Mai così alta la disoccupazione giovanile

Lo dice l’Istat: “Prosegue la crescita del tasso di disoccupazione giovanile, che raggiunge il 29,4%.”

La spiegazione? La maggior parte dei contratti a tempo determinato si è trasformata in contratti a tempo terminato.

Did You Know?

[Ringraziando l’amico che me l’ha segnalato.]

Nisida e la soluzione 30%

Il 14 settembre 2009, il ministro Mariastella Gelmini ha inaugurato il nuovo anno scolastico all’istituto penitenziario per minori di Nisida.

Cito da Il Giornale (giusto per farmi male):

«Abbiamo annunciato un provvedimento di cui stiamo studiando gli aspetti tecnici che prevederà un tetto del 30 per cento per favorire le condizioni migliori per un’integrazione anche degli alunni stranieri», ha spiegato il ministro dell’Istruzione nel corso di un’intervista su Canale 5.
«In alcune classi – ha aggiunto – la presenza degli immigrati sfiora il 100%: queste non sono le condizioni adatte per favorire l’integrazione». Un chiaro riferimento alla «Carlo Pisacane», la scuola elementare romana con l’82% di iscritti stranieri […]

Già, “gli aspetti tecnici”. Certo non si può pretendere che il ministro sappia fare 4 conti, e quindi sarà necessario che qualche esperto, magari una commissione istituita all’uopo, studi gli aspetti tecnici.

Ma proviamo a farli noi, questi 4 conti, sul retro di una busta, giusto per ribadire il tormentone che è la “cultura quantitativa” che ci manca. Quanti sono, in Italia, i bambini che frequentano la scuola dell’obbligo? Tra i 550.000 e i 560.000 all’anno, per ogni singola classe d’età (questo dato, e tutti gli altri che cito, li ho presi dal sito dell’Istat). Poiché gli italiani (i residenti in Italia, per essere più precisi) sono 60.000.000, in media i bambini di ogni classe della scuola dell’obbligo sono poco meno dell’1% della popolazione totale. Diciamo l’1% per non complicarci troppo la vita.

La prima conclusione è questa: per fare una classe di 25 alunni ci vuole, mediamente, un bacino di popolazione di 2.500 abitanti. Con meno di 2.500 abitanti o si fanno classi più piccole o, superato un certo limite, si fanno le cosiddette pluriclassi. È quello che succede, molto spesso in montagna (e quando succede, o si costringono i bambini a lunghi spostamenti, o li si disincentiva alla frequenza scolastica, o si spingono i genitori a trasferirsi in centri più popolosi e si contribuisce allo spopolamento delle aree montane…). Trascuriamo il problema delle località abitate e delle frazioni (dove però, spesso, la scuola dell’obbligo c’è o quanto meno c’era) e cerchiamo di capire quanti comuni hanno la dimensione minima che permette di formare almeno una sezione di 25 alunni per ogni classe. Allora, i comuni italiani sono 8.100. Ma soltanto 3.990 comuni hanno almeno 2.500 abitanti; gli altri 4.110 ne hanno meno, e formare classi di 25 alunni sarà presumibilmente difficile.

Ma perché sto ragionando su una classe di 25 alunni? Perché in una classe di 25 alunni (dimensione che mi sembra ragionevole), il “tetto” del 30% proposto da Mariastella Gelmini si traduce in 7,5 alunni stranieri. Anche se siamo di manica larga, e non tagliamo a metà nessun piccolo straniero, vuol dire al massimo 7-8 su 25. E se sono di più dove li mandiamo: a fare scuola in un altro comune? A spese sue o con uno scuola-bus?

I bambini stranieri residenti nell’età dell’obbligo scolastico sono tra i 35.000 e i 45.000 l’anno (qui l’incidenza degli stranieri aumenta al diminuire dell’età, mentre il totale resta abbastanza stabile: il motivo lo vedremo tra un po’). Badate che sto parlando soltanto degli stranieri residenti, cioè iscritti nelle anagrafi comunali. Ma secondo le norme italiane, “tutti gli alunni con cittadinanza non italiana, qualora siano soggetti all’obbligo di istruzione, anche se sprovvisti di permesso di soggiorno, devono essere iscritti presso una istituzione scolastica.” [DPR 31 agosto 1999, n. 394, articolo 45]. Secondo i dati del Ministero dell’istruzione, nell’anno scolastico 2007/2008 l’incidenza di alunni stranieri era del 7,7% nella scuola primaria e del 7,3% nella secondaria di 1° grado: cifre molto lontane dal fatidico 30%, che però nascondono enormi differenze territoriali. In prima elementare e nel Nord-est, per esempio, l’incidenza degli stranieri raggiungeva il 13%. Vi sono già ora comuni in cui l’incidenza degli alunni stranieri si avvicina o supera il 30% e il “rischio” di avvicinarsi o superare la soglia gelminiana è tanto più elevato quanto più il comune è piccolo.

Nel valutare queste cifre, e per non farsi disorientare da un fattore emotivo, occorre ricordare che il 60% di questi alunni stranieri è nato in Italia. Arriva in prima elementare dopo 6 anni in cui è cresciuto in Italia, tra altri bambini italiani, e parla in genere l’italiano come prima lingua. È integrato, mi vien da dire, per nascita. E allora perché li chiamiamo stranieri? Perché per la legge italiana, il nato in Italia da genitori di cittadinanza straniera è straniero. Si chiama ius sanguinis, ed è un retaggio del diritto romano. In altri Paesi, come in Francia, vige lo ius soli: chi è nato sul suolo francese è francese  a tutti gli effetti, a prescindere dalla cittadinanza dei suoi genitori.

E allora vuol dire, cara Gelmini, che nella nostra ipotetica prima elementare in cui su 25 bambini 7 sono stranieri, 4 sono nati e cresciuti in Italia. Non vedo nessun problema di integrazione per loro, onestamente. Vedo un problema di razzismo, per chiamare le cose con il loro nome, se li discriminiamo per il colore della pelle o per il nome e cognome “forestieri”.

La soluzione del 30%, dunque, è inapplicabile, sbagliata ed eticamente ripugnante. Resta da aggiungere che è destinata a peggiorare (la soluzione, non il problema!), per il semplice fatto che il numero e l’incidenza degli alunni stranieri è destinata a crescere: i ragazzi stranieri di 13 anni sono meno di 35.000, i bambini di 6 anni 45.000, ma i nati stranieri (in Italia) hanno già superato i 65.000. Tra 6 anni andranno in prima elementare. Il numero di nati di madre italiana, invece, non cresce.

È bene ricordare che questo è l’effetto non tanto di una propensione ad avere figli particolarmente elevata tra la popolazione straniera, ma di quella italiana particolarmente bassa. Le donne italiane hanno, in media, 1,28 figli: un tasso di fecondità particolarmente basso. Le straniere hanno in media 2,4 figli per donna: un tasso di fecondità circa doppio.

“Ma nessuno lo sa”: come di Nisida, che è un’isola, e non solo un penitenziario…

No no no no, quando arriva l’estate
no no no no, non lasciatevi suggestionare
dai cataloghi che vi parlano di isole incantate
e di sirene-e in offerta speciale

No no no no, non cercate lontano
quello che avete qui a portata di mano
a questo punto vi starete certamente chiedendo
chissà stavolta questo dove vuole andare a parare…

Venite tutti a Nisida, ya ya ya ya ya Nisida
ya ya ya ya ya Nisida un’isola e nessuno lo sa!…

No no no no, niente voli speciali
e neanche traversate intercontinentali
per arrivarci basta solo la Cumana
Nisida così vicina così lontana

Coi suoi giardini e il porto naturale
con l’Italsider alle spalle che la sta a guardare
Nisida sembra un’isola inventata
ma mio padre mi assicura che c’è sempre stata!…

Venite tutti a Nisida, ya ya ya ya ya Nisida
ya ya ya ya ya Nisida un’isola e nessuno lo sa!…

Non un problema ecologico per carità
Nisida un classico esempio di stupidità!…

Venite tutti a Nisida, ya ya ya ya ya Nisida
ya ya ya ya ya Nisida un’isola e nessuno lo sa!…

Perceptual Edge

Vi segnalo un bel sito (commerciale). Mi riprometto di tornarci su quando l’avrò esplorato un po’ meglio.

Ma intanto mi sembra utile riportarne la ragion d’essere – molto profonda e che condivido appieno.

We are overwhelmed by information, not because there is too much, but because we don’t know how to tame it. Information lies stagnant in rapidly expanding pools as our ability to collect and warehouse it increases, but our ability to make sense of and communicate it remains inert, largely without notice.

Computers speed the process of information handling, but they don’t tell us what the information means or how to communicate its meaning to decision makers. These skills are not intuitive; they rely largely on analysis and presentation skills that must be learned.

Perceptual Edge focuses on the tools and techniques of visual business intelligence to help you make better use of your valuable information assets.

Naturalmente, il potere esplicativo e illustrativo delle rappresentazioni grafiche per sintetizzare e comprendere meglio l’informazione quantitativa, e quella statistica in particolare, non è una scoperta di adesso. Riporto qui sotto 2 esempi celebri.

Del primo – cioè di come il medico inglese John Snow giunse a ipotizzare che l’epidemia londinese di colera del 1854 si fosse diffusa a partire da una pompa di acqua potabile contaminata dalle fogne, all’intersezione tra Cambridge Street e Broad Street, nel quartiere di Soho – ho già parlato qui. Come potete vedere qui sotto (è soltanto un dettaglio della cartina completa), Snow riportò su una mappa di Londra il numero dei malati residenti in ciascuna abitazione, rappresentando ogni caso con un piccolo rettangolo. Ottenne così per ogni abitazione (per ogni numero civico, diremmo noi oggi) un istogramma proporzionale al numero di casi e in questo modo, intuitivamente (ma noi oggi chiameremmo la tecnica utilizzata un diagramma di Voronoj ante litteram), individuò il focolaio d’infezione.

Il secondo esempio è la rappresentazione grafica della campagna di Russia di Napoleone realizzata da Charles Minard (un ingegnere civile francese) nel 1869. La mappa di Minard è considerata un caposaldo della rappresentazione grafica dell’informazione quantitativa, che riassume in modo economico e compatto informazione geografica (l’itinerario delle truppe è rappresentato schematicamente ma fedelmente), temporale, quantitativa (la consistenza dell’armata è proporzionale allo spessore del tratto) e meteorologica.

I 7 peccati capitali [3]

Scusate, ma – anche se è già stato pubblicato su FlowingData – non posso resistere. E poi non c’è 2 senza 3.

Maps of the Seven Deadly Sins

Posted by Nathan / May 12, 2009 to Mapping / 7 comments

Maps of the Seven Deadly Sins

Geographers from Kansas State University map the spatial distribution of the seven deadly sins in the United States. These types of maps are always kind of iffy as they draw from data from various sources gathered with different methods and usually use some kind of researcher-defined metric. Still interesting though… right?

Se L’osservatore romano mi desse i suoi dati, ve lo potrei fare per l’Italia, per diocesi se volete…

Italia multietnica

Cito dal Corriere della sera di ieri, 9 maggio 2009, le parole di Berlusconi.

«Si deve fare chiarezza sulle due visioni – afferma il presidente del Consiglio. – La sinistra con i suoi precedenti governi aveva aperto le porte ai clandestini provenienti da tutti i Paesi. Quindi l’idea della sinistra era ed è quella di un’Italia multietnica. La nostra idea non è così». Per questo, dice Berlusconi, «non apriremo le porte a tutti come la sinistra».

Mettiamo da parte i dubbi semantici (lo sapete che ho la mania dei metadati – provate a cercare “metadati” utilizzando la finestrella “cerca” in alto a sinistra): che cosa significa “multietnico”? Per etnia si intende nazionalità? cittadinanza? paese di nascita? o c’è un inquietante risvolto “razziale”? E c’è una soglia quantitativa oltre la quale si decide che una società è multietnica?

Secondo le stime ufficiali dell’Istat, che dovrebbero essere ben note al presidente del consiglio e al ministro dell’interno, all’inizio del 2009 gli stranieri residenti – cioè quelli regolari registrati in anagrafe – erano quasi 4 milioni, il 6,5% della popolazione residente totale. Dato che 9 stranieri su 10 risiedono nel Centro-Nord, in quelle regioni l’incidenza della popolazione straniera è molto più elevata.

Nel corso del 2008, secondo la stessa fonte, gli stranieri residenti sono aumentati di 462.000; vale la pena di ricordare che le 2 sanatorie del 2002 (Bossi-Fini) regolarizzarono 650.000 persone, il flusso più elevato da sempre, tanto per fare giustizia dell’affermazione “la nostra idea non è così”.

Quasi mezzo milione dei cittadini stranieri residenti in Italia è nato in Italia. Questo accade perché in Italia vige lo ius sanguinis (il neonato ha la cittadinanza dei suoi genitori, anche se risiedono in Italia) e non, come accade ad esempio in Francia, lo ius soli (se nasci sul suolo francese sei cittadino francese, acquisendo la cittadinanza per nascita). Il numero e l’incidenza dei nati da coppie di genitori stranieri aumenta di anno in anno (nel 2008, si stima che siano circa 70.000, circa un nato su 8).

Una digressione: ogni tanto, qualcuno lancia un segnale d’allarme sugli effetti nefasti del calo della fecondità sull’invecchiamento della popolazione (da ultimo, l’ha fatto Piero Angela con Perché dobbiamo fare più figli). In Italia, il numero medio di figli per donna ha toccato un minimo nel 1995 (1,19) ed è poi risalito, fino a toccare il valore di 1,41 nel 2008: ma per le donne italiane siamo a 1,33 (non molto di più che nel 1995), e per le straniere a 2,12 (la fonte sono le stime Istat già citate). Senza il loro apporto, il declino demografico italiano sarebbe rapido e inesorabile. Capisco che non sia una buona notizia per gli elettori di Calderoli (lui, non ho dubbi, lo sa ma preferisce glissare).

Quindi, più del 13% degli stranieri residenti è, come si dice, di seconda generazione: è nato e cresce in Italia, parla italiano fin da piccolo e frequenta le scuole italiane. E in Italia, verosimilmente resterà, perché la lingua italiana, poco “spendibile” all’estero, lo lega al nostro territorio e alla nostra cultura.

I minorenni stranieri sono ormai quasi 900.000. Secondo il Ministero dell’istruzione, nell’anno scolastico 2007/2008 gli alunni di cittadinanza straniera erano 575.000, concentrati nella scuola dell’obbligo e soprattutto nelle elementari (non dobbiamo dimenticare che si tratta per la massima parte di bambini nati in Italia o immigrati da piccolissimi). In Emilia-Romagna, gli stranieri sono già più del 12% della popolazione scolastica, e superano il 10% anche in Umbria, Lombardia e Veneto.

Resta da sottolineare, anche se è abbastanza banale, il contributo degli stranieri alla nostra economia. Non voglio parlare delle badanti o dei muratori: chiunque abbia ristrutturato casa l’ha constatato con i suoi occhi e può rispondere da solo alla domanda: si potrebbe realizzare il piano-casa del governo senza rumeni (che per fortuna sono cittadini comunitari e hanno il diritto di libera circolazione) o senza albanesi? Ma forse non tutti sanno che alcuni dei più tipici prodotti italiani non si farebbero senza l’apporto degli stranieri. Degli indiani, ad esempio, per il parmigiano-reggiano. Dei macedoni per il Moscato d’Asti e il Prosecco di Valdobbiadene. Dei serbo-montenegrini per il Brunello di Montalcino (la notizia è comparsa a pagina 16 de Il Sole 24 ore del 29 settembre 2008).

Arezzo, Italia – Foto di Gabriele Lorenzini

Arezzo, Italia – Foto di Gabriele Lorenzini

Ringrazio Gabriele Lorenzini per avermi consentito di riprodurre la sua fotografia, che trovo bellissima ed eloquente, e vi invito ad andare a vedere le sue altre opere su Flickr (http://www.flickr.com/photos/gabrielelorenzini/)

Povertà assoluta

Oggi (22 aprile 2009) l’Istat ha pubblicato le stime della povertà assoluta nel 2007. La Repubblica riporta la notizia così:

Istat, 2,5 milioni in povertà
Al Sud una famiglia ogni 5

ROMA – Quasi 2 milioni e mezzo di persone, il 4% dell’intera popolazione, vive in Italia in condizioni di povertà assoluta. Lo rileva l’Istat nel rapporto 2007 sulla povertà, in epoca lontana dall’attuale crisi economica mondiale. Nulla è cambiato fra il 2005 e il 2007. L’incidenza di povertà assoluta è rimasta stabile, e immutate sono anche le caratteristiche delle 975 mila famiglie più povere: quelle numerose, con tre o più figli, dove il capofamiglia è disoccupato o pensionato, ha abbandonato la scuola dopo la licenza media, oppure è un anziano che vive solo.

Peggio tra tutte le Regioni, il Sud e le isole dove l’incidenza di povertà assoluta (5,8%) è quasi doppia rispetto a quella osservata nel Nord (3,5%) o al Centro Italia (2,9%). “Sono i più poveri tra i poveri – ha spiegato Linda Laura Sabbadini che ha curato la statistica – che non vivono una vita minimamente accettabile”. Coloro che sono costretti a spendere meno di 700 euro al mese. E sono tante le famiglie che vivono al di sotto della soglia di povertà: circa una famiglia ogni sei in Italia, più di una ogni cinque nel Sud.

Un momento: se le famiglie che vivono in povertà assoluta sono il 4,1% delle famiglie italiane, sono 1 su 24, non 1 su 6. E nel Mezzogiorno (dove sono il 5,8%) sono 1 su 17, non 1 su 5. Il solito analfabetismo aritmetico dei nostri giornalisti.

(Mi viene il sospetto che i giornalisti abbiano frainteso il concetto di intensità della povertà, ma qui ci inoltreremmo in un discorso troppo complesso per svilupparlo qui).

Consoliamoci pensando alla povertà assolata di Mappatella Beach.

Prostitute

Per la prima volta sono stato estratto nel campione di un’indagine statistica nazionale. Un’esperienza interessante e un’indagine importante.

Ma un quesito mi ha veramente sconcertato. Nella sezione Sicurezza dei cittadini, mi si chiede:

Nella zona in cui abita, con che frequenza le capita di vedere […] prostitute in cerca di clienti?

Prostitute in cerca di clienti? E infatti, il degrado della zona in cui si abita è correlato (insieme al consumo e allo spaccio di droga, agli atti di vandalismo contro il bene pubblico e alla presenza di vagabondi, secondo il questionario che mi è stato somministrato) alla presenza di prostitute in cerca di clienti.

Ma certo. Abbiamo tutti in mente la situazione: macchine che procedono a passo d’uomo – a bordo mignottone felliniane scosciate, transessuali brasiliane, minorenni balcaniche, procaci nigeriane – che si accostano a qualsiasi uomo fermo ai bordi della strada o anche semplicemente alla fermata dell’autobus, o che cammina per i fatti suoi, e gli propongono prestazioni sessuali di ogni genere a pagamento, secondo un tariffario altrettanto variegato. Con un premium se rinuncia all’uso del preservativo, che tanto non offre protezione contro l’AIDS …

Fuor d’ironia, che non tutti apprezzano o comprendono. Il modo con cui si formulano le domande in un questionario statistico non è neutro, come gli addetti ai lavori sanno benissimo: determina il contesto (il frame, come direbbe George Lakoff) e per questa via influenza preventivamente il pensiero (e dunque la risposta) dell’intervistato.  Qui il messaggio è chiaro: sono le prostitute che cercano i clienti, e non i clienti (maschi) che cercano soddisfazione sessuale “senza cerniere” (come diceva Erica Jong in Paura di volare) e dunque sono disposti a pagare. Sono le prostitute che cercano clienti, e non – come vediamo quasi quotidianamente – i clienti a cercare attivamente (online, nelle case per appuntamenti, nei club privé e anche per strada) donne disposte a scambiare prestazioni sessuali per denaro. Con lo sgradevole effetto secondario, per strada, e dal momento che le prostitute sono sempre presunte tali (ci si affida a “segnali” ambigui come l’abbigliamento, il trucco, la zona eccetera), che spesso a essere importunate sono donne che non praticano questa professione. E, se permettete, questa è l’insicurezza sociale: per una donna, non potersi vestire e truccare come vuole senza correre il rischio di essere affiancate da un tizio in macchina che tira giù il finestrino e ti chiede “quanto vuoi?”, in genere precisando la prestazione sessuale richiesta.

Ecco, il questionario – spero involontariamente – ignora questa realtà e propone un quadro diverso: quello, appunto, in cui sono le prostitute a cercare (attivamente) i clienti e, di conseguenza, a costituire una parte del problema dell’insicurezza sociale percepita.

E non consente in alcun modo all’intervistato – tirannia delle “risposte chiuse” – di eccepire che, semmai, è l’ossessiva e diffusa presenza dei clienti a rendere impossibile a una donna, soprattutto se giovane o straniera o appena appena appariscente, di sentirsi sicura quando esce per strada.

Ordinanza creativa [2] – Via dei matti, n. 0

Riceviamo e volentieri ripubblichiamo…

laRepubblica.it 24ore

Tolentino (Macerata), 14:57

TOLENTINO: NASCE VIA PER SENZA TETTO E FISSA DIMORA

Il comune di Tolentino ha deciso di chiamare “un’area di circolazione territorialmente non esistente”, come via “senza fissa dimora”, nella quale verranno censiti come residenti tutti i senza tetto. La decisione si deve al rinnovamento del nome delle vecchie strade e piazze comunali ed alle novità’ in fatto di organizzazione dell’anagrafe della popolazione residente: in analogia a quanto accade in occasione del censimento, con l’istituzione in ogni comune di una sezione speciale “non territoriale” nella quale vengono indicati e censiti come residenti tutti i “senza tetto”, il comune ha istituito una via, territorialmente non esistente, ma conosciuta con un nome convenzionale dato dall’ufficiale di anagrafe. In questa via verranno iscritti con numero progressivo dispari sia i “senza tetto” risultanti al censimento, sia i “senza fissa dimora” che eleggono domicilio a Tolentino, ma che in realtà’ non hanno un vero e proprio recapito nel comune stesso.
(11 febbraio 2009)

Burocrazia scatenata…

Amore e statistica

Gli statistici hanno fama di essere persone noiose e un po’ autistiche. Probabilmente è vero. Ma considerate anche che la nostra vita è piuttosto complicata, come illustrato dalla strip che ho trovato su xkcd.com.

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