Golden Hair

Non si chiama così, in realtà. Si chiama semplicemente V nella serie delle 34 (poi 36) poesie d’amore che James Joyce scrisse per Nora Barnacle.

Lean out of the window,
Goldenhair,
I heard you singing
A merry air.

My book was closed;
I read no more,
Watching the fire dance
On the floor.

I have left my book,
I have left my room,
For I heard you singing
Through the gloom.

Singing and singing
A merry air,
Lean out the window,
Goldenhair.

La poesia è stata musicata, con il titolo Golden Hair, dal leggendario Syd Barrett (il crazy diamond dei Pink Floyd) nel 1970 nel suo album solista The Madcap Laughs.

Il giorno della morte di Syd Barrett (il 7 luglio 2006), in un concerto a Manchester, John Frusciante dei Red Hot Chili Pepper ha cantato questa cover (bruttina).

Tabe

Secondo il De Mauro online, 3 accezioni, tutte letterarie:

  1. pus che cola da piaghe o ferite
  2. grave e progressivo deperimento dell’organismo, consunzione: gl’infami avoli tuoi di tabe | marcenti o arsi di regal furore (Carducci)
  3. figurato, degradazione, corruzione morale.

La tabe dorsale è propriamente una malattia a eziologia luetica propria dell’età adulta, causata da fenomeni degenerativi del midollo spinale e dei tronchi sensitivi, che degenera in sclerosi e provoca dolori, parestesie, disturbi della sensibilità, crisi viscerali, perdita di riflessi nervosi e ipotonia muscolare, deficit motori e atrofia del nervo ottico.

Dal latino tabes, “il perdersi a poco a poco di una cosa per fusione o putrefazione”, dal verbo tabeo (“mi liquefaccio, mi struggo”). Esiste anche il sostantivo tabum (“marcio, sangue corrotto, peste”). La radice indoeuropea ta- è all’origine delle parole che fanno riferimento al disgelo, come l’inglese to thaw.

Dedicato a GPO.

Pubblicato su Parole. Leave a Comment »

Catacresi

Catacrèsi (o catàcresi): l’estensione usuale di una parola o di una locuzione oltre i limiti del suo significato proprio (ad esempio: la gamba del tavolo, il collo della bottiglia) (De Mauro online).

Dal greco κατάχρησις (κατα “giù, al di là” + χρησθαι “usare, adoperare”). È una figura retorica ormai entrata nell’uso comune, impiegata per designare qualcosa per cui la lingua non offre un termine specifico. Si tratta soprattutto di antiche metafore e metonimie non più avvertite come tali. Sono sinonimi di catacresi “abusio” e “acirologia”.

Sono forme comuni di catacresi:

  • L’uso di una parola per denotare qualcosa di radicalmente differente dal suo significato comune ( ‘Tis deepest winter in Lord Timon’s purse – Shakespeare, Timon of Athens)
  • L’uso di una parola per denotare qualcosa che non avrebbe altrimenti un suo nome (‘la gamba del tavolo’)
  • L’uso di una parola fuori contesto (‘Non hai sentito? Sei forse cieco?’)
  • L’uso di una logica paradossale o contraddittoria
  • L’uso di una metafora illogica (mixed metaphor) (‘To take arms against a sea of troubles…’ – Shakespeare, Hamlet)
Pubblicato su Parole. Leave a Comment »

Cicale

Le cicale sono il suono dell’estate.

Quelle più frequenti da noi hanno il nome scientifico di Lyristes plebejus. Sembrano grosse mosche (sono lunghe dai 2 ai 4 centimetri) e se ne stanno sugli alberi, soprattutto sui pini marittimi, a emettere il loro “canto”.

Nonostante l’apparenza inconspicua, sono animali molto interessanti, per una serie di motivi.

Partiamo da quelli biologici. Il “canto”, anzitutto. Come è facile immaginare, è un canto di corteggiamento, un richiamo sessuale. Soltanto i maschi lo fanno, le femmine della specie sono mute (e qui mi sorgono alla mente considerazioni che non condivido, ma mi fanno sorridere…). Il canto non è prodotto dallo sfregamento di parti esterne del corpo, come accade per i grilli, ma da un organo stridulatore posto sotto l’addome. L’apparato è costituito da lamine (timballi) tese da tendini che le collegano a muscoli particolarmente potenti, sui lati dell’addome; per produrre il suono l’insetto fa vibrare le lamine e camere d’aria provvedono alla risonanza. Qui sotto lo schema (scusate il tedesco!).

La femmina depone le uova sugli alberi, ma quando si dischiudono le larve scendono a terra e iniziano una vita sotterranea (ipogea) che dura (nelle cicale italiane) 4 anni. Le larve hanno zampe anteriori scavatrici grazie alle quali si spostano da una radice all’altra per nutrirsi. Poi i giovani individui (già molto simili agli adulti, ma privi di ali, con due zampe anteriori adatte allo scavo del terreno) escono dal suolo e cercano un albero dove arrampicarsi ed effettuare la muta.

La cosa veramente interessante sotto il profilo dell’evoluzione è il lungo periodo che le larve passano sotto terra. C’è un genus di cicale nord-americane, le Magicicadae, che hanno un ciclo di 13 (in 4 specie) o di 17 anni (in 3 specie). I loro cicli sono sincronizzati: gli adulti si sviluppano tutti insieme, un dato anno, e sono assenti negli anni intermedi. Perché? Perché 13 e 17 sono numeri primi, abbastanza grandi da rendere improbabile che le specie di potenziali predatori possono sincronizzare il loro ciclo di vita con quello di queste cicale. Lo spiega bene Richard Dawkins in The Blind Watchmaker:

One of the most bizarre examples of convergent evolution that I know concerns the so-called periodical cicadas. Before getting to the convergence, I must fill in some background information. Many insects have a rather rigid separation between a juvenile feeding stage, in which they spend most of their lives, and a re!atively brief adult reproducing stage. Mayflies, for instance, spend most of their lives as underwater feeding larvae, then emerge into the air for a single day into which they cram the whole of their adult lives. We can think of the adult as analogous to the ephemeral winged seed of a plant like a sycamore, and the larva as analogous to the main plant, the difference being that sycamores make many seeds and shed them over many successive years, while a mayfly larva gives rise to only one adult right at the end of its own life. Anyway, periodical cicadas have carried the mayfly trend to an extreme. The adults live for a few weeks, but the ‘juvenile’ stage (technicalIy ‘nymphs’ rather than larvae) lasts for 13 years (in some varieties) or 17 years (in other varièties). The adults emerge at almost exactly the same moment, having spent 13 (or 17) years cloistered underground. Cicada plagues, which occur in any given area exactly 13 (or 17) years apart, are spectacular eruptions that have led to their incorrectly being called ‘locusts’ in vernacular American speech. The varieties are known, respectively, as 13-year cicadas and 17-year cicadas.
Now here is the really remarkable fact. It turns out that there is not just one 13-year cicada species and one 17-year species. Rather, there are three species, and each one of the three has both a I7-year and a I3-year variety or race. The division into a 13-year race and a 17-year race has been arrived at independently, no fewer than three times. It looks as though the intermediate periods of 14, 15 and 16 years have been shunned convergently, no fewer than three times. Whyl We don’t know. The only suggestion anyone has come up with is that what is special about 13 and 17, as opposed to 14, 15 and 16, is that they are prime numbers. A prime number is a number that is not exactly divisible by any other number. The idea is that a race of animals that regularly erupts in plagues gains the benefit of alternately ‘swamping’ and starving its enemies, predators or parasites. And if these plagues are carefully timed to occur a prime number of years apart, it makes it that much more difficult for the enemies to synchronize their own life cycles. If the cicadas erupted every 14 years, for instance, they could be exploited by a parasite species with a 7-year life cycle. This is a bizarre idea, but no more bizarre than the phenomenon itself. We really don’t know what is special about 13 and 17 years. What matters for our purposes here is that there must be something special about those numbers, because three different species of cicada have independently converged upon them.

In letteratura, a partire dalla favola di Esopo, la cicala è stata spesso vituperata. Su questa pagina c’è un percorso tematico bello ed esauriente. Io mi limito a citare la prosa di Giosuè Carducci, per un motivo assolutamente personale: non so perché, per un loro privato e complice scherzo suppongo, questo incipit era sempre citato a memoria da mio padre e mia madre ogni volta che, me bambino, le cicale cantavano.

Come strillavano le cicale giù per la china meridiana del colle di San Miniato al Tedesco nel luglio del 1857!
Veramente per significare lo strepito delle cicale il Gherardini e il Fanfani scavarono dalla Fabbrica del mondo di Francesco Alunno il verbo frinire. E per una cicala sola, che canti, amatrice solinga, sta. Ma quando le son tante a cantar tutte insieme, altro che frinire, filologi cari!
Come, dunque, strillavano le cicale, etc. etc.! Intorno, i verzieri fortemente distinti dal verde cupo delle ficaie; al piano, i campi nei quali il verde cedeva più sempre al giallo biondo, al giallo cenerino, al polveroso della grande estate; di faccia, l’ondoleggiante leggiadria dei colli di Valdarno somiglianti a una fila di ragazze che présesi per mano corrano cantando rispetti e volgendo le facce ridenti a destra e a sinistra, – tutto cotesto viveva ardeva fremeva sotto il regno del sole nel cielo incandescente.

Nei luoghi della mia infanzia, infatti, cicale non se ne sentivano molte, con l’eccezione della pineta di Milano Marittima, posto esotico dove  viveva anche l’inquietante formicaleone. Ma questa è tutta un’altra storia. Il regno delle cicale fu poi per me la Toscana, come per il Carducci, e più tardi il Sud.

Contumace

Si dice “di imputato di un processo penale o di parte di un processo civile che si trovino in situazione di contumacia” (contumacia è, nel diritto processuale penale, la situazione di un imputato che, citato in giudizio, si astiene dal comparire al dibattimento e, nel diritto processuale civile, la mancata costituzione di una parte in giudizio); ma anche “di chi è riluttante a sottomettersi; indocile, disobbediente, ribelle” e, per estensione, di sentimento “che persiste a lungo, tenace, ostinato” (De Mauro online).

Il latino còntumax sarebbe un composto di cum (con) e temnĕre (disprezzare), come contumelia (offesa) oppure, secondo altri, tumēre (essere gonfio) come in “tumido”. Quest’ultima etimologia, se fosse quella corretta, darebbe luogo a un’interessante considerazione sul “persistere a lungo” in senso fisico e figurato.

Pubblicato su Parole. Leave a Comment »

Invidia (2)

Ancorché ateo praticante, trovo illuminante quello che dell’invidia (e della gelosia) dice Enzo Bianchi (su La stampa del 23 dicembre 2007):

[…] i padri del deserto accostavano alla tristezza l’invidia, ricordando che se la prima provoca una sorta di paralisi di senso nell’oggi, la seconda è un’afflizione che nasce dal bene degli altri. L’etimologia di invidia ne rivela il legame con il «vedere»: in-videre significa avere un occhio cattivo fino a non vedere più l’altro, fino a volerne la sparizione, e così l’invidia può condurre all’omicidio. Sì, c’è anche una tristezza che nasce dalla constatazione della felicità altrui, reale o presunta che sia: terribile sentimento che nasce ancora una volta dal fuggire il presente, solo che anziché rifugiarci in un passato idealizzato o in un futuro sognato, ci volgiamo verso un presente che non appartiene a noi ma ad altri… Nasce allora il desiderio di avere noi, qui e subito, la «roba» degli altri, anche se a volte si vorrebbe semplicemente che l’altro non avesse quei beni, quelle caratteristiche, quei determinati doni. Per questo l’invidia è un sentimento che si cerca di nascondere, un sentimento inconfessabile, di cui non ci si vanta ma ci si vergogna perché equivarrebbe a una dichiarazione pubblica di inferiorità. Più in profondità, l’invidia è un riflesso che consiste nel paragonarsi sistematicamente agli altri, nell’incapacità personale di ammettere con gratitudine i doni rispettivi di cui ciascuno è dotato. Ci sono sempre qualità che gli altri hanno e io no; fissandomi su queste, finisco per cadere nella profonda tristezza verso la vita quale essa è e si presenta.
Oggi i sociologi dicono che l’invidia è un male sociale assai diffuso, soprattutto verso chi guadagna di più e dispone di più ricchezze. Ma l’invidioso dovrebbe sapere di essere condannato all’isolamento: infatti, non appena gli altri si accorgono di questo suo sentimento, lo abbandonano perché ai loro occhi diviene insopportabile. Non a caso anche la gelosia – patologia che si declina in mille modi, non solo nei rapporti coniugali – appartiene a questa medesima suggestione, a questa tentazione della tristezza: essa nasce dal vivere gli uni accanto agli altri, dal confronto continuo, dal verificare ciò che gli altri sono e fanno e, di conseguenza, l’approvazione e il riconoscimento che essi ricevono. Va detto con estremo realismo: questi sentimenti, se lasciati crescere senza freno, trasformano anche somaticamente chi ne è preda e si manifestano con il pallore del volto, con labbra tese e piatte, con lo sguardo glaciale…
Chi ha raffigurato bene l’invidia è Giotto nella Cappella degli Scrovegni, dove appare una donna anziana, avvolta dalle fiamme che indicano il suo tormento interiore e dalla cui bocca esce un serpente che si ritorce contro i suoi occhi; le sue orecchie spropositate narrano la sua attitudine alla curiosità, ad ascoltare maldicenze per nutrirsi di contestazione e antagonismo, concorrenza e gelosia: un male veramente triste che si contrappone alla comunicazione, alla gioia che viene dal condividere con gli altri la ricerca di senso e il tesoro della nostra comune condizione umana.

Pubblicato su Parole. 2 Comments »

NIMBY

Con NIMBY (acronimo inglese per Not In My Back Yard, lett. “Non nel mio cortile”) si indica un atteggiamento che si riscontra nelle proteste contro opere di interesse pubblico che hanno, o si teme possano avere, effetti negativi sui territori in cui verranno costruite, come ad esempio grandi vie di comunicazione, sviluppi insediativi o industriali, termovalorizzatori, discariche, depositi di sostanze pericolose, centrali elettriche e simili. L’atteggiamento consiste nel riconoscere come necessari, o comunque possibili, gli oggetti del contendere ma, contemporaneamente, nel non volerli nel proprio territorio a causa delle eventuali controindicazioni sull’ambiente locale.

Fin qui Wikipedia, che aggiunge anche che per la degenerazione estrema della sindrome NIMBY si utilizza l’acronimo BANANA che sta per Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything (“Non costruire assolutamente nulla in alcun luogo vicino a niente”).

Nel quartiere dove abito c’è grande agitazione, con raccolta di firme e diffide, contro la costruzione di un’antenna di 35 metri d’altezza e posta in cima a una collinetta con le antenne dei cellulari.

Ai tempi dei miei studi, si insegnava che nelle scelte pubbliche si doveva perseguire l’ottimo paretiano o efficienza allocativa (quando, spostandosi da una situazione a un’altra, tutti gli interessati vedono la propria condizione migliorare o almeno non peggiorare; cioè quando non è possibile alcuna altra allocazione che migliori le condizioni di tutti, perché l’utilità di un soggetto può essere aumentata soltanto da una diminuzione dell’utilità di qualcun altro; nessuno può migliorare la propria condizione senza che qualcun altro peggiori la sua). Quando l’ottimo paretiano fosse risultato inattingibile, si sarebbe dovuti ripiegare sul criterio di efficienza (o di compensazione) di Kaldor-Hicks (introdotto da John Kaldor e Nicholas Hicks nel 1939), secondo il quale una modificazione nell’allocazione delle risorse è efficiente se il benessere ottenuto da alcune componenti supera le perdite di benessere subite da altri componenti. Perché vi sia efficienza è fondamentale che coloro che subiscono una perdita di benessere rimangano in una situazione migliore rispetto a coloro verso i quali la modificazione dell’allocazione ha operato favorevolmente. In pratica, chi beneficia dell’azione è in grado di compensare le perdite di coloro che ne sono danneggiati, e conservare un beneficio.

Non si fa così, in genere, o quanto meno non esplicitamente e trasparentemente. Una legge, anni fa, prevedeva che i comuni che accettavano che nel loro territorio fossero insediate centrali elettriche godessero di un prezzo agevolato dell’energia. Ma non mi risulta che, nel dibattito sulla monnezza campana o in quello sulla TAV, sia sia fatto esplicito riferimento al criterio di Kaldor-Hicks.

Fin qui la razionalità. Ma NIMBY gioca molto sull’irrazionalità. Tanto per cominciare dal fatto che non mi sembra sia mai stato dimostrato che la radiazione elettromagnetica sia pericolosa. Viviamo comunque in un bagno di radiazione elettromagnetica, anche se le frequenze dei telefonini sono particolarmente alte. Dove è stata eretta l’antenna, fino a pochi anni fa c’era un convento: è più pericolosa la vicinanza all’antenna o al clero?

L’altro aspetto paradossale è che la mobilitazione “popolare” (anche se stiamo parlando di un quartiere d’agiata borghesia) avviene prevalentemente via telefonino. Nessuno coglie l’ironia che per combattere un’antenna dei telefoni ci si mobiliti con i telefonini stessi. Nessuno coglie, forse, la relazione tra telefonino e antenna. Nessuno riflette sulla circostanza che, senza antenna, e senza antenna vicina (dicevamo che le onde sono molto corte), i telefonini non funzionerebbero…

Pubblicato su Parole. 2 Comments »

Tricotillomania

Secondo Wikipedia:

La tricotillomania è l’abitudine, spesso accompagnata dall’urgenza, di tirarsi le ciocche di capelli, ma nei casi più gravi anche le ciglia, le sopracciglia, i peli della barba, i peli del naso, i peli pubici e altri peli del corpo. Le persone afflitte da questo disturbo arrivano a strapparsi i capelli o i peli, sino a procurarsi dermatiti o alopecia. Nei casi molto gravi alla tricotillomania si accompagna la tricofagia, ovvero l’ingestione dei capelli o peli strappati.

Può essere messa in relazione con il disturbo ossessivo-compulsivo, con il quale condivide talune caratteristiche. La tricotillomania colpisce in modo particolare i bambini di entrambi i sessi, da 2 a 6 anni, ma può protrarsi anche nell’adolescenza e nella età adulta: il numero di persone colpite da questo disturbo è cresciuto negli anni e in alcune nazioni raggiunge l’1% della popolazione.

Dubito che i bambini tra i 2 e i 6 anni si tirino i peli della barba o quelli pubici. Dubito anche che sia aumentata la proporzione di persone colpite (il numero, va da sé, è aumentato perché è aumentata la popolazione!): mi pare più probabile che sia ora considerata una patologia, e registrata come tale, quella che nel passato era considerata, nelle forma più lievi, un vezzo o un’innocua mania. Chiunque ha la barba tende a giocare con i suoi peli…

Pubblicato su Parole. Leave a Comment »

Invidia

Sentimento di astio, ostilità e rammarico per la felicità, il benessere, la fortuna altrui (De Mauro online).

Etimologicamente, l’invidia è una forma di cecità: dal latino in- “non” + vidēre “vedere”.

L'invidia fa alli altri la fossa et ella vi casca dentro

E infatti, nell’Inferno dantesco, gli invidiosi hanno gli occhi cuciti con il fil di ferro per punirli di aver gioito nel vedere le disgrazie altrui.

L’invidia si distinguerebbe dalla gelosia perché nel primo caso l’invidioso odia chi ha ciò che egli desidera ma non possiede; nel secondo il geloso odia chi teme possa sottrargli ciò che egli possiede (non ne sono del tutto convinto).

Nella piazza di Guastalla Ferrante Gonzaga domina l’invidia.

Pubblicato su Parole. 7 Comments »

Epoché

La sospensione del giudizio o epoché (traslitterazione del greco antico “ἐποχή” ossia “sospensione”) è l’astensione da un determinato giudizio o valutazione, qualora non risultino disponibili sufficienti elementi per formulare il giudizio stesso.

Si tratta di un processo cognitivo, nonché uno stato della mente, particolarmente implicato nella formazione di giudizi etici e morali. La nozione opposta a questa è quella di pregiudizio, cioè un giudizio formulato in assenza di ragioni oggettive al quale tuttavia viene accordata la piena convinzione di validità. Laddove il pregiudizio conduce a trarre conclusioni o a formulare giudizi in assenza di un numero sufficiente di informazioni, la sospensione del giudizio impone di astenersi da simili atti fino al raggiungimento della necessaria quantità di informazione.

La sospensione del giudizio è un principio metodologico basilare. Il metodo scientifico incoraggia la sospensione del giudizio in merito alle ipotesi (e anche il moderno processo).

Nei contesti sociopolitici, l’epoché è una pietra miliare dello sviluppo civile delle società, basata sulla convinzione che nessun punto di vista può essere elevato a universale senza consenso. Rimedio al fanatismo, permette di risolvere, e più spesso di evitare, i conflitti dovuti a incomprensione reciproca.

In filosofia, la sospensione del giudizio è associata allo scetticismo e al positivismo.

La “sospensione del giudizio” è stata teorizzata in modo sistematico ed esauriente per la prima volta nell’antica Grecia, in particolar modo da due grandi correnti di pensiero: l'”accademia media” platonica (attiva dal III al I secolo BCE) e i filosofi neo-pirroniani (o “veri scettici”) (attivi fra il I e II secolo BCE). La “sospensione del giudizio” consiste nel sospendere il proprio assenso non ai fenomeni (di per sé innegabili), ma al fatto che ai fenomeni, o a delle formulazioni di pensiero (come, a esempio, la cosmologia stoica) corrisponda la realtà. Bisogna essere consapevoli che della realtà non possiamo che avere un giudizio soggettivo. Per questo bisogna sospendere il giudizio, il che successivamente porta casualmente (in quanto i rapporti di causa-effetto sono criticati dagli scettici) all’imperturbabilità o ataraxia nell’ambito delle opinioni, e del moderato patire o metriopatheia di fronte alle necessità ineluttabili dell’esistenza umana.

Per spiegare il rapporto casuale tra epochè e ataraxia Sesto Empirico ricorre alla metafora del pittore Apelle (Lineamenti pirroniani I, 19-35):

Dicono infatti che egli, avendo dipinto un cavallo e desiderando raffigurare nel quadro la schiuma della bocca del cavallo, ebbe così poco successo, che rinunciò e gettò contro l’immagine la spugna in cui detergeva i colori del pennello: e dicono anche che questa, una volta venuta a contatto con il cavallo, produsse una rappresentazione della schiuma. Anche gli scettici, dunque, speravano di impadronirsi dell’imperturbabilità dirimendo l’anomalia degli eventi sia fenomenici sia mentali, ma, non essendo in grado di riuscirci, sospesero il giudizio; e a questa loro sospensione seguì casualmente l’imperturbabilità, come ombra a corpo.

Cartesio ha fatto dell’epoché il fondamento della sua epistemologia. Nel procedimento da lui denominato “dubbio metodico”, ha affermato che, in ordine alla costituzione di una conoscenza certa e salda, è necessario dubitare di qualunque cosa (ovvero, non bisogna dare niente per scontato). Solo eliminando i preconcetti e i pregiudizi è possibile conoscere la verità. L’uomo deve sospendere il giudizio dubitando di tutto, iniziando con il dubitare delle cose più semplici (dubbio metodico) per poi procedere a quelle più complesse (dubbio iperbolico). Secondo Cartesio si può dubitare di tutto, tranne che dell’atto stesso del dubitare (cogito ergo sum). [adattato da Wikipedia]

Epoché, composto delle parole greche epi- (“su”) e échein (“tenere”); ovvero “tenere sopra”, “trattenere”. L’epoché è il termine greco che designa l’astensione del giudizio sulle cose e sui fatti del mondo. Mentre l’epoché scettica dell’antichità era un concetto distruttivo, in quanto negava o costringeva a negare qualsiasi certezza, l’epoché di Husserl, nell’ambito della fenomenologia, mira a sospendere il giudizio sulle cose, in modo da permettere ai fenomeni che giungono alla coscienza di essere considerati senza alcuna visione preconcetta (come se li si considerasse per la prima volta). [tratto da riflessioni.it]

Se i fenomeni, secondo la fenomenologia, devono giungere alla coscienza solo ed esclusivamente nei limiti e nei modi in cui si danno, allora è necessario non considerare di ogni fenomeno un’infinità di “pre-concetti” che si sono formati nel tempo attorno alle definizioni del senso delle cose. Questo insieme di “pre-concetti” che vengono a sovrapporsi all’immediatezza originaria del fenomeno così come si manifesta nella coscienza sono, in ultima analisi, l’insieme delle teorie metafisiche e razionaliste che vanno ad aggiungere un senso in eccesso a quello che si viene a formare se si considera il fenomeno nella sua semplice immediatezza.

Se di un albero consideriamo il fenomeno puro, noi considereremo solamente le impressioni immediate che l’albero produce nella nostra coscienza, cosicché, secondo il metodo fenomenologico, l’esistenza di un processo di sintesi clorofilliana e la struttura linfatica della pianta sarebbero un senso eccedente le intenzioni della fenomenologia.

Se si vuole davvero proporre una scienza rigorosa dei fenomeni occorre sospendere il giudizio attorno a quei fatti che eccedono l’immediatezza del fenomeno, ovvero sospendere l’assenso attorno a ogni teoria che eccede le impressioni immediate. Questa sospensione del giudizio teorico sulle cose è chiamato da Husserl epoché, rispolverando un’antica parola utilizzata già dal pensiero scettico. È chiaro infatti che se la fenomenologia vuole fondare la sua rigorosità sul dato del fenomeno “nei modi e nei limiti in cui si dà” all’intuizione, la stessa intuizione immediata dell’albero non può dirci nulla attorno ai suoi processi organici interni, i quali sono il prodotto di un paradigma scientifico.

Tale “epurazione” concettuale serve alla fenomenologia per mondare i fenomeni dalle nozioni acquisite per via teorica e che non vanno a formare l’originarietà dell’oggetto percepito. Questo processo di ritorno alla visione autentica e originaria delle cose è l’essenza stessa della fenomenologia: la scienza più rispettosa dell’autentico significato della realtà è quella che permette alle cose di giungere alla coscienza nel modo più autentico e originario possibile, escludendo quindi tutti i dati attorno alle cose che sono stati acquisiti per via teoretica e scientifica.

Per fare un altro esempio, anche la spiegazione atomista della realtà materiale è per la fenomenologia un giudizio sulla realtà che occorre sospendere per mantenersi nella regione più sicura dei dati certi. La realtà che si da a noi, il “fenomeno realtà” che giunge alla nostra coscienza, non ci dice nulla attorno all’esistenza degli atomi. Occorre quindi sospendere il giudizio scientifico sulla realtà materiale e avvicinarsi al mondo con gli occhi di un bambino che lo guarda come se fosse per la prima volta. Solo in questo modo si giunge a “mondare” la coscienza da tutti quei sensi eccedenti il dato immediato che non possono dare la certezza di una realtà davvero autentica. [tratto da forma-mentis.net]

Pubblicato su Parole. 2 Comments »