Le ali della libertà (The Shawshank Redemption, 1994)

Spero che i miei 25 lettori (per Manzoni era una civetteria, per me è un traguardo lontano, a giudicare dai pochi commenti che ricevo) conoscano tutti imdb.com. Imdb (Internet Movie Database) si autodefinisce il più grande e il migliore database sul cinema (e sulla televisione) del mondo e vanta 47 milioni di visitatori al mese. Tutti questi visitatori sono portatori d’informazione – anche perché imdb consente di dare un voto da 1 a 10 ai film – e quindi una pagina è dedicata alle classifiche. In particolare, quella dei 250 migliori film di tutti i tempi vede al primo posto Il padrino e al secondo, appunto, Le ali della libertà. Poiché lo davano ieri sera in televisione, l’ho guardato ed ecco la mia recensione.

Prima di parlare del film – dato che so per certo che tra di voi si annidano dei perversi come me – vi spiego la formula con cui è calcolata la classifica:

Rating pesato (WR) = (v ÷ (v+m)) × R + (m ÷ (v+m)) × C

dove:

R (rating) = voto (medio) del film

v (voti) = numero dei voti per il film

m (minimo) = numero minimo di voti per essere ammesso nei Top 250 (attualmente 1300)

C = il voto medio dei film su imdb (attualmente 6,7)

Le ali della libertà, come Il padrino, ha un voto di 9,1 ed è stato votato da oltre 243.000 persone.

Adesso il film: tratto da un racconto di Stephen King, è la storia di un uomo e di una prigione americana, nell’arco di 20 anni (tra il 1947 e il 1967). La tecnica narrativa è del tutto tradizionale. Andy Dufresne, impiegato di banca, è accusato e condannato all’ergastolo per avere ucciso moglie e amante. Non sappiame se è colpevole e tutto considerato non ci interessa. Finisce nella solita prigione terrificante, dove gliene fanno di tutti i colori, ma lui – grazie alla sua intelligenza e alla sua tenacia, oltre che all’amicizia con il factotum della prigione, il vecchio ergastolano negro Red – si fa benvolere da tutti. Finale a sorpresa, che non vi racconto (però non andate avanti a leggere se non avete visto il film, perché qualcosa devo pur dire).

Il mistero è questo: il film è bello, ma non bellissimo. Questo non lo dico soltanto io, lo dice anche il Mereghetti, che gli dà due e mezzo (su quattro; lo stesso voto che dà a In viaggio con Pippo, che su imdb prende 6,2). Com’è che nell’opinione dei visitatori di imdb (e voi sapete che il vecchio Boris rispetta la vox populi) si piazza così in alto? Più in alto di film come Casablanca (al settimo posto, con 8,8), La finestra sul cortile (tredicesimo, con 8,7), Citizen Kane (ventiquattresimo, con 8,6), La vita è meravigliosa (ventinovesimo, con 8,5)?

Forse la mia risposta è stereotipata e persino razzista, ma è questa: perché la maggior parte dei visitatori di imdb è americano (nord-americano, statunitense) e questo è un film fatto su misura per il gusto, la sensibilità, la cultura americana (nord-americana, statunitense). C’è l’eroe solitario (Andy Dufresne), che all’inizio potrebbe sembrare un perdente: Red scommette contro di lui; ma noi sappiamo già che perderà la scommessa, perché Andy non è un “perdente” (se mi chiedete qual è la cosa che mi ripugna di più del modo di pensare americano, è questo dividere il mondo tra perdenti – quasi tutti – e vincenti – i pochi “eletti”). Ma no: Andy non è un perdente perché ha un sogno, ha una speranza, e quindi deve vincere – solo contro tutti. Anzi, quasi solo, perché ha comunque bisogno di un amico – ma non di un amico al suo stesso livello, bensì di un Sancho Panza: negro, vecchio, ignorante e con un cuore d’oro. Nel momento decisivo, però, Andy è solo; e, alla fine, è Andy che salva Red, e non viceversa.

Questo è il confronto a distanza tra i due sulla speranza:

Red: Let me tell you something my friend. Hope is a dangerous thing. Hope can drive a man insane.

Andy: [in letter to Red] Remember Red, hope is a good thing, maybe the best of things, and no good thing ever dies.

E questo è un dialogo rilvelatore su quello che Andy pensa dei perdenti:

Tommy: I’m thinkin’ maybe I should try for high school equivalency. Hear you helped some fellas with that.
Andy: I don’t waste time on losers, Tommy.
Tommy: (tight) I ain’t no goddamn loser.
Andy: That’s a good start. If we do this, we do it all the way. One hundred percent. Nothing half-assed.
Tommy thinks about it, nods.

Importantissimo l’ambiente carcerario. Non è un ambiente, è un mondo. Anzi, è il mondo, questo mondo. Un mondo opportunamente semplificato: ci sono i carcerati cattivissimi e froci (perché un po’ di sana omofobia non guasta mai!); ci sono le guardie sadiche e ottuse; ci sono i direttori corrotti e assassini; c’è la burocrazia ottusa ma alla fine “pieghevole” alle buone intenzioni opportunamente insistite; ci sono gli amici sciocchi e ignoranti ma buoni. Dentro questo mondo, Andy vince, da bravo self made man. Fuori da questo mondo, tutto è assai più complicato: nessuno, salvo Andy, ce la può fare.

D’altro canto, la prova a contrario che il carcere è questo mondo è l’insistenza sulla metafora della redenzione, fin dal titolo originale del film. Tutto il film gioca sulla Bibbia (il direttore, Warden Samuel Norton, è un fanatico religioso): Salvation lies within. Fuori dal carcere c’è l’altro mondo, che può essere l’inferno (come per Brooks, e per Red all’inizio della libertà, dopo quarant’anni di carcere) o il paradiso (Andy a braccia aperte sotto la pioggia e, soprattutto, l’ultima scena sulla spiaggia, sovraesposta in una luce trasfigurata).

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The Undercover Economist

Tim Harford. The Undercover Economist. New York: Random House. 2007.

Tim Harford, economista e giornalista, cura sul Financial Times una rubrica con lo stesso titolo del libro e un’altra (Dear Economist) in cui risponde ai lettori su quesiti che riguardano l’economia e la vita quotidinana. Spesso, quest’ultima rubrica viene ripresa e tradotta in Italia da Internazionale, il settimanale di Giovanni De Mauro (che colgo l’occasione per raccomandare vivamente: è il più bel settimanale in circolazione).

Il libro non è una raccolta o una rielaborazione degli articoli comparsi sul Financial Times, ma potrebbe esserlo — e questo è il suo difetto principale. Anche se toccano argomenti quasi sempre interessanti, i dieci capitoli non seguono un filo logico stringente. Per alcuni, il carattere contingente — e dunque l’origine quale articolo o commento giornalistico — è evidente: è il caso della valutazione del successo delle aste UMTS nel Regno Unito, ma anche quello della spiegazione delle ragioni della crescita economica in Cina o del sottosviluppo in Camerun (quest’ultimo capitolo è francamente imbarazzante, mescolando “saggezza economica”, luoghi comuni e un po’ di razzismo). Altri capitoli sono più stimolanti. Il mio preferito resta il secondo (What Supermarkets Don’t Want You to Know), ma anche il primo non è male (Who Pays for Your Coffee?).

Una critica più stringente emerge dal confronto con un altro bestseller in materia di divulgazione economica grosso modo coevo: Freakonomics di Steven Levitt (S. Levitt-S. Dubner. Freakonomics: A Rogue Economist Explores the Hidden Side of Everything. New York: HarperCollins. 2005). Il punto mi sembra questo: Harford è un economista mainstream, Levitt è un economista briccone. Harford tende a essere apologetico, a ripetere — anche se con indubbia eleganza e capacità di rendere semplici e appetibili concetti e modi di ragionare considerati (non del tutto a torto) intrinsecamente pallosi — argomenti noti, ad applicarli a contesti certo rilevanti per la vita quotidiana, ma comunque “economici”. Levitt invece ci sorprende applicando i metodi e i modi di ragionare dell’economista — i metodi e i modi di ragionare, non necessariamente le lezioncine del catechismo economico! — a contesti a cui non viene per nulla immediato applicarli, come le premesse e le conseguenze economiche dei nomi che i genitori attribuiscono ai bambini, o il rischio comparato di tenere in casa una pistola o di avere una piscina in giardino!

Un altro modo di vedere la differenza tra i due. Harford applica ai problemi quotidiani la teoria economica, ed è attraverso la teoria che arriva alla radice del metodo, soprattutto con riferimento al ruolo degli incentivi, alla necessità di ragionare in termini relativi e comparativi, e all’argomentazione “al margine”. Levitt applica ai problemi quotidiani un approccio solidamente quantitativo, con l’analisi dei dati statistici e la formulazione di modelli, e per questa via ci scuote dalla comoda abitudiune di dare per scontata una visione delle cose e di accettare acriticamente l’opinione degli “esperti” e ci invita a usare il nostro senso critico e a “disintermediare” il nostro accesso ai fatti e ai dati. In questo modo, Levitt ci impartisce una lezione più profonda di quella di Harford: una lezione di metodo che va al di là dell’economia per investire il complesso delle “scienze sociali”. Applicare il metodo scientifico alle scienze sociali — ci suggerisce Levitt — significa mettere tra parentesi tutte le ideologie: non soltanto quelle che vorrebbero sottrarre alcuni oggetti “moralmente sensibili” all’indagine scientifica, ma le stesse componenti ideologiche della teoria economica.

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Lost Girls

A. Moore-M. Gebbie. Lost Girls. Marietta: Top Shelf Productions. 2006.

Stiamo parlando di un romanzo a fumetti francamente pornografico, ancorché sceneggiato dal leggendario Alan Moore (From Hell, The League of Extraordinary Gentlemen, V for Vendetta): quindi, se non vi interessa il genere, abbandonate questa recensione al suo destino.

Alice (quella di Lewis Carroll), Wendy (di Peter Pan) e Dorothy (del Mago di Oz), ormai cresciute, si incontrano in un albergo art nouveau sulle alpi austriache, nella fatale estate del 1914. Ognuna ha l’età che avrebbe all’epoca dei fatti, se fosse realmente vissuta: Alice è una nobildonna inglese attempata e un po’ folle; Wendy una borghese vittoriana malmaritata e frustrata; Dorothy un’ingenua ragazzotta americana di campagna. Nasce un’amicizia, basata sull’attrazione fisica e sull’oscuro sentimento di avere qualcosa in comune. E così, mentre esplorano vicendevolmente i loro corpi in un crescendo di perversioni (come si conviene al genere), le tre ex-ragazze ci raccontano episodi delle avvenure che ce le hanno rese note, riletti in chiave di iniziazione erotica, spesso traumatica. Quando questa personale recherche si conclude, le tre donne ritrovano le ragazze che avevano perso (o, meglio, che erano state sottratte loro) in gioventù. Ma nel momento stesso in cui si ritrovano le tre ragazze, si perdono l’Europa e l’innocenza della belle epoque, con lo scoppio della prima guerra mondiale.

Un gioco decadente, con il rischio della banalità implicito in queste operazioni di destrutturazione. Ma qui il gioco riesce, grazie a una sceneggiatura ironica e ben scritta e a un disegno molto personale. Moore è ormai un maestro riconosciuto della ricostruzione del clima vittoriano ed edoardiano. Melinda Gebbie rinuncia alle convenzioni calligrafiche del fumetto pornografico e rappresenta le nostre eroine in uno stile più vicino a quello degli illustratori di libri dell’infanzia dell’epoca; grande uso dei pastelli e dei colori; citazioni di Beardsley, Schiele e Little Nemo. Una festa per gli occhi.

The Inner Circle

T. C. Boyle. The Inner Circle. London: Penguin. 2005.

Una recensione difficile, perché il romanzo è difficile da collocare (work of fiction, indubbiamente, come lo definisce l’autore, ma anche romanzo storico, come lo definirei io) e perché probabilmente mi sono complicato la vita in modo particolare leggendolo.

Forse la cosa più semplice da dire, ma anche la più significativa, è questa: era il primo libro di Boyle che leggevo e non mi è venuta voglia di leggerne altri.

Il romanzo è sgradevole, forse necessariamente tale. Boyle lo costruisce su due tensioni: quella sull’attrazione/repulsione per Prok (cioè per Alfred C. Kinsey) e quella sullo scarto tra sesso (proprio dello human animal) e amore (proprio delle singole persone, e in particolare dell’io narrante John Milk e di sua moglie Iris). Da questo punto di vista, il romanzo è riuscito, anche tecnicamente: dopo averti fatto subire tutto il fascino di Prok nelle prime pagine, Boyle ne fa emergere in una progressione infernale gli aspetti più sgradevoli e maniacali. La tensione sesso/amore è un po’ più scontata, ma alla fine – soprattutto nelle ultime pagine – funziona, anche se non spiega niente e lascia irrisolta soprattutto la figura di Iris. Va, in ogni caso, riconosciuto a Boyle di aver scritto un romanzo non manicheo, anzi ricco di sfumature e sospeso nei giudizi morali: in questo, la debolezza e l’irresolutezza dell’io narrante aiuta.

Va be’ – direte – alla fine la recensione l’hai scritta. Che cosa c’era di tanto difficile? Di difficile c’è che io di mestiere faccio il ricercatore, anzi dirigo ormai gruppi di ricerca (no, non in materia di sesso…). Molte delle tentazioni e dei problemi di Prok sono anche miei: per far procedere il lavoro di ricerca siamo disposti a tutto o quasi e manipoliamo in nostri collaboratori con promesse, lusinghe, minacce e una buona dose di seduzione (mica c’è solo la seduzione sessuale, c’è anche quella intellettuale). Talvolta, anche nelle mie materie, i risultati scientifici (che ci piace chiamare “evidenze”) mettono in questione le nostre opinioni più radicate (più raramente i nostri sentimenti). Sullo sfondo giganteggia il tema dell’etica della ricerca (che non coincide con quello di darsi un codice deontologico, cui oggi l’abbiamo ridotto).

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Le avventure di Vinicio Duarte

Andrea Tomaselli. Le avventure del conte Vinicio Duarte narrate da un folle in una degenza di fine millennio. Roma: Il Filo. 2005.

Mi dispiace recensire negativamente un libro prestato e raccomandato da un amica. Ma mi sono proposto di recensire le mie letture, tutte, vie via che le concludo e non mi va di violare il principio alla seconda! Fatto sta che il libro, dopo un inizio incoraggiante, non mi è piaciuto.

Cito subito la cosa migliore: un certo uso del linguaggio, un turpiloquio giovanilistico abbastanza azzeccato.

Passiamo a quello che non mi è piaciuto. Intanto il prologo: inutilmente barocco. Perché non raccontare la storia direttamente, senza l’artificio di un narratore folle, che poi non torna più? Secondo artificio il vampiro: se ti sta sul cazzo l’intero pianeta, Andrea, e sei dell’umore di cui era Guccini quando ha scritto L’avvelenata, sfogalo in prima persona e non farlo dire a un altro. E guarda che scrivere di vampiri, dopo Bram Stoker e persino Anne Rice è diventato difficile. Terzo: l’indignazione è un oggetto di scrittura difficile, che richiede leggerezza e soprattutto – per quanto strano possa sembrare – empatia. Se non sei Swift, almeno cerca di essere Menandro (homo sum: humanum nihil a me alienum puto – era anche uno dei motti preferiti di Karl Marx). Infine, il peccato mortale: Baricco aleggia…

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Karl Marx, ovvero lo spirito del mondo

Jacques Attali. Karl Marx, ovvero lo spirito del mondo. Roma: Fazi. 2006.

Ho finito di leggerlo stamattina. L’ho praticamente divorato, ma non mi ha lasciato soddisfatto. Forse la recensione potrebbe finire qui.

Forse invece devo fare uno sforzo e dire qualcosa in più. Ho letto molto Marx negli anni Settanta. Davvero molto: mi compravo i volumi dell’edizione delle opere complete degli Editori Riuniti via via che uscivano e li leggevo da una copertina all’altra. Compreso l’epistolario. Compreso l’Anti-Duhring di Engels. Quindi, anche della biografia del nostro sapevo già molto, e sorprese ne ho avute poche.

Eppure c’è qualcosa di attraente in questa biografia. Attali non è marxista, né lo è mai stato, ma ammira evidentemente l’uomo e il pensatore Marx. Alcune sue tesi sono forse preconcette (i rapporti di Marx con il padre e per suo tramite con l’ebraismo, la difficoltà a staccarsi dalle sue opere, il rifiuto del lavoro “irreggimentato” anche per sé, …) e certamente troppo insistite. Però ne emerge una figura di intellettuale e di pensatore superiore a molti, con idee assolutamente originali e ante litteram, con la capacità di non dare mai nulla per scontato e una gran voglia di documentarsi (fino al perfezionismo).

E probabilmente queste sono anche le cose che sono restate a me dell’essere (stato?) marxista e studioso di Marx: un approccio critico, il rifiuto delle scorciatoie interpretative, il richiamo alla necessità di una documentazione hard (e non limitata al pre-digerito dei giornali), e anche qualche categoria interpretativa (anche Attali lo riconosce: come avrebbe affrontato Marx questo problema? da dove sarebbe partito?).

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