Ritmo

Secondo il Vocabolario Treccani (reggetevi forte che c’è un sacco di roba):

Il succedersi ordinato nel tempo di forme di movimento, e la frequenza con cui le varie fasi del movimento si succedono; tale successione può essere percepita dall’orecchio (con alternanza di suoni e di pause, di suoni più intensi e meno intensi, ecc.), o dall’occhio (come alternanza di momenti di luce e momenti di ombra, di azioni e pause, di azioni fra loro simili e azioni di diverso tipo, ecc.), oppure concepita nella memoria e nel pensiero: avere, non avere il senso del r.; r. regolare, costante; r. continuo, intermittente; r. lento, veloce, sempre più veloce e, iperb., r. concitato, frenetico, indiavolato; accelerare, rallentare il r.; in relazione all’impressione psicologica che esso produce: r. monotono, stanco, ossessionante. In partic.:

1.a. Con riferimento a impressioni acustiche: r. di una nenia, r. di un tamtam; colpi, spari che si succedono con r. costante. Per metonimia, nell’uso corrente, composizione di musica leggera, per lo più jazz, in cui la cadenza ritmica ha, nell’esecuzione, la prevalenza sulla melodia: un r. lento, vivace; l’orchestra ha eseguito un r. jazzistico, brasiliano. Per il sign. partic. del termine nel linguaggio musicale, v. oltre.
1. b. Con riferimento a impressioni visive: il faro si accende e si spegne con r. regolare; spec. di movimenti: l’ingranaggio si muove con un r. velocissimo; r. di un’oscillazione, di un pendolo; r. di danza; camminare, muoversi a r. di danza, con passi, mosse studiati in modo che ne risulti un movimento armonico, come di danza; r. di un esercizio ginnico.
1. c. Con riferimento a più impressioni o sensazioni concomitanti: r. cadenzato di marcia; battere il tamburo con r. rapido; r. della respirazione; r. della pulsazione delle vene, delle arterie; r. del cuore, o delle pulsazioni cardiache; disturbi di r., l’irregolare succedersi delle contrazioni cardiache, dovuto a cause diverse (v. aritmia).

2. a. Successione ordinata, a regolari intervalli di tempo, con cui si svolge un fenomeno, si sviluppa un organismo: ritmo delle stagioni; il r. di crescita di un organismo, animale o vegetale; il r. dell’eosinofilia nel sangue, nell’uomo; il r. del ciclo mestruale; r. biologico, sinon. di bioritmo; il r. delle migrazioni, dell’ibernazione, per alcuni animali; il r. di apertura o di chiusura dei fiori, degli stami, ecc., in certe piante, in determinate ore del giorno.
2. b. Con riferimento ad attività varie, lo svolgersi più o meno celere e intenso delle loro varie fasi: r. di gioco, r. di lavoro; il r. della vita, delle attività umane, e un r. di vita tranquillo, affannoso; la vita moderna si svolge con ritmi frenetici; aumentare, diminuire il r. della produzione; imprimere un nuovo r. a un’associazione, a un’organizzazione. Riferito ad azioni narrate o rappresentate: lo scrittore espone la vicenda con r. incisivo; la narrazione procede a r. serrato, susseguendosi cioè rapidamente le sue varie fasi (e, per estens., le indagini proseguono a r. serrato); r. di un romanzo, di un dramma, di un film.
2. c. Frequenza di successione di un fatto, di un fenomeno, cioè il numero delle volte che esso si ripete entro un certo tempo: r. delle vendite; r. delle partenze e degli arrivi; r. delle nascite. R. di un’arma da fuoco automatica, il numero di colpi che può sparare in un minuto primo (lo stesso che celerità di tiro).

3. In senso fig., di forme statiche che si succedono armonicamente nello spazio e non nel tempo (motivi ornamentali, linee di un disegno, masse architettoniche, ecc.), quasi che il loro succedersi fosse un’immagine di movimento: r. di un fregio, di una composizione pittorica; r. di un colonnato, di una serie di archi; r. delle linee di una facciata, di un edificio. In sedimentologia, regolare e ripetuta alternanza di due o più tipi litologici, che si succedono costantemente a causa del ripetersi e del perdurare delle medesime condizioni di disposizione.

4. In musica, uno degli elementi costitutivi (insieme alla melodia e all’armonia) del linguaggio musicale, ossia quello che si riferisce ai rapporti di durata intercorrenti tra i suoni in successione diacronica, nonché all’organizzazione, ordinata o no, di tali durate; il ritmo organizzato e dotato di un’accentuazione periodica prende il nome di metro o tempo: r. (o metro o tempo) binario, ternario, a seconda che il valore complessivo della battuta sia di due o di tre unità di tempo. Il termine è anche, talvolta, sinon. di inciso ritmico: r. anacrustico, r. tetico, r. acefalo a seconda che l’inciso cominci, rispettivam., in levare, in battere o con una pausa che sostituisce la prima nota; r. maschile, r. femminile, a seconda che l’inciso conclusivo di una frase musicale sia, rispettivam., tronco (cioè si concluda in battere) o piano (in levare).

5. a. Nella metrica, l’alternarsi, in un verso, di sillabe toniche e sillabe atone secondo determinate leggi: scandire il r. di un verso, leggerlo in modo da mettere in risalto tale alternanza; riferito alla metrica classica, e in partic. alla lettura moderna (in cui si accentano le arsi, generalmente lunghe, dei metri): r. trocaico, r. giambico e anapestico, ecc., a seconda che si accenti la prima o l’ultima sillaba del piede o del metro di quel tipo. In prosa, il succedersi degli accenti di frase, in genere senza leggi fisse (eccetto in qualche caso come nel cursus della prosa d’arte medievale), ma secondo il gusto e la sensibilità di chi scrive o parla.
5. b. Il componimento stesso che è caratterizzato dall’opposizione di sillaba tonica a sillaba atona, rispetto al verso classico basato sulla quantità sillabica e vocalica. In partic., nome di alcuni componimenti poetici medievali in volgare, che somigliano ai ritmi latini soprattutto perché costituiti da più o meno lunghe serie di versi senza schema metrico fisso, distribuiti in lasse disuguali tra loro, in ciascuna delle quali c’è o di gran lunga prevale una sola rima o assonanza: R. cassinese; R. laurenziano; R. di s. Alessio.

Tutto interessantissimo, devo dire. Ma i motivi che mi hanno spinto a scrivere questo post sono altri due.

Il primo è l’etimologia: ritmo ci arriva, attraverso il solito latino (rhythmus), dal greco ῥυϑμός, che deriva dal verbo ῥέω, “scorro”. Da cui vengono anche rima (partente del ritmo, no?) e reuma (forse una conseguenza del bagnarsi in un rio?).

Il secondo è una curiosità: in inglese, rhythm è un bisillabo, pur non avendo nessuna vocale (y è una semi-vocale).

George Gershwin in persona suona “I Got Rhythm”.

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Virginia e Babbo Natale

Riceviamo e volentieri pubblichiamo. Anche se questo è il Natale melenso che non sopporto.

Virginia

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Volontariato

Punto d’incontro tra chi soffre e chi s’offre.

Adulterio

Secondo il Vocabolario Treccani:

  1. Colpa o, sotto l’aspetto giuridico, delitto contro l’istituto del matrimonio, consistente nell’unione sessuale di uno dei coniugi con persona diversa dal proprio coniuge: commettere adulterio; moglie accusata di adulterio; adulterio duplice, nella morale cattolica, quando tutti e due i colpevoli sono coniugati (semplice in caso diverso). Con la riforma del diritto di famiglia, l’adulterio (così come il concubinato) non costituisce reato, ma soltanto, nel diritto civile, causa di separazione personale dei coniugi.
  2. Nel linguaggio letterario, qualsiasi contaminazione o accoppiamento illegittimo: Vaticano e l’altre parti elette Di RomaTosto libere fien de l’avoltero (Dante); certi adulteri tra i termini propri e le metafore (Carducci).

Per una volta, l’accezione letteraria è più vicina all’etimologia di quella non figurata. Viene infatti dal latino alterare (“cambiare”) preceduto dal prefisso ad-. In italiano, infatti, abbiamo il verbo adulterare (“falsare”, ma anche “guastare”, “corrompere”). L’idea è che l’adulterio corrompa chi lo pratica, e sottintende che la vittima sia il marito, che si ritrova una moglie “guastata” dal compimento dell’adulterio.

Secondo una spiegazione concorrente, l’origine latina sarebbe ad alterum (ire, sottinteso), cioè “andare con un altro”.

Jules Arsène Garnier - Le supplice des adultères

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Anocrazia

Non suona molto bene in italiano, devo ammetterlo. E non compare su dizionari, nemmeno sul ricchissimo Vocabolario Treccani. E nemmeno il suo corrispondente inglese, anocracy, che pure è il termine che ho trovato leggendo un libro (The Better Angels of Our Nature: Why Violence Has Declined di Steven Pinker), l’ho trovato su prestigiosi dizionari come il Webster o l’OED.

Eppure la parola esiste. L’ha creata, per quello che sono riuscito a ricostruire, uno storico e fisico americano,  Spencer R. Weart, in una sua opera pubblicata nel 1998,  Never at War: Why Democracies Will Not Fight One Another. Nell’esaminare il succedersi di conflitti politici e militari nella storia umana, Weart giunge alla controversa conclusione che le democrazie liberali non entrano in guerra tra loro e che, oltre a questa “pace democratica”, esiste anche una “pace autocratica” e una “pace oligarchica.”

Per sostenere questa tesi, Weart introduce questa tassonomia delle forme di governo (traduco liberamente dall’articolo di Wikipedia dedicato al libro):

  • Le anocrazie sono società in cui l’autorità centrale è debole o inesistente. Le relazioni principali sono legami di parentela estesi da alleanze personali con leader in vista. Una società può essere definita uno Stato in teoria, ma se le si attagliano i caratteri ora descritti, Weart la classifica come anocrazia. Ne sono esempi le società tribali, l’attuale Somalia, le città italiane medievali dove le famiglie influenti si affrontavano in battaglie per strada e vivevano in case fortificate. La cosa importante è che non esiste un’autorità centrale in grado di porre freno alla violenza individuale, di modo che i comportamenti violenti si estendono a parenti e amici in una sequela di vendette e guerre. [Penso a Capuleti e Montecchi nella Verona shakespeariana – nota mia]. Alcune tribù anocratiche possono avere una forma di democrazia limitata al gruppo di parentela esteso, ma nessun controllo della violenza diretta verso gruppi non connessi da legami di parentela. [Ama il prossimo tuo come te stesso, ma fa quello che ti pare di chi non ti è prossimo!].
  • Le autocrazie sono Stati in cui l’opposizione al regime vigente è oppressa. Ci possono essere transizioni frequenti tra anocrazia e autocrazia, se un singolo leader conquista temporaneamente un potere sufficiente a sopprimere tutti gli oppositori in un determinato territorio.
  • Le oligarchie sono Stati in cui la partecipazione al potere è limitata a un’élite. Le politiche sono decise dal voto e l’opposizione è accettata, ma soltanto all’interno dell’élite. Il diritto di voto è in genere limitato a 1/3 dei maschi adulti. Un esempio classico è l’antica Sparta.
  • Le democrazie sono Stati simili alle oligarchie, ma senza una distinzione chiara e netta tra l’élite e il resto della popolazione. In genere, il diritto di voto è esteso ad almeno i 2/3 dei maschi adulti.

Secondo la Direzione dello sviluppo e della cooperazione del Dipartimento federale svizzero degli affari esteri (dati 2006):

  • le democrazie sono 77 dall’inizio degli anni Novanta
  • 34 paesi vivono ancora sotto regimi autocratici
  • dall’inizio del XXI secolo si assiste a un aumento in potenza delle anocrazie, che mescolano in modo caotico elementi democratici e autocratici
  • 49 paesi vivono attualmente sotto un regime anocratico, il che rende questi Stati più esposti all’instabilità politica, ai conflitti armati, agli attacchi terroristici e alle crisi internazionali.
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Delizia

Secondo il Vocabolario Treccani:

Intenso piacere, squisito godimento dei sensi o dello spirito: provare una grande delizia. Più spesso riferito a ciò che è causa di diletto, di piacere: le ineffabili delizie della musica; le delizie dell’amore, dell’amicizia; suona così bene che è una delizia ascoltarlo; spirava un’arietta leggera e profumata che era una delizia; anche di persona: quel bambino è la delizia dei suoi genitori; e come vocativo affettuoso: delizia dell’anima mia. Spesso ironico: strillava che era una delizia; piove che è una delizia; che delizia sentire le sue prediche! Con senso più concreto, di solito al plurale: le delizie della mensa; vivere tra le delizie ; luogo, paradiso di delizie; con valore più preciso, si usava nel passato, e ancora oggi a volte con riferimento ai secoli scorsi, l’espressione luogo di delizie per indicare ville di lusso con bei giardini tenute da nobili famiglie come luogo di villeggiatura.

Da delizia deriva anche delicato e, tramite il tedesco delicatessen, il deli dove compriamo le delizie a New York. L’etimologia, abbastanza prevedibile (dal latino deliciæ che tutti ricordiamo maliziosamente per l’uccellino che deliziava l’amante Clodia di Catullo) ha una curiosa torsione semantica quando scopriamo che al prefisso pleonastico de- è aggiunta la radice del raro verbo lacio (qui corrotto in licio) che significa appunto “prendo al laccio.” Ed ecco che dalla comune radice indoeuropea (lak) abbiamo una famiglia di parole che va da laccio, a lenza, ad allettare (in latino sia allicere sia illicere , da cui illex “uccello da richiamo”, sia pellicere, da cui pellex “meretrice”).

Clodia

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Ecco Clodia immaginata da John Reinhard Weguelin. Che delizia!

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Satrapo

Secondo il Vocabolario Treccani:

  1. a. Governatore di una provincia dell’antico impero persiano, con ampî poteri politici, amministrativi e militari.
    b. Per estensione, monarca di un paese orientale: Anzi nuocer parea molto più forte A re, a signori, a principi, a satràpi (Ariosto); Mariterò le mie dolci sorelle Ai sàtrapi dell’Asia spaziosa (D’Annunzio).
  2. (figurato) Persona, investita di un certo potere, che ostenta e fa pesare la sua autorità, che esercita il suo ufficio con grande sussiego, dandosi un’importanza sproporzionata alla carica: certi sàtrapi dell’istruzione pubblica (Carducci); anche, persona che vive tra gli agi e le ricchezze: fare il satrapo; condurre una vita da satrapo. ◆ Il femminile satrapéssa indica, più che la moglie di un satrapo, una donna troppo autoritaria.

Alessandro Magno contro i persiani

Parola con una storia lunghissima. All’italiano arriva dal latino satrăpes (o satrăpa o satraps) –ăpis, che a sua volta viene dal greco σατράπης, che a sua volta viene dall’antico persiano xšaθrapāvā o *khshathra-pa-.

All’estendersi dell’impero persiano, l’amministrazione di aree vaste e popolose divenne un problema e, allo scopo di suddividere amministrativamente i territori conquistati, Ciro il Grande (558-529 BCE) pensò bene di istituire questa magistratura, preponendovi membri della famiglia reale o nobili di rango elevato. I poteri e il grado di autonomia dei satrapi erano molto vasti, spaziando dall’amministrazione della giustizia, alla riscossione dei tributi, al reclutamento per l’esercito del “Gran Re”. Il loro operato era controllato annualmente da funzionari reali itineranti, chiamati “gli occhi” e “le orecchie” del Gran Re. Forniti di estesi poteri amministrativi, militari e giudiziari all’interno della propria provincia, di fatto i satrapi erano principi vassalli. Nelle regioni periferiche, praticavano una forte autonomia dal potere centrale, giungendo anche alla rivolta (come quella che intorno al 360 BCE dilagò dall’Asia Minore all’Egitto). Con Alessandro Magno i satrapi conservarono i poteri civili, ma persero quelli militari (adattato da Wikipedia).

La parola persiana, xšaθrapāvā, è una parola composta da *khshathra- (regno: dalla stessa radice deriva il moderno šāh, quello dello Scià di Persia che fu destituito dalla rivoluzione di Khomeini) e un derivato di *pāti (che vale “colui che protegge”): dunque il satrapo è il protettore del regno. In sanscrito kṣatra significa “tetto, ombrello, dominio, potenza, governo” (dalla radice kṣī “governare”). Gli Kshatriya o Kashtriya (“guerrieri”) sono uno dei 4 ordini (varna), quello dell’élite militare, del sistema sociale vedico-indù. Le altre classi sono quelle dei brahmana (sacerdoti e uomini di legge), dei vaishya (mercanti e imprenditori) e dei sudra (contadini e operai). Sulla comune tripartizione funzionale di società, ideologia e religione degli antichi popoli indoeuropei – funzione sacrale e giuridica, funzione guerriera e funzione produttiva – Georges Dumézil ha scritto opere celebri (e discusse, ma comunque a mio parere assolutamente memorabili).

Dollaro

Che cosa hanno in comune la moneta statunitense (e non solo), il più famoso formaggio svizzero e il nostro sfortunato vicino del paleolitico?

Hanno in comune la parola tedesca Tal, “valle”, che a sua volta deriva dalla radice proto-indoeuropea *dhel-, “avvallamento, depressione” (hanno la stessa origine e lo stesso significato l’inglese dale e il russo dol).

Emmentaler

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Il formaggio Emmental (più propriamente Emmentaler) si chiama così perché originario (la sua è una DOP, cioè una denominazione d’origine protetta) della Emmental, cioè della valle del fiume Emme, nel cantone di Berna.

Cranio di Homo Neanderthalensis

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L’uomo di Neandertal (o Neanderthal, Homo Neanderthalensis, ma è una piccola inesattezza fossilizzatasi nella terminologia scientifica) , invece, deve il suo nome alla circostanza che i primi resti fossili furono scoperti da Johann Fuhlrott nell’agosto 1856 in una grotta di Feldhofer nella valle di Neander in Germania. Questa, a sua volta, prende il nome dalla traduzione in greco antico del cognome dell’organista e pastore Joachim Neumann (Neu Mann = Uomo Nuovo), cui i suoi concittadini di Düsseldorf avevano intitolato la piccola valle.

Dollaro

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E il dollaro? Tutto comincia abbastanza prevedibilmente dalla deformazione del tedesco thaler, parola forse portata negli Stati Uniti dall’immigrazione dalla Germania e dall’Europa del nord. In particolare, si chiamava tallero, in epoca relativamente moderna (1857-1873), una moneta d’argento da 3 marchi. In precedenza, era la denominazione del Guldengroschen, moneta in argento con valore pari al fiorino d’oro, coniata, a partire dal 1518, con l’argento proveniente da una ricca miniera della Valle di San Gioacchino nel nord-ovest della Boemia. Joachimstaler significa dunque soltanto “la cosa della valle di S. Gioacchino”, come il formaggio significa “la cosa della valle dell’Emme.” Prosaico, come si conviene al danaro.

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Arlecchino

Arlecchino compare nella Commedia dell’arte già nella seconda metà del XVI secolo e assume le caratteristiche attuali (il servo ignorante e astuto, sempre affamato, con il caratteristico costume a losanghe colorate) nel XVIII.

Arlecchino

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Per noi è ormai una maschera carnevalesca buffa e rassicurante, ma Arlecchino nasconde un’origine diabolica come testimonia – oltre al nome – il ghigno nero.

Il nome, dicevamo: Arlecchino (Arlequin in francese e Harlequin in inglese) è la deformazione del tedesco Hölle König (“re dell’inferno”), poi Helleking, poi Harlequin. Nelle credenze pagane dell’antica Europa (poi assimilate alla stregoneria dall’egemonia cristiana: leggetevi la bella Storia notturna di Carlo Ginzburg), nel periodo invernale, quando predominavano le tenebre, le divinità infernali guidavano un corteo di morti, la Caccia selvaggia o Armata furiosa. Secondo Orderico Vitale, che ne parla nella sua Historia Ecclesiastica, questo corteo era noto anche come familia Herlechini, guidato da un demone gigante (Arlecchino, appunto).

Anche Dante nell’Inferno (XXI, 118-123) annovera Arlecchino tra i diavoli:

Tra’ ti avante, Alichino, e Calcabrina,

cominciò elli a dire, “e tu, Cagnazzo;

e Barbariccia guidi la decina

Libicocco vegn’oltre e Draghignazzo,

Cirïatto sannuto e Graffiacane

e Farfarello e Rubicante pazzo.

In tedesco il re dell’inferno (Hölle König) si trasforma in re degli elfi (Erlkönig) e, come tale, ci regala questo bellissimo (e agghiacciante)Lied di Schubert (su testo di Goethe).

Ve lo propongo in 3 versioni, ma prima il testo, che vi farà capire meglio la bellezza dell’invenzione di Schubert.

Wer reitet so spät durch Nacht und Wind?

Es ist der Vater mit seinem Kind;

Er hat den Knaben wohl in dem Arm,

Er faßt ihn sicher, er hält ihn warm.

Mein Sohn, was birgst du so bang dein Gesicht? –

Siehst Vater, du den Erlkönig nicht?

Den Erlenkönig mit Kron und Schweif? –

Mein Sohn, es ist ein Nebelstreif. –

»Du liebes Kind, komm, geh mit mir!

Gar schöne Spiele spiel ich mit dir;

Manch bunte Blumen sind an dem Strand,

Meine Mutter hat manch gülden Gewand.«

Mein Vater, mein Vater, und hörest du nicht,

Was Erlenkönig mir leise verspricht? –

Sei ruhig, bleibe ruhig, mein Kind;

In dürren Blättern säuselt der Wind. –

»Willst, feiner Knabe, du mit mir gehn?

Meine Töchter sollen dich warten schön;

Meine Töchter führen den nächtlichen Reihn

Und wiegen und tanzen und singen dich ein.«

Mein Vater, mein Vater, und siehst du nicht dort

Erlkönigs Töchter am düstern Ort? –

Mein Sohn, mein Sohn, ich seh es genau:

Es scheinen die alten Weiden so grau. –

»Ich liebe dich, mich reizt deine schöne Gestalt;

Und bist du nicht willig, so brauch ich Gewalt.«

Mein Vater, mein Vater, jetzt faßt er mich an!

Erlkönig hat mir ein Leids getan! –

Dem Vater grauset’s, er reitet geschwind,

Er hält in den Armen das ächzende Kind,

Erreicht den Hof mit Mühe und Not;

In seinen Armen das Kind war tot.

Traduzione

Chi cavalca così tardi per la notte e il vento?

È il padre con il suo figlioletto;

se l’è stretto forte in braccio,

lo regge sicuro, lo tiene al caldo.

“Figlio, perché hai paura e il volto ti celi?”

“Non vedi, padre, il re degli Elfi?

Il re degli Elfi con la corona e lo strascico?”

“Figlio, è una lingua di nebbia, nient’altro.”

“Caro bambino, su, vieni con me!

Vedrai i bei giochi che farò con te;

tanti fiori ha la riva, di vari colori,

mia madre ha tante vesti d’oro”.

“Padre mio, padre mio, la promessa non senti,

che mi sussurra il re degli Elfi?”

“Stai buono, stai buono, è il vento, bambino mio,

tra le foglie secche, con il suo fruscio.”

“Bel fanciullo, vuoi venire con me?

Le mie figlie avranno cura di te.

Le mie figlie di notte guidano la danza

ti cullano, ballano, ti cantano la ninna-nanna”.

“Padre mio, padre mio, in quel luogo tetro non vedi

laggiù le figlie del re degli Elfi?”

“Figlio mio, figlio mio, ogni cosa distinguo;

i vecchi salci hanno un chiarore grigio.”

“Ti amo, mi attrae la tua bella persona,

e se tu non vuoi, ricorro alla forza”.

“Padre mio, padre mio, mi afferra in questo istante!

Il re degli Elfi mi ha fatto del male!”

Preso da orrore il padre veloce cavalca,

il bimbo che geme, stringe fra le sue braccia,

raggiunge il palazzo con stento e con sforzo,

nelle sue braccia il bambino era morto.

Dietrich Fischer-Dieskau, l’interpretazione di riferimento (con Gerald Moore al pianoforte):

Una versione orchestrata (da Hector Berlioz) con Anne Sofie von Otter (brava e bella) e Claudio Abbado che dirige la Chamber Orchestra of Europe:

Una spettacolare interpretazione della trascrizione di Liszt per pianoforte solo (vi assicuro che è anche tremendamente difficile) eseguita dal vivo da Sviatoslav Richter l’8 dicembre 1949 a Mosca:

Pizza

Vi risparmierò per questa volta il lemma del Vocabolario Treccani perché il significato della parola è universalmente noto.

Si discute sull’etimologia del termine.

Secondo il famoso Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani, disponibile online al sito etimo.it, pizza non sarebbe che la corruzione di pinza (in alcune regioni dell’Italia centrale si usa tuttora questa variante), riconducibile in ultima istanza al verbo pìnsere (“pigiare, pestare”), imparentato con lo spagnolo pisar (“calpestare”). Insomma, secondo questa teoria una pizza non sarebbe nient’altro che una schiacciata.

Pizza

it.wikipedia.org

A me piace molto di più l’ipotesi alternativa. La parola ci sarebbe arrivata insieme all’invasione dei longobardi (che, come sapete, sono arrivati fino al’Italia meridionale, con i ducati di Salerno e Benevento) e deriverebbe dall’antico alto-tedesco bizzo o pizzo (“boccone, pezzo di pane, focaccia”). Condividerebbe, per capirci, l’origine con parole dell’inglese corrente come bit e bite.

Insomma, la parola che denota una delle cose che più associamo al nostro Mezzogiorno ci arriva dritta dritta dalle invasioni barbariche (che non erano poi altro che massicce e invero poco pacifiche migrazioni di massa). L’Unità d’Italia passa anche di qui.

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