Fear and Loathing in Las Vegas

Thompson, Hunter S. (1971). Fear and Loathing in Las Vegas. Londo: HarperCollins. 2005.

Mi capita abbastanza di rado di vedere il film prima di aver letto il libro. Questa volta invece, incuriosito dal film (che pure ho visto recentemente, 10 anni dopo la sua uscita nel 1998), ho letto soltanto adesso il libro, che è stato pubblicato nel 1971 (su Rolling Stone, in 2 puntate).

Quello che mi ha colpito (ma forse non è una considerazione originale) è che il film è molto più delirante e visionario del libro. Il libro, paradossalmente forse, è soprattutto un reportage, il racconto “romanzato” di due viaggi di Thompson a Las Vegas per riferire della corsa Mint 400 e della conferenza nazionale dei procuratori distrettuali, anche se l’impossibilità di distinguere tra realtà effettuale, percezione e immaginazione, anzi la coincidenza di tutti i piani di coscienza, è il tema del libro. Nel libro l’intrecciarsi dei livelli è perfettamente riuscito, mentre nel film Terry Gilliam è costretto a scegliere un registro visuale, e sceglie quello del delirio (aiutato in questo dalla collaborazione di Ralph Steadman, l’illustratore originale del libro).

Thompson riteneva di aver compiuto un esperimento fallito di Gonzo journalism (un’invenzione dello stesso Thompson, in cui il reporter compare nella narrazione stessa, ispirata a una citazione di William Faulkner: “the best fiction is far more true than any kind of journalism – and the best journalists have always known this”). Perché Gonzo? Non si sa, anche se le ipotesi si sprecano:

  • gli alter ego di Thompson e dell’avvocato samoano nel libro sono Raoul Duke e Dr. Gonzo
  • secondo Bill Cardoso, redattore del Boston Globe che ha usato per primo il termine con riferimento a un reportage di Thompson, gonzo sarebbe un termine dello slang iralndese di Boston, che denota l’ultimo a resistere in una maratona alcolica
  • sempre secondo Cardoso, il termine sarebbe una corruzione del franco-canadese gonzeaux che significa “sentiero luminoso”
  • quel che gonzo significa in italiano lo sappiamo tutti
  • Gonzo è una canzone del tastierista James Booker (ma questo non fa che spostare il problema)
  • e poi c’è l’adorabile Gonzo dei Muppet!

Il libro è anche un viaggio alla ricerca del cuore del sogno americano. Thompson pensava (a ragione?) che nella primavera del 1971 il sogno degli anni Sessanta e della contro-cultura americana fosse finito. È probabilmente Thompson ad avere inventato la metafora del riflusso:

Strange memories on this nervous night in Las Vegas. Five years later? Six? It seems like a lifetime, or at least a Main Era – the kind of peak that never comes again. San Francisco in the middle sixties was a very special time and place to be a part of. Maybe it meant something. Maybe not, in the long run … but no explanation, no mix of words or music or memories can touch that sense of knowing that you were there and alive in that corner of time and the world. Whatever it meant. …

History is hard to know, because of all the hired bullshit, but even without being sure of “history” it seems entirely reasonable to think that every now and then the energy of a whole generation comes to a head in a long fine flash, for reasons that nobody really understands at the time – and which never explain, in retrospect, what actually happened.

My central memory of that time seems to hang on one or five or maybe forty nights – or very early mornings – when I left the Fillmore half-crazy and, instead of going home, aimed the big 650 Lightning across the Bay Bridge at a hundred miles an hour wearing L. L. Bean shorts and a Butte sheepherder’s jacket … booming through the Treasure Island tunnel at the lights of Oakland and Berkeley and Richmond, not quite sure which turn-off to take when I got to the other end (always stalling at the toll-gate, too twisted to find neutral while I fumbled for change) … but being absolutely certain that no matter which way I went I would come to a place where people were just as high and wild as I was: No doubt at all about that. …

There was madness in any direction, at any hour. If not across the Bay, then up the Golden Gate or down 101 to Los Altos or La Honda. … You could strike sparks anywhere. There was a fantastic universal sense that whatever we were doing was right, that we were winning. …

And that, I think, was the handle – that sense of inevitable victory over the forces of Old and Evil. Not in any mean or military sense; we didn’t need that. Our energy would simply prevail. There was no point in fighting – on our side or theirs. We had all the momentum; we were riding the crest of a high and beautiful wave. …

So now, less than five years later, you can go up on a steep hill in Las Vegas and look West, and with the right kind of eyes you can almost see the high-water mark – that place where the wave finally broke and rolled back. [pp. 66-68]

Pubblicato su Recensioni. 2 Comments »

2 Risposte to “Fear and Loathing in Las Vegas”

  1. David Foster Wallace – Salon.com « Sbagliando s’impera Says:

    […] another writer before him, a man who was also considered something other than a journalist: Hunter S. Thompson. Both writers took reportage a step further than the literary techniques of Gay Talese, Joan Didion […]

  2. David Wolman – The End of Money « Sbagliando s'impera Says:

    […] fanatico, detrattore o profeta di un futuro senza contante. A tratti, David Wolman sembra un Hunter S. Thompson senza additivi […]


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