Gomorra

Gomorra, 2008, di Matteo Garrone, con Toni Servillo (e molti altri).

Un bel film, diciamolo subito. Un film sinceramente neo-realista, per molti versi. Un film fedele al libro da cui è tratto.

Proprio quest’ultimo aspetto, però, mi permette di chiarire i motivi della mia parziale insoddisfazione. Sono uscito dal cinema un po’ perplesso, dicendomi: “Il libro è meglio”. Ma, al tempo stesso, chiedendomi perché. Nessuno dei motivi che, in genere, ti fanno manifestare questo tipo di insoddisfazione mi sembrava all’opera.

Come dicevo, infatti, il film è molto fedele al libro. E non a caso, perché l’autore del libro, Roberto Saviano, è anche autore del soggetto e uno degli autori della sceneggiatura. Gli attori, in buona parte presi dalla strada (com’è, appunto, nelle tradizioni del neo-realismo) sono perfetti; più che perfetti, veri. Il suono in presa diretta cattura la lingua e i rumori di Napoli e del suo hinterland senza compiacimenti oleografici. Le “storie” (come le chiamano gli stessi autori nei titoli di coda) sono proprio quelle. E allora?

Penso che la differenza di fondo, a questo punto, sia nella diversità dei mezzi. Nel film, mi pare, prevale sempre il coinvolgimento emotivo, perché tutti i tuoi sensi sono “ingannati” dal mezzo. Nel libro, mezzo freddo per eccellenza, il lettore ha lo spazio per “riempire” i vuoti di informazione non trasmessa con la sua informazione a priori, e quindi per “tenere le distanze”. Gomorra, poi, è un testo sui generis: romanzo, lo chiama lo stesso Saviano; romanzo storico, direi io, nel senso in cui lo sono I promessi sposi; o forse docu-fiction.

Ecco, penso che la differenza fondamentale tra libro e film, e il mio principale motivo di insoddisfazione sia questo. Il libro mi ha provocato un colpo di fulmine. Quando ho cominciato a leggerlo mi sono detto: “ahah, ecco, questa è la camorra, così funziona la camorra”. E il secondo pensiero è stato: devo farlo leggere ai miei studenti. Il contrario di quando, da ragazzo, milanese, cercavo di capire che cosa fosse la mafia e non lo capivo (se l’ho capito è grazie a Falcone). Provo a spiegarmi: Il giorno della civetta, o A ciascuno il suo, di Sciascia, presuppongono che tu sappia già che cos’è la mafia e come funziona. Gomorra no, Gomorra te lo spiega. Fin dal primo capitolo. E il primo capitolo è essenziale alla comprensione, alla collocazione nel tempo e nello spazio, nella storia, nelle relazioni economiche e sociali, di tutto il resto del libro, romanzo o reportage che sia.

Questo incredibile, sconvolgente viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra si apre e si chiude nel segno delle merci, del loro ciclo di vita. Le merci “fresche”, appena nate, che sotto le forme più svariate – pezzi di plastica, abiti griffati, videogiochi, orologi – arrivano al porto di Napoli e, per essere stoccate e occultate, si riversano fuori dai giganteschi container per invadere palazzi appositamente svuotati di tutto, come creature sventrate, private delle viscere. E le merci ormai morte che, da tutta Italia e da mezza Europa, sotto forma di scorie chimiche, morchie tossiche, fanghi, addirittura scheletri umani, vengono abusivamente “sversate” nelle campagne campane, dove avvelenano, tra gli altri, gli stessi boss che su quei terreni edificano le loro dimore fastose e assurde – dacie russe, ville hollywoodiane, cattedrali di cemento e marmi preziosi – che non servono soltanto a certificare un raggiunto potere ma testimoniano utopie farneticanti, pulsioni messianiche, millenarismi oscuri.
Questa è oggi la camorra, anzi, il “Sistema”, visto che la parola “camorra” nessuno la usa più: da un lato un’organizzazione affaristica con ramificazioni impressionanti su tutto il pianeta e una zona grigia sempre più estesa in cui diventa arduo distinguere quanta ricchezza è prodotta direttamente dal sangue e quanta da semplici operazioni finanziarie. Dall’altro lato un fenomeno criminale profondamente influenzato dalla spettacolarizzazione mediatica, per cui i boss si ispirano negli abiti e nelle movenze a divi del cinema e a creature dell’immaginario, dai gangster di Tarantino alle sinistre apparizioni de Il corvo con Brandon Lee. Figure come Gennarino McKay, Sandokan Schiavone, Cicciotto di Mezzanotte, Ciruzzo ‘o Milionario, se non avessero provocato decine di morti ammazzati potrebbero sembrare in tutto e per tutto personaggi inventati da uno sceneggiatore con troppa fantasia. In questo libro avvincente e scrupolosamente documentato Roberto Saviano ha ricostruito sia le spericolate logiche economico-finanziarie ed espansionistiche dei clan del napoletano e del casertano, da Secondigliano a Casal di Principe, sia le fantasie infiammate che alle logiche imprenditoriali coniugano il fatalismo mortuario dei samurai del medioevo giapponese. Ne viene fuori un libro anomalo e potente, appassionato e brutale, al tempo stesso oggettivo e visionario, di indagine e di letteratura, pieno di orrori come di fascino inquietante, un libro il cui giovanissimo autore, nato e cresciuto nelle terre della più efferata camorra, è sempre coinvolto in prima persona. Sono pagine che afferrano il lettore alla gola e lo trascinano in un abisso dove davvero nessuna immaginazione è in grado di arrivare. [dalle note di copertina]

Questo è quello che mi è mancato nel film, nonostante la storia di Angelina Jolie sia raccontata anche lì.

Qui il trailer:

Merita una citazione a sé la bellissima Herculaneum (composta da Robert “3D” Del Naja e Neil Davidge dei Massive Attack) che accompagna i titoli di coda.

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Euroma 2

Sono senza fiato. E (quasi) senza parole.

L’esterno, un parallelepipedo un po’ sprofondato e sormontato da cupole, non dà l’idea dell’interno: l’idea che un ragazzino delle medie può avere della reggia di Nerone, filtrata attraverso Quo Vadis e il Caesar’s Palace di Las Vegas.

Richard Meier – Chiesa di Dio Padre Misericordioso

Sono andata a visitarla ieri. Bianco abbacinante in una giornata di sole spietato.

Molto bella, con il contrasto tra le tre “vele” curve (la trinità? la chiesa come barca? – preferisco pensare che, in architettura come in musica, il “programma” venga dopo la concezione del tema e lo “sviluppo” dell’opera) e le masse dei parallelogrammi accentuati da contrasti tra bianco e ombra (il travertino) e tra vuoto e pieno.

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Johann Sebastian Bach

Morto a Lipsia il 28 luglio 1750, per i postumi di un’operazione agli occhi.

Ma per me, e per molti altri, la sua musica non è morta ed è fonte di continua gioia.

Lo ricordiamo con le Variazioni Goldberg interpretate da Glenn Gould (versione registrata nell’aprile-maggio 1981 negli studi CBS a New York):

Aria

Variazioni 1-10

Variazioni 11-14

Variazioni 15-20

Variazioni 21-24

Variazioni 25-28

Variazioni 29-30 e Aria da capo

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When I Was Cruel – Elvis Costello

Non so se ho mai confessato la mia passione per Elvis Costello. Costello ha scritto delle canzoni bellissime.

Cominciamo da When I Was Cruel No. 2. Qui ripresa da uno show televisivo olandese (la registrazione del sonoro è un po’ melmosa).

I exit through the spotlight glare
I stepped out into thin air
Into a perfume so rarefied
“Here comes the bride”

Not quite aside, they snide, “She’s number four”
“There’s number three just by the door”
Those in the know, don’t even flatter her,
they go one better
“She was selling speedboats in a tradeshow when he met her”

Look at her now
She’s starting to yawn
She looks like she was born to it
But it was so much easier
When I was cruel

She reaches out her arms to me
Imploring: “Another melody?”
So she can dance her husband out on the floor
The captains of industry just lie there where they fall

In eau-de-nil and pale carnation creation
A satin sash and velvet elevation
She straightens the tipsy head-dress of her spouse
While hers recalls a honey house

There’ll be no sorrows left to drown
Early in the morning in your evening gown
But it was so much easier
When I was cruel

The entrance hall was arranged with hostesses and ushers
Who turned out to be the younger wives nursing schoolgirl crushes
Parting the waves of those few feint friends
Fingers once offered are now too heavy to extend

The ghostly first wife glides up on stage whispering to raucous talkers
Spilling family secrets out to flunkeys and castrato walkers
See that girl,
Watch that scene
Digging the “Dancing Queen”

Two newspaper editors like playground sneaks
Running a book on which of them is going to last the week
One of them calls to me
And he says, “I know you”
“You gave me this tattoo back in ’82”
“You were a spoilt child then with a record to plug”
“And I was a shaven headed seaside thug”
“Things haven’t really changed that much”
“One of us is still getting paid too much”

There are some things I can’t report
The memory of his last retort
But it was so much easier
When I was cruel

Look at me now
She’s starting to yawn
She looks like she was born to it
Ah, but it was so much easier
When I was cruel

Qui (sempre dal vivo) l’interpretazione mi sembra più convinta e tesa, anche se la canzone è un po’ tagliata.

A proposito, se trovate qualcosa di familiare nella canzone di Costello, riascoltate Un bacio è troppo poco di Mina!

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A Hard Rain’s A-Gonna Fall

Una delle più belle canzoni di Bob Dylan. Forse la più bella per il testo.

Qui la versione dal vivo del Concert for Bangla Desh:

Oh, where have you been, my blue-eyed son?
Oh, where have you been, my darling young one?
I’ve stumbled on the side of twelve misty mountains,
I’ve walked and I’ve crawled on six crooked highways,
I’ve stepped in the middle of seven sad forests,
I’ve been out in front of a dozen dead oceans,
I’ve been ten thousand miles in the mouth of a graveyard,
And it’s a hard, and it’s a hard, it’s a hard, and it’s a hard,
And it’s a hard rain’s a-gonna fall.

Oh, what did you see, my blue-eyed son?
Oh, what did you see, my darling young one?
I saw a newborn baby with wild wolves all around it
I saw a highway of diamonds with nobody on it,
I saw a black branch with blood that kept drippin’,
I saw a room full of men with their hammers a-bleedin’,
I saw a white ladder all covered with water,
I saw ten thousand talkers whose tongues were all broken,
I saw guns and sharp swords in the hands of young children,
And it’s a hard, and it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard,
And it’s a hard rain’s a-gonna fall.

And what did you hear, my blue-eyed son?
And what did you hear, my darling young one?
I heard the sound of a thunder, it roared out a warnin’,
Heard the roar of a wave that could drown the whole world,
Heard one hundred drummers whose hands were a-blazin’,
Heard ten thousand whisperin’ and nobody listenin’,
Heard one person starve, I heard many people laughin’,
Heard the song of a poet who died in the gutter,
Heard the sound of a clown who cried in the alley,
And it’s a hard, and it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard,
And it’s a hard rain’s a-gonna fall.

Oh, who did you meet, my blue-eyed son?
Who did you meet, my darling young one?
I met a young child beside a dead pony,
I met a white man who walked a black dog,
I met a young woman whose body was burning,
I met a young girl, she gave me a rainbow,
I met one man who was wounded in love,
I met another man who was wounded with hatred,
And it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard,
It’s a hard rain’s a-gonna fall.

Oh, what’ll you do now, my blue-eyed son?
And, what’ll you do now, my darling young one?
I’m a-goin’ back out ‘fore the rain starts a-fallin’,
I’ll walk to the depths of the deepest dark forest,
Where the people are many and their hands are all empty,
Where the pellets of poison are flooding their waters,
Where the home in the valley meets the damp dirty prison,
Where the executioner’s face is always well hidden,
Where hunger is ugly, where souls are forgotten,
Where black is the color, where none is the number,
And I’ll tell it and speak it and think it and breathe it,
And reflect it from the mountain so all souls can see it,
Then I’ll stand on the ocean until I start sinkin’,
But I’ll know my song well before I start singin’,
And it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard,
It’s a hard rain’s a-gonna fall.

Qui in un’altra interpretazione, circa 1964, cioè vicina all’epoca della composizione (perdonate l’acustica e la capigliatura).

Infine, la dissacrazione (secondo me riuscita) di Bryan Ferry.

Velodromo olimpico di Roma (RIP)

Il velodromo olimpico di Roma è stato fatto saltare con la dinamite (evento rarissimo in Italia) il 24 luglio 2008.

Questa volta non stiamo parlando di un ecomostro, ma di un capolavoro dell’architettura italiana.

Ma una cosa per volta. Cominciamo dalle immagini spettacolari della demolizione:

Il velodromo – dicono quelli che hanno deciso la demolizione (la giunta Veltroni, ahimè, che evidentemente pensava che con le demolizioni si risolvano i problemi di degrado, come illustra anche l’abbattimento di 3 “ponti” al quartiere Laurentino) – era pericolante, abbandonato da anni, rifugio di senzatetto tossici giovinastri prostitute e tutto l’elenco degli “indesiderabili”. È vero, in parte, ma non immaginatevi una favela sudamericana: erano presenze ben nascoste in un’area sterminata. E convivevano con alcune strutture attive del CONI (ad esempio, la Federazione del ciclismo, e anche i miei figli ci hanno fatto attività sportiva in ere non remote) e con un bel po’ di vegetazione e fauna urbana (quella vera: animali selvatici o inselvatichiti).

Naturalmente, basta fermarsi a riflettere per capire che il punto non è questo. Ma l’abitudine di riflettere l’abbiamo persa. Basta dire che c’era una “emergenza Velodromo” e si agisce prima di pensare.

Di fronte a una struttura abbandonata o pericolante, propongo di iniziare chiedendosi: conviene rimetterla in sesto o demolirla? Come rispondere a questa domanda? Valutando i costi e i benefici delle due alternative e – trattandosi di una struttura pubblica – assumendo il punto di vista della collettività degli abitanti del quartiere e di Roma e non soltanto quello di un eventuale investitore privato.

Tra i benefici della conservazione, secondo me, si devono mettere la funzione svolta dalla struttura e il suo pregio architettonico. Sul primo punto, mi limito a osservare che a Roma non ci sono altri velodromi comparabili a questo (tanto che si è previsto di realizzarne uno a Tor Vergata, nell’estrema periferia sud-est) e che all’Eur (quartiere piuttosto privilegiato, peraltro, proprio grazie all’eredità olimpica del 1960, ma che svolge un ruolo di richiamo e di servizio per tutta la zona tra San Paolo e Ostia) una struttura di questo tipo sarebbe stata molto utile.

Per quanto riguarda il pregio architettonico lascio parlare la scheda che ho trovato qui.

Dati
Superficie; mq 55.500
Progettisti: C. Ligini, D. Ortensi e S. Ricci
Inizio e fine lavori: Progettato nel 1958, completato per le Olimpiadi del 1960
Destinazione attuale: Recentemente è stato riconsegnato dal CONI all’EUR SpA (che l’ha prontamente abbattuto!)

Il progetto
Costruito per le Olimpiadi di Roma, è stato ufficialmente inaugurato il 30 aprile del 1960. Ubicato a nord ovest del comprensorio dell’EUR, il velodromo occupa una superfice di 55.500 mq di proprietà dell’EUR SpA.
Il velodromo ha una struttura di cemento armato in corrispondenza della tribuna principale. Le altre tribune sono appoggiate su riporti di terra stabilizzata meccanicamente. Le gradinate consentono una perfetta visibilità da ogni ordine di posti: hanno infatti un andamento variabile non solo in senso trasversale ma anche longitudinale. La pista ha uno sviluppo di 400 metri, una larghezza costante di 7,5 metri, oltre la fascia azzurra di 0,75 metri.
L’impianto dispone di una capienza di 17.660 spettatori suddivisa in tre ordini di posti: in piedi in corrispondenza delle curve; seduti, nella gradinata principale di calcestruzzo armato, coperta parzialmente da una pensilina metallica; seduti, nella gradinata dei distinti.
Sulla pista del velodromo si sono svolte le gare ciclistiche delle Olimpiadi del 1960, i Campionati del mondo del 1968 e, nel 1967, vi è stato battuto il record dell’ora.
L’ultima manifestazione svoltasi al velodromo con la partecipazione di pubblico è stata quella dei mondiali del 1968. In seguito, essendosi verificati fenomeni di assestamento delle strutture e delle tribune del pubblico, si è limitato l’uso dell’impianto ai soli allenamenti del ciclismo e dell’ hockey su prato.

L’abbandono del Velodromo dell’Eur, dunque, data dal 1968, dopo soltanto 8 anni dalla sua inaugurazione in occasione delle Olimpiadi romane. E va attribuito non all’azione di poche decine di “indesiderabili”, ma all’inerzia degli amministratori (ma attenzione, anche l’inerzia in questo caso è una scelta politica). Un’inerzia durata 40 anni, che ha avuto come protagonisti le amministrazioni di diverso colore che si sono succedute in Comune, all’Ente Eur e al CONI.

Il risultato lo leggete e lo vedete qua sotto, nella testimonianza di un romano che ha visitato il sito poco più d’un anno fa.

Seguendo le indicazioni sui commenti di questo post di Archiwatch, sono andato a vedere la condizione del velodromo olimpico dell’Eur. Per entrare, a vostro rischio e pericolo, dato che in ogni angolo campeggiano minatori cartelli di divieto, si deve alzare una grata della rete di recinzione nell’ingresso di via del ciclismo. Questo ingresso è usato da alcune persone che vivono sotto la tribuna minore, non so chi siano, se migranti o chi altro, dato che ho solo visto uscire una persona quando stavo per arrivare.
Entrati nel recinto si salgono le scale, facendo attenzione a dove si mettono i piedi, si arriva sino all’anello che gira tutto intorno alle tribune. Lo spettacolo è senza dubbio affascinante, la forma sinuosa del bordo superiore che dialoga con quello che rimane della pista, la tribuna centrale con la sua copertura metallica appare lontana e senza una scala dimensionale precisa.
La storia di quest’architettura, sfortunata sin dall’inizio per problemi statici, ora ci lascia solo un rudere e un’opaca immagine del suo antico splendore, le immagini in bianco e nero ci riportano contrasti bicromatici e quasi metallici di questa dinamica forma.

La decisione, alla fine, non è stata quella di ripristinare, eventualmente ricostruendo fedelmente, una struttura bella e utile, conservandone la funzione. È stata invece di abbatterla, costruendo al suo posto una “Cittadella dell’acqua”: cioè una bella miscela di pubblico e privato, come va di moda adesso, sottraendo l’area all’uso pubblico, e destinandola ad attività tutte commerciali e soltanto in parte sportive (per il resto, naturalmente, i soliti usi commerciali con cui si pretende di fare qualità urbana!).

08/05/2006 – Entro il 2009 l’ex velodromo olimpico di Roma lascerà il posto alla “Cittadella dell’acqua, dello sport e del benessere”. Ad annunciarlo è il sindaco Veltroni, che informa inoltre dell’imminente lancio del bando per il concorso internazionale di progettazione.
Chiusa dal 1968, la struttura in cemento armato progettata da Cesare Ligini per le Olimpiadi del 1960 diventerà un centro multifunzionale a carattere sportivo e ricreativo dedicato soprattutto agli sport acquatici e ad attività indoor e fitness. L’area ospiterà inoltre un polo medico per la riabilitazione sportiva e per le persone con ridotta capacità motoria.
L’intervento comporterà una spesa complessiva di 130 milioni di euro. A breve Eur Spa e Comune di Roma bandiranno un concorso internazionale di architettura finalizzato all’individuazione del progetto per la nuova cittadella dell’acqua. A confermare la procedura è la delibera del 3 aprile 2006 con la quale il Consiglio comunale ha approvato il programma di interventi “per il recupero e trasformazione del Velodromo Olimpico e nuova edificazione dell’area denominata Oceano Pacifico”.
Il progetto di rifunzionalizzazione dell’area è stato presentato nei giorni scorsi dal sindaco Walter Veltroni, dall’assessore all’Urbanistica Roberto Morassut, dal presidente e dall’amministratore delegato di Eur S.p.A.
L’area dell’ex velodromo ospiterà un centro multifunzionale a carattere sportivo e ricreativo che si estenderà su una superficie di 32.500 metri quadrati. La struttura sarà dotata di spazi per attività di supporto: spazi commerciali, uffici, ristorazioni ed attrezzature ricettive/mediche. In particolare, è prevista la realizzazione di:
– un centro acquatico e di benessere per 9.000 mq, con piscina olimpica omologata per gare internazionali di nuoto e pallanuoto (12.000 mq);
– un albergo;
– un centro medico di diagnostica e riabilitazione motoria;
– uffici per la promozione e la gestione della struttura (per altri 13.500 mq);
– negozi e attività sportive esterne per ulteriori 7.000 mq.

Ho tratto queste informazioni da qui. Attiro la vostra attenzione su 3 punti, così impariamo insieme a leggere criticamente e decifrare il linguaggio della politica:

  • Il costo dell’operazione: 130 milioni di euro!
  • Il concorso internazionale di architettura non è ancora stato bandito. Prima si demolisce, poi si vedrà. Questa, verosimilmente, è una responsabilità della nuova giunta Alemanno, che ha fretta di mettersi in mostra.
  • La delibera della Giunta comunale è intitolata “recupero e trasformazione del Velodromo Olimpico”: scrivi recupero, leggi demolizione! Così funzionano gli eufemismi della politica. Direte: ma è un uso del linguaggio volto a ingannare! Giusto, ma siamo noi che leggiamo distrattamente una notizia sul giornale e ci facciamo prendere in giro. Caveat emptor! Tra delibera e abbattimento sono passati più di 2 anni!
  • L’area del Velodromo è di 55.500 mq. Gli interventi previsti riguardano 32.500 mq (e già in quelli, oltre agli impianti sportivi, sono previsti negozi, alberghi e uffici). E gli altri 20.000 mq? Si accettano scommesse. Abitazioni private di lusso? L’area è pregiata.

Dell’accordo fanno parte anche altre opere pubbliche “in compensazione”, suppongo, del regalo alla speculazione: ma saranno realizzate altrove.

Che cosa resta adesso del Velodromo? Il rammarico per l’occasione perduta e la solita rabbia e la voglia di andarsene.

His Dark Materials

Pullman, Philip (1995, 1997, 2000). His Dark Materials (Northern Lights, The Subtle Knife, The Amber Spyglass). London: Scholastic. 2007.

Come mi accade abbastanza spesso, mi sono imbattuto in questo libro in modo fortuito. Sono abbonato a The Economist, e lo scorso febbraio l’editore mi ha inviato in omaggio una copia del loro magazine Intelligent Life, una rivista patinata e complessivamente irrilevante, peggio: insulsa. Ma un articolo era interessante: un’intervista a Philip Pullman, autore che non avevo mai sentito nominare.

Ho scoperto, così, che la trilogia His Dark Materials ha venduto 15 milioni di copie ed è stata tradotta in 40 paesi (Italia inclusa) e che il film La bussola d’oro (uscito intorno a Natale 2007 in Italia, e che non ero andato a vedere perché avevo trovato i manifesti singolarmente poco attraenti) era tratto dal primo volume della trilogia (Northern Lights in America è stato re-intitolato The Golden Compass). Ma quello che mi ha incuriosito di più è che il libro avesse provocato nelle gerarchie cattoliche una reazione ancora più scomposta di Harry Potter: La Association of Christian Teachers ha invitato i suoi aderenti a boicottare la pièce teatrale tratta dal libro. Il Mail on Sunday ha definito Pullman l’autore più pericoloso del Regno Unito. Più di recente, la Catholic League, negli Stati Uniti, ha invitato a boicottare il film perché “vende l’ateismo ai nostri ragazzi”.

Non potevo lasciarmelo scappare. Mi aspettavo una via di mezzo tra Harry Potter e Il signore degli anelli. Mi aspettavo, cioè, un polpettone fantasy per bambini avviati all’adolescenza o per adulti in vena di nostalgie del bel tempo che fu. Niente di tutto questo. Mi sono trovato tra le mani una storia profonda e ben scritta, problematica sotto il profilo etico e filosofico, attenta persino alla plausibilità scientifica. Il parallelo che mi è venuto in mente è con Ursula K. LeGuin, non tanto quella di The Dispossessed o di The Left Hand of Darkness, ma quella del ciclo di Earthsea. Anche nella trilogia di Pullman, i temi sono quelli al centro della condizione umana, della risposta della nostra coscienza, della nostra umanità, a situazioni ordinarie o straordinarie di tensione. Senza ricette preconfezionate, ma con una ricerca onesta e fragile del che fare e del come comunicare (empaticamente) con gli altri. Laicamente.

Certo, nel ciclo di Pullman la Chiesa, il Magisterium, è una forza dell’oscurantismo, dell’inumanità, del prevelere dei mezzi sui fini. C’è l’intolleranza, l’inquisizione, il cinismo, la guerra, la tortura, l’assassinio premeditato, la mutilazione dei bambini e l’oppressione degli adulti. Niente che la nostra Chiesa, nella sua storia, non abbia fatto. E che non abbiano fatto le altre religioni istituzionalizzate. Ma il punto non mi pare questo. Il punto mi pare quello che, per Pullman, l’individuo e l’umanità possono trovare una ragione d’essere soltanto “by thinking and feeling and reflecting, by gaining wisdom and passing it on”.

Tutto il resto è impostura: la vita dopo la morte è una grigia disperazione e le “anime” aspirano soltanto a dissolversi in atomi e a tornare nel grande ciclo della materia. Dio, l’Autorità è un fragile vecchio tenuto prigioniero, che aspira anch’egli a dissolversi nell’universo. Il regno dei cieli è un incubo di dominio. La repubblica del cielo è la piccola vita di ognuno di noi.

Ma la trilogia è anche una grande storia, un insieme di grandi storie e di grandi personaggi, umani anche se alieni. Un libro visionario, come nell’ispirazione che rimanda esplicitamente a William Blake. Un libro profondamente umano, e per questo “sacro”, come nell’ispirazione che rimanda esplicitamente al Paradiso perduto di John Milton.

Un libro, quest’ultimo, che non ho mai affrontato. Anche se avrei dovuto farlo, quanto meno per folklore familiare: un fratello di mio nonno paterno, che aveva fatto al più le elementari (siamo agli inizi del Novecento), se ne era innamorato talmente da chiamare due dei suoi figli Milton e Credo (Milto e Crèdo nella storpiatura del dialetto modenese). Proverò ad affrontare la lettura in inglese (anche se non so se me la caverò con l’inglese del 1674), oppure ripiegherò sulla buffa traduzione (ottocentesca) di Lazzaro Papi.

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Libertà erose

Stamattina l’altoparlante della metropolitana di Roma annunciava: “Si ricorda ai signori viaggiatori che nelle stazioni della metropolitana è vietato effettuare scatti fotografici”.

A parte il linguaggio burocratico (non si fanno foto, si effettuano scatti fotografici), “si ricorda”. Perché, ce l’avevano detto prima? È scritto da qualche parte, in caratteri minuti, sul contratto di trasporto?

E non è un’erosione, per quanto piccolissima, delle nostre libertà individuali?

Tanto più fastidiosa, dal momento che nelle stazioni della metropolitana siamo “videosorvegliati”, anche se – suppongo – per il nostro bene e per la nostra sicurezza?

O forse la ragione è biecamente commerciale, come questa notizia (tratta dal sito di Metroroma) induce a sospettare?

Metro è un set

Metropolitana di Roma S.p.A. offre molteplici soluzioni scenografiche, didascalie della realtà metropolitana, dove i moderni criteri architettonici si fondono con le testimonianze di forme passate. Lo dimostra il fatto che registi, fotografi e società di produzione  ne fanno continua richiesta per ambientare film, cortometraggi, fiction, documentari e spot.

Ogni anno riceviamo oltre 150 richieste per poter effettuare riprese cinematografiche o eseguire servizi fotografici, all’interno delle stazioni della metropolitana di Roma e lungo le tratte ferroviarie Roma-Lido, Roma-Pantano e Roma-Viterbo, ospitando frequentemente troupe e cast artistici.
Negli ultimi due anni, per esempio, sono state accordate autorizzazioni alla Cecchi Gori Group, alla casa di produzione romana Cattleya, alla Bianca Film, alla Rai e a Mediaset.
Le stazioni della metropolitana e delle ferrovie regionali sono state scelte come location per i loro film da Vincenzo Salemme, Carlo Verdone, Penelope Cruz, Sergio Castellitto, Nicoletta Braschi, Donald
Sutherland, solo per citare alcuni nomi.
Numerose richieste anche dalle produzioni di fiction: l’ultima in ordine di tempo, quella di Distretto di Polizia, in onda su Canale 5, che ha ambientato alcune scene nelle stazioni di Anagnina e Saxa Rubra.
Metropolitana di Roma S.p.A., comunque, viene anche spesso incontro alle esigenze dei privati cittadini, dei laureandi in preparazione  delle loro tesi, studenti di materie artistiche e tecniche che devono formarsi sul campo, dei giovani registi al primo ciak, che intendono girare dei corti/opere prime, fino alle richieste di intere scolaresche.
Chiunque desideri ricevere informazioni più dettagliate per la realizzazione di riprese cinematografiche, televisive, servizi fotografici all’interno delle strutture in gestione a Metropolitana di Roma S.p.A., può
contattare telefonicamente la Direzione Comunicazione al numero 06.57532846 oppure accedere qui sotto alla procedura di autorizzazione.
Le autorizzazioni saranno ad insindacabile giudizio di Metropolitana di Roma S.p.A..

A insindacabile giudizio. Alla faccia del bicarbonato.

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Cicale

Le cicale sono il suono dell’estate.

Quelle più frequenti da noi hanno il nome scientifico di Lyristes plebejus. Sembrano grosse mosche (sono lunghe dai 2 ai 4 centimetri) e se ne stanno sugli alberi, soprattutto sui pini marittimi, a emettere il loro “canto”.

Nonostante l’apparenza inconspicua, sono animali molto interessanti, per una serie di motivi.

Partiamo da quelli biologici. Il “canto”, anzitutto. Come è facile immaginare, è un canto di corteggiamento, un richiamo sessuale. Soltanto i maschi lo fanno, le femmine della specie sono mute (e qui mi sorgono alla mente considerazioni che non condivido, ma mi fanno sorridere…). Il canto non è prodotto dallo sfregamento di parti esterne del corpo, come accade per i grilli, ma da un organo stridulatore posto sotto l’addome. L’apparato è costituito da lamine (timballi) tese da tendini che le collegano a muscoli particolarmente potenti, sui lati dell’addome; per produrre il suono l’insetto fa vibrare le lamine e camere d’aria provvedono alla risonanza. Qui sotto lo schema (scusate il tedesco!).

La femmina depone le uova sugli alberi, ma quando si dischiudono le larve scendono a terra e iniziano una vita sotterranea (ipogea) che dura (nelle cicale italiane) 4 anni. Le larve hanno zampe anteriori scavatrici grazie alle quali si spostano da una radice all’altra per nutrirsi. Poi i giovani individui (già molto simili agli adulti, ma privi di ali, con due zampe anteriori adatte allo scavo del terreno) escono dal suolo e cercano un albero dove arrampicarsi ed effettuare la muta.

La cosa veramente interessante sotto il profilo dell’evoluzione è il lungo periodo che le larve passano sotto terra. C’è un genus di cicale nord-americane, le Magicicadae, che hanno un ciclo di 13 (in 4 specie) o di 17 anni (in 3 specie). I loro cicli sono sincronizzati: gli adulti si sviluppano tutti insieme, un dato anno, e sono assenti negli anni intermedi. Perché? Perché 13 e 17 sono numeri primi, abbastanza grandi da rendere improbabile che le specie di potenziali predatori possono sincronizzare il loro ciclo di vita con quello di queste cicale. Lo spiega bene Richard Dawkins in The Blind Watchmaker:

One of the most bizarre examples of convergent evolution that I know concerns the so-called periodical cicadas. Before getting to the convergence, I must fill in some background information. Many insects have a rather rigid separation between a juvenile feeding stage, in which they spend most of their lives, and a re!atively brief adult reproducing stage. Mayflies, for instance, spend most of their lives as underwater feeding larvae, then emerge into the air for a single day into which they cram the whole of their adult lives. We can think of the adult as analogous to the ephemeral winged seed of a plant like a sycamore, and the larva as analogous to the main plant, the difference being that sycamores make many seeds and shed them over many successive years, while a mayfly larva gives rise to only one adult right at the end of its own life. Anyway, periodical cicadas have carried the mayfly trend to an extreme. The adults live for a few weeks, but the ‘juvenile’ stage (technicalIy ‘nymphs’ rather than larvae) lasts for 13 years (in some varieties) or 17 years (in other varièties). The adults emerge at almost exactly the same moment, having spent 13 (or 17) years cloistered underground. Cicada plagues, which occur in any given area exactly 13 (or 17) years apart, are spectacular eruptions that have led to their incorrectly being called ‘locusts’ in vernacular American speech. The varieties are known, respectively, as 13-year cicadas and 17-year cicadas.
Now here is the really remarkable fact. It turns out that there is not just one 13-year cicada species and one 17-year species. Rather, there are three species, and each one of the three has both a I7-year and a I3-year variety or race. The division into a 13-year race and a 17-year race has been arrived at independently, no fewer than three times. It looks as though the intermediate periods of 14, 15 and 16 years have been shunned convergently, no fewer than three times. Whyl We don’t know. The only suggestion anyone has come up with is that what is special about 13 and 17, as opposed to 14, 15 and 16, is that they are prime numbers. A prime number is a number that is not exactly divisible by any other number. The idea is that a race of animals that regularly erupts in plagues gains the benefit of alternately ‘swamping’ and starving its enemies, predators or parasites. And if these plagues are carefully timed to occur a prime number of years apart, it makes it that much more difficult for the enemies to synchronize their own life cycles. If the cicadas erupted every 14 years, for instance, they could be exploited by a parasite species with a 7-year life cycle. This is a bizarre idea, but no more bizarre than the phenomenon itself. We really don’t know what is special about 13 and 17 years. What matters for our purposes here is that there must be something special about those numbers, because three different species of cicada have independently converged upon them.

In letteratura, a partire dalla favola di Esopo, la cicala è stata spesso vituperata. Su questa pagina c’è un percorso tematico bello ed esauriente. Io mi limito a citare la prosa di Giosuè Carducci, per un motivo assolutamente personale: non so perché, per un loro privato e complice scherzo suppongo, questo incipit era sempre citato a memoria da mio padre e mia madre ogni volta che, me bambino, le cicale cantavano.

Come strillavano le cicale giù per la china meridiana del colle di San Miniato al Tedesco nel luglio del 1857!
Veramente per significare lo strepito delle cicale il Gherardini e il Fanfani scavarono dalla Fabbrica del mondo di Francesco Alunno il verbo frinire. E per una cicala sola, che canti, amatrice solinga, sta. Ma quando le son tante a cantar tutte insieme, altro che frinire, filologi cari!
Come, dunque, strillavano le cicale, etc. etc.! Intorno, i verzieri fortemente distinti dal verde cupo delle ficaie; al piano, i campi nei quali il verde cedeva più sempre al giallo biondo, al giallo cenerino, al polveroso della grande estate; di faccia, l’ondoleggiante leggiadria dei colli di Valdarno somiglianti a una fila di ragazze che présesi per mano corrano cantando rispetti e volgendo le facce ridenti a destra e a sinistra, – tutto cotesto viveva ardeva fremeva sotto il regno del sole nel cielo incandescente.

Nei luoghi della mia infanzia, infatti, cicale non se ne sentivano molte, con l’eccezione della pineta di Milano Marittima, posto esotico dove  viveva anche l’inquietante formicaleone. Ma questa è tutta un’altra storia. Il regno delle cicale fu poi per me la Toscana, come per il Carducci, e più tardi il Sud.