Me sò magnato er fegato

Canzoni che piacciono soltanto a me.

Ovviamente (excusatio non petita) non è dedicata a mia moglie.

Che lo crediate o no la canzone (1975) è di Claudio Baglioni.

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Assassini e mandanti

Sì, lo so, lo avranno già detto in tanti, e tanti altri lo staranno scrivendo in questo momento.

1998: Romano Prodi viene ucciso una prima volta. La mano è quella di Fausto Bertinotti, ma la pistola carica gliel’ha data Massimo D’Alema.

2008: Romano Prodi viene ucciso la seconda volta. La mano è quella di Clemente Mastella, ma la pistola carica gliel’ha data Walter Veltroni.

Per fortuna, questa tradizione (tra le più impresentabili) della sinistra si è attenuata nel corso degli anni: sono “morti” politiche, non assassinii in senso proprio, come quello di Trotsky o quello di Rosa Luxemburg.

Sulle cupe prospettive che la caduta di Prodi apre per chi, ancora, si dice di sisnistra (what is left?), mi sembra interessante il punto di vista di Gabriele Polo su il Manifesto di oggi, 25 gennaio 2008.

Suicidio politico

Romano Prodi è caduto con la stessa ostinata sicurezza con cui aveva brindato in una triste festa notturna di piazza il 10 aprile di due anni fa. Fermo nel voler portare fino in fondo la propria sfida alle leggi della matematica e della politica. Si è presentato al senato sapendo che gli avrebbero sparato addosso e lui ha mostrato il petto lanciando ai suoi cecchini un avvertimento inascoltato: «Dopo di me il diluvio». Avversari vecchi e nuovi gli hanno concesso l’onore delle armi e della coerenza parlamentare. Poi hanno sparato.
Ma la sua ostinazione copre solo in piccola parte il lento ma inesorabile suicidio politico dell’Unione sfociato nella crisi di governo. A spiegarla non basta la debolezza numerica – frutto di una legge elettorale inguardabile – che in questi mesi ha trasformato il senato in una sorta di ring. Né l’eterogeneità della coalizione e nemmeno la vaghezza di un programma troppo generico e al tempo stesso corposo. Su queste radici sono cresciuti due problemi che hanno portato al collasso. In primo luogo il progressivo allontanamento dalle attese degli elettori – badando più agli equilibri interni e alle compatibilità di bilancio. Più che in parlamento Prodi è rimasto solo nel paese: coperto a sinistra dal sacrificio di chi veniva sempre indicato come il possibile «traditore», ha deluso le attese di quella parte dell’elettorato che più di ogni altra chiedeva una svolta dopo il quinquennio berlusconiano. Alla fine è caduto da destra, come era ampiamente prevedibile. In secondo luogo, a destabilizzare un quadro politico diventato la principale se non unica attenzione del premier, è arrivato il parto del Pd, determinando un dualismo di potere che non poteva durare. E così è stato proprio il «suo» partito a togliere il terreno sotto i piedi a Romano Prodi.
Tra le macerie che ora si cercherà di raccogliere in qualche modo per evitare le elezioni anticipate, emerge la sconfitta della sinistra che pagherà i costi più alti di una scommessa perduta: contrattare l’alternativa sociale sul tavolo di governo. Ma si profila anche il sordo rovello del Partito democratico, concepito per vivere al potere e oggi posto di fronte alla scelta tra un’opposizione che non sa più cosa voglia dire e cercare alla sua destra i partner di una futura alleanza. Un bel disastro: complimenti a tutti.

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Eisenstein: una postilla

Anche se forse si può affermare che Eisenstein predicava bene e razzolava male, dal momento che nei suoi film spesso le esigenze artistiche (e la propaganda) fanno premio sulla verità, è attribuita a lui questa citazione (che ho trovato soltanto in inglese):

Not only the result, but the road to it also, is a part of truth. The investigation of truth must itself be true, true investigation is unfolded truth, the disjuncted members of which unite in the result.

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23 gennaio – Manet e Eisenstein

Due compleanni importanti.

Nel 1832, nasce Édouard Manet. Il padre dell’impressionismo, anche se non si definiva impressionista e non espose mai con il gruppo. Il suo anno magico fu il 1863, in cui presentò al Salon des refusés (voluto da Napoleone III dopo che l’accademia aveva rifiutato 4.000 opere al Salon di Parigi) Le déjeuner sur l’herbe.

Lo stesso anno dipinse anche L’Olympia.

Nel 1898 (110 anni fa), a Riga, nasce Sergej Michajlovič Ejzenštejn, teorico del cinema, maestro del montaggio, sublime regista e comunista convinto (nonostante i sospetti che Stalin nutriva su di lui) fino alla prematura morte, sopraggiunta a 50 anni. Autore di capolavori come Sciopero!, Ottobre, Ivan il terribile e La corazzata Potëmkin (celebre in Italia soprattutto per una sciagurata battuta di Paolo Villaggio, per cui tutti – senza averlo visto – lo considerano un film pallosissimo). Personalmente, adoro Alexander Nevskij, anche per le splendide musiche di Prokofiev. Qui metto la celeberrima scena della battaglia sul lago Peipus, ma se avete occasione guardatelo tutto:

21 gennaio

Un altro di quei giorni affollati di eventi storici di diseguale rilievo. Noi comunque li registriamo:

  • 1506: un corpo di 150 mercenari svizzeri del cantone d’Uri, comandati da Kaspar von Silenen, entra al servizio di papa Giulio II. Se aspirate a fare la guardia svizzera, i requisiti sono questi: sesso maschile; cittadinanza svizzera; fede cattolico-romana; età compresa tra 19 e 30 anni; altezza non inferiore a 174 cm; essere celibe (il matrimonio è ammesso solo dai caporali in su); aver svolto il servizio militare nell’esercito svizzero e aver ottenuto un certificato di buona condotta; avere un diploma superiore (la laurea, sotto il pontificato di Benedetto XVI, è diventato un titolo di demerito…).
  • 1793: Luigi XVI viene ghigliottinato.
  • 1888: nasce Huddie William Ledbetter, più noto come Lead Belly o Leadbelly. Se avete pensato “e chi è questo?”, guardate il video qui sotto e direte: “ah, è lui!”

  • 1905: nasce lo stilista Christian Dior. Muore a Montecatini il 23 ottobre 1957 d’un attacco cardiaco provocato (si dice) da una spina di pesce in gola.
  • 1976: il primo volo commerciale del Concorde. Un oggetto tecnologico di sorprendente bellezza. Per me è stato un mito, e un sogno quello di volarci. Ma adesso che, forse, me lo sarei potuto permettere, ha smesso di volare.

Chirospasmo e mogigrafia

Il chirospàsmo è il “crampo dello scrivano”, quel crampo doloroso ai muscoli della mano, che tende a cronicizzare, e rende particolarmente difficile scrivere. Si può dire anche cheirospàsmo e viene dal greco χείρ (mano) e σπασμος (spasmo).

Effetto del chirospasmo è la mogigrafia, cioè la calligrafia stentata di chi è affetto da chirospasmo. Anche questa parola viene dal greco, e in particolare dall’avverbio μογις (con difficoltà) anteposto a γράφειν (scrivere).

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Senso di Luchino Visconti

Senso, 1954, di Luchino Visconti, con Alida Valli e Farley Granger.

Un altro classico che, colpevolmente, non avevo mai visto.

Non è un film riuscito fino in fondo, secondo me. Nonostante gli sforzi del regista e dei titolati sceneggiatori, i dialoghi risentono del carattere melodrammatico del racconto di Camillo Boito e la recitazione, soprattutto quella di Alida Valli (all’epoca trentatreenne), è spesso affettata (ci si aspetta che da un momento all’altro si attacchi alle belle tende, come Francesca Bertini, ma si limita ad appoggiarsi barcollante a qualche stipite o a qualche muro). Senza riuscire a essere “straniata”, come forse l’intento di dipingere un quadro di finis Austriae richiederebbe (ma Visconti non è né Cacciari né Strehler).

Nonostante la bellezza degli arredi e dei costumi, alcune cose sono difficili da sostenere: ad esempio, la Valli vestita come Barbie principessa.

Neppure la scelta musicale della colonna sonora aiuta: Bruckner può piacere o non piacere (e a me non piace particolarmente), ma la settima sinfonia, così retorica e roboante, non aiuta ad allontanare i sospetti di manierismo.

Una delle sequenze più deboli è il finale con la fucilazione del disertore Mahler, imposto a Visconti con l’intento di rendere il film più “morale” e insieme più “risorgimentale”. Visconti immaginava di chiudere il film con la Valli che se ne va sconvolta dal comando austriaco e viene importunata dai soldati ubriachi che festeggiano la vittoria di Custoza.

Anche la battaglia di Custoza – non certo un vanto nazionale – provocò problemi alla produzione. Fortunatamente la versione restaurata che ho visto io monta l’episodio come lo voleva Visconti, ed è la parte più bella del film. Io poi mi emoziono quando vedo posti che conosco molto bene e che amo particolarmente, come Valeggio sul Mincio. Lasciatemi dire una cosa, che rivela il mio sciovinismo: non ci sono colline più belle dei colli morenici del Garda, nemmeno la campagna toscana. Fateci un viaggio e sappiatemi dire.

Ultima considerazione, che emerge dal versante romantico del film: in amore, in realtà, non ci sono scelte. Come sapeva Molly Bloom, la risposta è sempre una sola: sì.

– Sai che ti amo infinitamente, Livia mia, e ti amerò finché avrò un soffio di vita; ma questa vita salvamela, te ne scongiuro, salvala per te, se mi vuoi bene.
Mi prendeva le mani, e le baciava.
Ero già vinta.

Se volete leggere il racconto di Camillo Boito (ma non ve lo consiglio, sinceramente), lo trovate qui, a pagina 75.

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Galileo, Giordano Bruno e Guarini (ultimo atto)

Almeno si spera.

Riproduco qui un editoriale di Giovanni De Mauro comparso su Internazionale del 18 gennaio 2008.

Non notizia

“Ieri, alle 14.45 al nono chilometro della statale n. 1897 non si è verificato un terrificante scontro nel quale non hanno perso la vita cinque persone. Gli altri non hanno riportato ferite guaribili in periodi varianti tra un mese e 75 giorni. La polizia non ha avuto bisogno di compiere indagini”. Comincia così Un benefattore incompreso, uno dei meravigliosi racconti brevi di Gianni Rodari. Protagonista è un giovane giornalista che scrive articoli su fatti che non sono successi. Al direttore che, infuriato, gli chiede spiegazioni, risponde: “È la pura verità. Non c’è una parola di falso”. E alla fine, quando viene licenziato, commenta: “Lo sapevo. Lei è il quarto direttore che prende la stessa decisione. Sembra che le mie idee sul giornalismo siano troppo avanzate”. Ma nel frattempo il giovane cronista ha fatto scuola nei giornali italiani, perché quella del papa che non è andato all’università sembrava proprio una delle sue non notizie.

Dissento in parte perché due notizie ci sono:

  • montato e pieno d’aria come la panna, o gli albumi a neve, il non-avvenimento della non-partecipazione del papa all’inaugurazione dell’anno accademico della Sapienza si è insediato nella testa dei lettori e degli spettatori della televisione come un inquietante episodio di intolleranza perpetrato da uno sparuto manipolo di accademici a danni della “maggioranza silenziosa ” (sì, abbiamo dovuto leggere anche questo);
  • del fatto (questo sì, che è un fatto!) che dall’inaugurazione dell’anno accademico – che a rigore dovrebbe interessare soltanto loro, o soprattutto loro – siano stati tenuti lontani manu militari proprio i lavoratori dell’università e gli studenti, di questo non se n’è accorto quasi nessuno.

Il testo integrale del racconto di Gianni Rodari è qui.

17 gennaio 1942 – Muhammad Ali

Nasce a Louisville, Kentucky, il più grande.

L’immagine che vedete qui sopra è celeberrima, ma ha una storia che merita di essere conosciuta. Nella rivincita con Sonny Liston, nel 1965, Ali mise ko Liston dopo un solo minuto. Convinto di non aver sferrato un colpo da ko, lo incita a riprendere il combattimento: di qui la curisa espressione tra la sfida e la derisione.

Memorabile anche l’incontro con Foreman del 30 ottobre 1974, a Kinshasa, quando contenne la sfuriata dell’avversario più giovane e potente, soffrendo alle corde per sette interminabili riprese, per poi stenderlo all’ottava. Mi alzai nel cuore della notte per seguire l’incontro.

Galileo, Giordano Bruno e Guarini (la saga continua)

La vicenda della visita dal papa alla Sapienza si chiude oggi (speriamo) in modo grottesco, ma soprattutto intollerabilmente poliziesco: chiudere l’Università agli studenti e ai precari che ci lavorano, e alla fine anche ai dipendenti muniti di tesserino, per fare spazio alla solita variegata nomenklatura presenzialista, questo sì che è stato un gesto di intolleranza e di censura. Contro cui, mi pare, nessuna delle anime belle e dei paladini della tolleranza che hanno tuonato in questi giorni si è sognato di dire qualcosa. Nessuna fa veglie per il diritto degli studenti e dei lavoratori dell’università, e quindi non stupitevi se quel diritto se lo difendono da soli.

Si segnala anche che Mussi (“Contesto le manifestazioni in atto”) e Veltroni (“Ciò che è successo, per un democratico, è inaccettabile”) hanno perso un’altra bella occasione per tener chiuso il becco (mio padre diceva che “il gallo, prima di cantare, scuote l’ala tre volte”; cioè medita prima di aprire bocca).

Il rettore Guarini – il vero responsabile di quanto accaduto, se ci riflettete anche soltanto un secondo (avrebbe potuto invitare il papa qualunque altro giorno dell’anno, e invece ha pervicacemente insistito perché la visita coincidesse con l’inaugurazione dell’anno accademico, prima per tenere una lectio magistralis de jure, e poi a tenerne una de facto) – si distingue ancora una volta per l’incapacità di assumersi una responsabilità. Quanto meno, se è vero quanto riferito da Francesco Caruso, che era andato a trattare l’accesso degli studenti e dei precari in università: “Il rettore Guarini ci ha detto che non è un problema suo, perché è la questura di Roma che deve decidere se farci entrare o no. La questura però dice che è Guarini che deve dare loro una comunicazione formale”.

Per completezza dell’informazione, segnalo che Marcello Cini – che con la sua civilissima lettera aperta al rettore della Sapienza del 14 novembre ha dato avvio al dibattito sul significato della presenza papale all’inaugurazione dell’anno academico – interviene di nuovo sull’argomento dalle colonne de il Manifesto di oggi (17 gennaio 2008). Riporto i passi essenziali dell’intervista.

«Quello che mi indigna un po’, francamente, è questa pressoché unanime valanga che si sta rovesciando – oltre che su di me – sui firmatari dell’appello, sugli studenti che hanno reagito da studenti, in un unico blocco di violenti, intolleranti che hanno impedito al papa di venire alla Sapienza a parlare. Io rispondo per quanto mi riguarda, perché la mia è stata un’iniziativa personale – con una lettera scritta il 14 novembre su il manifesto – in cui mi rivolgevo al mio rettore. E lo criticavo anche aspramente perché vedevo nell’invito a inaugurare l’anno accademico della Sapienza (di questo si trattava, anche se prima come lectio magistralis, poi camuffata all’italiana con un intervento nello stesso giorno, comunque) ».

«La sostanza era l’invito al papa a inaugurare l’anno accademico. A questa proposta io ho reagito, e reagirei ancora oggi, per due ragioni. La prima è di tipo formale, ma essenziale. L’inaugurazione dell’anno accademico è un atto pubblico, forse il più importante, che riafferma la natura e la funzione dell’università come istituzione di crescita della conoscenza, di formazione della cultura al più alto livello, di uno stato laico, democratico, moderno, sui principi della Rivoluzione francese, dell’illuminismo e della modernità. Un atto importante – un rito se si vuole – che riafferma il modo in cui è organizzato questo processo di crescita e trasmissione della conoscenza alle giovani generazioni. Invitare al centro di questo rito laico un’autorità come il papa è di fatto una contraddizione in termini, non può che generare conflitto. Il papa è a capo di un’istituzione come la Chiesa cattolica, fondata su principi totalmente diversi – come il carattere gerarchico-autoritario, detentore di una verità assoluta proveniente direttamente da dio, quindi dalla trascendenza. Si fonda perciò su criteri di verità, metodologici e epistemologici, completamente diversi. È questo contesto che non si vuol capire. Ossia la coesistenza e il conflitto tra due istituzioni di natura diversa e fondate su principi in antitesi fra loro».

«Ciò non vuol dire che il papa, come professor Ratzinger, non sia un professore universitario, un intellettuale fine, colto, ecc. Ma la confusione tra queste due figure, che coesistono entro la stessa persona, ha permesso di generare – per esempio in occasione dell’invito a Ratisbona – un’interpretazione del suo discorso come una presa di posizione contro l’Islam, con tutte le polemiche che ne sono seguite».

«Non sarebbe successo nulla se il rettore e il Vaticano avessero semplicemente spostato la visita in un’altra data. Anche altri papi l’hanno fatto, esponendo il proprio punto di vista. Nei contenuti sarebbe stato poi approvato, obiettato, contestato, ecc.».

«Tutto questo si colloca in un contesto in cui questo papato – in particolare nel nostro paese – sta perseguendo una politica concreta tesa a sgretolare sempre di più la separazione tra Stato e Chiesa, tra repubblica italiana e clero. Questo ha creato una situazione in cui una presa di posizione legittima – un professore che si rivolge pubblicamente al proprio rettore – e fondata sulla separazione delle sfere di competenza, viene classificata, bollata e demonizzata come un’intolleranza da parte mia, dei miei colleghi e degli studenti. L’intolleranza quotidiana è quella che arriva alle telefonate del cardinal Bertone ai deputati italiani di stretta osservanza cattolica perché non votino certe leggi».

«Se questa reazione è un’intolleranza o un ’divieto di parlare’, siamo a un tale stravolgimento della realtà dei fatti che, da un lato, non può che indignarmi; dall’altro – vedendo che tutta la sinistra e il centrosinistra si accoda a questa mistificazione – deprimermi profondamente. C’è un’incapacità di reagire a questo pensiero unico per cui il depositario dei valori è la religione e i laici non hanno valori. Per acquietare le coscienze e orientarsi sul senso della vita, sul lecito e il non lecito, su tutte queste cose l’unico riferimento ritorna a essere la religione. È colpa nostra».

Grazie, professor Cini.

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