Omeopatia

Indirizzo terapeutico secondo cui le varie patologie sono curabili somministrando ai malati, in dosi minime, quegli stessi farmaci che, se somministrati a individui sani, provocherebbero in essi sintomi analoghi a quelli da curare (De Mauro online).

In realtà, non finisce qui: secondo i sostenitori dell’omeopatia, “la sostanza, detta anche principio omeopatico, una volta individuata, viene somministrata al malato in una quantità fortemente diluita, definita dagli omeopati potenza. L’opinione degli omeopati è che diluizioni maggiori della stessa sostanza non provochino una riduzione dell’effetto farmacologico bensì un suo potenziamento” (Wikipedia).

La scienza e la medicina ufficiale non hanno più nessun dubbio. Uno studio di Lancet (agosto 2005) mostra che gli effetti terapeutici non sono statisticamente distinguibili dall’effetto placebo. La fisica, inoltre, dimostra che per diluizioni superiori al numero di Avogadro non rimane neppure una molecola del principio attivo.

Secondo l’Istat, nel 2005 il 7,0% degli italiani aveva fatto uso di rimedi omeopatici nei 3 anni precedenti l’intervista (nel 1999 erano l’8,2%, ma nel 1991 il 2,5%). Sorprendentemente (almeno per me) la propensione a ricorrere all’omeopatia aumenta al crescere del titolo di studio e ed è relativamente più elevata tra dirigenti, imprenditori e liberi professionisti. Nel 71,3% dei casi, chi è ricorso all’omeopatia è soddisfatto dei risultati: per l’effetto placebo, verosimilmente, ma anche perché in tre casi su quattro si usano insieme anche i farmaci tradizionali (qui l’Istat è troppo timido per i miei gusti: dovrebbe chiamarli “farmaci di efficacia clinicamente testata” e chiamare gli altri “rimedi”). Una buona notizia è che il 10% delle persone che sono ricorse all’omeopatia nei 3 anni precedenti l’intervista ha però smesso negli ultimi 13 mesi. Ma il gioiello è questo (cito alla lettera dalla Statistica in breve dell’Istat):

Sono soprattutto le persone in buona salute ad usare in modo esclusivo o prevalente i prodotti omeopatici o fitoterapici, mentre la quota di quanti dichiarano di essersi affidati prevalentemente a trattamenti medici di tipo tradizionale è più alta tra le persone che dichiarano un cattivo stato di salute o che risultano affetti da una o più patologie croniche.

Non potrei essere più d’accordo. Se stai bene, prendi pure i rimedi omeopatici, che sono acqua purissima: eviterai qualsiasi effetto collaterale! Se stai male, curati seriamente, con un farmaco clinicamente testato.

Non ho tanta voglia di essere serio, oggi, ma ci sarebbero tante cose su cui riflettere: ad esempio, come si dovrebbe comportare il servizio sanitario di fronte a metodi di provata inefficacia? E più in generale, le autorità pubbliche? Avrebbero il dovere di fare attività di “alfabetizzazione” in materia scientifica e sanitaria? È giusto che l’Istat – un soggetto pubblico, per di più inquadrato nel settore della ricerca – non prenda nessuna posizione? Qualcuno ricorda il dibattito sulla “libertà di cura” sollevato una decina d’anni fa dal caso Di Bella? E si ricorda anche che finì in una bolla di sapone per la comprovata inutilità del metodo? Quante persone sono morte per aver “scelto” quel rimedio miracolistico invece della chemioterapia?

Intanto, tornando all’omeopatia, guardiamo insieme questo documentario della BBC, che il suo dovere di servizio pubblico lo fa:

Qui invece vediamo James Randi (un prestigiatore scettico che si è votato al disvelamento del paranormale e dell’antiscientifico, giungendo a offrire 1.000.000 di dollari a chi riuscisse a provare l’efficacia dell’omeopatia in condizioni verificabili scientificamente) in una godibilissima conferenza a Princeton.

Rumeni, rom e Grillo

Continua il dibattito sul post razzista di Beppe Grillo, ad esempio su www.murderbynumbers.it, un sito che ci piace pensare come apparentato al nostro.

Mi sembra interessante l’opinione di Giovanna Zincone pubblicata oggi da La Stampa:

I rom non ci invidiano
per questo non si integrano

I romeni ovviamente non sono tutti zingari rom e i rom notoriamente non sono tutti romeni. Comunque, la questione dei rom, in particolare se di provenienza romena, scatta spesso al centro del dibattito pubblico. I rom sono alternativamente descritti come parassiti e delinquenti o fragili emarginati. La realtà è più sfumata: ci presenta una minoranza con grossi problemi di integrazione sociale e culturale. I rom sono intrappolati in una cultura caratterizzata non solo da tratti «simpatici», come il rifiuto di lasciarsi stritolare dal lavoro e il gusto per una vita meno costretta nel tempo e nello spazio, ma anche da aspetti spinosi e inquietanti. È una cultura estranea, vista con diffidenza. Il deperimento di tradizionali fonti di sostentamento della popolazione zingara ha aumentato rischi e sospetti. In un’economia che non ripara e non ricicla, gli zingari non possono fare gli arrotini o aggiustare pentole. In un’epoca di grandi parchi giochi e domestici videogiochi, anche il mestiere di giostraio diventa sempre meno redditizio e più «inquinato» da attività parallele. La cultura di una vita «liberata dai vincoli del tempo di lavoro» cozza con il nostro modo di consumare e produrre. Il loro è un costume di vita sempre più difficile da praticare, costretto a trasformarsi.

Molti dei cosiddetti nomadi hanno accettato da tempo la costrizione dello spazio: sono diventati stanziali. I campi sono luoghi in cui si vive per lo più stabilmente. Non si tratta però di camping a 5 stelle. Quelli irregolari sono terribili: ho visto bambini con i piedi nudi nel fango in pieno inverno. Quelli ufficiali, dipende, possono anche produrre un effetto di gaiezza, ma anche lì sono frequenti e gravi le deficienze nei servizi. Molti rom e altre categorie di «pseudonomadi» sono stanziali e cittadini italiani: si stima che lo siano più della metà. Altri sono stranieri, che però vivono qui da generazioni, magari senza permesso di soggiorno. Gli stranieri sono aumentati. In particolare, subito dopo la caduta del regime di Ceausescu e ora con l’ingresso nell’Unione, sono aumentati i rom romeni. Erano persone abituate a vivere in abitazioni periferiche e svolgere lavori poco redditizi, ma sicuri. L’economia di mercato li ha messi in crisi e la loro accresciuta povertà ha attratto aggressioni razziste, di qui l’esodo. A seguito delle diverse ondate i rom di origine romena in Italia dovrebbero aggirarsi oggi intorno ai 50 mila, gli zingari in generale sarebbero circa 160 mila. Non si tratta di dati, ma di stime. Non esiste un’affidabile rilevazione sulla presenza delle minoranze zingare sul territorio nazionale. Non conosciamo l’entità e i caratteri specifici del fenomeno. Tuttavia l’allarme suscitato da nuovi cospicui flussi, seppure anch’essi di entità ignota, i brutti fatti di cronaca, la confusione tra rom e romeni, generano paura e reazioni istantanee.

Ma i problemi connessi alle minoranze zingare erano già sul tappeto da un pezzo. Bambini che non vanno a scuola, che ci vanno in modo discontinuo, che non imparano. Accattonaggio imposto a donne e minori, matrimoni precoci, tirannide dei maschi e degli anziani non sono eccezioni. La trappola d’una cultura che disprezza la routine lavorativa, unita alla perdita di occasioni di lavoro compatibili con questo disprezzo, ha favorito non solo l’accattonaggio, che sconfina talora nel borseggio, ma ha invogliato a intensificare pratiche più pesanti come il furto con scasso.

Il problema non si esaurisce qui. Il fastidio per i banali ritmi del lavoro, unito a un rispetto eccessivo per il lusso, ha condotto una certa componente di zingari a commettere crimini più gravi: traffico di armi e di droga, sfruttamento della prostituzione, aggressione e sequestro di persona. Né i comportamenti diffusi di fastidioso accattonaggio e microcriminalità, né quelli più circoscritti di grave crimine riguardano tutti i rom. E però hanno generato un notevole allarme sociale e dato luogo a un circolo vizioso. È difficile per un rom che voglia cambiare strada, magari lasciando il campo, farlo. Perché è difficile trovare un lavoro e un alloggio. Datori di lavoro e proprietari di casa sono sospettosi. Ma c’è di peggio. Chi vuole lasciare il campo o mandare i figli a scuola, a volte, è minacciato dai boss. Si sono tentate varie strade per contrastare questa situazione: separare i mansueti dai criminali, espellendo o reprimendo questi ultimi. Tuttavia, l’espulsione dei cittadini italiani rom è impossibile e, per quella dei comunitari – come ha osservato il ministro Amato – occorrono modifiche normative. Ai più disponibili sono stati offerti «patti di cittadinanza»: se mandi i bambini a scuola avrai un posto nel nuovo campo che ha dimensioni ridotte ed è ben tenuto. Sono state sperimentate offerte d’istruzione meno costrittive. Sono state offerte alternative di reddito legali: spazi nei mercati e permessi per la vendita di abiti usati e altro materiale di recupero, che gli zingari tradizionalmente raccolgono. Insomma molte soluzioni sono state tentate anche prima dei nuovi arrivi, perché il problema c’era già ed era già grosso. Alcune hanno persino funzionato.

I nuovi arrivi non aprono un problema, complicano un quadro già difficile. Al centro di quel quadro sta un nodo antico e molto duro da sciogliere. Per questa minoranza, ben di più che per la minoranza islamica, il problema non è solo l’integrazione sociale è anche e soprattutto l’integrazione culturale. Il nostro mondo a loro non piace. Dovremmo convincerli che, a comportarsi come noi, non si vive poi troppo male. Non è compito facile. Qualche volta non è facile convincere neanche noi stessi. I secchioni a mille euro al mese, la sparuta squadra di professionisti e top manager esuberanti di soldi e a secco di tempo non suscitano invidia.

È la stampa, bellezza (2)

Ne hanno parlato stamattina quotidiani, giornali radio e telegiornali: gli infortuni sul lavoro sono in calo.

Boris è andato alla fonte e vi riporta il comunicato-stampa dell’Inail (Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro):

Roma, 4 ottobre 2007. Si è svolto questa mattina presso la Residenza di Ripetta a Roma, il seminario organizzato da Legacoop “Il lavoro in edilizia: sicurezza ed opportunità” che ha appunto toccato il tema della sicurezza sul lavoro nel settore delle costruzioni. […]

“Secondo le stime provvisorie dei primi otto mesi di quest’anno – ha dichiarato il direttore generale dell’INAIL, Piero Giorgini – si sta registrando una decelerazione degli incidenti mortali, dovuta in particolare alla riduzione dei casi mortali nelle costruzioni: 150, rispetto ai 222 dello stesso periodo del 2006”.

Nei primi otto mesi del 2007 sembrano diminuire anche le morti sul lavoro in agricoltura (da 82 del 2006 a 58 del 2007) e nel settore dell’industria e servizi dove si è passati dai 778 casi dello scorso anno a 692. “Le stime finali per il 2007 – ha concluso Giorgini – si attestano su una riduzione complessiva di circa un punto-un punto e mezzo”.

“L’INAIL, seppur su dati provvisori, segnala una calo di morti sul lavoro nei primi mesi del 2007. È una notizia bellissima”, ha dichiarato il Ministro del lavoro e della previdenza sociale, Cesare Damiano. “Ogni morto in meno è una vita umana salvata e questo è frutto di un impegno corale: risultato dell’autorevole monito del presidente della Repubblica, della forte azione di contrasto del lavoro nero e del Pacchetto sicurezza varato lo scorso anno, delle prime applicazioni della legge delega che ha avuto il conforto dell’opposizione, ma anche del ruolo giocato dalle parti sociali – sindacati e imprenditori del settore in primo luogo”.

Una notizia bellissima, senza dubbio. Me ne rallegro profondamente, anche se – come ho già avuto occasione di scrivere – vorrei che di morti (e di feriti) per infortunio sul lavoro non ce ne fosse neppure uno.

E però c’è qualcosa che non torna. A fine aprile i giornali avevano dato l’allarme e scrivevano che “le morti bianche sono ormai una vera e propria emergenza nazionale”. Boris aveva fatto 4 conti ed espresso qualche dubbio, sostenendo che i dati disponibili suggerivano anzi una certa diminuzione nell’anno in corso. Sono contento – va da sé – di aver avuto ragione e, se permettete, di aver avuto ragione due volte: una, perché le morti sul lavoro sono effettivamente diminuite; l’altra, perché le considerazioni che facevo sulla ricerca di sensazionalismo degli organi d’informazione mi sembrano tutte confermate.

I giornali di oggi non ricordano quello che avevano scritto meno di 6 mesi fa, quando parlavano di emergenza e avevano indotto a intervenire persino il Quirinale. Si guardano bene dal chiederci scusa per averci allarmato senza una solida documentazione, ma non per cattiveria o per sfrontatezza. I media non hanno memoria. I media vivono sul quotidiano. I media contano sul fatto che non abbiamo memoria neppure noi lettori.

Il ministro Cesare Damiano, persona fino a prova contraria rispettabilissima, cade come un farlocco nella medesima fallacia che qualche mese fa faceva gridare alla strage: una piccola fluttuazione (in quell’occasione era il concentrarsi in pochi giorni di alcuni casi particolarmente atroci, in questa un dato provvisorio che fa prevedere una diminuzione dei morti sul lavoro) induce a individuare un cambiamento di tendenza, l’inizio di una nuova era. Magari fosse così! Magari potessi condividere l’entusiasmo del ministro. In realtà, è impossibile escludere che una variazione così piccola non sia l’effetto del caso e non è corretto estrapolare una tendenza da una serie così breve. Nella migliore delle ipotesi, la proiezione in ragione d’anno dei morti sul lavoro nel 2007 ci riporterà sui livelli del 2005, dopo la lieve crescita del 2006. C’è ancora molto da fare.

Il castello bianco

Pamuk, Orhan (1979). Il castello bianco. Torino: Einaudi. 2006.

La copertina, come potete vedere, è bellissima. Il romanzo molto meno.

In un momento di lucidità, o forse di autocompiacimento, l’autore scrive:

Eccomi giunto oramai all’epilogo. Probabilmente, gli accorti miei lettori hanno già da tempo intravveduto l’esito del mio racconto e hanno deciso di disfarsene buttandolo da qualche parte (p. 144).

Ecco, confesso di aver avuto questa tentazione, e di avere resistito un po’ per testardaggine (non mi piace non finire i libri, anche se da tempo – da quando sono consapevole del fatto che, per quanto a lungo viva, non sarò mai in grado di leggere tutto quello che vorrei, e nemmeno tutto quello che ho in casa! – mi dico che dovrei farlo) , un po’ per rispettare un impegno unilaterale assunto con chi legge questo blog. Non che il romanzo sia brutto. È, piuttosto, irrilevante.

L’istinto mi diceva di non leggere un “caso letterario” (Pamuk ha vinto il Nobel per la letteratura nel 2006), come non ne ho letti altri. In genere, preferisco aspettare che il polverone si posi e si cominci a capire se siamo in presenza di un autore “vero”. Ma poi è arrivato un consiglio di amici…

Il castello bianco è un’opera giovanile del nostro e non è uno dei suoi romanzi più noti. Forse gli dovrebbe essere concessa una prova d’appello. La lingua è un po’ faticosa, ma non sono in grado di dire quanto la responsabilità sia dell’autore e quanto del traduttore.

Al centro della storia – per esplicita dichiarazione di poetica nel romanzo stesso e nella postfazione del romanziere – c’è il tema dell’identità e del sosia: E.T.A. Hoffman, Edgar Allan Poe, Dostoevskij, Stevenson. Ma a me, nelle strampalate imprese del Maestro e del suo schiavo – dai fuochi d’artificio all’astrologia, dai racconti illustrati alle macchine da guerra – sono venuti in mente soprattutto Bouvard e Pécuchet. Temo che non sia un accostamento gradito all’autore.

Interessante, anche se anacronistica, l’analisi scientifica per comprendere i meccanismi dell’epidemia di peste. Mi dà comunque l’occasione di raccontare una storia vera:

John Snow (1813-1858) era un medico inglese. Nel 1849 pubblicò On the Mode of Communication of Cholera dove suggeriva che il “veleno del colera” si riproduceva nel corpo umano e si diffondeva con cibi o acqua contaminati (la teoria prevalente era quella dei “miasmi”, cioè che il contagio avvenisse per inalazione di vapori infetti). Il libro fu lodato, ma Snow non poteva provare la sua ipotesi.

Nel 1854 scoppiò una nuova epidemia di colera a Londra. Snow allora rappresentò su una mappa i decessi e giunse alla conclusione che il principale focolaio era dovuto a una fontanella contaminata dalle fogne, all’intersezione tra Cambridge Street e Broad Street. La chiusura della fontanella si rivelò una misura profilattica efficace. L’ipotesi di Snow poté dirsi dimostrata. La sua mappa è un esempio ormai classico dell’efficacia dell’analisi spaziale per comprendere e risolvere i problemi sociali ed economici.

Qui sopra una parte della mappa originale di Snow.

Quinconce (2)

Francis Galton (16 febbraio 1822-17 gennaio 1911), di cui abbiamo già parlato su questo blog, è stato un Leonardo da Vinci del XIX secolo.

Si è occupato un po’ di tutto. A 2 anni impara a leggere, a 5 sa latino greco e divisioni a più cifre. Suo nonno è Erasmus Darwin e dunque è cugino di Charles. Da giovane, dopo un paio di lauree, si dedica ai viaggi, prima per diletto e poi per interesse scientifico: esplora l’attuale Namibia e pubblica un prontuario per il viaggiatore vittoriano (The Art of Travel).

Nel 1853 si sposa e diventa stanziale. Si occupa di meteorologia e introduce la teoria degli anticicloni. Si occupa di criminologia e inventa il sistema delle impronte digitali. Si occupa di ereditarietà e inventa il termine “eugenetica” e la locuzione “nature versus nurture” (noi diciamo “natura e cultura”). Si occupa di razze canine e inventa il fischietto a ultrasuoni. Si occupa di statistica e promuove l’uso dei questionari e sviluppa le teorie della correlazione e della regressione alla media.

Sir Francis Galton

wikipedia.org

Intorno al 1873 si inventa una macchina per illustrare in modo meccanico come si produce la curva normale e la chiama quincunx. Qui sotto un disegno di Karl Pearson (allievo e successore di Galton) ricostruito a partire dagli schizzi originale del nostro:

Se la fa costruire da un artigiano e se ritrovo la foto la metto qui.

La macchina è un piano inclinato o verticale di legno con file di chiodi disposti a quinconce (di qui il nome). Una pallina che cade dall’alto, ogni volta che colpisce un chiodo è deviata a destra o sinistra con probabilità 1/2. Sul fondo, cade in uno dei ricettacoli di ampiezza unitaria. Via via che l’esperimento viene ripetuto, l’altezza delle colonne di palline approssima la curva normale.

Se, nel suo percorso, una pallina rimbalza k volte a destra (e il resto delle volte a sinistra) cade nel k-esimo ricettacolo da sinistra. Se ci sono n file di chiodi, il numero di possibili percorsi dall’inizio al k-esimo ricettacolo sul fondo dato dal coefficiente binomiale:

{n\choose k}

E se per una pallina la probabilità di essere sbalzata a destra è p (0,5 in una macchina equa), la probabilità finale di cadere nel k-esimo ricettacolo è la distribuzione binomiale:

{n\choose k} p^k (1-p)^{n-k}

La distribuzione binomiale approssima la normale al crescere di n.

Galton parla della sua macchina in una conferenza tenuta il 9 febbraio 1877 “On Typical Laws of Heredity” alla Royal Institution e poi pubblicata sui Proceedings e su Nature.

Questo il disegno originale che illustra l’articolo:

Nel 1889, in Natural Inheritance, riprende il concetto e lo applica alla distribuzione normale, piuttosto che alla regressione alla media. Leggiamo le sue parole:

It is a frame glazed in front, leaving a depth of about a quarter of an inch behind the glass. Strips are placed in the upper part to act as a funnel. Below the outlet of the funnel stand a succession of rows of pins stuck squarely into the backboard, and below these again are a series of vertical compartments.

A charge of small shot is inclosed. When the frame is held topsy-turvy, all the shot runs to the upper end; then, when it is turned back into its working position, the desired action commences. Lateral strips, shown in the diagram, have the effect of directing all the shot that had collected at the upper end of the frame to run into the wide mouth of the funnel.

The shot passes through the funnel and issuing from its narrow end, scampers deviously down through the pins in a curious and interesting way; each of them darting a step to the right or left, as the case may be, every time it strikes a pin. The pins are disposed in a quincunx fashion, so that every descending shot strikes against a pin in each successive row. The cascade issuing from the funnel broadens as it descends, and, at length, every shot finds itself caught in a compartment immediately after freeing itself from the last row of pins.

[…]

The Curve of Frequency, and that of Distribution, are convertible: therefore if the genesis of either of them can be made clear, that of the other becomes also intelligible. I shall now illustrate the origin of the Curve of Frequency, by means of an apparatus shown in Fig. 7, that mimics in a very pretty way the conditions on which Deviation depends.

[…]

The outline of the columns of shot that accumulate in the successive compartments approximates to the Curve of Frequency, and is closely of the same shape however often the experiment is repeated. The outline of the columns would become more nearly identical with the Normal Curve of Frequency, if the rows of pins were much more numerous, the shot smaller, and the compartments narrower; also if a larger quantity of shot was used.

he principle on which the action of the apparatus depends is, that a number of small and independent accidents befall each shot in its career.

In rare cases, a long run of luck continues to favour the course of a particular shot towards either outside place, but in the large majority of instances the number of accidents that cause Deviation to the right, balance in a greater or less degree those that cause Deviation to the left.

Therefore most of the shot finds its way into the compartments that are situated near to a perpendicular line drawn from the outlet of the funnel, and the Frequency with which shots stray to different distances to the right or left of that line diminishes in a much faster ratio than those distances increase.

This illustrates and explains the reason why mediocrity is so common. (pp. 63-65).

Sul web potete trovare molte simulazioni della macchina di Galton: provate questa.

Galton ha anche un sito dove si trova assolutamente tutto!

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Quinconce (1)

Per la verità, ignoravo che questa parola esistesse in italiano. Figurarsi se sapevo che era piena di significati arcani e mondani, dal modo di piantare gli alberi allo zodiaco e all’i-ching.

Ma andiamo con ordine, e partiamo dal Vocabolario Treccani (ma potete guardare anche il De Mauro online):

Quincónce (o quincunce), sostantivo femminile o maschile [e già cominciamo con le ambiguità!], dal latino quincunx -uncis (maschile), composto di quinque (cinque) e uncia (oncia, la dodicesima parte).

  1. In Roma antica, frazione equivalente a cinque dodicesimi dell’unità.
    In particolare, come moneta, frazione dell’asse, corrispondente a 5/12, cioè a 5 once, coniata in alcune città antiche.

    Come misura di lunghezza, la frazione corrispondente a 5/12 del piede romano.
  2. Simbolo con cui era rappresentata presso i Romani la frazione 5/12, simile alla figura del 5 nei dadi.

    Di qui, anche oggi, ogni disposizione di persone, oggetti, eccetera, a file parallele sfalsate di mezzo passo.
  3. In arboricoltura, piantata a quinconce: la disposizione degli alberi in un frutteto quando si piantano nel modo descritto, e cioè ai vertici di triangoli isosceli, o anche, secondo alcuni autori, ai vertici di triangoli equilateri, nel qual caso è però più usato il termine settonce.
  4. In statistica, la macchina ideata da Galton. Questo era l’unico significato che conoscevo e ne parliamo dopo.

Lasciatemi dire prima degli altri significati che questa disposizione ha via via assunto. Una rapida ricerca sul web porta a trovarne tantissime applicazioni:

  • nella disposizione degli eserciti sul campo, fin dall’antichità:
  • nel gioco dei quattro cantoni:
  • nella disposizione delle piastrelle su un pavimento:
  • o, più elegantemente, nelle pavimentazioni cosmatesche:
  • nella disposizione della matrice dei CCD in una fotocamera digitale:
  • persino nella disposizione di sicurezza di un gruppo di moto o biciclette:
  • naturalmente, nell’astrologia e nell’i-ching (potete andare a vedere questi due articoli):
  • e non poteva mancare il sesso (anche se qui stilizzato come lingam in una yoni nel tempio di Angkor):

Il quinconce è collegato dai pitagorici alla tetractys, ma di questo parleremo un’altra volta.

Di Galton parlo nel prossimo post.

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Temerario

Non si finisce mai d’imparare.

Temerario: riferito a persona, “chi si espone ai pericoli senza riflettere o senza fondato motivo, spec. con un atteggiamento avventato”; riferito a cosa o azione, “che denota eccessiva audacia, avventatezza”; per estensione, “non ponderato, fondato su impressioni avventate”; e infine, “che si comporta con audacia sfrontata, con impudenza” e “che denota impudenza, sfrontatezza” (De Mauro online).

Nella mia crassa e beata ignoranza, collegavo temerario a timore, in una di quelle false parentele che collegano una parola a un’altra che ne è in qualche modo il contrario: in fin dei conti, mi dicevo, il temerario è uno che non ha timore.

Niente di più falso. Timore viene dal latino timēre (“temere”), temerario dal latino témĕre (alla cieca). Ma guarda un po’.

Però forse non avevo tutti i torti, perché sembra che le due parole latine abbiano una radice indoeuropea comune, *temes- “oscuro, buio”, da cui deriva anche il nostro “tenebra”, oltre a una serie di vocaboli che significano tutti “oscurità” in sanscrito, avestico, lituano, irlandese e russo. Insomma, la paura originaria è la paura del buio. Ma anche: temerario è chi agisce con temeritas, alla cieca, a casaccio. Il caso è cieco, e così la fortuna.

Forte, anche se ingannevole, la tentazione di cercare una parentela etimologica tra *temes- e Themis (che deriva invece dalla radice indoeuropea *dhe- “porre”, da cui l’italiano tema, ma anche l’inglese doom (“destino”, in genere sventurato). Themis è una dea della giustizia, quella divina, non quella umana. È una delle 6 figlie di Urano e Gea (Cielo e Terra, che avevano anche 6 figli). Dea fondamentalmente benevola (“dalle belle gote”, la chiama Omero nell’Iliade), ma guai a disubbidire alle sue leggi: allora interviene Nemesi apportando una punizione giusta ma terribile.

Themis, dea del clan dei 12 Titani e non degli dei dell’Olimpo, si sposa con Zeus e ci fa 9 figlie (e sì, già c’era il calo delle nascite). Anche Erda, nella mitologia nordica ripresa da Wagner nell’Anello del nibelungo, incontra Wotan e ci genera le Valchirie e forse anche le Norne. Torniamo alle figlie di Zeus e Themis: prima 3 Ore (Auxo, colei che fa crescere; Carpo, colei che porta i frutti; Thallo, colei che fa prosperare le piante), poi altre 3 Ore (Dike, il giudizio, la costellazione della Vergine; Irene, la pace; Eunomia, la buona legge), poi le 3 Moire, le incarnazioni del fato (Atropo, l’inevitabile; Clotho, colei che tesse; Lachesi, colei che getta le sorti).

E così siamo tornati al cieco caso.

Secondo Esiodo, invece, le 3 Moire sono figlie della notte (Nyx): e siamo di nuovo al buio.

La distinzione

Bourdieu, Pierre (1979). La distinzione. Critica sociale del gusto. Bologna: Il Mulino. 2001.

È un classico della sociologia ed è colpa mia, che non amo i sociologi, non averlo letto prima. Meglio tardi che mai (o, piuttosto, meglio mai che tardi, come afferma uno dei miei proverbi pessimisti?).

Un gran libro, con qualche difetto.

Cominciamo da questi.

È un libro “molto francese”: lo stesso curatore italiano, Marco Santoro, sente il bisogno di affermarlo, quasi a mettere le mani avanti, all’inizio della sua Presentazione. Francese potrebbe voler dire due cose: che il testo è pieno di voli pindarici, di intrecci multidisciplinari mal digeriti, di prestiti dalle discipline scientifiche, di giudizi di valore non corroborati da argomentazioni solide. Insomma, il post-modernismo deteriore cui ci hanno abituato i vari Lacan, Luce Irigaray, Deleuze e Guattari e compagnia cantante. Personalmente non gradisco e penso che la parola definitiva l’abbia detta Sokal con la sua nota beffa e poi con il più riflessivo e convincente Fashionable Nonsense: Postmodern Intellectuals’ Abuse of Science. Bourdieu, per mia fortuna, è sostanzialmente immune da tutto questo, anche se gli scappano un paio di Derrida.

Il secondo modo di essere francese – accademicamente francese – è nella costruzione della frase, inutilmente lunga, complessa, piena d’incisi e di subordinate. Ma non l’avevano inventata i francesi, la chiarezza, le idee chiare e distinte di Descartes? Chi l’ha detto che per scrivere cose intelligenti si deve essere oscuri e contorti, si deve scaricare sul lettore la fatica della comprensione? Per me scrivere chiaro è un lavoro, il cui onere grava su chi vuole farsi capire. Un esempio per tutti (ma veramente estratto a caso):

Composta dai membri delle frazioni dominanti che hanno operato quella riconversione indispensabile per potersi adattare al nuovo modo di appropriazione del profitto, comportato dalla trasformazione della struttura del campo delle imprese, la nuova borghesia è all’avanguardia nel campo di quella trasformazione degli atteggiamenti etici e della visione del mondo che si realizza all’interno della borghesia, la quale, a sua volta (come dimostra la tabella 17) si trova anch’essa all’avanguardia di una trasformazione generale dello stile di vita, che è particolarmente visibile nell’ordine della divisione del lavoro tra i sessi e del modo di imporre il dominio (p. 320).

È un periodo di quasi 100 parole. Per quello che contano nella loro rozzezza, gli indici di leggibilità elaborati da Word rilevano che questo testo è molto difficile, prossimo alla soglia dell’incomprensibilità (indice Gulpease) e che per leggere con facilità il testo in esame è necessario avere frequentato 50 anni di scuola (indice Gunning’s Fog). Se invece che un blog fosse una scuola di scrittura, vi darei come esercizio di riscrivere il pezzo rendendolo comprensibile ai più.

La traduzione di Guido Viale non mi sembra che aiuti (ma non ho letto l’originale francese). Trovo particolarmente irritante l’orgia di -d eufoniche: forse lo pagavano poco e a battuta!

Ancora più grave – ma non so se questa è una pecca originaria del testo di Bourdieu o sia da attribuirsi all’editore italiano – mancano bibliografia e indice analitico.

I pregi sono di gran lunga prevalenti. Bourdieu è un sociologo fortemente orientato quantitativamente: le sue interpretazioni e anche i suoi giudizi di valore sono sempre fondati sul dato statistico, sul dato d’indagine. La statistica è spesso un bersaglio delle sue critiche, ma la statistica che Bourdieu critica è quella che omogeneizza nella media, che non vede o non riesce a interpretare la variabilità. Nonché la statistica che non riesce a comprendere che le sue classificazioni non sono al di sopra del conflitto degli individui e delle classi, ma ne sono un risultato (e, per di più, sempre mobile). Ma su questo tornerò.

Molte analisi di Bourdieu sono di sorprendente modernità, soprattutto se si pensa che il volume sta per compiere trent’anni. Qualche esempio.

Con questi mercanti di bisogni, venditori di beni e servizi simbolici, che vendono sempre anche se stessi, come modelli e come garanti del valore dei loro prodotti, che sono dei bravi rappresentanti, solo perché sanno presentarsi molto bene, e perché credono nel valore di quello che presentano e rappresentano, l’autorità simbolica del venditore, integra e affidabile, assume la forza di un’imposizione, insieme più violenta e più dolce, poiché il venditore imbroglia il cliente solo nella misura in cui si imbroglia, in cui crede sinceramente nel valore di quello che vende. E poiché la nuova industria dell’imitazione – molto abile nel pagare con le parole e nel distribuire le parole invece delle cose a coloro che, non potendo pagarsi le cose, accettano di pagarsi con le parole – trova al suo stesso interno la propria clientela privilegiata, la piccola borghesia di tipo nuovo è predisposta a collaborare, con una convinzione senza limiti, all’imposizione della stile di vita proposto dalla nuova borghesia, meta probabile della sua traiettoria, ed oggetto effettivo delle sue aspirazioni. In poche parole, questa piccola borghesia di consumatori, che vuole appropriarsi a credito, cioè prima del tempo, prima che sia arrivato il suo momento, degli attributi costitutivi dello stile di vita legittimo – “residenze” dai nomi all’antica e appartamenti a Merlin-Plage, automobili di falso lusso e finte vacanze di lusso – è del tutto adatta a svolgere il ruolo di cinghia di trasmissione ed a fare entrare nella corsa ai consumi e nella concorrenza coloro da cui vuole distinguersi ad ogni costo, e da cui si distingue, tra l’altro, per il fatto che si sente legittimata ad insegnar loro lo stile di vita legittimo, con un’attività simbolica, che non ha solo per effetto quello di produrre il bisogno dei propri prodotti, e quindi, alla lunga, di legittimarsi e di legittimare coloro che lo esercitano, ma anche di legittimare l’arte di vivere che propone come modello, cioè quello della classe dominante o, in termini più esatti, delle frazioni che ne costituiscono l’avanguardia etica (pp. 373-374 – Gulpease 40, molto difficile; Fog 53).

A parte Berlusconi, che ci viene in mente subito, non riconosciamo qui anche le difficoltà in cui si dibatte la sinistra, nel mondo e soprattutto da noi? Perse le tradizionali analisi di classe, che cosa sta rincorrendo? I venditori e i sondaggisti?

Fa quasi da corrispettivo quest’analisi dell’alienazione operaia.

Quello che il rapporto con i prodotti culturali “di massa” (e, a fortiori, d’élite) riproduce, riattiva e rafforza, non è la monotonia della catena di montaggio o dell’ufficio, ma il rapporto sociale, che sta alla base dell’esperienza operaia del mondo, che fa sì che il lavoro ed il prodotto del lavoro, opus proprium, si presentino di fronte al lavoratore come opus alienum. E l’espropriazione non è mai disconosciuta tanto completamente, e quindi tacitamente riconosciuta, come quando, con i progressi dell’automazione, all’espropriazione economica si aggiunge l’espropriazione culturale, che apparentemente offre all’espropriazione economica la sua migliore giustificazione. Non possedendo il capitale culturale incorporato, che costituisce la condizione dell’appropriazione conforme (in base alla definizione legittima) del capitale culturale oggettivato negli oggetti della tecnica, i lavoratori comuni sono dominati dalle macchine e dagli strumenti che servono, assai più di quanto siano da essi serviti, e da coloro che detengono i mezzi legittimi, cioè teorici, per dominarli. In fabbrica come a scuola – la quale insegna il rispetto per le conoscenze inutili e disinteressate e stabilisce dei rapporti investiti dall’autorità “naturale” della ragione scientifica e pedagogica tra individui e attività gerarchizzate in modo solidale – essi incontrano la cultura legittima sotto forma di un principio di ordine, che non ha bisogno di giustificare la propria utilità pratica, per essere giustificato (pp. 398-399).

Con buona pace di coloro che pensano che la condizione operaia sia migliorata soltanto perché è diminuita la fatica e di quelli (me compreso) che dell’automazione vedono soltanto il potenziale di liberazione e di aumento della conoscenza.

Una distinzione quasi fulminante (e, come spesso accade per le intuizioni fulminanti, gravida di potenziali sviluppi analitici) è quella tra “coscienza di classe” e “inconscio di classe”, che Bourdieu introduce a proposito di produzione delle opinioni (e che comunque liquida come “formula semplificatrice e semplicistica del linguaggio politico”, anche se più oltre l’utilizza nuovamente):

C’è una contrapposizione completa tra la coerenza intenzionale delle pratiche e dei discorsi, prodotti a partire da un principio esplicito ed esplicitamente “politico”, e la sistematicità obiettiva delle pratiche, prodotte a partire da un principio implicito e, quindi, al di qua del discorso “politico”, cioè a partire da schemi di pensiero e di azione oggettivamente sistematici, acquisiti attraverso una semplice familiarizzazione, al di fuori di qualsiasi inculcazione esplicita, e messi in opera in modo preriflessivo. Senza dipendere in modo meccanico dalla situazione di classe, queste due forme di atteggiamento politico sono ad essa strettamente legate, soprattutto attraverso la mediazione delle condizioni materiali di esistenza, le cui urgenze vitali si impongono con un rigore diverso e che, quindi, si possono “neutralizzare” simbolicamente in misura diseguale; ed anche attraverso la mediazione della formazione scolastica in grado di procurare gli strumenti che consentono una padronanza simbolica della pratica, cioè la verbalizzazione e la concettualizzazione dell’esperienza politica (p. 429).

La conclusione è una condanna del populismo, in quanto credenza ingenua che le classi popolari siano portatrici di una politica nella prima accezione (coscienza di classe) per il fatto di esserlo nella seconda (inconscio di classe).

Per deformazione professionale, come accennavo prima, trovo particolarmente interessante il modo in cui Bourdieu affronta il tema delle classificazioni. I passaggi cruciali mi sembrano questi (un po’ lunghi e densi, ma dovete avere pazienza):

Coloro che si stupiscono per i paradossi creati dalla logica e dal discorso comuni quando si applicano le loro suddivisioni a delle grandezze continue, non tengono conto né di quanto può essere paradossale trattare il linguaggio come se fosse un puro e semplice strumento logico, né della situazione che rende possibile un simile rapporto con il linguaggio. Le contraddizioni o i paradossi a cui portano le classificazioni della prassi normale non dipendono affatto, come ritengono tutti i positivismi, da una specie di insufficienza consustanziale al linguaggio ordinario; bensì dal fatto che questi atti socio-logici non sono affatto indirizzati alla ricerca della coerenza logica, e dal fatto che – a differenza di quanto accade con gli usi filologici, logici o linguistici del linguaggio (che in realtà bisognerebbe chiamare scolastici perché presuppongono sempre la scholè, cioè il tempo libero, la distanza rispetto alla necessità, la mancanza di poste in gioco vitali e l’istituzione scolastica, che, nella maggior parte degli universi sociali, è l’unica in grado di assicurare tutte queste cose) – essi rispondono sempre alla logica del partito preso; e questa logica, proprio come accade in tribunale, ha a che fare non con giudizi logici, da sottoporre unicamente al criterio della coerenza, bensì con accuse e difese. Senza bisogno di ricordare qui tutti i risvolti della contrapposizione, completamente ignorata dai logici e dai linguisti, tra l’arte di convincere e l’arte di persuadere, è ben strano vedere nemmeno che l’uso scolastico sta a quello che del linguaggio fanno l’avvocato, l’oratore o il militante, esattamente come i sistemi di classificazione degli studiosi di logica o di statistica (che si preoccupano della coerenza e della compatibilità con i fatti) stanno alle categorizzazioni e ai categoremi dell’esistenza quotidiana che, come ci insegna anche l’etimologia, rientrano nella logica del processo (nel senso ordinario, ma anche in quello di Kafka, che ci fornisce un’immagine esemplare di questa ricerca disperata della riappropriazione di un’identità sociale, inafferrabile per definizione in quanto costituisce il limite infinito di tutti i categoremi e di tutte le imputazioni). Non esiste un vero problema relativo al modo di tracciare dei confini nel mondo sociale, che non coinvolga gli interessi connessi all’appartenenza o alla non appartenenza: come dimostra l’attenzione dedicata ai gruppi di frontiera – e proprio per questo strategici, come l’aristocrazia operaia, che oscilla tra lotta di classe e collaborazione di classe; oppure i “quadri”, una categoria precipua della statistica burocratica la cui unità nominale, due volte negativa, nasconde la dispersione reale, sia agli occhi degli “interessati”, sia a quelli dei loro avversari e della maggior parte degli osservatori – il modo in cui vengono tracciati i confini tra le varie classi è influenzato dal processo strategico di “contare” o di “contarsi”, di “catalogare” o di “annettersi”, quando addirittura non costituisce una semplice registrazione di un determinato stadio, giuridicamente garantito, del rapporto di forza tra i gruppi classificati. I confini rappresentano in questi casi delle frontiere da attaccare o da difendere a viva forza, ed i sistemi di classificazione che li fissano costituiscono strumenti di conoscenza assai meno di quanto siano invece strumenti di potere, subordinati a precise funzioni sociali e indirizzati, in modo più o meno scoperto, a soddisfare gli interessi di un determinato gruppo (pp. 479-481).

I soggetti sociali comprendono il mondo sociale che li comprende. Ciò significa che non è possibile caratterizzarli attenendosi a quelle proprietà materiali che, a cominciare dal corpo, sono suscettibili di venir misurate ed enumerate come qualsiasi altro oggetto del mondo fisico. Infatti, non esiste una sola di queste proprietà – si tratti dell’altezza, o delle dimensioni fisiche, o dell’estensione delle proprietà fondiarie o immobiliari – che, percepite e valutate in riferimento ad altre proprietà della stessa classe, da parte di soggetti sociali muniti di schemi di percezione e di valutazione socialmente costituiti, non funzioni anche come proprietà simbolica. Ciò implica il fatto che è necessario superare la contrapposizione tra una “fisica sociale”, la quale, ricorrendo ad una utilizzazione oggettivistica della statistica, dovrebbe stabilire delle configurazioni distributive (in senso statistico, ma anche in senso economico) – cioè delle espressioni quantificate del modo in cui una quantità finita di energia sociale, colta mediante degli “indici oggettivi”, si ripartisce tra una molteplicità di individui in concorrenza tra loro per appropriarsene – da un lato, ed una “semiotica sociale”, che dovrebbe invece dedicarsi a decifrare dei significati e a mettere in luce le operazioni cognitive mediante cui i soggetti sociali li producono e li decifrano, dall’altro. È necessario cioè superare la contrapposizione tra la pretesa di accedere a una “realtà” oggettiva, “indipendente dalla coscienza e dalla volontà degli individui”, anche a costo di rompere con le immagini comuni del mondo sociale (le “pre-nozioni” di Durkheim), per scoprire le “leggi”, cioè le relazioni significative, ma nel senso di non aleatorie, tra differenti configurazioni distributive, da un lato, ed il tentativo di cogliere, non la “realtà”, ma le immagini di essa che si fanno i soggetti sociali e che dovrebbero esaurire in sé la “realtà” di un mondo sociale concepito “come rappresentazione e come volontà”.
In poche parole, la scienza sociale non ha affatto da scegliere tra quella  versione della fisica sociale rappresentata da Durkheim – che trova il punto di incontro con la semiologia sociale nell’ammettere che la “realtà” si può conoscere solo attraverso il ricorso a strumenti logici di classificazione – e la semiologia idealista, la quale, ponendosi l’obiettivo di fare un “resoconto dei resoconti”, come afferma Garfinkel, può solo limitarsi a registrare le registrazioni di un mondo sociale, che al limite non dovrebbe essere altro che il risultato delle strutture mentali, cioè linguistiche. Il problema è invece quello di introdurre nella scienza della rarità e della concorrenza per i beni rari la conoscenza pratica che di esso si fanno gli agenti, producendo – in base alla propria esperienza delle configurazioni distributive, che a sua volta è il risultato della posizione che essi occupano all’interno di esse – suddivisioni e classificazioni, che non sono certo meno oggettive di quelle dei bilanci contabili della fisica sociale. In altri termini, si tratta di superare la contrapposizione tra le teorie oggettiviste, che identificano le classi sociali (ma anche le classi sessuali e le classi d’età) con gruppi discreti, semplici popolazioni enumerabili, separate da confini oggettivamente iscritti nella realtà, da un lato, e, dall’altro, le teorie soggettiviste (o, se preferiamo, marginaliste), che riducono l'”ordine sociale” ad una specie di classificazione collettiva, ottenuta aggregando classificazioni individuali o, in termini più precisi, strategie individuali, classificate e classificanti, mediante le quali i soggetti si classificano e classificano gli altri. […] Le lotte delle classificazioni, individuali o collettive, che mirano a trasformare le categorie di appercezione e di valutazione del mondo sociale, costituiscono una dimensione dimenticata delle lotte di classe. Ma per capire quali siano i limiti di questa autonomia basta tenere presente il fatto che gli schemi classificatori alla radice del rapporto pratico che i soggetti sociali intrattengono con la propria condizione, e della rappresentazione che essi possono farsene, sono a loro volta il risultato di questa stessa condizione: la posizione che si occupa nella lotta delle classificazioni dipende dalla posizione che si occupa nella struttura di classe, ed i soggetti sociali – a cominciare dagli intellettuali, che non occupano sicuramente la posizione migliore per pensare ciò che definisce i limiti del loro modo di pensare il mondo sociale, che è poi l’illusione di un’assenza completa di limiti – non hanno certo la possibilità di superare “i limiti del proprio cervello” nell’immagine che si fanno, e che offrono, della propria posizione, che è appunto quella che definisce i loro limiti (pp. 488-490).

Ci siete ancora? Non sono sicuro di avere compreso tutto, né tanto meno di essere d’accordo su tutto. Alcuni riferimenti teorici mi sfuggono, altri mi fanno venire qualche brivido: sono tenacemente attaccato alla convinzione (o alla persuasione!) della conoscibilità del reale (anche se condivido l’ipotesi che si tratti di una conoscibilità sociale, e non solipsistica) e se mi danno del positivista non metto mano alla pistola. Ma Bourdieu ha indubbiamente alcuni meriti importanti: quello di farci capire che le classificazioni, in materia sociale, sono il frutto (anche? soprattutto?) dei processi cognitivi dei soggetti che classificano e agiscono; che non c’è una contraddizione insanabile tra procedure di classificazione “oggettive” od “operative” (anche se Bourdieu stesso sembra – all’interno delle analisi statistiche condotte nel volume – più propenso alle classificazioni “automatiche” che scaturiscono dall'”analisi dei dati” che a quelle predefinite dagli schemi classificatori) e un approccio soggettivistico e post-idealistico nella tradizione di Schopenauer; che quanto illustrato a proposito delle classificazioni sociali vale e va generalizzato alle classificazioni tout court; che le classificazioni sono il risultato mobile di una battaglia che si gioca sulle parole – ma abbiamo visto prima quanto le parole “valgano” sul mercato dei beni e servizi simbolici. Infine, è molto interessante che questo – che è anche un discorso sul metodo – sia proposto da Bourdieu come conclusione della sua analisi, piuttosto che come sua premessa.

Tra le mie riserve c’è quella sullo scetticismo con cui Bourdieu liquida la possibilità stessa di una “classificazione collettiva, ottenuta aggregando classificazioni individuali”: mi sembra che su questo punto gli anni trascorsi non siano passati invano e che si intraveda – ad esempio, nella pratica del web 2.0 – la possibilità di forme (mutevoli e mobili) di classificazioni collettive che emergono dall’operare classificatorio di agenti indipendenti. Vedremo.

Due corollari. Il primo: nella lotta per le classificazioni il sistema scolastico ha, comprensibilmente, un ruolo centrale.

Il sistema scolastico – operatore istituzionalizzato di classificazione che a sua volta è anch’esso un sistema di classificazione oggettivato che riproduce, in forma trasmutata, le gerarchie del mondo sociale, con i suoi tagli tra “livelli” che corrispondono a strati sociali, e le sue divisioni in specializzazioni ed in discipline, che riflettono all’infinito delle divisioni sociali, come la contrapposizione tra teoria e pratica, progetto ed esecuzione – trasforma, apparentemente in modo del tutto neutrale, delle classificazioni sociali in classificazioni scolastiche, e stabilisce delle gerarchie (che non vengono affatto vissute come esclusivamente tecniche, e quindi parziali ed unilaterali, ma come gerarchie totali, fondate in natura) che in tal modo spingono ad identificare il valore sociale e il valore “personale”, le dignità scolastiche e la dignità umana. La “cultura”, che si ritiene garantita dal titolo di studio, è una delle componenti fondamentali di ciò che costituisce l’uomo compiuto, nella sua definizione dominante; sicché la privazione viene percepite come una sostanziale mutilazione, che colpisce la persona nella sua identità e nella sua dignità di uomo, condannandolo al silenzio in tutte le situazioni ufficiali in cui si deve “comparire in pubblico”, mostrarsi di fronte agli altri, con il proprio corpo, le proprie maniere e il proprio linguaggio (p. 399).

Il secondo: poiché le classificazioni sono il risultato di un processo, sono sempre alla rincorsa della realtà che descrivono.

L’ordine delle parole non riproduce mai rigidamente l’ordine delle cose. Ed è proprio nella relativa indipendenza della struttura del sistema delle parole che classificano e che sono classificate (all’interno del quale si definisce il valore peculiare di ogni singola etichetta) nei confronti della distribuzione del capitale – e, in termini più precisi, nel divario (che in parte deriva dall’inerzia propria dei sistemi di classificazione, in quanto istituzioni quasi giuridiche, che sanzionano uno stadio determinato dei rapporti di forza) tra il mutamento dei posti, legato al mutamento dell’apparato produttivo, ed il cambiamento dei titoli – che hanno la loro origine le strategie miranti a sfruttare le discordanze tra il reale ed il nominale, ad appropriarsi delle parole per avere le cose che esse designano, oppure ad appropriarsi delle cose, in attesa di ottenere le parole che le sanzionino, ad esercitare le funzioni senza avere il titolo per farlo […] (p. 486).

Un altro passo che ho trovato stimolante, e molto vicino alle mie corde e alle mie riflessioni è questo, sul ruolo e sulla pretesa neutralità dell’informazione (“conoscere è un bene per tutti”, diceva un vecchio slogan: sempre? a ogni condizione?):

Non c’è nulla di più rivelatore della verità di questo quesito interessato, dell’ossessione per l'”informazione economica dei cittadini” che ossessiona i dirigenti, ed in cui si esprime il sogno che i dominati abbiano quel tanto di competenza economica per poter riconoscere la competenza economica dei dominanti. L’informazione che i dominanti forniscono volentieri e con abbondanza è proprio quella che mira a screditare (come fa il medico con le conoscenze dei pazienti) le informazioni che i dominati posseggono in forma pratica, sulla base della loro normale esperienza (per esempio, la conoscenza che hanno dell’aumento del costo della vita, della disuguaglianza delle imposte, ecc.). Di qui, un discorso politico che, lungi dal rendere conto, invita a rendersi conto; che, lungi dal fornire i mezzi per mettere in rapporto l’informazione particolare e pratica con l’informazione generale, si limita ad impartire una lezione, imponendo alle esperienze particolari le cornici generali in cui dovrebbero entrare (pp. 463-464).

Infine, Bourdieu è fulminante (e dunque squisitamente francese) anche nella scelta delle epigrafi dei capitoli: “Se tra due mali devo scegliere il minore, non ne seguo nessuno – Karl Kraus”. Naturalmente non sono d’accordo, per formazione gesuitica; ma mi costringe a fermarmi a pensare.

Chance (2)

Ecco i canguri di Gosset (spero di non avere violato troppi copyright, ma dovrebbero essere fuori diritti dal 1908 a oggi, Topolino non era ancora nato…):

grafico.pdf

Ieri ho dimenticato di raccontare forse la cosa più divertente del libro. Come scegliere il proprio partner? La premessa è che incontreremo un numero finito di candidati, e che non si torna indietro (una volta scartato un candidato è scartato per sempre, e una volta sposato è sposato indissolubilmente). Se sposiamo il primo che ci pare soddisfacente, avremo sempre il dubbio che ne avremmo potuto incontrare uno migliore; ma se andiamo avanti percorrendo tutta la lista, rischiamo di arrivare alla fine senza aver incontrato Mr Right. Esiste una strategia ottimale? Il rischio è connaturato nella scelta, ma c’è (ed è dimostrata formalmente, con un teorema) una strategia che dà le migliori probabilità di selezionare il candidato migliore: data una stima del numero dei possibili candidati, bisogna valutare il primo 37% dei candidati in lista (per l’esattezza, 1/e candidati, cioè il 36,78%) e poi, proseguendo nella lista, scegliere il primo che si incontra che risulta migliore di tutti quelli precedentemente valutati.

Ad esempio, supponi di essere un’avvenente debuttante in cerca di marito, con 100 spasimanti. Quello che suggerisce la teoria, è che tu esca con i primi 37, e li valuti, senza impegnarti con nessuno. Poi esci con il 38°: se è meglio di tutti i 37 precedenti, sposalo. Se no passa al 39° e ripeti la valutazione. Naturalmente, ti può capitare di non incontrarne nessuno migliore dei primi 37, e resterai single. Ti può anche capitare di sposarne uno sufficientemente buono, ma non il migliore in assoluto. Ma il teorema ti assicura che hai massimizzato le tue probabilità di successo rispetto a qualunque altra strategia (Aczel, pp. 85-87).

Il problema è noto anche come “problema della segretaria” e per gli irrimediabilmente curiosi qui trovate una sintetica rassegna.

Naturalmente, se il tuo obiettivo è spassartela, la strategia migliore è proporti a tutte (o a tutti). La vecchia storiella dice che prenderai una sacco di schiaffi, ma ti divertirai anche parecchio. Il calcolo delle probabilità conferma (Aczel, pp. 35-36).

Chance

Aczel, Amir D, (2004). Chance. A Guide to Gambling, Love, the Stock Market, & Just About Everything Else. New York: Thunder’s Mouth Press. 2004.

Ha un grandissimo pregio, quello di essere chiarissimo. Soprattutto nei capitoli iniziali.

Andando più avanti, il prezzo che si paga alla chiarezza viene a galla: alcuni argomenti sono appena sfiorati, tanto da farti chiedere se non sarebbe stato meglio non parlarne per niente (in nessun caso si sarebbe potuto essere esaustivi su un argomento come questo in 160 pagine). In qualche caso, la troppa semplificazione rischia di dare per assodati punti ancora problematici e discussi.

Ho però molto apprezzato che non si rinunci agli esempi numerici, che rendono la trattazione accessibile a tutti, senza costringere a inutili atti di fede. È proprio nelle rare occasioni in cui Aczel si allontana da questo principio che il libro delude.

Ho apprezzato in modo particolare gli aneddoti, anche se alcuni sono molto noti. La storia di Pascal, Fermat e del Chevelier de Méré ve la racconterò un’altra volta, se non la sapete già. Quello che proprio non sapevo è che le “code” di una distribuzione si chiamano così grazie a un disegno di Gosset del 1908, che Aczel riporta a p. 110 – non l’ho trovato sul web e quindi sono costretto a descriverlo: ci sono due canguri un di fronte all’altro, le teste “affrontate” al centro e le code a destra e sinistra). William Sealy Gosset (e non Gossett, come scrive erroneamente Aczel) lavorava alla birreria Guinness di Dublino e perciò firmava i suoi articoli scientifici con lo pseudonimo di Student (l’articolo fondamentale pubblicato nel 1908 su Biometrika è qui). E per la serie “eroi della statistica”, eccolo qui (proprio nel 1908):