5 febbraio – Giacobbe La Motta (aka Jake La Motta aka Toro scatenato)

Il 5 febbraio 1943, 65 anni fa, Jake La Motta è il primo a battere Sugar Ray Robinson, che all’epoca aveva un record di 40 incontri da professionista, tutti vinti.

Ma è solo un pretesto per rivedere il film di Martins Scorsese con Robert De Niro (Raging Bull, 1980).

Il rumore sordo della battaglia

Scurati, Antonio (2006). Il rumore sordo della battaglia. Milano: Bompiani. 2006.

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Ancora una volta il caso, o la serendipity, per dirla più pomposamente.

Non sapevo neppure chi fosse Scurati, finché non ho letto il suo articolo sull’aborto, che mi ha entusiasmato e ho riportato qui sul blog.

Ovvio che mi venisse la curiosità di leggere un suo romanzo. L’ho fatto. Che me penso?

Un romanzo manierista e virtuosistico, eccessivo. Certamente ben scritto.

Non un “bel romanzo”. Da una parte (chissà se Scurati si offende) viene in mente più l’operazione che Evangelisti fa con l’inquisitore Eymerich che quella di Eco ne Il nome della rosa (che Scurati cita esplicitamente nella postfazione) o di Wu Ming in Q. Dall’altra, viene in mente il bellissimo film di Ermanno Olmi, Il mestiere delle armi, che tratta i medesimi temi (l’avvento delle armi da fuoco) con ben altra poesia e profondità.

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7 Seconds – Neneh Cherry & Youssou N’Dour

Penso che questa non piaccia soltanto a me.

Boul ma sene, boul ma guiss madi re nga fokni mane
Khamouma li neka thi sama souf ak thi guinaw
Beugouma kouma khol oaldine yaw li neka si yaw
mo ne si man, li ne si mane moye dilene diapale

Roughneck and rudeness,
We should be using, on the ones who practice wicked charms
For the sword and the stone
Bad to the bone
Battle is not over
Even when it’s won
And when a child is born into this world
It has no concept
Of the tone the skin is living in
It’s not a second
7 seconds away
Just as long as I stay
I’ll be waiting
It’s not a second
7 seconds away
Just as long as I stay
I’ll be waiting

J’assume les raisons qui nous poussent de changer tout,
J’aimerais qu’on oublie leur couleur pour qu’ils esperent
Beaucoup de sentiments de races qui font qu’ils desesperent
Je veux les deux mains ouvertes,
Des amis pour parler de leur peine, de leur joie
Pour qu’ils leur filent des infos qui ne divisent pas
Changer

7 seconds away
Just as long as I stay
I’ll be waiting
It’s not a second
7 seconds away
Just as long as I stay
I’ll be waiting
And when a child is born into this world
It has no concept
Of the tone the skin is living in
And there’s a million voices
And there’s a million voices
To tell you what she should be thinking
So you better sober up for just a second
7 seconds away
Just as long as I stay
I’ll be waiting
It’s not a second
7 seconds away
Just as long as I stay
I’ll be waiting
It’s not a second
7 seconds away
Just as long as I stay
I’ll be waiting

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2 febbraio 1943 – Stalingrado

Altro che Candelora. Il 2 febbraio 1943, 65 anni fa, le truppe tedesche si arrendono e finisce, con una decisiva vittoria sovietica, una battaglia decisiva per l’esito della 2° guerra mondiale.

La battaglia si inscrive nell’ambito dell’Operazione Blu (Fall Blau) che, nell’estate del 1942, avrebbe dovuto portare le forze dell’Asse alla conquista dei campi petroliferi del Caspio.

La difesa di Stalingrado fu assegnata da Stalin al maresciallo Yeremenko, al luogotenente generale Chuikov e al commissario politico Nikita Krushchev (sì, proprio lui, quello che poi si tolse la scarpa all’ONU). Gli attacchi iniziali delle forze dell’Asse ebbero successo: raggiunsero il Volga e Stalingrado, massicciamente bombardata, fu percorsa da una tempesta di fuoco. La difesa della città fu sostenuta dai lavoratori delle fabbriche, donne comprese.

L’ordine di Stalin (27 luglio 1942) era “Non un passo indietro!” e prevedeva il tribunale militare per chi avesse ordinato la ritirata. I tedeschi, entrati in città, non riuscivano ad avanzare. La battaglia divenne sanguinosissima da entrambe le parti. Si combatteva strada per strada, casa per casa.

Dopo tre mesi di carneficina, l’Asse aveva conquistato pressoché tutta la città a ovest del Volga. Ma il 19 novembre i sovietici diedero il via all’operazione Urano, attaccando i fianchi delle forze dell’Asse da nord e poi anche da sud (20 novembre).

Nella sacca (Kessel) che risultò da questa manovra a tenaglia restarono intrappolati 230.00 armati dell’Asse (in prevalenza tedeschi e rumeni). Gli assedianti divennero assediati. A nulla servì il tentativo di ponte aereo tentato dalla Luftwaffe, che perse quasi 500 aerei. Un tentativo tedesco di rompere l’assedio fallì, mentre ormai i sovietici, attraversando il Volga gelato, potevano rifornire Stalingrado. Il parziale successo dell’offensiva sovietica su Rostov (quella che risultò disastrosa per l’ARMIR) mise i rifornimenti per via aerea fuori portata, e con la perdita dei due aeroporti di Pitomnik (16 gennaio 1943) e Gumrak (25 gennaio) le forze asserragliate nella sacca restarono senza viveri e senza munizioni. Riprese la battaglia nelle strade. I sovietici offrirono una resa onorevole a von Paulus, ma Hitler non ne volle sapere. Von Paulus fu anzi insignito in extremis (30 gennaio) del titolo di Generalfeldmarschall e così, quando si arrese insieme a 21 generali, fu il prima feldmaresciallo a essersi arreso nella storia dell’esercito tedesco (nella foto qui sotto). Con lui si arresero 91.000 soldati stanchi e affamati. Ne sopravvissero soltanto 5.000.

L’effetto psicologico della vittoria sovietica e della disfatta tedesca fu immensa.

Per me Stalingrado è legata alla bellissima canzone degli Stormy Six, che racconta come la vittoria di Stalingrado diede forza al movimento di resistenza nelle fabbriche del Nord Italia.

Candelora e giorno della marmotta

Il 2 febbraio, la Candelora.

Premesse pedanti. Secondo la legge mosaica, i primogeniti maschi dovevano essere presentati al tempio:

Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni; sarà immonda come nel tempo delle sue regole. L’ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi essa resterà ancora trentatré giorni a purificarsi dal suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione (Levitico12, 2-4).

La festa è anche detta della Purificazione di Maria, perché, secondo l’usanza ebraica, una donna era considerata impura per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per purificarsi.

Il tutto si mescola con tre feste romane: il Lucernare (“Si accendono tutte le lampade e i ceri, facendo così una luce grandissima” – Itinerarium 24, 4), i Lupercali e la Februatio (Ovidio, Fasti 2, 19-24, 31-32ss [Gli antenati romani dissero Februe le espiazioni: e ancora molti indizi confermano tal senso della parola. I pontefici chiedono al re e al flamine le lane che nella lingua degli antichi erano dette februe. Gli ingredienti purificatori, il farro tostato e i granelli di sale, che il littore prende nelle case prestabilite, si dicono anch’essi februe. (…) Da ciò il nome del mese, perché i Luperci con strisce di cuoio percorrono tutta la città, e ciò considerano rito di purificazione…]). Giustiniano fissò la data della festa cristiana il 2 febbraio.

La Candelora, per la sua collocazione all’inizio del mese di febbraio, quando le giornate iniziano visibilmente ad allungarsi, è stata oggetto di detti e proverbi popolari di carattere meteorologico, quale ad esempio:

Quando vien la Candelora
dall’inverno semo fora,
ma se piove o tira vento,
nell’inverno semo dentro.

Quello che forse non tutti sanno è che una tradizione simile esiste negli Stati Uniti: il 2 febbraio è il giorno della marmotta (groundhog day). La credenza popolare è che quel giorno la marmotta si svegli dal letargo ed esca dalla tana; ma se vede la propria ombra (perché splende il sole), si spaventa e torna a dormire, e l’inverno durerà ancora 6 settimane (l’avevo scritto al contrario, sbagliando, e ringrazio che mi ha segnalato l’errore).

La credenza popolare è alla base di un bel film con Bill Murray:

Giovanni De Mauro su Internazionale lo racconta così:

Marmotta
Sabato prossimo è il giorno della marmotta. In quello che molti considerano giustamente un capolavoro assoluto della cinematografia contemporanea, Ricomincio da capo, Bill Murray è un giornalista televisivo che viene spedito a Punxsutawney, in Pennsylvania, per un reportage. Il 2 febbraio la marmotta Phil si sveglia dal letargo ed esce dalla tana. A seconda del suo comportamento, si capisce se l’inverno durerà altre sei settimane oppure no. Ma arrivato a Punxsutawney, Bill Murray si ritrova intrappolato in un loop temporale, un incubo senza fine. Il tempo si è bloccato: ogni giorno è il 2 febbraio, la sveglia suona alle sei in punto e dalla radio esce I got you babe. Ogni giorno succedono esattamente le stesse cose, ogni giorno si ripete uguale a quello precedente, senza che Bill Murray riesca a impedirlo. Prodi-Berlusconi-Prodi-Berlusconi: da quindici anni, in Italia, è il giorno della marmotta.

Mani sporche (3)

Per completezza dell’informazione, anche se non sono un fan di Giovanni Sartori (dal Corriere della sera).

E mi chiedo: ma se siamo in tanti a pensare che andare a votare adesso e con questa legge elettorale sia una stratosferica sciocchezza, possibile che lo dobbiamo fare per forza? Sotto il profilo sostanziale (so che è un discorso pericoloso), è democrazia questa? Evidentemente il sistema di check and balances che dovrebbe impedire che questo accada non funziona più!

LA CRISI DI GOVERNO

Elezioni subito non vanno bene

di Giovanni Sartori

I politici disinteressati che operano soltanto nell’interesse del Paese sono oramai rari. Dilagano invece i ribaldi, i politici che operano soltanto nell’interesse proprio. Come fermarli? Come rimandarli a casa? È sempre più difficile perché il Berlusco-Prodismo (in questo perfettamente appaiati) ha sempre più indebolito il potere dell’elettorato. A dispetto delle apparenze, siamo sempre più impotenti. Alle urne, alle urne!

Alle urne per decidere che cosa? La risposta di rito è: persino per decidere il capo del governo. Ma quando mai? Se davvero il Berlusco- Prodismo volesse attribuire al popolo il potere di scegliere il premier, allora la scheda di voto dovrebbe chiedere: 1˚Volete il suddetto come premier? Sì / No; 2˚ Se No, allora chi…? Invece sulle nostre schede il nome è prestampato e nemmeno ne è ammessa la cancellazione. Il che configura una scelta senza scelta, e così un classico raggiro.

Ancora. In passato gli elettori votavano per singoli partiti, il che vuol dire che avevano libertà di scegliere tra una molteplicità di offerte relativamente precise e distinguibili. Ma il Mattarellum e il Berlusco-Prodismo ci hanno regalato carrozzoni «coatti» che imbarcano cani e gatti e che propongono offerte fumose e intrinsecamente contraddittorie. I carrozzoni offrono all’elettore una maggiore libertà di scelta dei partiti separati? Direi proprio di no.

Infine, oggi il problema più scottante è quello della «casta». A dir poco, almeno metà degli italiani è indignata e se ne vorrebbe liberare. Ma come? Non sanno come fare. E hanno ragione. Le caste (sia di destra che di sinistra) sono trincerate ovunque, e non saranno le proteste né l’astensionismo a sloggiarle. Il tanto inneggiato popolo sovrano non è mai stato incastrato, per non dire castrato, peggio di così.

Dicevo all’inizio che oramai i politici disinteressati si contano sulle dita. Non se ne deve ricavare che anche se coltivano tutti il proprio interesse siano tutti egualmente dannosi per l’interesse generale. A Berlusconi conviene (per sé) saltare la riforma elettorale? Sì. A Veltroni conviene (per sé) avere la riforma elettorale? Sì. La differenza è che mentre l’utile del Cavaliere confligge con l’interesse del Paese, l’utile di Veltroni è anche nell’interesse del Paese. Su una scala da 0 (cinismo puro) a 10 (altruismo massimo), in questa partita piazzerei Berlusconi a zero e Veltroni a 5.

Quanto al dibattito su elezioni subito o no, è un dibattito del tutto pretestuoso. Nemmeno è vero che non ci sia tempo, o che perdere tempo sia «delittuoso» (Fini). In Senato giace quasi pronta una buona proposta di riforma (la bozza Bianco) sulla quale un accordo trasversale potrebbe essere stipulato in pochissimi giorni. Se Berlusconi dicesse di sì, sarebbe cosa fatta. Ma Berlusconi dice di no, perché a lui, dicevo, l’interesse del Paese non importa un fico secco. Si avverta: una piccola generosità non lo danneggerebbe di molto e gli farebbe fare, in compenso, una bella figura. Ma il Cavaliere non è fatto così. Oramai gravemente afflitto dal «mal di potere», lo rivuole subito. Anche un solo giorno di potere mancato lo fa soffrire.

01 febbraio 2008

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Mani sporche (2)

Accolgo l’invito di Morgaine e riporto l’articolo de La Repubblica.

In caso di scioglimento anticipato delle Camere, le segreterie dei partiti continuano a ricevere i rimborsi elettorali della XV legislatura, quella attuale
Il voto anticipato regala 300 milioni alle casse dei partiti
La legge destina 50 milioni all’anno ai partiti per ciascuna delle due Camere
Una norma del febbraio 2006 non interrompe l’erogazione anche se finisce il mandato
di CLAUDIA FUSANI

ROMA – Sciogliere adesso le Camere e andare a votare significa regalare 300 milioni di euro ai partiti, cento milioni all’anno per i prossimi tre anni, fino al 2011, scadenza naturale della XV legislatura. Viene in mente “Lascia o raddoppia?”, il gioco a quiz con cui gli italiani cominciarono a vincere soldi in tv nella seconda metà degli anni Cinquanta. Solo che stavolta i beneficiari sono i partiti e chi ci rimette è lo Stato, cioè i cittadini.

Il gioco, se così si può chiamare, è molto semplice: ogni anno i partiti si dividono, a seconda dei voti che hanno ricevuto, una torta di circa 50 milioni di euro che vanno sotto la voce rimborsi elettorali. Cinquanta milioni per ognuno dei cinque anni di legislatura. Una volta, secondo logica, se la legislatura finiva il rimborso veniva interrotto per lasciare il posto a quello nuovo che comunque sarebbe arrivato.

Invece nel febbraio 2006, ancora in sella il governo Berlusconi, interviene una piccolissima modifica che garantisce “l’erogazione del rimborso elettorale anche in caso di scioglimento delle Camere”. Significa che i partiti rappresentati nel prossimo Parlamento – molti dei quali assolutamente identici – prenderanno due volte il rimborso elettorale. Succederà sicuramente a Forza Italia e al Pd che sommerà i rimborsi “vecchi” dell’Ulivo e quelli “nuovi” del Partito democratico. Forse anche in questo banalissimo calcolo di cassa sta una delle ragioni della volontà di tornare al voto. Votare conviene.

Da 800 lire a 1 euro. La “guida” in questo viaggio nello spreco è Silvana Mura, deputata dell’Italia dei Valori e tesoriera del partito che per ben due volte, nella Finanziaria votata nel dicembre 2006 e in quella approvata a dicembre scorso, ha provato a cambiare le cose. Rimbalzando nel muro di gomma degli stessi partiti. Mani pulite e il successivo referendum avevano abolito nel 1993 il finanziamento pubblico ai partiti che nel 1999 rispunta fuori sotto la dizione “rimborso elettorale”. Fin qui niente di strano. Anzi, civilmente corretto visto che i partiti sono al servizio dei cittadini ed è giusto che abbiamo un rimborso per le loro spese.

Il rimborso viene quantificato in 800 lire per ogni voto ogni anno. L’arrivo dell’euro fa raddoppiare i prezzi di frutta e pane ma anche il rimborso ai partiti che nel 2002 – governo Berlusconi – da 800 lire passa a 1 euro tondo per ogni voto. Nessuno dice niente. I rimborsi scattano per le elezioni europee, Camera e Senato e regionali. Con i ritmi elettorali che ci sono in Italia praticamente è un rimborso continuo che puntuale compare ogni anno nei bilanci di Camera e Senato.

Doppio scandalo. Gli “scandali”, così li chiama l’onorevole Mura, in questa pratica tutta italiana sono almeno due. Il primo: “Il fondo dei rimborsi elettorali è una cifra fissa calcolata non in base a chi va effettivamente alle urne ma sul numero degli aventi diritto”. Uno spreco nello spreco che vale qualche milione di euro. Il fondo annuale, tanto per la Camera tanto per il Senato, è pari a 49 milioni e 964 mila 574 euro. Ma il numero delle persone che vota non corrisponde mai agli aventi diritto e il numero degli aventi diritto per il Senato è inferiore a quello della Camera. Qualche esempio. Nel 2006 per la Camera ha votato l’83% degli aventi diritto. Se il rimborso fosse reale, cioè solo per chi ha votato, sarebbe stato pari a 41 milioni e 789 mila euro, “un risparmio”, secondo i conti di Silvana Mura, di “otto milioni di euro all’anno”. Per il Senato ha votato il 76% degli aventi diritto, pari a 38 milioni di euro circa con un risparmio di 11 milioni all’anno.

Il secondo scandalo. E’ quello che scatta nel caso di scioglimento anticipato delle camere. Fino al 2006 il rimborso veniva interrotto se si andava al voto. Più che logico visto che con la nuova legislatura scatta quello nuovo. Nel febbraio 2006, secondo governo Berlusconi, la norma viene così modificata: “In caso di scioglimento della Camere l’erogazione del rimborso è comunque effettuata”. Una riga che vale qualche centinaia di milioni di euro. “Abbiamo provato – spiega Silvana Mura – a cambiare e a sostituire la parola “effettuata” con “interrotta” ma non ci siamo riusciti”. E’ impossibile perché il credito è vincolato. Come se uno accendesse un mutuo su quel rimborso: poi non puoi più rinunciarci perché vincolato.

Così vanno le cose. “Una generosa liquidazione dovuta a una norma scandalosa che incentiva la fine anticipata della legislatura” dice Silvana Mura. Che accusa: “I partiti hanno trovato il modo di guadagnare anche sulle crisi di governo”.

Il resoconto della Gazzetta Ufficiale documenta che Forza Italia prenderà comunque 12 milioni l’anno fino al 2011 oltre a quelli che incasserà per il rimborso della XVI legislatura, la prossima. L’Ulivo ne prenderà circa 16 a cui potrà aggiungere i milioni che riceverà il neonato Pd. Chissà se nelle consultazioni si è parlato di questo inedito “Lascia o raddoppia?”.

(1 febbraio 2008)

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Mani sporche

Barbacetto, Gianni, Peter Gomez e Marco Travaglio (2007). Mani sporche. Milano: Chiarelettere. 2007.

Un utile (ancorché prolisso) riassunto delle puntate precedenti. Soprattutto adesso che stiamo scrivendo l’ultima in presa diretta.

La cosa più interessante l’ho trovata a pagina 385:

Nel 1993, sull’onda dello scandalo di Tangento­poli, gli italiani chiamati al referendum aboliscono il finanziamen­to pubblico dei partiti con una maggioranza del 90,3 per cento. L’allora premier Giuliano Amato ne prende atto con realismo: «Cerchiamo di essere consapevoli: l’abolizione del finanziamento statale non è fine a se stessa, esprime qualcosa di più, il ripudio del partito parificato agli organi pubblici e collocato tra essi». La re­staurazione berlusconiana e poi partitocratica trova però il modo di aggirare il referendum. Come? Con il trucco dei «rimborsi elet­torali». Sulle prime, le cifre sembrano quasi sopportabili: 800 lire per ogni cittadino residente e per ognuna delle due Camere. In to­tale ogni italiano devolve alle campagne elettorali dei partiti 1600 lire (detratta l’inflazione, 1 euro e 10 centesimi di oggi). Sembra un’inezia, invece è già troppo: la Corte dei conti segnala che i par­titi, per le elezioni, ricevono molto più di quel che dicono di spen­dere. Ma il 2 gennaio 1997 il Parlamento – a maggioranza Ulivo, ma con i voti del Polo – decide di cambiare di nuovo e approva la legge n. 2 che prevede un contributo volontario dei cittadini, i qua­li possono devolvere ai partiti il 4 per mille dell’lrpef (il denaro rac­colto finisce in un fondo e ripartito poi in base al peso elettorale di ciascun partito). Massimo D’Alema osserva che i partiti si espon­gono così «a essere giudicati dai cittadini» a dispetto del «qualun­quismo becero e antidemocratico contro il sistema dei partiti». E promette che, per recuperare la fiducia dei cittadini, «i partiti deb­bono rinnovarsi, essere trasparenti, sottoporsi a un controllo da parte dei cittadini». Parole imprudenti, visto che nulla verrà fatto per sottrarre i partiti alla sfera privatistica con una codificazione della loro responsabilità giuridica e con la conseguente, indispensa­bile certificazione dei bilanci. Risultato: il 4 per mille lo versano pochissimi italiani (il numero esatto non sarà mai comunicato).
Così, per evitare la bancarotta dei partiti, il ministro Visco è co­stretto ad anticipare loro, a spese dei contribuenti, 160 miliardi di lire per il 1997 e 110 per il 1998. Per una volta, l’opposizione di centrodestra – solitamente così agguerrita – non leva nemmeno un vagito di protesta. Tutti zitti, tutti d’accordo. Si torna così, alla che­tichella, al finanziamento diretto dello Stato. Nel 1999 viene varata una nuova legge, che archivia l’esperimento del 4 per mille senza il minimo dibattito sulle ragioni del suo fallimento, e torna all’anti­co: cioè ai rimborsi elettorali (concessi ovviamente in anticipo) per le elezioni di rinnovo della Camera, del Senato, dei consigli regio­nali, del Parlamento europeo: 1 euro per ciascun cittadino iscritto alle liste elettorali. Viene pure abbassato il quorum per ottenere il rimborso: se la legge del ’93 pretendeva almeno il 3 per cento dei voti, con la nuova legge basta l’1 per cento. Così le liste e i partiti avranno tutto l’interesse a moltiplicarsi a dismisura. Fra l’altro, i fi­nanziamenti privati (almeno quelli dichiarati) sono bassissimi: nel 2005, «Il Sole 24 Ore» rileva che per Forza Italia, Ds, An e Pdci il finanziamento pubblico rappresenta l’80 per cento delle entrate; per Margherita, Nuovo Psi e Lista Pannella il 90; per l’Italia dei va­lori addirittura il 99,9. E tutti i partiti, al 31 dicembre 2005, risul­tano nei debiti fino al collo. I più indebitati sono proprio i due maggiori: i Ds con 179 milioni di euro e Forza Italia con 113.
I cosiddetti «rimborsi» vengono usati solo in minima parte per le campagne elettorali: per la gran parte servono a mantenere le strutture delle varie formazioni politiche anche negli anni in cui non si vota. Con un surplus di ipocrisia, i partiti promettono che, se gli anticipi supereranno le spese effettivamente sostenute per le elezio­ni, le somme «eventualmente ricevute in eccesso» verranno restitui­te entro cinque anni, a rate nella misura del 20 per cento all’ anno. Ma poi l’apposito decreto di conguaglio non viene mai varato, ren­dendo impossibile l’eventuale restituzione dei surplus. In pochi mesi i tesorieri dei partiti, quasi tutti d’accordo, ritoccano verso l’alto l’importo del «rimborso», che passa a 2 euro per ogni elettore e per ogni Camera, per le elezioni eutopee e per le regionali. Più un forfait, volta per volta, per le elezioni comunali e provinciali. Così, nel 2001l, le forze politiche incassano 92.814.915 euro.
Nel 2002, mentre si scontrano in Parlamento e in piazza sulle «leggi-vergogna» del governo Berlusconi, destra e sinistra presenta­no insieme una leggina con firme multicolori (Deodato, Ballaman, Giovanni Bianchi, Biondi, Buontempo, Colucci, Alberta De Si­mone, Luciano Dussin, Fiori, Manzini, Mastella, Mazzocchi, Mus­si, Pistone, Rotondi, Tarditi, Trupia, Valpiana) che alza i cosiddetti «rimborsi» addirittura a 5 euro per ogni avente diritto al voto, e sempre per ciascuna delle due Camere. Non basta: i rimborsi per il Senato vengono calcolati in base agli elettori della Camera, che so­no oltre 4 milioni in più (e fruttano ai partiti 20.491.120 euro in più). Di aumento in aumento, di ritocco in ritocco, nel 2006 il to­tale dei rimborsi elettorali raggiunge la cifra record di 200.819.044 euro. Più del doppio dei 93 milioni incamerati nel 2001. Se nel 1993 ogni italiano versava ai partiti 1,1 euro, nel 2006 ne devolve 10. Come scrivono Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo nel libro La Casta, «ogni ciclo elettorale (politiche, regionali, europee, ammini­strative … ) ci costa ormai un miliardo di euro a lustro».

Avete capito bene. Ma se vi fosse sfuggito ve lo spiego io. Tutta l’ammuina sul sistema elettorale e sulle soglie di sbarramento, i dotti articoli dei politologi su rappresentanza e governabilità, il modello francese, tedesco, spagnolo e delle isole Tonga sono fumo negli occhi. I partitini sopravvivono per effetto del meccanismo dei rimborsi elettorali, che spettano ai partiti con l’1% dei voti; i rimborsi sono anticipi e non sono commisurati alle spese effettivamente sostenute; e la casta la manteniamo noi contribuenti.

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L’arte del dubbio, di Gianrico Carofiglio

Carofiglio, Gianrico (2007). L’arte del dubbio. Palermo: Sellerio. 2007.

Gianrico Carofiglio è un magistrato e scrittore. In quest’ultima veste, è famoso per i 3 casi dell’avvocato Guerrieri, tutti pubblicati da Sellerio e anche trasposti in una serie televisiva. Io ho letto, prima di questo libro, Il passato è una terra straniera, romanzo che non appartiene alla serie dell’avvocato Guerrieri.

Questo invece è un saggio, anche se un saggio sui generis, che trae origine su un manuale di tecnica del contro-interrogatorio, arricchito e vivacizzato da molti esempi tratti dai verbali di alcuni dibattimenti.

L’ho trovato molto interessante soprattutto per le considerazioni iniziali e finali, dove la riflessione di Carofiglio si sposta su temi rilevanti per chiunque faccia ricerca, soprattutto nell’ambito delle scienze sociali. Per questo la mia recensione sarà lunga, e chi non è interessato mi abbandoni qua. Non mi offenderò.

Carofiglio muove da premesse in qualche misura post-moderne, di costruttivismo radicale (il testo di riferimento è La realtà della realtà di Paul Watzlawick), che condivido soltanto in parte:

«Per capire che una risposta è sbagliata non occorre una intelligenza eccezionale, ma per capire che è sbagliata una domanda ci vuole una mente creativa».
La riflessione sia teorica che pratica su qualsiasi professione che preveda la proposizione di domande e includa la prerogativa di attendere, o addirittura pretendere, delle risposte deve tenere conto della verità custodita in questa massima.
Ottenere date risposte piuttosto che altre, in molteplici campi dell’agire umano, dipende non solo e non tanto dal substrato di informazioni e conoscenze in possesso dell’interrogato e dal suo livello di sincerità, ma anche dai modi e dai contesti in cui la domanda è posta. ­
Per comprendere in pieno il senso di questa affermazione è necessario spendere qualche parola sul funzionamento della comunicazione umana e sul rapporto, per certi aspetti misterioso, che esiste fra comunicazione e realtà. ­­
I meccanismi della comunicazione non sono entità neutre rispetto al loro oggetto, vale a dire rispetto ai fatti, alle informazioni, alle conoscenze, insomma, complessivamente, rispetto a ciò che siamo soliti chiamare realtà. La comunicazione non è semplicemente uno strumento per rappresentare oggetti da essa separati o in essa contenuti; essa invece condiziona costitutivamente la struttura stessa dei fatti e delle conoscenze. Come è stato provocatoriamente affermato da un celebre studioso del comportamento umano: «la comunicazione crea quella che noi chiamiamo realtà».­­­
Questa affermazione, dall’apparenza paradossale, prende le mosse dalla constatazione del carattere illusorio delle nostre idee tradizionali sulla realtà. Metafisicamente illusoria in particolare, è la fiducia nell’esistenza di un’unica realtà, quando «in effetti esistono molte versioni diverse della realtà, alcune contraddittorie, ma tutte risultanti dalla comunicazione e non riflessi di verità oggettive, eterne». Nel film Rashomon del regista giapponese Kurosawa questo concetto è sviluppato meglio che in qualsiasi riflessione teorica. ­­­­­
­­­­­­­­L’opera cinematografica narra di un samurai assassinato mentre, con la moglie, attraversa una foresta. L’episodio viene raccontato da diversi soggetti e cioè il brigante autore dell’omicidio, la moglie del samurai, lo stesso samurai (evocato da una maga) e un boscaiolo testimone oculare del fatto. Ognuno di questi personaggi racconta una storia totalmente diversa per cui «tutte le versioni appaiono al tempo stesso vere e false; ognuna è dominata dagli interessi di chi la racconta». Dai racconti emergono tante verità quanti sono i protagonisti della vicenda.
La storia di Rashomon mostra come gli angoli visuali incidano in modo determinante sulla rappresentazione, sulla narrazione e, in un senso peculiare, sulla creazione stessa della realtà di soggetti diversi (pp. 13-15).

In realtà, mi sembra di capire che Carofiglio condivida le affermazioni radicali secondo le quali “la comunicazione crea quella che noi chiamiamo realtà” e “in effetti esistono molte versioni diverse della realtà, alcune contraddittorie, ma tutte risultanti dalla comunicazione e non riflessi di verità oggettive, eterne” soltanto con riferimento “all’individuazione di verità accettabili nella prospettiva dell’adozione di decisioni preferibili” (p. 207).

Verso la fine del libro ci sono considerazioni illuminanti.

La vicenda processuale è […] caratterizzata da una molteplicità di interazioni soggettive e momenti di comunicazione. […]
Abbiamo in primo luogo quella che potremmo de­finire interazione esplicativa. Essa intercorre fra le parti (pubblico ministero e avvocati) e il giudice (individuale o collettivo che sia) in un momento precedente alla formazione della prova orale utilizzabile ai fini della decisione e ha luogo nella fase dell’esposizione introduttiva dei fatti e nella formulazione delle richieste di prova.
Abbiamo in secondo luogo quella che potremmo de­finire interazione interrogativa. Essa è caratteristica del­le audizioni dibattimentali e intercorre direttamente fra le parti interroganti e i soggetti che forniscono il loro apporto di conoscenze per la formazione del materia­le utile alla decisione.
Abbiamo in terzo luogo l’interazione argomentativa caratteristica soprattutto della discussione finale. Essa intercorre fra avvocati (intendendo come tale, in questa fase, anche il pubblico ministero) e giudice ed è caratterizzata da quella che potremmo definire la funzione persuasiva. ­­
Questo schema ha un valore essenzialmente classificatorio e mette a fuoco la funzione preminente di ciascuna delle tre fasi indicate. L’utilità classificatoria dello schema non deve però far perdere di vista il dispiegarsi concreto della vicenda processuale nei cui diversi passaggi si intrecciano e si sovrappongono momenti conoscitivi, esplicativi e argomentativi. In particolare la funzione esplicativa e la funzione persuasiva percorrono l’intero arco della vicenda dibattimentale, partendo dall’esposizione introduttiva, proseguendo con la fase istruttoria per giungere al momento prevalentemente caratterizzato dalla persuasività, vale a dire quello delle argomentazioni conclusive.
[…]
È stato sottolineato opportunamente che nel nuovo sistema processuale le parti «dibattono ed argomentano (istruzione dibattimentale vuol dire anche questo) con le rispettive prove molto più che attraverso la discussione finale».
L’affermazione appare corretta ove si tenga conto delle facoltà, attribuite alle parti, di decidere quali mezzi di prova richiedere, di stabilire in quale successione assumere le prove orali e, soprattutto, di articolare il modo di assunzione di tali prove orali in prospettiva strategica. ­­
Su tali basi è possibile leggere il complesso delle scelte strategiche dibattimentali come espressione della funzione argomentativa immanente all’intero processo, considerato dall’angolo visuale delle parti. ­­In altri termini l’intero processo può essere considerato come un’unica struttura argomentativa complessa ma unitaria; come un apparato in cui, fornendo informazioni ed evocando conoscenze, le parti procedono in un percorso persuasivo che culmina nella fase esplicitamente argomentativa della discussione finale. ­­­
Il processo penale ha in definitiva una generale dimensione retorica. Una simile affermazione richiede l’esplicitazione di alcuni concetti (pp. 203-205).

Il primo punto interessante mi sembra questo: il processo penale è una struttura argomentativa. Come vedremo, questo riferimento alla “struttura argomentativa” può essere esteso al campo delle scienze sociali (in senso lato), dove l’obiettivo è quello della costruzione di una verità accettabile (condivisa) funzionale all’adozione di una decisione.

Il secondo punto è che l’argomentazione pertiene alla dimensione retorica.

La retorica, nella moderna accezione del termine, è la disciplina che si occupa della argomentazione sia dal punto di vista della riflessione teorica che dal punto di vista delle applicazioni pratiche. Tale disciplina, avuto riguardo al suo statuto epistemologico si identifica con la teoria della argomentazione la quale, in sostanza, ha il suo oggetto di studio nei mezzi di prova non dimostrativi cioè i mezzi di prova tipici di scienze dell’uomo quali il diritto, l’etica, la filosofia. ­­­­­
La dimostrazione costituisce lo strumento per l’affermazione delle verità formali, tipiche di discipline come la matematica, la geometria, la logica formale. La dimostrazione è in sostanza l’operazione intellettuale che da premesse postulate giunge ad affermazioni inconfutabili. ­­ ­
L’argomentazione costituisce invece lo strumento per pervenire alla verità (approssimativa in senso popperiano) di scienze umane, di discipline storiche ed in particolare alla verità processuale che è appunto una verità di tipo storico. L’argomentazione è in sostanza l’operazione intellettuale che da premesse empiriche conduce a conclusioni persuasive ed accettabili. ­­
Una importante conseguenza di questa distinzione è che il ragionamento dimostrativo – conducendo a conclusioni necessarie – vale indipendentemente dalle persone cui è rivolto; il ragionamento persuasivo – dovendo esso condurre a conclusioni accettabili – vale solo in riferimento a un determinato uditorio inteso come «l’insieme di coloro sui quali l’oratore vuole influire per mezzo della sua argomentazione».­­­­
Chiunque faccia uso dell’argomentazione pensa, in modo più o meno consapevole, a coloro che cerca di persuadere e che costituiscono l’uditorio cui i suoi argomenti sono indirizzati. Gli argomenti quindi, a differenza delle prove dimostrative, variano in funzione dei relativi destinatari; dei soggetti, cioè, nei confronti dei quali si vuole che operi il meccanismo della persuasione. ­­­
Norberto Bobbio, nella prefazione alla più celebre e completa opera moderna sulla retorica – il Trattato dell’argomentazione di Perelman e Tyteca – definisce la teoria dell’argomentazione «come la teoria delle prove razionali non dimostrative, ed in modo ancor più pregnante, come la logica (qui usando il termine logica in senso ampio) delle scienze non dimostrative».­­
Si tratta di un sistema logico che non si occupa di dimostrazioni (vale a dire di passaggi regolati dal principio di necessità da premesse assiomatiche a conclusioni necessarie) ma di prove non dimostrative, e il cui scopo è quello di condurre, per quanto interessa la sua applicazione al processo, alla individuazione di verità accettabili nella prospettiva dell’adozione di decisioni preferibili.
In tale quadro di riferimento concettuale va collocata la riflessione sulla pratica dell’argomentazione nell’arco di tutto il processo e non solo nelle fasi, in particolare quella delle conclusioni, esplicitamente connotate dalla funzione persuasiva. ­
Si argomenta infatti, naturalmente, con il discorso direttamente rivolto all’uditorio rispetto al quale si vuol realizzare il risultato persuasivo. Si argomenta anche però, nel processo come in altri contesti, con comportamenti non verbali e con interazioni discorsive (appunto le audizioni dibattimentali) non direttamente intercorrenti fra chi mira ad ottenere il risultato persuasivo ed il suo uditorio. ­­
In altri termini: fondamentali operazioni argomentative e persuasive nei confronti del giudice, possono essere svolte nel processo, oltre che con l’esposizione introduttiva e le conclusioni, con la scelta dei mezzi di prova, con la predisposizione della relativa assunzione e, soprattutto, con la strategia degli interrogatori, in essa includendo l’organizzazione della sequenza delle domande e i relativi modi di formulazione e di proposizione.­­
Tutti questi aspetti vanno articolati consapevolmente nel quadro di un apparato argomentativo di tipo modulare, nel cui ambito i vari passaggi siano strutturati armonicamente in prospettiva del conseguimento del risultato finale di convincimento dell’uditorio.
In sostanza dunque la corretta pratica del processo penale vigente implica l’articolazione di un complessivo discorso (intendendosi la nozione di discorso in senso ampio, siccome comprensiva anche di momenti di comunicazione non verbali o comunque indiretti) argomentativo che parta dalla esposizione introduttiva, proceda senza soluzione di continuità lungo tutto l’arco dell’ acquisizione probatoria e trovi il suo momento di conclusione e sintesi nelle perorazioni finali: requisitoria e arringhe. ­­­­
In questo senso il processo penale di impronta accusatoria ha una generale impostazione retorica. ­
Senza una precisa consapevolezza di tale dimensione retorica, nell’accezione appena chiarita, dell’intero processo penale non è possibile ricoprire con efficacia e correttezza il ruolo di protagonista della vicenda dibattimentale (pp. 206-209).

Come e in che cosa si manifesta l’argomentazione?

La relazione che si crea nel corso di una audizione dibattimentale ha struttura che si potrebbe definire triangolare. L’interrogante, quando propone le sue domande, si rivolge direttamente all’interrogato e indirettamente al giudice. A sua volta la risposta, se naturalmente viene recepita e registrata da chi conduce l’esame, ha come suo destinatario finale chi, ancora una volta il giudice, dovrà valutarla nel quadro complessivo delle acquisizioni processuali, ai fini di adottare una decisione sul merito della causa.
­­­[…]
In cosa si manifesta dunque la capacità di veicolare messaggi persuasivi? Il discorso è naturalmente di eccezionale complessità ed è possibile in questa sede tracciarne solo le coordinate generali.
Si rammenti in proposito quello che abbiamo detto sulla differenza fra logica dimostrativa e logica argomentativa. ­
Il ragionamento dimostrativo vale indipendentemente dalle persone cui è rivolto; il ragionamento persuasivo invece (sia esso diretto come nell’arringa o nella requisitoria, o indiretto come nel caso delle audizioni dibattimentali) vale solo in riferimento a un uditorio determinato. Gli argomenti quindi, a differenza delle prove dimostrative, debbono tendenzialmente adattarsi al pubblico cui sono destinati. ­­­
I messaggi sono tanto più comprensibili, e quindi tan­to più dotati di forza persuasiva, quanto più l’ascoltatore è in grado di inserirli in un suo autonomo quadro di conoscenze ed informazioni. Perciò, tanto più effi­cace sarà l’azione persuasiva quanto più ci saranno no­te le caratteristiche del nostro uditorio, vale a dire la personalità dei giudici. Quanto più, quindi, saremo in grado di adattare il nostro messaggio alle sensibilità e alle stesse capacità di contestualizzazione e compren­sione di tale uditorio, tanto più riusciremo ad orientarne correttamente le decisioni (pp. 209-211).

Anche qui, i punti da sottolineare – in quanto generalizzabili alle modalità di produzione di conoscenza delle scienze sociali – mi sembrano due: il rapporto tra argomento persuasivo e suo uditorio e, di conseguenza, il carattere dialettico del processo di costruzione di questa conoscenza.

La definizione del concetto di processo come categoria generale viene abitualmente riferita alla funzione di soluzione dei conflitti. Tale definizione coglie in termini astratti la ragione del processo, il perché del suo esistere nell’ambito delle collettività organizzate. In questa definizione non si individua però alcun elemento descrittivo dei modi, dei percorsi attraverso i quali il processo passa dalla posizione del conflitto alla soluzione del conflitto medesimo. ­­­­­
Questi modi e percorsi consistono – in estrema sintesi – nelle attività conoscitive volte a porre i fondamenti di fatto delle decisioni. ­
Su questa premessa è possibile definire il processo in generale, e il processo penale in particolare, come una struttura dinamica funzionalmente orientata alla produzione di conoscenze utili per la soluzione di conflitti. ­
In sostanza quindi si può affermare che all’essenza stessa del processo, e in particolare del processo penale, è connaturale l’attitudine a produrre conoscenza, a produrre sapere.­
La produzione di conoscenze è la fase concettualmente prodromica, o se si vuole il mezzo, per la soluzione dei conflitti.
All’evidenza la definizione del processo in genere come apparato per la produzione di conoscenze ha un carattere meramente descrittivo e non pone problemi particolari. Questa definizione taglia però fuori il tema del grado di attendibilità delle conoscenze prodotte e, in ultima analisi, del grado di corrispondenza di tali conoscenze alla verità. Questo tema si innesta e si identifica nella questione dei diversi modelli processuali e delle loro diverse attitudini a produrre conoscenze attendibili, saperi affidabili. ­­­­
Non sembra dubbio comunque che le conoscenze, e in sostanza le verità, che produce il processo siano verità storiche e non scientifiche o formali.
Di nessuna verità storica, come peraltro di nessuna verità scientifica nella prospettiva del falsificazionismo popperiano, è formalmente impossibile predicare il contrario, dovendosi da ciò desumere che il concetto di verità processuale sia ricostruibile, indirettamente, con una sorta di determinazione quantitativa delle probabilità contrarie (pp. 219-220).

È con questo passaggio che emerge il punto per me più interessante di tutta l’argomentazione (appunto!) di Carofiglio: la conoscenza prodotta dall’argomentazione non si fonda su una verità assoluta, ma su una credibilità probabilisticamente fondata, e dunque di natura statistica. Conclusione doppiamente interessante: perché colloca la statistica (come scienza) al centro dei processi di produzione di conoscenza – quanto meno al centro di gran parte, della parte più rilevante di questi processi; e perché la conoscenza così costruita è per costruzione laica (cioè non discendente da verità assolute) e dialettica (è aperta, e anzi sollecita, l’esercizio di una critica volta a sovvertire le “verità” provvisoriamente raggiunte).

In definitiva, cioè, si può parlare di raggiungimento della verità nel processo solo laddove «le probabilità del contrario sono confinate in un’area così ristretta da essere convenzionalmente accettata». Il ragionamento giudiziario, che ha la forma di una inferenza induttiva e non di un processo deduttivo, passa da una verità di premesse ad una rilevante probabilità delle conclusioni, senza che sia impossibile affermare 1’impossibilità – ma solo una rilevante improbabilità – che la detta conclusione, definita come vera, sia falsa.­­­­
Accolta una simile nozione della verità processuale, sembra ormai culturalmente acquisito che il metodo più affidabile per produrla sia quello proposto dal paradigma dialettico su cui si basa il processo accusatorio. ­
La possibilità offerta dal metodo dialettico di formazione della prova, di sottoporre a tentativi di falsificazioni le verità del processo nel momento stesso in cui esse si formano, costituisce garanzia di resistenza di tali verità, elevando il grado di probabilità che la conclusione dell’induzione giudiziaria sia vera o (il che è lo stesso) riducendo il grado di probabilità che essa sia falsa. ­­
In tale concetto risiede il senso della differenza fra metodo inquisitorio e metodo accusatorio, senso che va colto nei diversi percorsi di formazione della prova, la quale è in un caso prodotta da una ricerca solitaria e segreta; nell’altro modellata dallo scontro di (proposte di) verità e tentativi di falsificazione. ­
A fronte dell’incedere per teoremi del giudice inquisitore, il metodo dialettico porta con sé una fondamentale istanza di conoscenza critica che trova il suo punto di massima espressione nel momento e nella funzione del controesame. ­
L’atto del domandare dubitando, che sintetizza l’essenza e la ragione del controesame, costituisce espressione di libertà dai vincoli di verità convenzionali e, soprattutto, dai pericoli di decisioni precostituite. Esso è dunque momento fondamentale, e quasi metafora, di una ricerca laica e tollerante della verità praticata attraverso i modi dell’argomentazione e della persuasione. ­­­­
Scriveva Norberto Bobbio: «La teoria dell’argo­mentazione rifiuta le antitesi troppo nette: mostra che tra la verità assoluta degli invasati e la non-verità de­gli scettici c’è posto per le verità da sottoporsi a con­tinua revisione mercé la tecnica di addurre ragioni pro e contro. Sa che quando gli uomini cessano di credere alle buone ragioni, comincia la violenza» (pp. 220-222).

Domandare dubitando è un motto che anche gli statistici dovrebbero scrivere sui loro templi, accanto a Numerus rei publicæ fundamentum.

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10 consigli per una lavata di capo

Ci sono colloqui di lavoro particolarmente difficili, quando si deve riprendere un proprio collaboratore per un errore o un’omissione o un comportamento comunque reprensibile. Non si vorrebbe farlo, ma si deve. 10 consigli per rendere la cosa meno penosa.

  1. Fatelo il prima possibile. Per me, che sono un temporeggiatore timido, la cosa più difficile. Ma queste cose, a lasciarle star lì, non fanno che peggiorare e rendere più difficile il colloquio.
  2. Fissate un appuntamento. A differenza di altre cose, questa non può essere fatta informalmente e a bruciapelo. Stabilite un giorno, un’ora e un luogo per il colloquio.
  3. In privato. Nel vostro ufficio o nel suo, ma sempre in privato e in ufficio. Nel vostro, se volete sottolineare che siete voi il capo. Nel suo, se volette mandare il messaggio che il peccato è veniale.
  4. Sedetevi entrambi. Fronteggiarsi in piedi aumenta il rischio di conflitto e induce  all’aggressività. Restate alla vostra scrivania se volete mantenere le distanze gerarchiche. Sedete a un tavolo riunioni se volete lanciare il messaggio che, in fondo, siete sulla stessa barca.
  5. Concentratevi sull’argomento, non sulla persona. State criticando un comportamento, non un modo di essere. Quindi, meglio sottolineare l’importanza della puntualità e i problemi causati dai ritardi che dare del ritardatario abituale al vostro collaboratore.
  6. Siate il più possibile circostanziati. State criticando un episodio, non un atteggiamento. Il riferimento concreto e preciso aiuta (“il giorno tale, alla tal ora, il ritardo di 30 minuti non ha permesso al collega x di partecipare alla riunione fino alla fine”).
  7. Siate collaborativi e propositivi. Date l’impressione di non essere l’uno contro l’altro, ma di star lavorando insieme per risolvere un problema organizzativo (quello dei ritardi, anche se il ritardatario è proprio lui!).
  8. Evitate le frasi espresse in termini negativi. No: “il progetto non può andare avanti se sei sempre in ritardo”. Sì: “la puntualità è essenziale per il conseguimento tempestivo degli obiettivi del progetto”.
  9. Incoraggiatelo. Siete consapevoli delle sue potenzialità, vi aspettate molto da lui, il risultato finale dipende molto dal suo lavoro. E ringraziatelo alla fine del colloquio.
  10. Documentate l’incontro. Argomenti trattati e decisioni prese. Può servire.

Consigli schifosi per un lavoro schifoso. Ma funzionano.