Zeugma

Zèugma: figura retorica consistente nel far dipendere da un unico verbo più parole o costrutti, creando un’incongruenza semantica (per es. il verso dantesco: parlare e lacrimar vedrai insieme) (De Mauro online).

Una figura retorica affine è la sillèssi: figura retorica che consiste nell’attribuire contemporaneamente al medesimo termine un senso proprio e uno figurato (per es.: una casa piena di cose e di ricordi). Oppure (esempio mio): persi l’ombrello e la ragione.

Sillessi ha anche un secondo significato: figura sintattica che consiste nel far concordare due o più elementi di una frase secondo un senso logico e non grammaticale (per es.: ci sono un sacco di macchine per la strada).

Pubblicato su Parole. 1 Comment »

Nomen omen: proditoriamente

Avverbio. “In modo proditorio, a tradimento, con l’inganno” (De Mauro online).

Meditate, gente, meditate!

Pubblicato su Parole. Leave a Comment »

Chirospasmo e mogigrafia

Il chirospàsmo è il “crampo dello scrivano”, quel crampo doloroso ai muscoli della mano, che tende a cronicizzare, e rende particolarmente difficile scrivere. Si può dire anche cheirospàsmo e viene dal greco χείρ (mano) e σπασμος (spasmo).

Effetto del chirospasmo è la mogigrafia, cioè la calligrafia stentata di chi è affetto da chirospasmo. Anche questa parola viene dal greco, e in particolare dall’avverbio μογις (con difficoltà) anteposto a γράφειν (scrivere).

Pubblicato su Parole. 1 Comment »

MacGuffin

È quell’aggeggio (qualunque tipo di oggetto) che, senza avere una reale rilevanza in sé, è necessario per motivare le azioni di uno o più personaggi di un film, o per farne procedere la trama.

È un concetto centrale nel cinema di Hitchcock, ma molti altri autori e registi lo usano (ne sono un esempio la statuetta ne Il mistero del falco o il televisore nel romanzo di Wu Ming 54).

Secondo l’Oxford English Dictionary, il termine è stato inventato dallo stesso Hitchcock, che ne fece menzione la prima volta in una lezione alla Columbia University nel 1939: “[We] have a name in the studio, and we call it the ‘MacGuffin.’ It is the mechanical element that usually crops up in any story. In crook stories it is most always the necklace and in spy stories it is most always the papers.”

Ma la descrizione più nota è quella fornita nel noto libro-intervista di Truffaut:

Due viaggiatori si trovano in un treno in Inghilterra. L’uno dice all’altro: «Mi scusi signore, che cos’è quel bizzarro pacchetto che ha messo sul portabagagli? — Beh, è un MacGuffin. — E che cos’è un MacGuffin? — È un marchingegno che serve a catturare i leoni sulle montagne scozzesi. — Ma sulle montagne scozzesi non ci sono leoni! — Allora non esiste neppure il MacGuffin!».

Pubblicato su Parole. 4 Comments »

Carducci, la vendetta

T’amo pio bove, anzi ne amo nove
T’amo passerotto, anzi ne amo otto
Vi amo civette, anzi ne amo sette
Vi amo osèi, anzi ne amo sei
Amo chi delinque, anzi ne amo cinque
T’amo mio gatto, anzi ne amo quattro
T’amo scimpanzè, anzi ne amo tre
T’amo pio bue, anzi ne amo due
Non amo nessuno, Carducci importuno

Grazie al compianto Toti Scialoja per l’idea originaria.

Garrire

Un dubbio che mi tormenta da anni: perché garrìscono sia le bandiere al vento sia le rondini?

Ma – direte voi – non hai tormenti peggiori, che te li meriteresti anche?

Io sono arrivato fin qui, e non è molto (cito dal De Mauro online, ma i vocabolari sono pressoché concordi e non sciolgono il mio dilemma):

  • di uccello, emettere garriti: ascoltare le rondini garrire.
  • di vela, bandiera, drappo e simili, sbattere, sventolare rumorosamente: nera | dietro garria co ’l vento imperial bandiera (Carducci)
  • (obsoleto) chiacchierare, ciarlare vanamente | fare rimproveri: garrire a qualcuno | litigare; imprecare, inveire; anche, transitivo, sgridare, rimproverare: pur che mia coscienza non mi garra (Dante).

Per il verso degli uccelli, la radice indoeuropea sarebbe gar (gridare, emettere un suono), da cui il sanscrito gir (voce) e girâ (canto): ne deriverebbero, anche tramite il latino e il greco, parole italiane apparentemente disparate come gracchiare, gracidare, gallo, gru e gergo.

Ma il garrire delle bandiere? per il rumore che fanno sventolando? non mi convince!

Perché il proto-indoeuropeo gar, secondo Grassmann (apparentemente un’autorità in materia) significherebbe anche innalzare? Non sarebbe male, se non fosse che Grassmann, fondatore misconosciuto dell’algebra lineare, si è dedicato alla linguistica come ripiego dopo il mancato riconoscimento del suo lavoro come matematico…

Il dubbio resta. Ma non ho dubbi almeno su questo: preferisco sentir garrire le rondini che veder garrire le bandiere.

Pubblicato su Parole. 4 Comments »

Pigalgia

Sospetto che questa parola non esista in italiano, ma è attestata in portoghese e in inglese (pygalgia).

Dal greco pyge (natiche, come in “Venere callipigia”) e algia (dolore). Dunque, un dolore “addò no coce o’ sole”, come dice il poeta.

In inglese con un fondo di malizia, perché a pain in the ass (o, eufemisticamente, a pain in the neck) si dice di persona o cosa molto fastidiosa…

Pubblicato su Parole. 3 Comments »

Imbecille

Propriamente, come termine medico, “chi è menomato nelle facoltà intellettive per ritardo mentale o, anche, per vecchiaia o malattia”. Per estensione, specialmente come epiteto ingiurioso, “chi dimostra scarsa intelligenza: quel tuo amico è proprio un imbecille, fare la figura da imbecille, passare, essere preso per un imbecille” (De Mauro online).

Quando ero bambino, nella mia rigida famiglia (rigida, almeno, negli anni in cui ero bambino; perché via via che crescevo certe regole si attenuarono, di pari passo con l’evoluzione dei tempi e con l’irruzione della “contestazione”) era assolutamente proibito dire parolacce. Tutte le parolacce, compresi le ingiurie più veniali. Ricordo ancora – facevo, penso, la prima elementare – di essere arrossito a sentire dei bambini dire “Yo-yo! Tu sei scemo e io no”.

Avevo quasi 10 anni quando mio padre prese la patente e l’automobile. E un giorno, reagendo a una manovra impropria di un altro conducente, lo sentii imprecare: “Imbecille!”. Ma come, violava le regole che ci aveva imposto lui stesso? mi chiesi ad alta voce.

Fu allora che mio padre mi spiegò che “imbecille” non era propriamente un insulto. Derivava dal latino in- (prefisso con il significato di “con”) e bacíllum o bàculum (“piccolo bastone”). Denotava quindi una persona debole, malferma sulle gambe, obbligata ad avvalersi di un sostegno e, soltanto per estensione, debole di mente. Spiegazione poco convincente (che però ricordo con grande affetto), ma etimologia corretta.

Pubblicato su Parole. 1 Comment »

Acchito

Conosciamo tutti la frase “di primo acchito”: al primo colpo, subito, all’istante.

Ma “acchito” che significa? Ci soccorre il De Mauro online: nel biliardo è la posizione della palla o del pallino all’inizio del gioco e, per estensione, il cerchietto segnato sul tappeto verde su cui sono posati i birilli; anche nel gioco delle bocce, è la posizione del pallino all’avvio del gioco.

L’etimologia è interessante: è un composto dei termini latini ad (a, verso) e quietus (fermo, in posizione di quiete). La radice di quietus ha in sé anche il concetto di lasciare in pace, lasciar libero e sciolto, e quindi anche di liberazione da un’obbligazione, da cui l’italiano quietanza e l’inglese to quit (render libero, ma anche lasciare). To acquit (in inglese) e acquitter (in francese) significano entrambi “saldare un debito”, e il cerchio con l’acchito si chiude, dal momento che acchitare (nei giochi citati sopra) significa mettere il pallino o la boccia in un punto in cui l’avversario abbia l’agio di battere.

Pubblicato su Parole. Leave a Comment »

Morganàtico

Relativo al matrimonio tra un sovrano o un uomo di nobile rango e una donna di rango inferiore, in cui la moglie e gli eventuali figli sono esclusi dalla successione o dall’asse ereditario: nozze morganatiche, figli morganatici (De Mauro online).

I linguisti si scannano sull’etimologia del termine.

Quella che a me piace di più è quella che lo farebbe derivare dal longobardo morgincap (morgangëba in antico tedesco e morgen-gabe in tedesco moderno): mentre il diritto romano conosceva soltanto l’istituto della dote (beni che la famiglia della moglie apportava al patrimonio del marito, in parte come prezzo della sposa – che passava dalla proprietà paterna a quella del marito – e in parte come risarcimento per l’esclusione della sposa dall’eredità paterna), quello barbarico prevedeva anche che il marito donasse alla sposa la quarta parte del suo patrimonio. Una forma di assicurazione per permetterne il sostentamento in caso di vedovanza, ma anche un segno di esplicito gradimento dopo la prima notte di nozze (il dono, che comprendeva in genere un cavallo, si faceva il mattino successivo, da cui il nome di murganàle o di murgitàtio Morgen significa mattino in tedesco).

Anche se questa è l’etimologia più accreditata (e anche quella che io preferisco, perché mi sembra la più romantica), altri (ad esempio il Littré) propongono l’ipotesi matrimonio celebrato di buon mattino, cioè quasi surrettiziamente, senza le pompe della cerimonia meridiana o pomeridiana: in questo caso l’etimologia è sempre dal tedesco Morgen.

Altri ancora (ad esempio lo Scheler) propongono la radice gotica maurjan, restringere, come a dire matrimonio con restrizione, ossia privo degli effetti, anche patrimoniali ed ereditari, del matrimonio a pieno titolo (in assenza di dote, ad esempio, nel diritto romano i figli erano considerati membri del lignaggio materno piuttosto che di quello paterno e il legame matrimoniale non poteva considerarsi scisso fino a che la famiglia della sposa non avesse restituito il prezzo della sposa, riacquisendo in questo modo i diritti sul potere riproduttivo della donna).

La pratica del matrimonio morganatico era comune nelle parti d’Europa di lingua tedesca, dove l’uguaglianza di nascita tra gli sposi era considerata un principio importante, per consentire le nozze tra persone di diverso rango sociale (unebenbürtig in tedesco): era detto Ehe zur linken Hand (matrimonio con la mano sinistra) perché durante la cerimonia nuziale il marito porgeva alla moglie la mano sinistra (invece della destra). La moglie non acquisiva gli onori spettanti al marito e i figli non ereditavano patrimonio e titoli del padre.

Pubblicato su Parole. Leave a Comment »