Grace – Jeff Buckley

Quando ascolto questa canzone mi chiedo sempre: come fa a nascere un capolavoro? Jeff Buckley era sicuramente molto bravo, aveva una voce stupenda che ricordava quella del padre, è morto prematuramente. Ma non c’è niente nella sua produzione che raggiunga le vette di Grace, che ha tutto: un ritmo trascinante, un’interpretazione sentita, bel suono e bella chitarra…

Purtroppo non mi lascia incorporare il video e temo dovrete accontentarvi di andarlo a vedere su YouTube.

[PS 11.7.2009 la Sony l’ha fatta togliere anche da YouTube, ma un’anima buona l’ha rimessa con un piccolo escamotage…]

There’s the moon asking to stay
Long enough for the clouds to fly me away
Though it’s my time coming, I’m not afraid, afraid to die
My fading voice sings of love,
But she cries to the clicking of time,
Of time

Wait in the fire…

And she weeps on my arm
Walking to the bright lights in sorrow
Oh drink a bit of wine we both might go tomorrow,oh my love
And the rain is falling and I believe
My time has come
It reminds me of the pain I might leave
Leave behind

Wait in the fire…

And I feel them drown my name
So easy to know and forget with this kiss
But I’m not afraid to go but it goes so slow

Wait in the fire…

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Permette, signora

Tu chiamale, se vuoi, perversioni

Ma mi dite perché, se il Paese va a scatafascio (non declino, scatafascio), Soltanto Francesco Saverio Borrelli e io dobbiamo resistere, resistere, resistere?

Bella straniera, ma chi sei,
ti vedo in tutti i sogni miei,
da quando t’ho incontrata
così innamorato non sono stato mai.

Nella balera aspetterò,
un giorno o l’altro arriverai
con il marito, il fidanzato
e un uomo sposato che non ti lascia mai.

Permette signora,
mi guarda da un’ora
vuol dir che stasera
si è accorta di me.

Ha visto che luna,
non amo nessuna,
se balla mezz’ora
le pago un caffè.

Permette signora,
mi guarda da un’ora
vuol dir che stasera
si è accorta di me.

Ha visto che luna,
non amo nessuna,
se balla mezz’ora
le pago un caffè.

Bella straniera ti lasciai
per non morir dei vezzi tuoi,
ho fatto il militare,
tre mesi di mare pensando sempre a te.

E questa sera sono quì,
tu puntuale arriverai
con il marito, il fidanzato
e l’uomo sposato che non ti lascia mai.

Permette signora,
mi guarda da un’ora
vuol dir che stasera
si è accorta di me.

Lo so sono audace
ma il rischio mi piace,
mi faccia felice
e fuggisca con me.

Permette signora,
mi guarda da un’ora
vuol dir che stasera
si è accorta di me.

Lo so sono audace
ma il rischio mi piace,
mi faccia felice
e fuggisca con me.

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Il pizzardone armato

Finalmente una notizia che ci rassicura tutti! Tra poco il pizzardone romano, in fama di “bonario” anche prima del veltroniano buonismo, sarà armato di pistola, come del resto i colleghi di Milano, Torino, Palermo, Napoli, Bari, Bologna, Firenze, Cagliari, Viterbo, Rieti, Latina e Frosinone. Finalmente! Altro che esercito: i militari messi in servizio di pubblica sicurezza da Ignazio La Russa sono 3.000 in tutta Italia, qui parliamo di 6.150 vigili urbani con contratto a tempo indeterminato, cui se ne aggiungono poco meno di 500 a tempo determinato. Insomma, quasi 7.000 pistole in più in giro per Roma. Tutti più sicuri, allora?

Sì, certo, la deterrenza… Però a me le pallottole fanno paura, da qualunque parte arrivino. E più pistole ci sono in giro, più cresce la probabilità di buscarsi una pallottola vagante, anche se non era indirizzata a te ma a qualche poveraccio intento a rovistare in un cassonetto. Fuoco amico? ma amico di chi?

Per fortuna, leggo qui (ma non so quanto la fonte sia attendibile) che 4.200 vigili romani fanno lavoro d’ufficio e dunque, immagino, non pattuglieranno le strade (al massimo, si può prevedere qualche delitto passionale tra le mura del Campidoglio…). Quanto ai 1.950 addetti alla viabilità, mi auguro che usino la pistola con discernimento maggiore di quello che applicano alla regolazione dei semafori (magari studiando un po’, ma questa è un’altra storia).

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6 agosto – Diego Velázquez

Morto il 6 agosto 1660.

Il suo dipinto più famoso sono Las Meninas, soprattutto per la reinterpretazione di Picasso.

Michel Foucault, in Le parole e le cose, sostiene che il “vero” soggetto del quadro è il concetto stesso di rappresentazione: schermi e specchi, e la disposizione stessa dei personaggi (il re e la regina sono riflessi nello specchio, e dunque rappresentati mentre osservano la scena, mentre il pittore stesso è rappresentato sulla sinistra, e dunque non può osservare la scena che sta rappresentando… se ci fate caso, è lo stesso gioco quasi escheriano di cui abbiamo già parlato).

Qualche anno fa sono stato, a Siviglia, a una bella mostra si Velázquez e ho scoperto che, da giovane, non sapeva dipingere i piedi di Cristo sovrapposti nella crocefissione, e quindi li dipingeva paralleli. Fateci caso in questi due esempi.

Quanto a Picasso, ecco una delle sue reinterpretazioni, al Museu Picasso di Barcellona.

Post-sessantottino 2

Un ragazzo e una ragazza, minorenni, si scambiano “effusioni amorose” in un parco di Modena.

Ne parlano tutti i giornali, forse anche per il vuoto di notizie d’agosto e per la tendenza in atto da qualche tempo sui telegiornali e sulla stampa, di dare notizie “leggere”. E ne parlano con un tono tra il morboso e il moralistico. Erano completamente nudi, ci tengono tutti a precisare (perché, i giornalisti fanno l’amore vestiti?). A quell’ora il parco è frequentato da mamme e bambini, ci spiegano. Sarà: a me, che ho guardato su Google Earth, sembra un’area vasta e non particolarmente ombreggiata all’estrema periferia sud della città, forse non frequentatissima a inizio agosto…

È scattata una denuncia per “atti osceni in luogo pubblico” e i due sono stati riportati dai genitori. Troppa severità forse, penso. Vado avanti a leggere e capisco: erano entrambi “di origine africana”.

Sono troppo paranoico se ipotizzo che il colore della pelle abbia influenzato lo scandalo di chi ha chiamato la polizia e la severità delle forze dell’ordine? Che se non fossero stati figli di immigrati ci si sarebbe limitati a ignorarli, magari con un’ombra di invidia e di rimpianto per i 17 anni che abbiamo avuto tutti? O per le difficoltà che i ragazzi che non hanno una  stanza o un’automobile devono superare per avere un po’ d’intimità?

Ma io sono un post-sessantottino, e continuo a pensare che fare l’amore sia meglio che fare la guerra…

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Post-sessantottino

Sessantottino, secondo il De Mauro online, è “chi ha partecipato al movimento di contestazione giovanile del 1968; anche, ironicamente, chi ne continua le idee, gli atteggiamenti, eccetera”. Di post-sessantottino, il vocabolo utilizzato da Ignazio La Russa per indicare chi non vede di buon occhio il dispiegamento dell’esercito per compiti di ordine pubblico, nessuna traccia nei vocabolari.

Ma stia tranquillo La Russa, abbiamo capito lo stesso.

Io nel 1968 mi avviavo a compiere 16 anni. Per me il 1968, e gli anni che lo hanno preceduto e seguito, sono stati anni formativi. Ne continuo, per quanto posso, le idee e gli atteggiamenti, senza ironia e senza vergogna. Ringrazio i miei genitori, la mia scuola, i miei compagni e le disordinate letture di quegli anni per quello che mi hanno dato e mi hanno lasciato. Non mi nascondo le ingenuità e gli errori che ho commesso, da solo o dentro l’impegno politico e sociale. Ma quei valori e quegli atteggiamenti ho cercato, convinto, di trasmetterli anche ai miei figli.

La Russa, che è del 1947, nel 1968 di anni ne aveva 21. Studiava Giurisprudenza a Pavia, dopo aver fatto il liceo in un collegio svizzero, immagino perché la Statale di Milano era troppo rossa per lui, fascista e figlio di un senatore fascista. Però picchiava a Milano (“protagonista di tutte le battaglie politiche della Destra in Lombardia”, è la dizione eufemistica ed edulcorata della biografia sul suo sito): picchiava, confermo, con i suoi camerati. I fascisti a Milano in quegli anni picchiavano e basta (se non facevano di peggio). Dalla rete son scomparse – forse a suon di denunce – la maggior parte delle memorie sul La Russa di quegli anni.

Ma questi metodi tu li conosci bene, Ignazio La Russa. Io mi ricordo di te, sai? mi ricordo il picchiatore La Russa, mi ricordo cosa dicevi sulla pena di morte, sulle donne comuniste. Ti ho visto passare un mucchio di volte, e mi ricordo il coraggio, sempre in giro in branco, l’onore, sempre menare i più piccoli, e la lealtà, ti chiamavano Mennea, tanto eri bravo a dartela a gambe. [tratto da qui]

Ma non è di La Russa che voglio parlare. Siamo in un paese democratico, è stato eletto (anche se non scelto dai cittadini, ma dalle segreterie dei partiti), la sua coalizione ha vinto ed eccolo ministro. Nulla da eccepire. Parliamo invece dell’impiego dell’esercito per funzioni di pubblica sicurezza. In Italia operano 5 corpi nazionali, alle dirette dipendenze del governo, con funzioni di ordine pubblico:

  • La Polizia di Stato: 110.000 effettivi
  • L’Arma dei Carabinieri: 111.000 effettivi
  • La Guardia di Finanza: oltre 65.000 effettivi
  • La Polizia Penitenziaria: oltre 45.000 in organico
  • Il Corpo Forestale dello Stato (non sono riuscito a sapere quanti sono con esattezza, ma dovrebbero essere 8-10.000).

Alle forze nazionali di polizia (tutte quelle sopra elencate svolgono funzioni di pubblica sicurezza) si aggiungono quelle locali (la polizia municipale e quella provinciale).

Secondo una fonte internazionale citata anche nella rubrica di Beppe Severgnini, l’Italia è uno dei Paesi con il maggior numero di tutori dell’ordine in assoluto (322.483) e relativamente alla popolazione (5,6 per 1.000 abitanti: quasi il doppio della Germania e della Spagna, che ne hanno 2,9, mentre la Francia ne ha poco più di 2). I 3.000 militari messi in campo da La Russa incrementano il numero degli addetti alla pubblica sicurezza di meno dell’1%: penso sia ragionevole non aspettarsi risultati concreti, se non un po’ di pubblicità al governo e al ministro.

In Italia, i ricercatori (o meglio gli addetti alla ricerca e sviluppo, nel settore pubblico e in quello privato) sono 3 ogni 1.000 abitanti, valore che ci colloca agli ultimi posti in Europa e tra i paesi sviluppati.

Ma allora, le forze armate mettiamole a fare ricerca!

Tabe

Secondo il De Mauro online, 3 accezioni, tutte letterarie:

  1. pus che cola da piaghe o ferite
  2. grave e progressivo deperimento dell’organismo, consunzione: gl’infami avoli tuoi di tabe | marcenti o arsi di regal furore (Carducci)
  3. figurato, degradazione, corruzione morale.

La tabe dorsale è propriamente una malattia a eziologia luetica propria dell’età adulta, causata da fenomeni degenerativi del midollo spinale e dei tronchi sensitivi, che degenera in sclerosi e provoca dolori, parestesie, disturbi della sensibilità, crisi viscerali, perdita di riflessi nervosi e ipotonia muscolare, deficit motori e atrofia del nervo ottico.

Dal latino tabes, “il perdersi a poco a poco di una cosa per fusione o putrefazione”, dal verbo tabeo (“mi liquefaccio, mi struggo”). Esiste anche il sostantivo tabum (“marcio, sangue corrotto, peste”). La radice indoeuropea ta- è all’origine delle parole che fanno riferimento al disgelo, come l’inglese to thaw.

Dedicato a GPO.

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Here Comes Everybody – Clay Shirky

Shirky, Clay (2008). Here Comes Everybody. The Power of Organizing without Organizations. London: Allen Lane. 2008.

Sono un po’ deluso. Il libro di Clay Shirky (sì, in America ci si può chiamare “Argilla” di nome senza essere necessariamente de’ coccio, come si dice a Roma) è stato preceduto da un grande tam tam, non dalla pubblicità commerciale, naturalmente, ma dalla rete dei guru e dei digerati, proprio una delle reti sociali di cui il libro parla. Ne hanno parlato Edge e lo stesso Shirky, che è stato anche keynote speaker al Web 2.0 Expo di San Francisco (22-25 aprile 2008). Mi aspettavo quindi molto, e molto di innovativo. E invece…

Il nòcciolo del problema, secondo me, sta in quello che lo stesso Shirky racconta negli Acknoledgments alla fine del volume, ringraziando la moglie:

Finally, of course, is Almaz Zelleke, my wonderful wife, who looked across the dining room table one day and said, “Time for you to write a book,” …

Forse non gli avrebbe dovuto suggerire di scrivere un libro, perché i contenuti interessanti avrebbero potuto essere più efficacemente riassunti in uno o più articoli, una volta depurati dei numerosi esempi riportati in forma aneddotica. È vero che i temi e le osservazioni di Shirky sono spesso originali, e che le esemplificazioni sono indispensabili in un’opera di divulgazione, ma – ahimè – gli esempi sono quelli che abbiamo già letto un milione di volte, da Wikipedia alle smart mobs

Quella che sarebbe la mia recensione è ben riassunta da questa, di Stephen R. Laniel che ho trovato sulla pagina di Amazon dedicata al libro:

If you read enough, you just have to be wary of “Here Comes Everybody” and its ilk. If you’re the sort of person thinking of reading Shirky’s book, you’ve probably also read Larry Lessig (Code), Yochai Benkler (The Wealth of Networks, not to mention essays like “Coase’s Penguin”), Shapiro and Varian (Information Rules), maybe Weinberger (Everything is Miscellaneous), and on and on. You’ve used the Wikipedia. You may well use Linux. You’ve learned about “the wisdom of the crowds” (Surowiecki). You’ve got “the long tail” in there somewhere too.

What does Shirky add to this cacaphony? He adds one important special case of all of the above: the Internet lets us form groups effortlessly.

Leggetelo, comunque, soprattutto se non ricadete nelle categorie elencate da Laniel. I capitoli che ho trovato più interessanti sono il quarto (Publish, then Filter) e soprattutto il decimo (Failure for Free).

Qui sotto il discorso tenuto al Web 2.0 Expo.

Catacresi

Catacrèsi (o catàcresi): l’estensione usuale di una parola o di una locuzione oltre i limiti del suo significato proprio (ad esempio: la gamba del tavolo, il collo della bottiglia) (De Mauro online).

Dal greco κατάχρησις (κατα “giù, al di là” + χρησθαι “usare, adoperare”). È una figura retorica ormai entrata nell’uso comune, impiegata per designare qualcosa per cui la lingua non offre un termine specifico. Si tratta soprattutto di antiche metafore e metonimie non più avvertite come tali. Sono sinonimi di catacresi “abusio” e “acirologia”.

Sono forme comuni di catacresi:

  • L’uso di una parola per denotare qualcosa di radicalmente differente dal suo significato comune ( ‘Tis deepest winter in Lord Timon’s purse – Shakespeare, Timon of Athens)
  • L’uso di una parola per denotare qualcosa che non avrebbe altrimenti un suo nome (‘la gamba del tavolo’)
  • L’uso di una parola fuori contesto (‘Non hai sentito? Sei forse cieco?’)
  • L’uso di una logica paradossale o contraddittoria
  • L’uso di una metafora illogica (mixed metaphor) (‘To take arms against a sea of troubles…’ – Shakespeare, Hamlet)
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Le vite degli altri

Le vite degli altri (Das Leben der Anderen), 2006, di Florian Henckel von Donnersmarck, con Martina Gedeck e Ulrich Mühe.

Opera prima sorprendente di un giovane regista (è nato il 2 maggio 1973) di grandissimo talento. Bravissimi gli attori. Meticolosa la ricostruzione.

Non è un film storico o di denuncia sulle malefatte della Stasi (Ministerium für Staatssicherheit), ma sull’animo umano, sulla sua complessità, sulla diversità delle risposte alle situazioni di stress. Senza nessuna fuga nelle retoriche del mistico o dell’ineffabile, ma con un sano eppure poeticissimo sguardo naturalistico (rivelatrice la scena in cui l’inquisitore Gerd Wiesler, capitano della Stasi, insegna ai suoi studenti a conservare l’odore degli accusati, raccolto dal cuscino della sedia su cui sono stati interrogati).

Pochi, in realtà, i riferimenti direttamente politici. Dove ci sono, sono riferiti allo iato, proposto come incolmabile, e anzi antagonistico, tra “volontà politica” (la metto tra virgolette perché la intendo in senso schopenhaueriano – volontà di potenza– e craxiano – quando c’è la volontà politica tutto è possibile) e arte (Georg Dreyman: “Penso a ciò che ha detto Lenin sull’Appassionata di Beethoven: ‘Non devo ascoltarla o non terminerò la rivoluzione’. Ma come fa chi ha ascoltato questa musica, ma veramente ascoltato, a rimanere cattivo?”).

Ma il film è politico lo stesso, fortemente politico, e direttamente rivolto all’oggi. Il muro di Berlino è caduto da quasi 20 anni, ma il muro per cui il talento (o la competenza, o la capacità professionale) sono condizione a volte necessaria, ma mai sufficiente per realizzarsi nel lavoro è tuttora in piedi. Alcuni lo chiamano “poteri forti”, altri “arroganza del potere”, ma il muro è lì, ben saldo, e ognuno di noi lo sperimenta quotidianamente sul proprio luogo di lavoro (ammesso che ce l’abbia, un lavoro). Il potere con il suo codazzo di mediocri vopos…

Georg Dreyman: Christa-Maria, tu sei una grande attrice. Io lo so. E anche il tuo pubblico lo sa. Non hai bisogno di lui. E non hai bisogno di quelle pillole. Resta qui, non andare.
Christa-Maria: Davvero?! Non ho bisogno di lui? Non ho bisogno dell’appoggio del sistema? E tu?! Anche tu ne puoi fare a meno, o non puoi in realtà? È come se andassi a letto con loro anche tu. Perché lo fai? Perché sai che possono distruggerti! Malgrado il tuo talento, al minimo dubbio che hanno su di te. Perché loro decidono quale lavoro può andare in scena, chi può recitarci e chi può dirigerlo. Tu non vuoi finire [morto suicida] come Jerska. E nemmeno io, perciò adesso vado.

Un secondo aspetto affascinante del film è la complessità dei personaggi. Il dominio incontrastato della cinematografia di Hollywood ci ha abituato alla semplificazione assoluta delle scelte morali: vediamo ormai soltanto favolette da bambini, in cui i buoni sono buonissimi e i cattivi veramente cattivi. Film in bianco e nero, nonostante tutti gli effetti speciali. In questo film, come nella vita (la nostra e quella degli altri) le persone sono complesse, nessuno è del tutto buono e neppure del tutto spregevole. Tutti sbagliano, anche drammaticamente, e però cambiano. Anche in questo è un film profondamente europeo, tedesco e schopenhaueriano (“l’amore è compassione”): per cambiare è necessario entrare nelle vite degli altri. La contraddizione della spia perfetta (Le Carrè!) è che non basta osservare e ascoltare, ma è necessario partecipare fino a immedesimarsi; ma una volta che ti sei messo nei panni degli altri ti fai carico anche delle loro speranze e dei loro dolori…

L’ultima notazione è più professionale, e scaturisce dall’incipit dell’articolo di Dreyman per lo Spiegel:

L’ufficio di Stato per la statistica di Hans-Beimler-Straβe calcola tutto, sa tutto. Quante paia di scarpe compro in un anno: 2,3. Quanti libri leggo in un anno: 3,2. Quanti studenti conseguono la maturità con il massimo dei voti: 6,347. Ma una statistica non viene più raccolta, forse perché provoca dolore persino negli imbratta-carte, ed è quella sul tasso di suicidi…

Alla statistica ufficiale – i cui principi fondamentali sono sanciti dall’ONU – si chiede di essere veritiera, cioè di rappresentare fedelmente, anche se in forma sintetica, la realtà. Ma si chiede anche di essere esaustiva, cioè di rappresentare tutti gli aspetti della realtà che sono utili a informare i cittadini?

Il punto non è irrilevante né capzioso. Non solo perché (come sa bene chi, come me, è stato alunno dei gesuiti) una cosa è mentire; altra tacere una verità. Ma anche perché, più sostanzialmente, in presenza di risorse limitate, rappresentare o meno statisticamente un fenomeno è anche una scelta sottoposta a criteri di economicità, cioè a una valutazione dei costi e dei benefici della produzione di dati statistici su un determinato fenomeno. Nei paesi democratici, a differenza che nella DDR, il programma delle rilevazioni statistiche è (quanto meno formalmente) deciso nell’ambito della rappresentanza politica dei cittadini (governo e parlamento). Ma ci sono molti modi per nascondere l’informazione (non solo statistica): uno è tacerla, come avveniva nella DDR del 1984, l’altra è occultarla sotto il “rumore” dell’informazione irrilevante e di cattiva qualità…

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