Don Giovanni di Peter Handke

Handke, Peter (2004). Don Giovanni (raccontato da lui stesso). Milano: Garzanti. 2007.

Forse non il miglior Handke. Anzi, per me, che sono un appassionato del Don Giovanni della musica e del mito, una grossa delusione. Il libro mi sembra singolarmente fuori fuoco, anche per chi conosce Handke, e non va veramente a parare da nessuna parte.

Eppure, Handke a tratti si avvicina molto a scoprire un Don Giovanni che noi, che lo conosciamo e ne siamo affascinati, riconosciamo come profondamente vero.

Don Giovanni era un orfano, e lo era non in qualche senso traslato: anni prima aveva perso la creatura a lui più vicina, che non era suo padre o sua madre, bensì, almeno così mi parve, suo figlio, il suo unico figlio. Anche con la morte del proprio figlio si poteva dunque diventare orfani, eccome […].
Portare il lutto attraverso il mondo e a esso trasmetterlo, al mondo. Don Giovanni viveva del suo lutto come di una forza. Era qualcosa di più di lui e lo sormontava. Armato per così dire – e non solo per così dire – del suo lutto, si sapeva di certo non immortale, ma invulnerabile. Il lutto era qualcosa che lo rendeva indomabile, e in contromossa (o meglio mossa dopo mossa) assolutamente permeabile e ricettivo a qualunque cosa accdesse, e al tempo stesso, all’occorrenza, invisibile (pp. 35-36).

E poi non fu lui a dare inizio allo scambio di sguardi con la sposa. Fu anzitutto lei a fissarlo negli occhi. […]
Don Giovanni mi raccontò come fosse sobbalzato sotto gli sguardi della sposa. Non erano sguardi particolari, nient’altro che aprire gli occhi. Occhi così belli, e lei, senza intromettersi, con quegli occhi così belli gli faceva gli occhi più dolci. E il sobbalzare di lui, di Don Giovanni, non aveva niente in comune con uno spavento. Era un risveglio improvviso e insieme quieto dopo un sonno o una vita vegetativa durati anni. Quiete: col subitaneo cessare del mormorio dei costanti monologhi nella sua testa. Davanti alla fronte gli si creò ampiezza (pp. 45-46).

Don Giovanni non era un seduttore. Non aveva mai sedotto una donna. È vero, ne aveva incontrate alcune che poi glielo avevano rinfacciato. Ma quelle donne avevano mentito, oppure non ci stavano più con la testa, e dunque in realtà avevano voluto dire qualcosa di molto diverso. E al contrario, anche Don Giovanni non era mai stato sedotto da una donna. […] Lui aveva un potere. Solo che il suo potere era un altro.
Lui, don Giovanni, si sentiva intimidito da questo potere. È possibile che un tempo fosse stato disinvolto. Ma intanto da un pezzo indietreggiava di fronte all’idea di esercitare il potere. Mi raccontò direttamente, e non certo nei toni dell’orgoglio e della presunzione, anzi osservò quasi per inciso che quelle donne sulle quali verteva il discorso, almeno nella storia qui, riconoscevano in lui, non nel primo istante dell’incontro, bensì dopo, appunto al momento della conoscenza, il loro padrone. Gli altri uomini erano stati e sarebbero stati esattamente quello che erano, e lui, don Giovanni, quelle donne lo contemplavano, sì, contemplavano come loro signore, l’unico, per sempre (senza «signore e padrone»). E come tale lo rivendicavano, quasi («quasi») come una sorta di salvatore. Salvare da cosa? Semplicemente salvare. O semplicemente: loro, le donne, portarle via, da qui, e da qui, e da qui (pp. 51-52).

Il potere di don Giovanni nasceva dagli occhi. […] Col suo sguardo – e non con la sua contemplazione, che in nessun modo saltava all’occhio – lui liberava il desiderio della donna. Era uno sguardo che comprendeva più e altro ancora oltre a lei sola, che la superava e dunque la lasciava perdere, e allora da quello sguardo lei si sapeva capita e apprezzata; uno sguardo che agiva. […]
Grazie allo sguardo di don Giovanni su di lei e in più sullo spazio attorno a lei, quella donna arrivava alla consapevolezza della sua solitudine fino ad allora, e alla decisione che adesso vi avrebbe subito posto fine. […] Prendere coscienza della solitudine… energia, pura e assoluta, del desiderio (pp. 52-54).

Gut Feelings

Gigerenzer, Gerd (2007). Gut Feelings: The Intelligence of the Inconscious. New York: Viking. 2007.

Gut feeling è un’espressione piuttosto gergale, difficile da tradurre: la traduzione più letterale è “sensazione viscerale”, nel senso di “istintiva”. Si usa nei casi in cui noi diremmo “istintivamente” o “a pelle”, ma gut sono letteralmente gli intestini e, più propriamente, le budella.

Spesso, e anche in questo libro, i gut feelings sono contrapposti alle riflessioni più meditate, alle decisioni prese dopo aver ponderato i possibili esiti e le loro probabilità. A Carl Sagan – l’astronomo americano scomparso nel 1996 famoso per avere messo in piedi il programma di ricerca SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence) e per il romanzo Contact, diventato poi un bel film di Zemeckis con Jodie Foster – un giorno posero in un’intervista una domanda di cui ignorava la risposta. “Non lo so”, rispose Sagan. “But what is your gut feeling?”, insisteva l’intervistatore. La risposta di Sagan è scolpita nella mia mente:

“But I try not to think with my gut. If I’m serious about understanding the world, thinking with anything besides my brain, as tempting as that might be, is likely to get me into trouble. It’s OK to reserve judgment until the evidence is in”.

Gigerenzer dirige il Max-Planck-Institut für Bildungsforschung di Berlino. Si è occupato, tra l’altro, di psicologia cognitiva, di incertezza e, dunque, di statistica e di calcolo delle probabilità. In Italia è stato pubblicato il suo Quando i numeri ingannano. Imparare a vivere con l’incertezza, un libro che ho trovato molto interessante. Vi si sosteneva che l’illusione della certezza e l’analfabetismo matematico-statistico ci sono di ostacolo nella vita quotidiana e si proponeva un percorso di educazione all’incertezza, alla consapevolezza che decidere non è scegliere tra rischio e certezza, ma tra rischio e rischio. Era, comunque, un libro “illuminista”, in cui la fiducia nei poteri della razionalità non veniva messa in questione – o così mi sembrò.

Gut Feelings presenta in realtà 3 tesi contigue, ma diverse:

  1. che l’evoluzione ha plasmato la nostra mente dotandoci dell’illusione della certezza, il che è funzionale ad assumere decisioni corrette in condizioni “normali” e in tempi brevi;
  2. che i procedimenti di decisione “veloci e frugali” (fast and frugal heuristics) conducono a decisioni efficienti (cioè con un buon rapporto costi/benefici, includendo nei costi anche quelli relativi alla tempestività);
  3. che i procedimenti di decisioni formalizzati (come quelli suggeriti dalla statistica, dall’economia, dalla teoria dei giochi, dalla ricerca operativa) non solo possono essere più inefficienti di quelli veloci e frugali, ma possono anche condurre a scelte sbagliate, o comunque inferiori.

Mi trovo completamente d’accordo con la prima, simpatizzo con la seconda, diffido della terza. Inguaribile illuminista e razionalista, penso che anche le euristiche veloci e frugali possano e debbano anche loro essere sottoposte a procedimenti di “prova” scientifica (anche soltanto di falsificabilità, in senso popperiano): se possono essere formalizzate, se si può dimostrare che producono risultati coerenti in situazioni sperimentali comparabili, se offrono in determinate situazioni risultati migliori, più efficienti, più affidabili dei procedimenti di decisione formalizzati “tradizionali” (quelli suggeriti dalla statistica, dall’economia, dalla teoria dei giochi, dalla ricerca operativa eccetera), allora meritano di essere messe nella nostra cassetta degli attrezzi “scientifica” insieme a quelli tradizionali.

Mi sembra che invece, a tratti, Gigerenzer vada nella direzione opposta a questa (e, in qualche modo, opposta anche a quella che aveva tracciato nel suo libro precedente). Soprattutto, quando sostiene la tesi che less is more. Lasciamo che sia lo stesso autore a spiegarci il suo punto di vista, e decida il lettore che cosa pensarne:

Gut feelings are based on surprisingly little information. That makes them look untrustworthy in the eyes of our superego, which has internalized the credo that more is always better. Yet experiments demonstrate the amazing fact that less time and information can improve decisions. Less is more means there is some range of information, time, or alternatives where a smaller amount is better. It does not mean that less is necessarily more over the total range. For instance, if one does not recognize any alternative, the recognition heuristic cannot be used. The same holds for choices between alternatives. If more peopie buy jam when there are six as opposed to twenty-four varieties, that does not imply that even more will buy when there are only one or two alter­natives. Typically, there is some intermediate level where things work best. Less is more contradicts two core beliefs held in our culture:

More information is always better.

More choice is always better.

These beliefs exist in various forms and seem so self-evident that they are rarely stated explicitly. Economists make an exception when information is not free: more information is always bet­ter unless the costs of acquiring further information surpass the expected gains. My point, however, is stronger. Even when infor­mation is free, situations exist where more information is detri­mental. More memory is not always better. More time is not always better. More insider knowledge may help to explain yester­day’ s market by hindsight, but not to predict the market of to­morrow: Less is truly more under the following conditions:

A beneficial degree af ignorance. As illustrated by the recognition heuristic, the gut feeling can outperform a considerable amount of knowledge and information.

Unconscious motor skills. The gut feelings of trained experts are based on unconscious skills whose execution can be impeded by overdeliberation.

Cognitive limitations. Our brains seem to have built-in mechanisms, such as forgetting and starting small, that protect us from some of the dangers of possessing too much information. Without cognitive limitations, we would not function as intelligently as we do.

The freedom-of choice paradox. The more options one has, the more possibilities for experiencing conflict arise, and the more diffi­cult it becomes to compare the options. There is a point where more options, products, and choices hurt both seller and consumer.

The benefits of simplicity. In an uncertain world, simple rules of thumb can predict complex phenomena as well as or better than complex rules do.

Information costs. As in the case of the pediatric staff at the teach­ing hospital, extracting too much information can harm a pa­tient. Similarly, at the workplace or in relationships, being overly curious can destroy trust.

Note that the first five items are genuine cases of less is more. Even if the layperson gained more information or the expert more time, or our memory retained all sensory information, or the company produced more varieties, all at no extra cost, they would still be worse off across the board. The last case is a trade-off in which it is the costs of further search that make less information the better choice. The little boy was hurt by the continuing diag­nostic procedures, that is, by the physical and mental costs of search, not by the resulting information.

Good intuitions ignore information. Gut feelings spring from rules of thumb that extract only a few pieces of information from a complex environment, such as a recognized name or whether the angle of gaze is constant, and ignore the rest (pp. 36-39).

A me sembra che il punto sia veramente delicato. Una cosa è dire che l’informazione deve essere “ridotta” per essere utile: è un punto al cuore del procedimento statistico e, più in generale, della modellizzazione scientifica. Cosa ben diversa è sostenere, come a tratti Gigerenzer sembra fare, che raccogliere più informazione è inutile e, forse, dannoso.

L ‘ambiguità delle tesi di Gigerenzer nasce anche dal modo in cui il libro è costruito: come sempre più di frequente si usa fare nel mondo anglosassone, anche qui uno studioso cerca di portare il risultato delle sue ricerche al grande pubblico. Anche perché il rischio, altrimenti, è che questi risultati siano diffusi, in modo troppo semplificato e non del tutto fedele, da altri (come è accaduto in questo caso, con il popolare Blink! di Malcom Gladwell – tradotto in Italia da Mondadori).

Gigerenzer è consapevole del significato di questa operazione (“Gut Feelings is inspired by the research I conducted over the past seven years at the Max Planck Institute for Human Development. This book is intended to be an entertaining and readable exposition of what we know about intuitions and is purposely not written as an academic text” – p. 231), ma la riuscita è soltanto parziale, sia perché la scrittura non è sempre scorrevole, sia perché gli esempi riportati a volte distraggono dall’argomentazione, sia – infine – perché è spesso difficile separare il resoconto delle ricerche condotte dall’autore dalle sue tesi, a volte assai radicali.

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Equatore

Sousa Tavares, Miguel (2003). Equatore. Roma: Cavallo di ferro. 2006.

Il pregio principale di questo romanzo è di farci ricordare che esistono due isolette nell’Atlantico, Sao Tomè e Prìncipe, colonie portoghesi fino alla rivoluzione dei garofani e grandi produttrici di cacao, fino al boicottaggio inglese. Sono nel golfo di Guinea, al largo della Guinea Bissau (altra ex colonia portoghese), praticamente a cavallo dell’equatore.

Un’altra cosa che il libro ci fa ricordare è che la schiavitù non si misura (tanto) sulla sua definizione legale, quanto sulle condizioni di vita e di libertà degli sfruttati. Ce l’avevano già insegnato Marx, Fanon e i protagonisti della decolonizzazione, ma non è male ricordarsene ogni tanto e porsi qualche domanda sui fondamenti della globalizzazione.

Purtroppo le buone intenzioni non bastano a fare un buon romanzo. Questo, senza essere illeggibile, non è certo memorabile.

Il cielo sopra Berlino

Il cielo sopra Berlino (Der Himmel über Berlin), 1987, di Wim Wenders, con Bruno Ganz.

Le opinioni su questo film sono molto discordi: alcuni amici mi dicono che è il loro film preferito in assoluto, o tra i preferiti. Mereghetti lo stronca.  A me sembra molto bello – anche se con qualche debolezza – e cercherò di spiegare perché.

Un film ambizioso, si è detto e scritto. Sottintendendo, forse, un film pretenzioso. “La loro (di Wenders e Handke) favola metafisica rischia francamente di annoiare”, scrive Mereghetti. E ancora: “Il tentativo di riflettere sul destino dell’umanità […] svela tutta la debolezza ‘filosofica’ di Wenders”. Non sono d’accordo. Il film ha qualche lungaggine. Forse, vuole mettere troppa carne al fuoco (Omero che vorrebbe scrivere un’epopea di pace, la Berlino distrutta dalla guerra e ferita dal muro che cerca tra le macerie una sua identità, la Germania frantumata in tanti staterelli individuali quanti sono i suoi individui: ognuno di questi temi meriterebbe forse un film a sé). Ma il nodo della storia, il desiderio degli angeli di farsi umani, rinunciando all’immortalità, è – secondo me – un tema vero, profondo, tutt’altro che metafisico, che ci tocca molto da vicino. E il modo in cui è trattato cinematograficamente è perfetto, fa venir voglia di alzarsi in piedi e battere le mani: il monocromo del punto di vista degli angeli, che ci fa toccare con mano la loro “inadeguatezza”, la loro insufficiente umanità; la biblioteca di Stato in cui gli angeli si incontrano o forse vivono (gli angeli raccolgono e conservano la memoria umana e quindi dove stare se non in una biblioteca?); le visioni dall’alto.

Per provare a spiegare perché penso che questo tema sia tutt’altro che astratto devo partire da una considerazione personale. Chi, come me, è diventato ateo per scelta, per decisione personale, a partire da un’educazione profondamente ed estesamente religiosa, si è dovuto confrontare con un problema che io chiamo il problema di Dostoevski (“se non esiste dio, allora tutto è permesso”): è facile fondare un’etica su regole o comandamenti che qualcuno (meglio se è un essere sovrannaturale) ti impone, pena un’eternità di pena. Molto più difficile è fondare un’etica puramente umana. Per farlo – trascuro tante altre implicazioni che ci porterebbero lontani – è necessario prendere come punto di partenza la nostra inadeguatezza, farsi carico delle nostre imperfezioni, dei nostri compromessi. Sapere dall’inizio che sbaglieremo, che faremo soffrire persone che non volevamo ferire, che dovremo scegliere tra due mali (o tra due beni). Insomma, essere pronti a sporcarsi le mani, essere consapevoli del fatto che vivere, amare, entrare in contatto con gli altri esseri umani implica di mettersi in gioco, di lasciarsi “contaminare” dagli altri. L’alternativa – quella che ci propongono gli angeli di Wenders e che ho incontrato, molti anni fa, in una giovane donna – è quella di non lasciarsi mai “toccare” dagli altri, allontanarsi da loro ogni volta che ti chiedono di metterti in gioco (anche soltanto con un gesto e con una parola): forse salverai l’anima (forse! e che anima è, comunque?), ma al prezzo di quale sterilità? “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”, cantano i poeti.

Gli angeli vivono questa pena: condannati a non vedere se non dall’alto, a preservare le memorie senza viverle, a sfiorare senza essere percepiti. Se lo dicono chiaramente seduti in una cabriolet nel salone della BMW (la traduzione è la mia, dal testo riportato da IMDB):

Damiel (Bruno Ganz): È  bello vivere di spirito, testimoniare per l’eternità soltanto quello che c’è di spirituale nella mente degli uomini. Ma a volte sono stanco della mia esistenza spirituale. Invece di aleggiare sempre lassù vorrei sentire un peso crescere in me per porre fine all’infinito e legarmi alla terra. Vorrei essere capace, a ogni passo, a ogni soffio di vento, di dire “ora”, “adesso”, e non più “per sempre” e “per l’eternità”. Sedermi a un tavolino ed essere salutato, anche solo con un cenno. Ogni volta che abbiamo preso parte alle cose umane, era per finta. La lotta con un uomo, l’anca lussata: per finta. Prendere un pesce: per finta. Sedersi a tavola, mangiare e bere: per finta. Agnello arrostito e vino, là nelle tende nel deserto: soltanto per finta. No, non chiedo di piantare un albero o di concepire un figlio, mi basterebbe tornare la sera dopo una lunga giornata e dar da mangiare al gatto, come Philip Marlowe. Avere la febbre. Le dita annerite dal giornale. Commuovermi non soltanto con la mente, ma per la linea di una nuca, per un orecchio. Mentire! Sfacciatamente! Sentire le ossa che si muovono con te mentre cammini. Tirare a indovinare, invece di sapere sempre tutto. Poter dire “aah”, “oh”, “ehi”, invece di “sì” e “amen”.

Cassiel (Otto Sander): essere capace, per una volta, di entusiasmarsi per il male. Tirare fuori dai passanti tutti i demoni della terra e scacciarli nel mondo. Essere selvaggi.

Damiel: O almeno sapere che cosa si prova a togliersi le scarpe sotto il tavolo e sgranchirsi le dita dei piedi.

Cassiel: Stare soli! Lasciare che le cose succedano! Restare soli! Possiamo essere selvaggi soltanto se restiamo soli! Guardare e non toccare! Raccogliere, testimoniare, preservare! restare puro spirito! Tenere le distanze! Mantenere la parola!

Ancora 2 cose.

C’è un bel sito sul web dove sono raccolti articoli e monografie sul film.

La poesia di Peter Handke che ricorre nel film:

Lied Vom Kindsein
– Peter Handke


Als das Kind Kind war,
ging es mit hängenden Armen,
wollte der Bach sei ein Fluß,
der Fluß sei ein Strom,
und diese Pfütze das Meer.

Als das Kind Kind war,
wußte es nicht, daß es Kind war,
alles war ihm beseelt,
und alle Seelen waren eins.

Als das Kind Kind war,
hatte es von nichts eine Meinung,
hatte keine Gewohnheit,
saß oft im Schneidersitz,
lief aus dem Stand,
hatte einen Wirbel im Haar
und machte kein Gesicht beim fotografieren.

Als das Kind Kind war,
war es die Zeit der folgenden Fragen:
Warum bin ich ich und warum nicht du?
Warum bin ich hier und warum nicht dort?
Wann begann die Zeit und wo endet der Raum?
Ist das Leben unter der Sonne nicht bloß ein Traum?
Ist was ich sehe und höre und rieche
nicht bloß der Schein einer Welt vor der Welt?
Gibt es tatsächlich das Böse und Leute,
die wirklich die Bösen sind?
Wie kann es sein, daß ich, der ich bin,
bevor ich wurde, nicht war,
und daß einmal ich, der ich bin,
nicht mehr der ich bin, sein werde?

Als das Kind Kind war,
würgte es am Spinat, an den Erbsen, am Milchreis,
und am gedünsteten Blumenkohl.
und ißt jetzt das alles und nicht nur zur Not.

Als das Kind Kind war,
erwachte es einmal in einem fremden Bett
und jetzt immer wieder,
erschienen ihm viele Menschen schön
und jetzt nur noch im Glücksfall,
stellte es sich klar ein Paradies vor
und kann es jetzt höchstens ahnen,
konnte es sich Nichts nicht denken
und schaudert heute davor.

Als das Kind Kind war,
spielte es mit Begeisterung
und jetzt, so ganz bei der Sache wie damals, nur noch,
wenn diese Sache seine Arbeit ist.

Als das Kind Kind war,
genügten ihm als Nahrung Apfel, Brot,
und so ist es immer noch.

Als das Kind Kind war,
fielen ihm die Beeren wie nur Beeren in die Hand
und jetzt immer noch,
machten ihm die frischen Walnüsse eine rauhe Zunge
und jetzt immer noch,
hatte es auf jedem Berg
die Sehnsucht nach dem immer höheren Berg,
und in jeden Stadt
die Sehnsucht nach der noch größeren Stadt,
und das ist immer noch so,
griff im Wipfel eines Baums nach dem Kirschen in einemHochgefühl
wie auch heute noch,
eine Scheu vor jedem Fremden
und hat sie immer noch,
wartete es auf den ersten Schnee,
und wartet so immer noch.

Als das Kind Kind war,
warf es einen Stock als Lanze gegen den Baum,
und sie zittert da heute noch.

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Musicophilia

Sacks, Oliver W. (2007). Musicophilia. Tales of Music and the Brain. London: Picador. 2007.

Oliver Sacks è un neurologo inglese che vive e lavora negli Stati Uniti. Ha raggiunto al notorietà al di fuori della sua cerchia professionale con il suo secondo libro, Awakenings (io ho letto anche il suo primo, Migraine: il Dr. Sacks e Boris hanno in comune questa fastidiosa afflizione), perché Sacks ha il dono di saper narrare, con grande umanità ed empatia, le “storie” che incontra nella sua vita professionale e nelle sue esperienze. In Italia, il libro che lo ha reso noto – se non sbaglio – fu L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, pubblicato da Adelphi nel 1986 (Risvegli uscì soltanto l’anno successivo). Nel 1990 Awakenings divenne un film con Robert De Niro e Robin Williams (che interpretava lo stesso Sacks) e il nostro neurologo divenne una celebrità.

Ho letto quasi tutti i libri di Oliver Sacks ed è uno di quegli autori di cui aspetto con ansia la prossima uscita. Immaginatevi dunque la mia gioia nel vedere che Sacks aveva scritto un libro sulla musica, un altro amore che condividiamo. La musica è una parte importante della mia vita: non soltanto la molta musica che ascolto (e questo i lettori del blog lo sanno), ma anche la musica che mi accompagna in continuazione, perché me la suono in testa (anche se sono pressoché incapace di suonare uno strumento, pur avendo studiato pianoforte da ragazzo, con esiti disastrosi). Sacks la chiama musical imagery.

Sono rimasto molto deluso. In parte, forse, perché le mie aspettative erano troppo elevate: mi aspettavo, chissà, che Sacks fosse in grado di dire cose definitive sulla musica e il cervello, come il titolo prometteva. In parte, perché il libro non mi sembra riuscito: nell’ansia di toccare un po’ tutti gli argomenti, di raccogliere in un solo volume tutte le sfaccettature del rapporto musica/cervello – fisiologiche, patologiche o terapeutiche che fossero – Sacks scrive alla fine un libro ricco di fatti, ma non di sostanza. Le storie non sono sempre quelle storie empatiche e toccanti cui ci aveva abituato. Gli approfondimenti scientifici, nonostante gli sforzi eruditi di darci conto di tutte le ricerche e la letteratura scientifica sui diversi argomenti che tocca, lasciano alla fine insoddisfatti. Insomma, mi ha fatto l’impressione di un libro un po’ frettoloso e incompiuto.

Sacks resta un affascinante narratore di storie. Qui sotto un esempio, in cui racconta una delle storie più belle raccontate nel libro (su YouTube ce ne sono molte altre):

Qui, invece, una scena chiave del film Awakenings:

Robert Harris – The Ghost

Harris, Robert (2007). The Ghost. London: Hutchinson. 2007.

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Robert Harris (da non confondere con Thomas Harris, quello di Hannibal Lecter, che è americano) è uno di quegli scrittori di cui ho letto praticamente tutto. Perché? Forse, la risposta più naturale che mi viene è: perché scrive “romanzi storici” (scare quotes), perché è inglese, perché si documenta sul serio.

In realtà l’ho incontrato per caso. Perché ha scritto un romanzo, Enigma, su Bletchley Park, e io sono un adoratore di Turing. È bello anche il film (prodotto da Mick Jagger, chi l’avrebbe detto): vedetelo se vi capita. E poi Fatherland, un romanzo di controstoria in cui i nazi hanno vinto… E poi Archangel (il figlio segreto di Stalin). A questo punto, Harris si è buttato inopinatamente sull’antico romano: prima Pompeii, un documentato affresco (potrei fare il recensore di professione): peccato che chi di noi ha avuto la (discutibile) fortuna di fare il classico conoscesse già la cronaca di Plinio. Infine, Imperium, una pallosissima biografia di Cicerone, il meno sexy degli autori latini.

Per fortuna, Ghost torna ai livelli del Robert Harris migliore. Non posso dirvi di più perché è un thriller. Leggetelo, e basta.

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Consider the Lobster

Wallace, David Foster (2005). Consider the Lobster and Other Essays. London: Abacus. 2005.

Negli Stati Uniti Wallace è considerato un genio. E lo è.

Il suo romanzo più famoso è Infinite Jest, un mastodonte di 1.100 pagine fitte fitte, uscito nel 1996 e da meno di un anno tradotto in italiano. Boris sta ancora lottando con l’edizione originale; per fortuna il romanzo è costruito in capitoletti e sopporta quindi di essere preso e lasciato innumerevoli volte. Quando sarò arrivato al termine delle mie fatiche ve ne renderò conto.

Ho invece letto Everything and More: A Compact History of Infinity, un saggio. Un curioso saggio. Una lunga marcia attraverso 2.500 anni di filosofia e matematica, da Aristotele, attraverso Galileo, Isaac Newton, G.W. Leibniz, Karl Weierstrass e J.W.R. Dedekind, fino a Georg Cantor. Wallace non ci risparmia niente, non scende a compromessi con il rigore, non rinuncia a nessuno dei suoi manierismi. Forse non un modello di divulgazione scientifica da imitare. Ma certamente una lettura affascinante e artisticamente riuscita.

Questo Consider the Lobster è una raccolta di saggi comparsi su vari periodici. Si parla un po’ di tutto, dal porno alla radio, dall’autobiografia di una tennista all’uso dell’inglese. Non tutto è alla stessa altezza, quanto a interesse, e Wallace fa di tutto per non semplificarci la vita, dalle abbreviazioni alle lunghe note a piè di pagina (o ai riquadri dentro la pagina), ma resta una lettura affascinante.

Il saggio più bello è quello sulla lingua inglese, sulle polemiche tra puristi e fautori dell’uso, che richiama la polemica scolastica tra “anomalia” e “analogia”.

Quello che dà il titolo al volume discute, a partire dalla visita a un festival dell’aragosta nel New England, se e quanto l’aragosta soffra nell’essere bollita viva. Io su questo ho una teoria, e non ve la risparmio. Secondo me l’aragosta sente dolore, perché la percezione del dolore avviene soprattutto a livello locale, o comunque decentrato. Ma non soffre, perché per soffrire serve un sistema nervoso centrale e probabilmente un sistema abbastanza complesso da contenere una rappresentazione di sé. Insomma, farei riferimento alla differenza tra percezione e sensazione, proposta in Seeing Red: la sensazione si sarebbe evoluta per prima, da canali locali di stimolo-risposta (“Che cosa mi sta succedendo localmente, qui ora e a me?” – cioè “qualitative, present-tense, transient and subjective”), che sarebbero poi stati “privatizzati” dal cervello, una volta che si sono evoluti i canali percettivi (“Che sta succedendo là fuori nel mondo?” – cioè “quantitative, analytical, permanent, and objective”).

In definitiva, non dovremmo dire “soffro come una bestia” perché il nostro modo di soffrire è tipicamente (ed esclusivamente, a un certo livello) umano.

Boris le aragoste continua a mangiarle, se gliene offrono l’occasione.

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The Gum Thief

Coupland, Douglas (2007). The Gum Thief. London: Bloomsbury. 2007.

Coupland è uno di quegli autori di cui compro e leggo il nuovo libro appena esce (o quantomeno appena esce in paperback). È anche un autore sottovalutato, perché considerato facile: in fin dei conti, i suoi successi più grandi (Generation X, Microserfs e, più recentemente, JPod) sono stati letti, non del tutto immeritatamente, come ritratti generazionali, poco più profondi di una buona sitcom. Ma Coupland, per chi l’ha seguito, non è evidentemente soltanto questo. Al di là della sua grande capacità mimetica (di assorbire il linguaggio, le espressioni, i tic linguistici di una “sotto-popolazione”), Coupland ha il coraggio di affrontare le contraddizioni, le sofferenze, le piccole e grandi felicità dei suoi contemporanei, nonché – anche se questo non convince tutti, e certamente non convince me – una vena che slitta spesso dal moralistico al patetico e al mistico.

In conseguenza di questa complessità e di questa pluralità di corde, Coupland è un autore discontinuo. Ci sono libri convincenti dall’inizio alla fine, altri di cui godi il percorso di lettura ma in cui resti perplesso per il finale, altri del tutto falliti. Tra questi ultimi, nonostante il grande successo di pubblico, va annoverato JPod, il romanzo del 2006, un romanzo che ho trovato molto irritante, a dir poco.

Questa lunga premessa, per dire che The Gum Thief è un capolavoro. C’è il meglio di Coupland: personaggi bizzarri ma prototipali, riflessioni profonde sulla vita l’universo e tutto il resto, humour nero (o grigio scuro), empatia, complessità narrativa. frasi brevi chiare e memorabili (non so come se la siano cavati i traduttori, ma vi suggerirei di provare a leggere l’originale, che, senza essere facilissimo per problemi di gergo, lo è però per struttura delle frasi). Leggetelo e sappiatemi dire.

Coupland si avvia a compiere 46 anni e le domande che si pone Roger Thorpe all’inizio del romanzo ci suonano profondamente vere:

A few years ago it dawned on me that everybody past a certain age – regardless of how they look on the outside – pretty much constantly dreams of being able to escape from their lives. They don’t want to be who they are any more. they want out. […]

Do you want out? Do you often wish you could be somebody, anybody, other than who you are – the you who holds a job and feeds a family – the you who keeps a relatively okay place to live and who still tries to keep your friendships alive? In other words, the you who’s going to remain pretty much the same until the casket? […]

I used the phrase “a certain age”. What I mean by this is the age people are in their heads. It’s usually thirty to thirty-four. Nobody is forty in their head. When it comes to your internal age, chin wattles and relentless liver spots mean nothing (pp.1-2).

Per quanto piccola e banale ci possa sembrare, Coupland ha toccato una verità universale.

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Le benevole (2): “L’erba cresce rigogliosa sulle tombe dei vinti”

Le benevole merita un supplemento e una riflessione, in questi tempi in cui percorrono l’Italia venticelli di pogrom…

Le riflessioni del nostro protagonista colto e nazista sono davvero inquietanti, perché se non sapessimo chi è e se togliessimo qualche riferimento storico troppo rivelatore, potrebbero essere uno di quei dotti editoriali che ci propina la grande stampa (che so, un Ferrara o un Panebianco…).

E in effetti la vittoria avrebbe sistemato tutto, perché se avessimo vinto, immaginatevelo per un momento, se la Germania avesse schiacciato i rossi e distrutto l’Unione Sovietica, non si sarebbe mai più parlato di crimini, o meglio sì, ma di crimi­ni bolscevichi, debitamente documentati grazie agli archivi sequestrati (gli archivi dell’NKVD di Smolensk, trasferiti in Germania e recuperati alla fine della guerra dagli Americani, svolsero appunto questo ruolo, quando alla fine venne il momento di spiegare quasi dall’oggi al domani ai bravi elettori democratici perché i mostri infami della vigilia dovessero ora fungere da baluardo contro gli eroici alleati del giorno prima, adesso denunciati come mostri ancora peggiori), o forse addirittura, per riprendere con dei proces­si in piena regola, perché no, il processo degli agitatori bolscevichi, immaginatevelo un po’, per fare sul serio come hanno voluto fare sul serio gli Angloamericani (Stalin, si sa, se la rideva di quei processi, li prendeva per quello che erano, un’ipocrisia, e per giunta inutile), e poi tutti, Inglesi e Americani in testa, sarebbero venuti a patti con noi, le diplomazie si sarebbero riallineate sulle nuove realtà, e nonostante l’inevitabile protesta degli ebrei di New York, gli ebrei d’Europa, di cui comunque nessuno avrebbe sentito la mancanza, sarebbero stati registrati sotto la voce profitti e perdite, come del resto tutti gli altri morti, zingari, Polacchi, che so io, l’erba cresce rigogliosa sulle tombe dei vinti, e nessuno chiede conto al vincitore, non lo dico per tentare di giustificarci, è la semplice e tremenda verità, guardate un po’ Roosevelt, quell’uomo perbene, con il suo caro amico Uncle Joe, quanti milioni ne aveva già uccisi Stalin, nel 1941, o addirittura prima del 1939, ben più di noi, di sicuro, e anche a stilare un bilancio definitivo lui rischia proprio di restare in testa, fra la collettivizzazionc, dekulakizzazione, le grandi purghe e le deportazioni di popolazioni nel 1943 e 1944, e questo all’epoca era ben noto, tutti più o meno sapevano, negli anni Trenta, cosa succedeva in Russia, anche Roosevelt lo sapeva, quell’amico del genere umano, il che non gli ha mai impedito di elogiare la lealtà e l’umanità di Stalin, malgrado i reiterati avvertimenti di Churchill del resto, un po’ meno ingenuo da un certo punto di vista, e d’altra parte un po’ meno realista, e se quindi noialtri avessimo in effetti vinto quella guerra, sarebbe stata di sicuro la stessa cosa, a poco a poco, gli ostinati che non avrebbero smesso di chiamarci nemici del genere umano si sarebbero zittiti a uno a uno, per mancanza di pubblico, e i diplomatici avrebbero smussato gli spigoli, perché dopotutto, non è vero?, Krieg ist Krieg und Schnaps ist Schnaps, e così va il mondo. forse in fin dei conti i nostri sforzi sarebbero stati addirittura applauditi, come ha spesso predetto il Fiihrer, o forse no, comunque molti avrebbero applaudito, di quelli che nel frattempo hanno invece taciuto, perché abbiamo perso, dura realtà. E anche se a questo proposito avesse continuato a sussistere una certa tensione, dieci o quindici anni, prima o poi si sarebbe allentata, per esempio quando i nostri diplomatici avessero fermamente condannato, riservandosi comunque la possibilità di dimostrare un certo grado di comprensione, le severe misure suscettibili di nuocere ai diritti dell’uomo, che prima o poi la Gran Bretagna o la Francia avrebbero dovuto applicare per ripristinare l’ordine nelle loro recalcitranti colonie oppure, nel caso degli Stati Uniti, per assicurare la stabilità del commercio mondiale e combattere i focolai di rivolta comunisti, come tutti hanno finito per fare, con i ben noti risultati. Perché sarebbe un errore, e grave a mio parere, pensare che il senso morale delle potenze occidentali sia cosi fondamentalmente diverso dal nostro: dopotutto, una potenza è una potenza, non lo diventa, né lo rimane, per caso. I Monegaschi o i Lussemburghesi possono permettersi il lusso di una certa onestà politica; per gli Inglesi è un po’ diverso. Non è stato forse un amministratore britannico, educato a Oxford o a Cambridge, a preconizzare già nel 1922 dei massacri amministrativi per garantire la sicurezza del­le colonie, e a deplorare amaramente che la situazione politica in the Home Islands rendesse impossibili quelle salutari misure? Ov­vero se, come hanno fatto alcuni, si vogliono imputare tutte le no­stre colpe soltanto all’antisemitismo – un grottesco errore, a mio parere, ma da cui molti si sono fatti sedurre – non bisognerebbe forse riconoscere che, alla vigilia della Grande guerra, la Francia si comportava ben peggio di noi in questo campo (per non parlare della Russia dei pogrom!)? Spero peraltro che non vi sorprenda troppo sentirmi svalutare tanto l’antisemitismo come causa fon­damentale del massacro degli ebrei: sarebbe dimenticare che le no­stre politiche di sterminio avevano ben altra portata. Al momento della sconfitta – e lungi dal voler riscrivere la Storia, sarei il pri­mo ad ammetterlo – oltre agli ebrei avevamo già portato a termine la distruzione di tutti gli handicappati tedeschi incurabili, fisici e mentali, della maggior parte degli zingari, e di milioni di Russi e di Polacchi. E i progetti, è ben noto, erano ancora più ambiziosi: per i Russi, la necessaria riduzione naturale, secondo gli esperti del Piano quadriennale e dell’RSHA, doveva toccare i trenta milioni, se non attestarsi addirittura fra i quarantasei e i cinquantun milioni stando al parere discorde di un Dezernent un po’ zelante del­l’Ostministerium. Se la guerra fosse durata ancora qualche anno, avremmo certamente avviato la riduzione massiccia dei Polacchi. L’idea era già nell’aria da un po’: guardatevi il voluminoso carteggio fra Greiser, il Gauleiter del Warthegau, e il Reichsführer, in cui a partire dal maggio 1942 Greiser chiede di essere autorizzato a utilizzare gli impianti di gassaggio di Kulmhof per distruggere 35.000 Polacchi tubercolotici che secondo lui costituivano una gra­ve minaccia sanitaria per il suo Gau; in capo a sette mesi, il Reichsführer gli fece finalmente capire che la sua proposta era interes­sante ma prematura. Probabilmente trovate che vi intrattengo su tutto ciò con molta freddezza: intendo solo dimostrarvi che la di­struzione per mano nostra del popolo di Mosè non scaturiva unicamente da un odio irrazionale verso gli ebrei – credo di aver già dimostrato fino a che punto gli antisemiti di tipo emotivo fossero malvisti all’SD e nelle SS in generale –, ma derivava soprattutto da un’accettazione risoluta e ragionata del ricorso alla violenza per la soluzione dei più svariati problemi sociali, nella qual cosa, del resto, ci differenziavamo dai bolscevichi solo per le rispettive valutazioni delle categorie di problemi da risolvere: il loro approccio era fondato su uno schema di interpretazione sociale orizzontale (le classi), il nostro, verticale (le razze), ma entrambi altrettanto deterministici (credo di averlo già sottolineato) e tali da condurre a soluzioni analoghe in termini del rimedio da adottare. E a pensarci bene, se ne potrebbe dedurre che questa volontà, o almeno questa capacità di accettare l’esigenza di un approccio ben più radicale dei problemi che affliggono qualunque società, può essere nata solo dalle nostre sconfitte all’epoca della Grande guerra. Tutti i paesi (salvo forse gli Stati Uniti) hanno sofferto; ma la vittoria, e l’arroganza e la tranquillità morale scaturiti dalla vittoria, hanno probabilmente permesso agli Inglesi e ai Francesi e anche agli Italiani di dimenticare con più facilità le loro sofferenze e le loro perdite, e di riadagiarsi, talvolta addirittura di sprofondare nell’autocompiacimento, e quindi anche di spaventarsi più facilmente, per timore di assistere alla disgregazione di quel compromesso tanto fragile. Quanto a noi, non avevamo più niente da perdere. Ci eravamo battuti altrettanto onorevolmente dei nostri nemici; siamo stati trattati da criminali, ci hanno umiliati e fatti a pezzi, e hanno schernito i nostri morti. La sorte dei Russi, obiettivamente, non è stata molto migliore. Niente di più logico, perciò, di arrivare a dirsi: be’, se è cosi, se è giusto sacrificare il meglio della Nazione, mandare a morire gli mini più patriottici, più intelligenti, più generosi, più leali della nostra razza, e tutto ciò in nome della salvezza della Nazione – e se poi non serve a niente – e si sputa sul loro sacrificio – allora, che diritto alla vita possono avere gli elementi peggiori, i criminali, i pazzi, i ritardati, gli asociali, gli ebrei, senza parlare dei nostri nemici esterni? I bolscevichi, ne sono convinto, hanno fatto lo stesso ragionamento. Dato che rispettare le regole della cosiddetta umanità non ci è servito a niente, perché ostinarsi a mantenere quel rispetto di cui non ci sono nemmeno stati grati? Di lì, inevitabilmente, un approccio molto più inflessibile, più duro, più radicale ai nostri problemi. In tutte le società, in ogni epoca, i problemi sociali sono stati oggetto di arbitrato fra i bisogni della collettività e i diritti dell’individuo, e hanno pertanto prodotto un numero di risposte tutto sommato molto limitato: schematicamente, la morte, la carità, o l’esclusione (soprattutto, sto­ricamente, sotto forma di esilio esterno). I Greci esponevano i figli deformi; gli Arabi, riconoscendo che costituivano, dal pun­to di vista economico, un peso troppo gravoso per le loro fami­glie, ma non volendo ucciderli, li mettevano a carico della comu­nità, con il meccanismo della zakat, l’elemosina religiosa obbli­gatoria (una tassa per le opere di bene); ancor oggi, da noi, esistono per questi casi degli istituti specializzati, per evitare di affliggere i sani con lo spettacolo della loro disgrazia. Tuttavia, se si adotta questa visione globale, si può constatare che almeno in Europa, a partire dal XVIII secolo, tutte le diverse soluzioni ai vari problemi – il supplizio per i criminali, l’esilio per i malati contagiosi (lebbrosari), la carità cristiana per gli idioti – sono con­fluite, per influenza dell’Illuminismo, verso un tipo di soluzione unica, applicabile a tutti i casi e declinabile a piacere: la reclu­sione istituzionalizzata, finanziata dallo Stato, una forma di esi­lio interno, per cosi dire, a volte con una pretesa pedagogica, ma soprattutto con una finalità pratica: i criminali in prigione, gli ammalati all’ ospedale, i pazzi al manicomio. Come non vedere che queste soluzioni cosi umane erano anch’esse frutto di un com­promesso, erano rese possibili dalla ricchezza e in fin dei conti restavano contingenti? Dopo la Grande guerra molti hanno ca­pito che non erano più adeguate, che non bastavano più a far fronte alla nuova portata dei problemi, per via della riduzione delle risorse economiche e anche del livello, un tempo impensa­bile, della posta in gioco (i milioni di morti della guerra). Occor­revano nuove soluzioni, le abbiamo trovate, perché l’uomo trova sempre le soluzioni di cui ha bisogno, e perché i paesi cosiddetti democratici le avrebbero trovate anche loro, se ne avessero avuto bisogno (pp. 645-649).

Agghiacciante vero? A me dà davvero da pensare:

  • “gli ebrei d’Europa, di cui comunque nessuno avrebbe sentito la mancanza, sarebbero stati registrati sotto la voce profitti e perdite, come del resto tutti gli altri morti, zingari, Polacchi, che so io, l’erba cresce rigogliosa sulle tombe dei vinti, e nessuno chiede conto al vincitore”
  • “gli ostinati che non avrebbero smesso di chiamarci nemici del genere umano si sarebbero zittiti a uno a uno, per mancanza di pubblico”
  • “sarebbe un errore, e grave a mio parere, pensare che il senso morale delle potenze occidentali sia cosi fondamentalmente diverso dal nostro: dopotutto, una potenza è una potenza, non lo diventa, né lo rimane, per caso”
  • “massacri amministrativi”, “necessaria riduzione naturale”, “accettazione risoluta e ragionata del ricorso alla violenza per la soluzione dei più svariati problemi sociali”
  • “che diritto alla vita possono avere gli elementi peggiori, i criminali, i pazzi, i ritardati, gli asociali, gli ebrei”
  • “in tutte le società, in ogni epoca, i problemi sociali sono stati oggetto di arbitrato fra i bisogni della collettività e i diritti dell’individuo, e hanno pertanto prodotto un numero di risposte tutto sommato molto limitato: schematicamente, la morte, la carità, o l’esclusione”
  • “le diverse soluzioni ai vari problemi […] sono con­fluite, per influenza dell’Illuminismo, verso un tipo di soluzione unica, applicabile a tutti i casi e declinabile a piacere: la reclu­sione istituzionalizzata, finanziata dallo Stato […]: i criminali in prigione, gli ammalati all’ ospedale, i pazzi al manicomio”
  • “come non vedere che queste soluzioni cosi umane erano anch’esse frutto di un com­promesso, erano rese possibili dalla ricchezza e in fin dei conti restavano contingenti?”
  • “per via della riduzione delle risorse economiche e anche del livello, un tempo impensa­bile, della posta in gioco […] occor­revano nuove soluzioni, le abbiamo trovate, perché l’uomo trova sempre le soluzioni di cui ha bisogno”.

Un brivido mi percorre la schiena: quante sono già ora le iniquità economiche e sociali che permettiamo o introduciamo ex novo (dalla perdita della sicurezza di una vecchiaia serena alla precarietà del lavoro) in nome delle compatibilità finanziarie?

Micromotives and Macrobehavior (3)

Infine, per chi si fosse appassionato a Schelling, vediamo insieme come ragiona su un problema demografico, quello della scelta del sesso dei figli (ricordiamoci che quando scriveva non c’era la tecnologia per farlo, che adesso è invece disponibile):

Imagine that it were possible to choose in advance the sex of children. It is an easy idea to toy with; there is no difficulty in knowing what it means.

We can already choose whether to have children at all, at what age to have them, how many to have and how to space them over time; we can even somewhat control the sex compo­sition by, for example, stopping when we already have a boy and a girl or trying again if we don’t yet have what we want. Exercising a choice of sex would not le ad to any new kinds of families: all the family combinations of boys and girls already exist.

Our interest is in the consequences, not the technology, and in how we deal with a choice that has never mattered before. But the technology itself can affect some of the questions we want to pursue. For example, is the technology under the control of the mother alone or does it require cooperation between the parents; will it be known whether or not the choice was exercised and to whom will it be known; and if a girl is decided on and a boy is born is it likely due only to the imper­fect reliability of the method, or due to carelessness, or due to cheating? If a child ever wonders whether he or she was “wanted,” the advent of contraception can affect the child’s acceptance of a positive answer; will the technology of sex choice be such that the child will know what sex its parents tried for, and how likely it is they succeeded?

Leaving those questions behind, let’s speculate on how people would choose if they did choose. Speculate is all we can do. There is no real evidence. We cannot investigate what people do in fact choose, because they do not in fact choose. And even if we ask them, as several researchers have done from time to time, it is hard to take the responses very seriously.

It is a little like the question, what would you ask for if you caught an enchanted sturgeon and were offered three wishes to let it go free? Not expecting the opportunity, you are unlikely to spend much time making plans for it. The sex of children is a question about which most people – not everybody but most people – are unprepared, especially people who have not yet had their first child. Nobody would dream of making a decision within the short time the interviewer will wait for an answer; and no couple is going to attempt to reconcile any dif­ferences they have, or even delicately explore each other’s preferences, for the sake of providing a hypothetical statistic in a survey.

There have been attempts, now that contraception has been widespread and additions to American families can be inter­preted as partly intentional, to look at any sex preferences that may be revealed in actual choices of whether or not to go on and have another child. The idea is simple: if families with two girls or two boys more frequently have a third child than families with one of each, this could mean that people want at least one of each and keep trying if they don’t get them in the first two. But the statistics don’t show much, and there are other interpretations. It is widely observed that families with girls and families with boys are different kinds of families. Most parents agree on that. It is possible that families with two girls, in deciding to have a third child, are not seeking a boy but find children a pleasure and, since two are not too many, they look forward to a third; however, a family with two boys may face a different noise level, or be slightly less satisfied with family life, or, equally satisfied, be more impressed that two is a large number. Or maybe boys and girls have a different effect on relations between the spouses or any­thing else (like the divorce rate) that has a statistical influence on the birth of a third child. In other words, we couldn’t be sure that we were observing preferences for either boys or girls if we did find some of these differences in the census figures.

Furthermore, there are at least two ways that preferences might change if the choice became an actuality. There are many cultures in which boy babies are a sign of virility or of God’s favor; there is a slightly coercive tradition that fathers want boys, and the congratulations sound more self-assured when the father has announced a boy. Even grandparents have been known to offer condolences when a third child is a third girl. All of that may evaporate once it’s known that the sex of the baby indicates nothing more than whether the mother took a blue pill or a pink pill. The father who insists he really is glad that his second child is a girl like the first won’t be thought merely keeping his chin up if it’s clear that, had he wanted a boy, he could have had one.

And a new set of social and demographic influences will come to bear on the choice if parents have to observe and anticipate sex ratios that depart from the approximate 50-50 in which boys and girls have traditionally been born. If the sex ratio within the ethnic groups or region or social class with which parents identify their children for school, marriage, and career, departs substantially from the historical ratios, and especially if there are government programs to tilt the incen­tives, people will have to think about the relative merits of being in the majority or minority sex. How they would make those calculations is at present just more speculation, but it is a fair guess that they would make them. If the little boy reports that two-thirds of his kindergarten class are little boys and only one-third girls, his parents will reflect on those figures before deciding whether their next should be a girl or a boy.

Will people be glad to have this choice available? Or will it just add one more decision to make, one more source of con­flict, one more opportunity far remorse, when life is already full enough of decisions and married couples have enough to disagree about?

Demographically, the main effects wilI be the aggregates – ­the overall sex ratio, or the ratio within particular age groups, ethnic groups, socio-economic groups, and other groups within which social life and marriage occur. But there could be effects on family itself, although it is hard to know how to appraise them. Far example, if the main direction of choice were toward balanced families – a boy and a girl in two-child families – fewer boys would have brothers and fewer girls would have sisters, more boys would have sisters and more girls would have brothers. With today’s technology, half the boys in two-child families have brothers; with a technology that leads to mixed families, none of them would.

For the overall ratio, we can do a little arithmetic to get an idea of the differences that various choices could make. A pref­erence that appears to show up in interviews and question­naires in America and Western Europe is a desire far at least one boy. This sounds like a modest male preference, but may not indicate a preference at all if people also wish to have at least one girl. There has also been occasionally observed in the surveys of hypothetical preferences some desire to have a boy first. These two choices could reflect the same preference: if you want at least one boy, a boy first relieves the suspense.

To get a feeling for the arithmetic, consider what would happen if every family elected a boy first. The result depends on whether the choice is to have a boy first and leave it to luck thereafter, or a boy first and balance out with a girl. The arithmetic also depends on how many families end up with a single child, how many with two or three or four. Suppose every family had first a boy and subsequent children at random. The one-child families would be all male, the two-child families would be three-quarters male, the three-child families would be two-thirds male, and so forth. Given the family sizes in this country, the children born in that fashion would be 70 percent male and 30 percent female, a ratio greater than two-to-one. If every family had first a boy and then alternated girls and boys so that an even-numbered family would have equal numbers and an odd-numbered family one more boy than the girls, births would be 60 percent boys and 40 percent girls. In this popula­tion, no girl would be without a brother; three-fifths of the girls would have no sisters and a third of the boys would have no brothers.

Suppose all families want at least one boy but will take what the lottery gives them until the last child and then, if they do not yet have a boy, choose a boy. Except for families that know in advance that they want only one child – and these are far fewer than the 21 percent in the United States that actually have only one living child – the effect will be small; only families that would have ended up all girls will be affected, and they will have a single boy in place of a girl – and even that will not happen in families that stop having children before they complete their plan.

What are the consequences of an imbalance in the sex ratio? Of all our institutions, monogamous marriage is the one most directly concerned. But in that regard there are already imbalances. First, there are geographical differences ranging from an excess of women in the Washington area to a large excess of men in some Western states and especially Hawaii and Alaska. Second, young women of an age to marry have recently outnumbered young men of an age to marry in this country because of the tendency for husbands to be older than wives at fìrst marriage; with new births increasing at 3 percent per year, as they did for the quarter century that ended in 1956, a three-year age difference means that the women are drawn from a more recent population that is almost 10 percent larger. Third, women live longer than men in this country, and there is a large excess of unmarried women over unmarried meno The ratio is nearly 4 to l in the age group beginning at 45. The difference in life expectancy for men and women in their early twenties is six or seven years; and the young woman who marries a man three years older can expect on average to outlive him by a full decade. Evidently the near equality of male and female births coexists with sizable im­balances for important age groups.

What does the government do, as a matter of policy, if boys and girls are born in very unequal numbers, or even if the ratio fluctuates in cycles, evening out in the long run but leaving large alternating imbalances in successive age groups? At the level of “technical policy,” the problem is probably no harder than coping with inflation or unemployment, energy, changes in the birth rate, or changes in the ratio of elderly retired to the working population. The government could attempt to “stabilize” the birth ratio by a variety of fiscal mea­sures, like differential income tax deductions, differential eligi­bility of men and women for military service, arrangements for differential college tuition, and a variety of favoritisms and affirmative actions discriminating by sex. It wouldn’t be easy to devise successful policies, but it wouldn’t be analytically dif­ferent from so many things that the government presently tries to stabilize.

But the social and even constitutional implications are awe­some. Imagine the government’s having to have a policy on a “target” sex ratio for births. Imagine that Presidential candi­dates had to debate whether it’s better for men to exceed women by 5 percent or 10 percent or not at all, or for women to exceed men. Besides the need to incorporate a multitude of sexually discriminatory rewards and penalties throughout the government’s expenditure and revenue and regulatory pro­grams, there would have to be a policy on the “correct” num­bers of men and women to have.
There are already people who argue that federal programs to help the poor with family planning have racial implications, even racial motives. Imagine having explicit demographic tar­gets: a President proposing measures that would hold inflation to 4 percent, unemployment to 5 percent, and excess little boys to 6 percent.

So it isn’t only parents who might like to be spared some of the choices that would have to be made if this particular technology became available. There are some things – the weather may be one, and the sex of a child at birth another – that it is a great relief to be unable to controI. The lottery dispenses arbi­trary justice indiscriminately, but it may beat having to dis­criminate (pp. 197-203).