Buon compleanno, Charles Darwin

200 anni fa esatti, il 12 febbraio 1809, nasceva Charles Darwin (lo stesso giorno nasceva anche Abraham Lincoln, ma questa è tutta un’altra storia – per la verità, parecchi anni dopo è nata anche mia sorella).

Quest’anno le celebrazioni sono universali e importantissime (ricorre anche il 150° anniversario della pubblicazione di On the Origin of Species by Means of Natural Selection, or The Preservation of Favoured Races in the Struggle for Life, uscito il 22 novembre 1859).

Nel mio piccolo vorrei festeggiarlo con una passione che ci accomuna, quella per le percebes o barnacles o lepadi. Della mia passione gastronomica per queste prelibatezze ho già parlato altrove. Non so se Charles Darwin le abbia mai mangiate e se, nel caso, gli siano piaciute. Ma sappiamo che la malattia cronica che a più riprese lo tormentò per tutta la vita si manifestava tra l’altro con vomito e dolori di stomaco, e quindi dubito fosse dedito a cibi esotici e di dubbio aspetto, ancorché deliziosi.

La passione di Darwin per i Cirripedi era invece scientifica, e Darwin ci si dedicò per 8 lunghi anni, posponendo la pubblicazione dell’Origine delle specie, e pubblicando sull’argomento 4 libri:

  • nel 1851, Living Cirripedia, A monograph on the sub-class Cirripedia, with figures of all the species. The Lepadidæ; or, pedunculated cirripedes
  • nel 1854, Living Cirripedia, The Balanidæ, (or sessile cirripedes); the Verrucidæ
  • nel 1851, Fossil Cirripedia of Great Britain: A monograph on the fossil Lepadidae, or pedunculated cirripedes of Great Britain
  • nel 1854, A monograph on the fossil Balanidæ and Verrucidæ of Great Britain

Qui sotto, qualche illustrazione tratta da queste opere.

Buon compleanno e buon appetito, allora…

Ordinanza creativa [2] – Via dei matti, n. 0

Riceviamo e volentieri ripubblichiamo…

laRepubblica.it 24ore

Tolentino (Macerata), 14:57

TOLENTINO: NASCE VIA PER SENZA TETTO E FISSA DIMORA

Il comune di Tolentino ha deciso di chiamare “un’area di circolazione territorialmente non esistente”, come via “senza fissa dimora”, nella quale verranno censiti come residenti tutti i senza tetto. La decisione si deve al rinnovamento del nome delle vecchie strade e piazze comunali ed alle novità’ in fatto di organizzazione dell’anagrafe della popolazione residente: in analogia a quanto accade in occasione del censimento, con l’istituzione in ogni comune di una sezione speciale “non territoriale” nella quale vengono indicati e censiti come residenti tutti i “senza tetto”, il comune ha istituito una via, territorialmente non esistente, ma conosciuta con un nome convenzionale dato dall’ufficiale di anagrafe. In questa via verranno iscritti con numero progressivo dispari sia i “senza tetto” risultanti al censimento, sia i “senza fissa dimora” che eleggono domicilio a Tolentino, ma che in realtà’ non hanno un vero e proprio recapito nel comune stesso.
(11 febbraio 2009)

Burocrazia scatenata…

Il mistero della vita e della morte

Vorrei dire, sommessamente, in questa serata di prese di posizione estreme e di estrema retorica, che per alcuni di noi – non penso di essere solo – “vita” e “morte” sono due parole imprecise. Poetiche, certamente, ma imprecise. Cariche di emozione, certamente, grumi di sentimenti, ma imprecise.

Imprecise, e di qui viene il senso di mistero (e, certo, anche di poesia: ma non è dalla poesia – chi mi segue lo sa – che ci dobbiamo fare guidare al momento delle scelte importanti).

Mistero: “fatto, fenomeno che non si riesce a spiegare chiaramente e razionalmente o che è tenuto nascosto: l’origine di quella malattia è ancora un mistero. […] nella teologia cristiana, verità di fede che trascende i processi conoscitivi e intuitivi dell’uomo” (De Mauro online).

Ecco, la morte non è un mistero: è una certezza. Dice mia sorella, medico, che nonostante i grandi successi della medicina, il tasso di mortalità umana è ancora al 100%. La morte, comunque vogliamo definirla, è una certezza. La sconfitta della morte è il sogno, la speranza di molte religioni: “Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?” [Corinzi I, 15, 55]. Per chi non “crede”, per chi non aderisce a queste religioni, la morte è una delle poche certezze (Benjamin Franklin: “in this world nothing can be said to be certain, except death and taxes”, Letter to Jean-Baptiste Leroy, 13 November 1789).

Quanto alla vita, il suo “mistero” è stato svelato 150 anni fa da Charles Darwin e confermato ad abundantiam. Il meccanismo dell’evoluzione è, appunto, un meccanismo. Un meraviglioso meccanismo. Cieco e progressivo. Io sono felice, godo ogni singolo minuto, che tra gli “effetti collaterali” di questo meccanismo ci sia la mia coscienza, la mia capacità di godere degli altri esseri umani e di questo piacevole pianeta. E quando le cose vanno storte, porto pazienza. Pazienza e gratitudine.

E accetto sereno il mio destino. Che comporta la morte e Berlusconi e la Binetti. Ma anche, per fortuna, la musica e le persone che amo.

Il lavoro culturale

Bianciardi, Luciano. (1957). Il lavoro culturale. Milano: Feltrinelli. 2007.

Abbiamo già parlato su questo blog de La vita agra (del film, per la verità, ma anche del libro), e dei molti motivi per cui Luciano Bianciardi mi è caro. Il Luciano Bianciardi milanese, che abitava a pochi passi da casa mia.

Per tutt’altri motivi, anche Grosseto è una città che mi è cara. Bianciardi qui racconta, nel suo modo dolceamaro, ma con trasparenza e una sincerità più immediata di quella che pure percorre La vita agra, la sua formazione di “intellettuale organico” nella provincia dell’immediato dopoguerra.

Si respira, a tratti, l’aria di C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, che però è del 1974: quasi 20 anni, in cui la nostalgia sostituisce l’amarezza del fallimento. Non so come il PCI di allora accolse il libro, anche se posso immaginarlo: silenzio pubblico, stizzito fastidio interno.

Dopo di lui l’hanno fatto in molti (io ricordo Camilla Cederna su L’Espresso negli anni Settanta, ma in qualche misura lo ha fatto anche Nanni Moretti in Palombella rossa), ma penso che Bianciardi sia stato il primo a mettere alla berlina i tic e i luoghi comuni del linguaggio ritualizzato:

Per comodità di chi voglia fruttuosamente dedicarsi al lavoro culturale, sarà opportuno racco­gliere, a questo punto, tutta una serie di indicazioni circa il problema del linguaggio. C’è infatti un lessico, una grammatica, una sintassi e una mi­mica che il responsabile del lavoro culturale non può ignorare.
Cominciamo subito, perciò, con il nocciolo della questione, con il termine problema. Nonostante la differenza spaziale (alto-basso) dei due verbi, il problema si pone o si solleva, indifferentemente; ma c’è una sfumatura di significato, perché por­si è oggettivo, cioè sta a dire che il problema è ve­nuto fuori da sé, mentre sollevare è attivo; il pro­blema, in questo caso, non ci sarebbe stato se non fosse intervenuto qualcuno a farlo essere.
Quasi sempre il problema, posto o sollevato che sia, è nuovo; e si dà gran merito a chi, accanto agli antichi e non risolti, solleva problemi nuovi e interessanti o meglio ancora, di estremo interesse, purché siano, ovviamente, concreti. Sul problema si apre un dibattito. Dibattito è ogni discorso, scrit­to o parlato, intorno a un certo argomento (cioè a un certo problema) in cui intervengono due o più persone. Il dibattito, oltre che concreto, e più spes­so che concreto, è ampio e profondo, anzi, appro­fondito, e quasi sempre si propone un’analisi (ap­profondita anch’essa) della situazione. La giustezza della nostra analisi sarà poi confermata, invariabil­mente, dagli avvenimenti. La situazione è sempre nuova e creatasi (da sé, parrebbe) con o dopo.
Al dibattito gli interventi portano un utile con­tributo. Esso può assumere anche la forma di convegno: in questo caso è parlato, gli interventi sono numerosi, e gli intervenuti sono giunti da ogni par­te d’Italia. Dal dibattito scaturiscono, oppure emergo­no o anche, più semplicemente, escono, alcune in­dicazioni.
Le indicazioni sono anch’esse utili. Se possono esprimersi in una breve frase, allora si chiamano parole d’ordine. Per esempio: Per un / per una (cinema, teatro, romanzo, arte, cultura, scuola, pittura, scultura, architettura, poesia) nazionale e popolare. In caso contrario quando cioè le indi­cazioni non abbiano questo potere di contrazione espressiva, si parlerà di tutta una serie di inizia­tive, utili, naturalmente, e concrete, ma di mas­sima, suscettibili cioè di elaborazione.
Concreto, come si è visto, è il problema, il di­battito, l’intervento e l’indicazione. A memoria d’uomo non si è mai saputo di un problema, di­battito ecc. che si sia potuto definire astratto. Co­me non si è mai saputo di un problema risolto; semmai superato, dalla situazione creatasi con o dopo. A volte poi si è scoperto che il problema, pur essendo concreto, non esisteva. In casi simili basta affermare che il problema è un altro.
La scelta dei problemi si chiama problematica quella dei temi, tematica. Ricordo che una volta, a Firenze, discussero tre ore su questo problema concreto; se fosse necessario porsi prima il pro­blema della problematica oppure quello della te­matica. Un problema è anche, spesso, di fondo. Esso si adeguerà alle prospettive, nuove e concre­te, di lotta, per o contro.
Lotta, anzi lotte, è l’azione quando incontra un ostacolo, altrimenti l’azione è pura e semplice at­tività. Ma tanto per le lotte che per l’attività si mobilitano tutte le forze, si toccano larghi strati, o larghe masse, si estende l’influenza, ci si pone alla testa e ci si lega anche strettamente. Al servizio della lotta si pongono le proprie capacità.
A volte le cose non sono così semplici; ma il di­battito ha appunto l’ufficio di indicare gli inevitabili difetti, determinati dalla situazione. I difetti consisto­no quasi sempre nel non aver sufficientemente utilizzato, elaborato, applicato le indicazioni emerse da un esame autocritico. Ogni dibattito assolve an­che a questa funzione.
Accanto al problema, ma un po’ più sotto, c’è l’esigenza. L’esigenza, si sente, anzi, si è sentita. A volte sorge, o meglio, è sorta, ed in ambedue i casi occorre andarle incontro. Problema ed esi­genza riguardano a volte i rapporti con. Con gli intellettuali, per esempio.
Gli intellettuali possono incontrarsi da soli o accom­pagnati ad operai e contadini. In questo secondo caso la successione di rigore è la seguente: operai, contadini, intellettuali. Gli intellettuali possono esse­re: illuminati, democratici, avanzati, molto vicini a noi, al servizio della classe operaia; la serie è in crescendo. Pseudo-intellettuali sono invece gli al­tri, quelli che si sono posti al servizio del padrona­to, della reazione, del grande capitale, dell’imperia­lismo.[pp. 82-84]

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Amore e statistica

Gli statistici hanno fama di essere persone noiose e un po’ autistiche. Probabilmente è vero. Ma considerate anche che la nostra vita è piuttosto complicata, come illustrato dalla strip che ho trovato su xkcd.com.

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Fear and Loathing in Las Vegas

Thompson, Hunter S. (1971). Fear and Loathing in Las Vegas. Londo: HarperCollins. 2005.

Mi capita abbastanza di rado di vedere il film prima di aver letto il libro. Questa volta invece, incuriosito dal film (che pure ho visto recentemente, 10 anni dopo la sua uscita nel 1998), ho letto soltanto adesso il libro, che è stato pubblicato nel 1971 (su Rolling Stone, in 2 puntate).

Quello che mi ha colpito (ma forse non è una considerazione originale) è che il film è molto più delirante e visionario del libro. Il libro, paradossalmente forse, è soprattutto un reportage, il racconto “romanzato” di due viaggi di Thompson a Las Vegas per riferire della corsa Mint 400 e della conferenza nazionale dei procuratori distrettuali, anche se l’impossibilità di distinguere tra realtà effettuale, percezione e immaginazione, anzi la coincidenza di tutti i piani di coscienza, è il tema del libro. Nel libro l’intrecciarsi dei livelli è perfettamente riuscito, mentre nel film Terry Gilliam è costretto a scegliere un registro visuale, e sceglie quello del delirio (aiutato in questo dalla collaborazione di Ralph Steadman, l’illustratore originale del libro).

Thompson riteneva di aver compiuto un esperimento fallito di Gonzo journalism (un’invenzione dello stesso Thompson, in cui il reporter compare nella narrazione stessa, ispirata a una citazione di William Faulkner: “the best fiction is far more true than any kind of journalism – and the best journalists have always known this”). Perché Gonzo? Non si sa, anche se le ipotesi si sprecano:

  • gli alter ego di Thompson e dell’avvocato samoano nel libro sono Raoul Duke e Dr. Gonzo
  • secondo Bill Cardoso, redattore del Boston Globe che ha usato per primo il termine con riferimento a un reportage di Thompson, gonzo sarebbe un termine dello slang iralndese di Boston, che denota l’ultimo a resistere in una maratona alcolica
  • sempre secondo Cardoso, il termine sarebbe una corruzione del franco-canadese gonzeaux che significa “sentiero luminoso”
  • quel che gonzo significa in italiano lo sappiamo tutti
  • Gonzo è una canzone del tastierista James Booker (ma questo non fa che spostare il problema)
  • e poi c’è l’adorabile Gonzo dei Muppet!

Il libro è anche un viaggio alla ricerca del cuore del sogno americano. Thompson pensava (a ragione?) che nella primavera del 1971 il sogno degli anni Sessanta e della contro-cultura americana fosse finito. È probabilmente Thompson ad avere inventato la metafora del riflusso:

Strange memories on this nervous night in Las Vegas. Five years later? Six? It seems like a lifetime, or at least a Main Era – the kind of peak that never comes again. San Francisco in the middle sixties was a very special time and place to be a part of. Maybe it meant something. Maybe not, in the long run … but no explanation, no mix of words or music or memories can touch that sense of knowing that you were there and alive in that corner of time and the world. Whatever it meant. …

History is hard to know, because of all the hired bullshit, but even without being sure of “history” it seems entirely reasonable to think that every now and then the energy of a whole generation comes to a head in a long fine flash, for reasons that nobody really understands at the time – and which never explain, in retrospect, what actually happened.

My central memory of that time seems to hang on one or five or maybe forty nights – or very early mornings – when I left the Fillmore half-crazy and, instead of going home, aimed the big 650 Lightning across the Bay Bridge at a hundred miles an hour wearing L. L. Bean shorts and a Butte sheepherder’s jacket … booming through the Treasure Island tunnel at the lights of Oakland and Berkeley and Richmond, not quite sure which turn-off to take when I got to the other end (always stalling at the toll-gate, too twisted to find neutral while I fumbled for change) … but being absolutely certain that no matter which way I went I would come to a place where people were just as high and wild as I was: No doubt at all about that. …

There was madness in any direction, at any hour. If not across the Bay, then up the Golden Gate or down 101 to Los Altos or La Honda. … You could strike sparks anywhere. There was a fantastic universal sense that whatever we were doing was right, that we were winning. …

And that, I think, was the handle – that sense of inevitable victory over the forces of Old and Evil. Not in any mean or military sense; we didn’t need that. Our energy would simply prevail. There was no point in fighting – on our side or theirs. We had all the momentum; we were riding the crest of a high and beautiful wave. …

So now, less than five years later, you can go up on a steep hill in Las Vegas and look West, and with the right kind of eyes you can almost see the high-water mark – that place where the wave finally broke and rolled back. [pp. 66-68]

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The Moral Animal

Wright, Robert (1994). The Moral Animal: Why We Are the Way We Are: The New Science of Evolutionary Psychology. London: Abacus. 2008.

The Moral Animal

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Il libro è stato scritto 15 anni fa, e mostra qualche crepa. Va detto, però, che Wright è un bravo divulgatore, che scrive in modo semplice e diretto, senza sfuggire (in genere) alla controversia.

Avevo letto, qualche anno fa, Nonzero: The Logic of Human Destiny, un libro che – partendo dal concetto di “giochi non a somma zero”, un concetto della teoria dei giochi – ha avuto il merito, a mio parere, di reintrodurre il concetto di “progresso” nel dibattito scientifico e culturale.

Questo saggio, letto oggi, è meno sorprendente e meno controverso e, tutto considerato, meno riuscito. L’obiettivo di Wright è quello di rendere conto di quanto il neo-darwinismo ha da dire su argomenti quali la sessualità umana, la famiglia, la società, l’altruismo e la religione. Nel leggerlo, occorre tenere presente la virulenza con cui le idee neo-darwiniste e la socio-biologia furono avversate, soprattutto negli Stati Uniti e soprattutto dall’opinione pubblica e accademica di sinistra. All’epoca (adesso le cose sono un po’ cambiate, negli Stati Uniti e anche un po’ da noi) il campo era chiaramente definito: a sinistra, l’ideologia prevalente era quella del “modello standard delle scienze sociali”, secondo il quale non esiste una “natura umana” e gli individui e la società sono infinitamente malleabili dalla “cultura”; il darwinismo, applicato alla psicologia e alla sociologia, era immediatamente assimilato al “darwinismo sociale” della fine dell’Ottocento e bollato come ideologia di destra.

Wright, uomo della sinistra liberale statunitense (è un giornalista di The New Republic), vuol mostrare come il neo-darwinismo non sia uno strumento ideologico della conservazione e come sia necessario fare i conti, senza negarli a priori, con i risultati dei progressi della scienza nella comprensione dei meccanismi psicologici, sociali e morali che guidano il comportamento umano.

Il libro è molto ambizioso, e ha pretese di esaustività, il che non gli giova. Dove (all’epoca) le ricerche scientifiche avevano fatto più progressi (ad esempio, nella spiegazione della sessualità umana), le argomentazioni di Wright sono più convincenti. Dove invece, come nei campi della morale e della religione, il dibattito scientifico era all’epoca meno progredito, l’argomentare di Wright si fa più speculativo e meno convincente.

Anche l’espediente utilizzato da Wright come collante del libro – seguire le vicende della biografia di Darwin come esempio dello sviluppo del pensiero evoluzionistico, come ontogenesi che ripercorre la filogenesi – non è sempre riuscito. Alla fine, si resta con la sensazione che a volte la materia del libro, per un’esigenza di completezza, sia “spalmata” in modo troppo superficiale sulle 400 pagine del testo.

Una lettura che vale comunque la pena, anche se oggi sono disponibili sintesi più aggiornate e più godibili (ad esempio, The Blank Slate: The Modern Denial of Human Nature di Steven Pinker).

Attualmente, Wright è attivo in due avventure molto interessanti, che vi suggerisco di andarvi a vedere:

  • Bloggingheads.tv, un video blog che si occupa di politica, filosofia e scienza, in cui si presenta il dialogo registrato su webcam di due persone che discutono.
  • Meaningoflife.tv,  un sito di interviste di Wright a pensatori e autori contemporanei su temi filosofici e religiosi.
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Ara pacis

Secondo le puntigliose cronache dell’epoca, l’Ara pacis Augustæ fu inaugurata esattamente 2000 anni fa, il 30 gennaio dell’anno 9.

Se non fosse per le polemiche che hanno accompagnato l’intervento dell’architetto Meier, non ne parlerei neppure.

L’Ara pacis non è un grande monumento dell’arte romana. È un monumento “politico” e propagandistico al successo conseguito da Augusto, voluto da lui stesso, decretato “spintaneamente” dal Senato (“Quando tornai a Roma dalla Spagna e dalla Gallia […] compiute felicemente le imprese in quelle province, il Senato decretò che per il mio ritorno si dovesse consacrare l’ara della Pace Augusta presso il Campo Marzio e dispose che in essa i magistrati, i sacerdoti e le vergini vestali celebrassero un sacrificio annuale”) e inaugurato nel giorno del compleanno della moglie di Augusto, Livia (tanto perché fosse chiaro che era un “affare di famiglia”).

Il monumento che il fascismo volle conservare in una teca realizzata ad hoc e inaugurata il 23 settembre 1938 (data del supposto bimillenario augusteo) è sostanzialmente un falso: non si sa bene che aspetto avesse l’originale, recuperato a pezzi e frammenti in epoche diverse, e gran parte delle sculture non sono quelle autentiche (ad esempio, la Saturnia tellus è agli Uffizi a Firenze).

Nel 1937 si decise di ricostruire l’altare, per gli stessi motivi politico-propagandistici che ne avevano motivato la prima erezione. Impossibile farlo sul luogo originario (si sarebbe dovuto distruggere un palazzo antico). Allora si propose di farlo in qualche museo o sulla via dell’Impero. Ma Mussolini stesso scelse i pressi del Mausoleo di Augusto, “sotto un porticato” tra via di Ripetta e il Lungotevere. La ricostruzione fu fatta di corsa, in meno di un anno e mezzo. Il progetto non fu rispettato in fase esecutiva, per il ritardo accumulato (doveva essere finito per il 23 settembre 1938 ) e la mancanza di fondi (al posto dei marmi pregiati e del travertino previsti si usarono cemento e finto porfido). Il risultato fu una schifezza, come potete vedere da soli.

La sistemazione proposta da Richard Meier è il primo intervento architettonico-urbanistico monumentale realizzato nel centro di Roma dopo il fascismo: questo è l’unico e principale motivo per cui le destre, e i fascisti in particolare, l’avversano. Nell’aprile del 2008, in una delle sue prime dichiarazioni dopo l’elezione a sindaco di Roma, Gianni Alemanno ha annunciato la sua intenzione di abbattere il museo di Meier. Per fortuna, è una delle tante promesse elettorali che non ha mantenuto.

In questo sito trovate una documentata scheda, ricca di belle fotografie.

Libertà d’opinione

Registro molti segnali di insofferenza. Sempre più spesso, chi non condivide un’opinione non si limita a dirlo e a spiegare i motivi o le radici del suo dissenso, ma chiede a gran voce che sia tappata la bocca a chi ha espresso l’opinione non condivisa. Lo fanno gli “opinionisti” dei quotidiani e gli “amici” di Facebook. Io la chiamo censura e non mi piace. E mi tocca persino essere d’accordo con Fabrizio Rondolino (La Stampa del 30 gennaio 2009)!

L’allarmante caso Di Pietro

FABRIZIO RONDOLINO

L’uragano che si è scatenato su Di Pietro induce ad una riflessione sullo stato della libertà nel nostro Paese. Non c’è giornale, gruppo politico, sito Internet o commentatore che non si sia scagliato con furia contro l’ex Pm più famoso d’Italia: e non per controbattere l’opinione sul presunto «silenzio» del Quirinale, ma per negarne la legittimità, la possibilità stessa di esistere. Mezzo Pd ha chiesto di rompere ogni rapporto con l’Italia dei Valori, tutti i senatori della Repubblica sono scattati in piedi per applaudire la loro «convinta solidarietà» a Napolitano, il presidente emerito Scalfaro ha segnalato l’esistenza di un reato. E lo stesso Quirinale, con un comunicato che ha pochi precedenti, ha giudicato «pretestuose» e «offensive» le parole di Di Pietro. Quelle parole sono probabilmente sbagliate, ma non sono né arbitrarie né insultanti: appartengono al dibattito politico. Ci sono molto buoni argomenti e una notevole documentazione per sostenere che il presidente Napolitano sulle questioni della giustizia non è venuto meno al suo ruolo costituzionale di arbitro, e che il suo presunto «silenzio» non è affatto assimilabile a un comportamento mafioso. Le opinioni sollecitano controargomentazioni: non comunicati di solidarietà, ritorsioni politiche o denunce alla magistratura.

Il caso Di Pietro è tanto più allarmante, in quanto non è isolato. Il capitano della Nazionale, Fabio Cannavaro, per aver detto che Gomorra (il film) «non gioverà all’immagine dell’Italia nel mondo, abbiamo già tante etichette negative», è stato accusato di colludere con la camorra, e più d’uno ha chiesto che gli sia tolta la fascia di capitano. Su Facebook, il network sociale più popolare di Internet, è in corso una campagna per cancellare quei gruppi di discussione che si proclamano fan dei mafiosi e, più recentemente, quelli che inneggiano allo stupro di gruppo. Sono opinioni abominevoli, ma sono opinioni. Questo confine non va mai cancellato. Un conto è sostenere cha la Shoah non è mai esistita, e un conto è bruciare una sinagoga. Un conto è chiedere che i rom siano cacciati, e un conto è assaltare i loro campi. È evidente che c’è un nesso fra le parole e le azioni: altrimenti, perché mai dovremmo parlare o scrivere? Il concetto stesso di educazione si basa sulla convinzione che le parole producano risultati. Ma spetta singolarmente a ciascuno di noi compiere o meno un’azione, e assumersene la responsabilità. Alle parole si può rispondere soltanto con altre parole.

Se ci pensiamo, l’unica vera libertà che ci appartiene come diritto naturale, e che definisce il nostro orizzonte nel mondo, è la libertà di esprimerci: è cioè la libertà di pensiero, di stampa, di coscienza, di religione, di ricerca scientifica… Tutte le nostre attività, che sia scrivere una canzone o andare in chiesa, votare alle elezioni o comprare un giornale, trovare un rimedio all’Alzheimer o scegliere una compagnia telefonica, hanno a che fare in un modo o nell’altro con la libertà di espressione. Poter dire la nostra, senza costrizioni né vincoli, è dunque il bene più prezioso. Se introduciamo un qualsiasi criterio per giudicare quali opinioni si possono esprimere e quali no, in quello stesso momento deleghiamo ad altri, fosse pure una maggioranza democraticamente eletta, la nostra personale libertà di espressione, che è invece inalienabile perché è soltanto nostra, come la vita. Chi può decidere che cosa è lecito dire e che cosa non lo è? Mentre è evidente che ammazzare un uomo per strada è un reato, è molto meno evidente la linea che separa un fan club dei Soprano da un fan club di Riina: in realtà, se ci pensiamo bene, questa differenza non c’è. Sta alla responsabilità di ciascuno capire che una cosa è un telefilm, una cosa è scrivere corbellerie su un capomafia pluriomicida, e un’altra cosa ancora è sparare.

La libertà di espressione è indivisibile. Tutti dovrebbero poter esprimere liberamente le loro opinioni. Soprattutto le più ributtanti. Mentre infatti la censura nasconde il problema e in questo modo sceglie di non risolverlo, un dibattito libero e aperto non esclude la possibilità di convincere chi non la pensa come noi.

The Economic Naturalist

Frank, Robert H. (2007). The Economic Naturalist. Why Economics Explain Almost Everything. London: Virgin. 2008.

Il libro è accattivante, e si legge che è un piacere. Per questo lo raccomando soprattutto a quelli che non amano l’economia, o la trovano ostica, o trovano che offre spiegazioni semplicistiche a problemi complessi. Questo libro, come alcuni altri che hanno avuto successo in questi ultimi anni (penso a Freakonomics di Steven Levitt, ma anche ai libri e alla rubrica di Tim Harford), ha il merito di avvicinarci alla forma mentis, al modo di pensare dell’economista, che è poi quello che mi ha attratto dell’economia quasi 40 anni fa.

Purtroppo, come tutti i libri che consistono in una raccolta di esempi molto brevi, leggerlo d’un fiato è noioso; perfetto, invece, per leggerne qualche pagina ogni giorno in autobus o in metropolitana.

A me, però, il libro è interessato soprattutto per motivi professionali. Gli esempi riportati nel libro, infatti, non sono farina del sacco dell’autore. Sono una selezione dei “temi” che l’autore propone ai suoi studenti nel suo corso introduttivo di economia. Frank fa così: propone ai suoi studenti di formulare una domanda, su un evento o un comportamento che lo studente ha osservato o sperimentato personalmente, e di offrire una spiegazione, basata su un principio “economico” di quelli appresi nel corso, in un saggio di 500 parole al massimo. Non è neppure essenziale che la risposta sia quella giusta: a volte non lo è, altre volte non è facile decidere se è quella giusta o se esiste una risposta più giusta delle altre. Quello che conta è l’argomentazione, e i principi applicati nell’argomentazione. È un’idea fondamentale nell’alfabetizzazione scientifica, e se ne discute molto anche tra statistici (statistical story-telling).

Learning economics [or statistics – my comment] is like learning to speak a new language. It’s important to start slowly and see each idea in multiple contexts. [p. xii]

Trovo qui l’ispirazione di due maestri: uno è Thomas Schelling, e Frank giustamente gli dedica il libro, riconoscendolo come il più grande naturalista economico vivente, mosso da inesauribile curiosità intellettuale (e sapete che anch’io l’adoro); l’altro è Marvin Minsky (“You don’t understand anything until you learn it more than one way”).

Tutta l’argomentazione economica illustrata nel libro è fondata su pochi principi di base (apparentemente astratti, ma presto resi semplici dall’accumularsi degli esempi): quello di costo-opportunità; quello di confronto tra costi e benefici; quello che, di norma, non si trovano “soldi sul tavolo”.

Naturalmente non tutti gli esempi sono riusciti (anche se alcuni sono veramente divertenti, e sprizzano intelligenza e divertimento). Alcuni sono cervellotici e, probabilmente del tutto sballati (chi ha raccontato a Frank o a un suo studente che a Roma si è multati se si attraversa fuori dalle strisce? e che Roma è piena di biciclette? da quanto tempo Frank non va al cinema?). Ma il libro è comunque di piacevole lettura, e lo raccomando soprattutto ai non-addetti-ai-lavori.