suo e nemmeno quello del connazionale. Spunta un supertestimone. Si rifanno i test: niente da fare, il DNA è incompatibile.

Fuori con tante scuse? No. Cito da iltempo.it:

Non verrà scarcerato nessuno dei due accusati dello stupro di San Valentino, anche se il tribunale del riesame ha annullato le ordinanze di custodia per insufficienza degli indizi. Anche Alexandru Isztoika Loyos resterà infatti detenuto perché pochi minuti prima della notifica del provvedimento di scarcerazione del riesame inviato via fax alla direzione del carcere, la polizia ha consegnato a Loyos, nella sua cella, un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip Guglielmo Muntoni con le accuse di calunnia e autocalunnia.
Il nuovo ordine di cattura per la diversa accusa è stato «chiuso» in pochi minuti, subito dopo la decisione del riesame. Infatti se, come conclude il tribunale, non ci sono indizi per ritenere che i due romeni abbiano commesso la violenza sessuale, allora vuol dire che la confessione di Loyos si «trasforma» in autocalunnia per quanto riguarda la sua stessa posizione, e in calunnia in riferimento alla «chiamata di correo» nei confronti di Karol Racz.
L’ordinanza-bis è stata chiesta dallo stesso pm Vincenzo Barba il quale però, in questo modo, si è preclusa la possibilità di presentare ricorso contro la decisione del riesame. In pratica l’accusa ha «preso atto» del provvedimento dei giudici del tribunale del riesame e ha aperto un nuovo fascicolo per il reato di calunnia e autocalunnia. Dando quindi per accertato che quella confessione sia falsa e che dunque Loyos e Racz non abbiano nulla a che fare con la violenza sessuale. In sostanza, l’annullamento delle ordinanze di custodia disposto dal riesame non ha prodotto alcun effetto concreto sulla detenzione dei due accusati. Karol Racz resta detenuto per violenza sessuale – almeno fino ad una ulteriore decisione del riesame – per lo stupro di Primavalle il 21 gennaio.
Loyos resta detenuto per calunnia e autocalunnia. La conseguenza «processuale» però della decisione dei giudici del riesame è consistente: anche in base alla nuova ordinanza di custodia l’inchiesta sullo stupro alla Caffarella non potrà che concludersi con la richiesta di archiviazione nei confronti di Loyos e Racz. Il primo potrebbe essere processato invece per calunnia, mentre il secondo per un diverso caso di violenza sessuale.

Insomma, il giudice è convinto, straconvinto che Alexandru non sia colpevole dello stupro della Caffarella, e nemmeno di quello di Primavalle (per cui ci sono invece dubbi sul connazionale). Ne è convinto anche il pubblico ministero, così convinto da avere assunto una decisione che gli preclude la possibilità di ricorso. L’accusa di calunnia/autocalunnia si fonda infatti necessariamente sulla premessa che la confessione fosse falsa. Però Alexandru resta in carcere. Pericoloso? Inquinatore di prove? O un leggero sentore di demagogia? Di cedimento agli umori delle folle? Si dice fumus persecutionis anche per i rumeni o soltanto per i leader politici?

E c’è qualche giurista in grado di spiegarmi perché – se per il reato di calunnia non si può essere fermati nè arrestati – Loyos non è stato rilasciato?

Pubblicato su Parole. 6 Comments »

Lascivo

“Di qualcuno, che è incline alla sensualità licenziosa e dissoluta; di atteggiamento, comportamento e simili, che rivela lascivia, propensione alla dissolutezza, alla licenziosità: comportamento, sguardo lascivo; che ha per soggetto argomenti sensuali e licenziosi: un film, un racconto lascivo.” [De Mauro online]

Ci arriva da radice indoeuropea dal latino lascivus, che è una variante di lascus (allentato), che ha seguito il curioso percorso laxus → lacsus → lascus. La radice indoeuropea las- è alla base del sanscrito lasati (bramare, desiderare, abbracciare, ma anche giocare), del greco lesis (volontà), del tedesco Lust (voglia) e dell’inglese love (amore). Una combinazione di significati che dà da pensare, no?

Pubblicato su Parole. 2 Comments »