10 combinazioni di tasti per Windows XP

Combinazione Funzione
Alt + Tab Passa da un programma aperto all’altro
Alt + F4 (in un programma) Chiude il programma
Alt + F4 (dal desktop) Apre la finestra di dialogo “Arresta/Riavvia”
Alt + Invio Apre la finestra “Proprietà” dell’oggetto selezionato
Alt + Esc Passa da un programma aperto all’altro nell’ordine con cui sono stati aperti
Alt + Barra spaziatrice Nella finestra attiva, apre la finestra di dialogo “Ripristina, Sposta, …, Chiudi”
Shift + Inserisci CD/DVD Non fa partire Autoplay o Autorun
Shift + Canc Rimuove un oggetto permanentemente (cioè non lo mette nel Cestino)
Ctrl + Shift + Esc Apre il Task Manager
Ctrl + trascina un oggetto Lo copia (invece di spostarlo)
Ctrl + Shift + trascina un’icona Crea collegamento
Click tasto destro + trascina un’icona Presenta il menu “Copia, sposta, crea collegamento”
F1 Apre l’Help di Windows XP
F2 Selezione il titolo dell’oggetto attivo, per rinominarlo
F3 Apre la ricerca di Windows (files e cartelle)
F5 (o Ctrl + R) Aggiorna la finestra
F6 Passa dall’uno all’altro degli elementi selezionabili
F10 Seleziona la barra del menu bar nel programma attivo e consenti di spostarsi con le frecce (Invio per selezionare)
Shift + F10 Equivale a clickare con il tasto destro del mouse
Ctrl + Esc Apre il menu Start

15 gennaio – Rosa Luxemburg

Il 15 gennaio 1919, Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht sono rapiti e uccisi dalle milizie di estrema destra dei Freikorps agli ordine del governo socialdemocratico di Friedrich Ebert.

L’assassinio fu il frutto di una lotta fratricida nel campo della sinistra (non la prima, né l’ultima); si dice che Lenin e il suo rappresentante tedesco (Karl Radek) non siano stati estranei ai fatti.

Si deve a Rosa Luxemburg la frase: O socialismo o barbarie. Secondo le ultime notizie, avrebbe vinto la barbarie, almeno per ora: si spera nel diuturno scavo della talpa.

Qui sotto il monumento eretto da Mies van der Rohe nel 1926 a Berlino (e ovviamente poi demolito dai nazisti).

Peso el tacòn del buso

Peggio il rattoppo del buco, si dice in Veneto.

Se si dovesse scegliere, tra i tanti, un esempio dell’italica furbizia e dei suoi tragicomici risultati si dovrebbe prendere la vicenda della presenza papale all’inaugurazione dell’anno accademico nella più grande università italiana per numero d’iscritti (non la più antica, né la più prestigiosa, però).

Riassunto delle puntate precedenti. A metà novembre si diffonde la notizia che Joseph Ratzinger, alias Benedetto XVI, è invitato a tenere la lectio magistralis in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico. Almeno il suo predecessore aveva formulato delle tardive e stentate scuse per il processo a Galileo Galilei e qualche altra assortita nequizia della chiesa. Ma questo non fa mistero di non pensarla così ed è stato fino all’altro ieri responsabile del Sant’Uffizio e distributore di censure a chiunque, dall’interno della chiesa, fosse portatore di istanze modernizzatrici (per me non fa molta differenza, ma per alcuni – lo capisco – ne fa molta). Tra l’altro, l’ultima volta che il pontefice ha tenuto una lectio magistralis, a Ratisbona, ha provocato la reazione indignata dei fratelli islamici: con buona pace dell’ecumenismo. I laici insorgono. Il professor Marcello Cini scrive una lettera aperta.

Il rettore Renato Guarini fa marcia indietro. Astuta soluzione: l’inaugurazione dell’anno accademico sarà rigorosamente laica, ma – dato che il papa si troverà quel giorno a passare di là – perché non invitarlo a dire due parole sulla pena di morte (che secondo il codice ecclesiastico e il catechismo della chiesa cattolica è pena prevista e lecita)? Magari apparentandola con l’aborto, come la retorica perversa di queste settimane ha preteso di fare? Esempio fulgido di genio italico.

Qualcuno protesta. 67 su 4.000, minimizza Guarini. Che protesta civilmente non lo dice nessuno. Anzi si grida alla censura e si invocano i principi della sacrosanta libertà di parola. Come se il papa non occupasse quotidianamente radio televisioni e carta stampata per intervenire pesantemente nella vita politica italiana e nelle questioni private dei cittadini, soprattutto in materia di sessualità. Come se questa non fosse l’ennesima, superflua occasione di dire la sua.

Le anime belle della libertà religiosa organizzano veglie e contro-manifestazioni. Sono gli stessi, badate bene, che appena qualche settimana fa si sono rifiutati di ricevere il Dalai Lama per non far irritare i preziosi partner commerciali cinesi (aveva fatto eccezione, gliene va dato atto, soltanto Bertinotti).

Poi il capolavoro: il papa non ci va più. Offeso, se fosse un comune mortale. Ma per alcuni non lo è: dunque maestosamente superiore alle nostre povere beghe. Autogol alla Cordoba.

Le anime belle, destra e sinistra, delirano all’unisono:

Veltroni: l’intolleranza fa male alla democrazia (ma anche…)

Berlusconi: intolleranza e fanatismo (Veltroni il fanatismo se l’era dimenticato)

Casini: onda di vergogna sull’università (il bìgamo)

Cicchitto: bravi nipotini di Zdanov e Goebbels (da che pùlpito, il nipotino di Bettino…)

Udeur: pessima figura italiana (come non concordare?)

Giordano: sono molto dispiaciuto (irrilevante, come solo lui sa essere)

Fini: profondamente amareggiato e indignato per il clima anticlericale (ma dov’era, in Spagna?)

Di Pietro: umiliato come cittadino e come credente perché la chiesa è portatrice di pace (rimandiamolo a scuola!)

Formigoni: Bush può andare in Iraq, il Papa no in una università (forse prima la dovrebbe invadere con le famose divisioni di staliniana memoria)

Ferrara: vergogna inaccettabile, tutto questo in odio a un uomo mite, colto, sensibile (sì, sta parlando di Ratzinger! voglio conoscere il suo pusher)

Castelli: hanno vinto i nazisti rossi (questa volta non i suoi nazisti verdi, evidentemente)

Follini: rinuncia a lezione di spirito liberale (Ratzinger l’ha denunciato per diffamazione, suppongo)

Calderoli: superato ogni limite (lasciatelo dire a me che me ne intendo)

Bertinotti: no comment (premio ignavia 2008)

Quest’oggi voto Boselli (e mi costa, veh se mi costa…):

“Quella di annullare la visita credo sia una scelta opportuna”. Lo afferma il leader del Ps Enrico Boselli. “Bisogna ricordare – osserva ancora – che il clero in questi mesi ha contestato leggi in vigore, penso alla 194, e ha ammonito a non fare altre leggi, penso a quella sulle unioni civili. Per questo quando entrano fortemente nel dibattito politico devono attendersi che qualcuno risponda”. Ai cronisti che chiedono se oggi si sia registrata una “vittoria laica”, Boselli boccia questa lettura: “Credo che nessuno abbia il diritto di mettere il bavaglio al Papa, ma di fronte a questi continui interventi del Vaticano è giusto che alcuni studenti, alcuni intellettuali abbiano il diritto di critica, hanno il diritto di ricordare che la scienza deve essere svincolata dalla religione. Quanto al laicismo – conclude Boselli – non credo esista. Esiste la laicità alla quale si ispira la stragrande maggioranza dei cattolici italiani. Piuttosto si sarebbe dovuto riflettere di più prima di avanzare questo invito, tuttavia tutto si può dire tranne che le gerarchie cattoliche non abbiano pieno acceso ai mass-media italiani com’è giusto che sia in un Paese democratico”.

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Paris, Texas

Paris, Texas, 1984, di Wim Wenders, con Harry Dean Stanton, Nastassja Kinski e Aurore Clément.

Sicuramente non il film più bello di Wenders, tra quelli visti finora. Ma alcune cose sono memorabili, a partire dalla colonna sonora scritta ed eseguita da Ry Cooder.

Anzitutto, la sequenza di apertura, in cui musica, movimenti di macchina, paesaggio e colori creano un fortissimo senso d’attesa.

Poi c’è l’uso del colore. Virato, acido, assolutamente innaturale. Con un effetto di straniamento assoluto. Ad esempio, l’ultima scena è tutta verde. Verde il vestito di Nastassja Kinski, verde il pigiamino di Hunter, verde acido l’illuminazione del parcheggio in cui Travis aspetta.

Questa America irreale, dai colori virati, questi deserti da film western, fanno pensare a Zabriskie Point (anche l’uso della musica, con il parallelismo Ry Cooder – Jerry Garcia, contribuisce all’evocazione), fanno pensare, soprattutto, a un sogno in cui emergono dei ricordi che non sapevi di avere vissuto.

Il film non riesce a mantenere questa tensione onirica per tutti i suoi 139 minuti. Dopo un po’ la vicenda prende il sopravvento e la narrazione diventa tradizionale.

Fino alla celeberrima, interminabile, sequenza del colloquio tra Travis e Jane, separati da uno specchio in un peep show, che comunicano senza vedersi, separati da una barriera (la simbologia è fin troppo facile) che impedisce loro di vedersi, anzi che rimanda a ciascuno la propria immagine, invece di quella dell’altro. C’è, a un certo punto, un’immagine straordinaria: di là del vetro c’è Jane, ma per un gioco di riflessi Travis vede la propria faccia sovrapposta a quella di lei. (Al contrario, quando il bambino è con il padre che indossa una felpa rossa, è vestito di rosso anche lui, rosso e verde,maschile e femminile, animale e vegetale…)

Noi esteti ci alziamo in piedi a urlare.

Ancora un tema di Antonioni, l’incomunicabilità, come si diceva allora. All’epoca, immagino, più che una metafora sembrò un’iperbole. Ma che cosa facciamo, in realtà, noi, oggi, che riversiamo in un blog ad anonimi lettori i pensieri più segreti?

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13 gennaio – J’accuse…!

Il 13 gennaio 1898 Émile Zola – schierato con gli innocentisti – pubblica sul quotidiano socialista L’Aurore una lettera aperta al presidente della repubblica francese Félix Faure. È una pietra miliare della letteratura civilmente e politicamente impegnata, e anche un testo essenziale nella letteratura francese. Come spesso accade, tutti lo citano e nessuno l’ha letto.

“Parla per te!”, diranno i miei colti lettori. Va bene, parlo per me. Non l’avevo letto fino a oggi. Ma la lettura che ne ho fatto oggi mi ha talmente impressionato per la forza e l’attualità della lettera aperta che, a parte, ne riproduco il testo originale. Per i più pigri, qui c’è una traduzione integrale e un breve riassunto del caso Dreyfus (sì, me ne sono accorto, è la rivista del Sisde).

Una piccola nota a margine: il centro di controspionaggio del ministero della guerra francese, da cui partirono le accuse a Dreyfus, si chiamava Section de statistique (service de renseignements et de contre-espionnage).

A chi è interessato agli artifici retorici usati da Zola (io, ad esempio, sono molto interessato), suggerisco questo sito.

12 gennaio – Jack London

Nelle mie onnivore letture da bambino (i libri per ragazzi, ai miei tempi, erano “ridotti”, cioè censurati e scorciati delle parti ritenute noiose dal curatore), Zanna Bianca e Il richiamo della foresta non mi piacquero. Erano troppo drammatici, troppo tristi. Mi piacevano le storie che andavano a finire bene.

Per un po’ non lessi più nulla. Poi – facevo già l’università, penso – pubblicarono su un supplemento di Linus il racconto Farsi un fuoco. ne fui folgorato, e mi innamorai di Jack London e del Grande Nord.

Quando i miei figli furono abbastanza grandi, Zanna Bianca e Il richiamo della foresta furono tra i libri che lessi loro ad alta voce, un capitolo per volta, sera dopo sera, prima di dormire. Uno dei ricordi più belli che ho.

Per ricordare Jack London (John Griffith Chaney), nato a San Francisco il 12 gennaio 1876, riproduco a parte il racconto Farsi un fuoco.

11 gennaio

130 anni fa, l’11 gennaio 1878, ha avuto inizio la distribuzione del latte in bottiglie di vetro nella città di New York.

Maruzza Musumeci

Camilleri, Andrea (2007). Maruzza Musumeci. Palermo: Sellerio. 2007.

Molti anni fa, dopo aver letto Il Gattopardo, mi capitò di leggere anche i Racconti di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che avevo trovato nella biblioteca dei miei (lo dico per spiegare perché adesso non ne posso parlare più diffusamente). Tra tutti, uno me ne era piaciuto in modo particolare (degli altri non ricordo nulla!): si chiamava Lighea (il titolo voluto dalla vedova), ma ora si chiama La sirena. Siamo nei luoghi di Camilleri, la costa meridionale della Sicilia. Il vecchio professor La Cura (o La Ciura, non ricordo), che ha conosciuto da giovane l’amore della sirena, non ne ha più potuto provare altri. Lo trovai bellissimo e conturbante. Mi piacerebbe rileggerlo.

È per questo che – in una sera in cui, lo devo confessare, mi ero dimenticato di portarmi qualcosa da leggere – mi è bastato trovare nel risvolto di copertina un riferimento al racconto di Tomasi di Lampedusa per farmi accalappiare. Anche il nudo sulla copertina, pervaso della stessa sensualità che ricordavo nel racconto di Tomasi, ha fatto la sua parte.

Il romanzo è esile, come lo sono spesso i romanzi di Camilleri. Meglio la lenta prima parte che l’accelerazione dei tempi negli ultimi capitoli. La lingua, per me padano (in senso zavattiniano, non leghista) è abbastanza ostica.

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Mille anni di piacere

Nakagami, Kenji (1982). Mille anni di piacere. Torino: Einaudi. 2007.

La tentazione di una recensione alla Paolo Villaggio, o alla Carlo Vanzina, è forte (“Nakagami? ‘na cagata”), ma forse ingiusta.

Il problema di questo libro è che non è un capolavoro, e che se non ci fossero in gioco il fascino dell’esotismo nipponico, un titolo pruriginoso e una brava studiosa (Antonietta Pastore) non sarebbe stato tradotto neppure dopo 25 dalla pubblicazione dell’originale.

Perché l’ho comprato io, allora? Mah. Era poco prima di Natale, anch’io subisco il fascino dell’esotismo nipponico e del titolo pruriginoso, il colore della copertina è bellissimo e il cartoncino un po’ ruvido è piacevole al tatto… Più seriamente, mi ha incuriosito scoprire dal risvolto che in Giappone esisteva una sorta di “casta di intoccabili”, come in India, gli eta, emancipati soltanto nel 1871. Dopo quella data, proibito il termine antico, furono chiamati burakumin, ma le discriminazioni e, in alcuni casi, le persecuzioni e i pogrom continuarono, fino ai nostri giorni.

Purtroppo, questo interessante sfondo sociologico non basta a fare un bel romanzo (o una bella serie di racconti – nemmeno questo si capisce bene): l’autore è incerto tra un tono favolistico alla sudamericana, un realismo magico alla García Márquez o una crudezza alla Céline. E allora il lettore rimpiange i modelli. È uno di quei casi in cui viene da esclamare: “Ma con tutto lo yogurt che c’è, c’era proprio bisogno di Yoplait?”

Salviamo almeno una pagina:

Una volta zia Oryu fece questa riflessione: più della primavera amava l’estate, quando tutto ciò che aveva vita si espandeva in tutta la sua forza e raggiungeva la piena fioritura e il pieno sviluppo; più dell’estate amava l’autunno che conosceva il limite delle cose, che vedeva la debolezza espandersi in silenzio e tante vene chiudere gli occhi impallidendo, il verde diventare a poco a poco argenteo e i fiori rossi color del ferro; più dell’autunno amava l’inverno tutto rinsecchito e più dell’inverno la primavera gonfia di germogli (p. 199).

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Ma con tutto lo yogurt che c’è, c’era proprio bisogno di Yoplait?

1992. L’Italia si avviava verso la svalutazione e la crisi finanziaria. Tangentopoli impazzava. DC, socialisti e il triumvirato del CAF (Craxi, Andreotti, Forlani) stavano per abbandonare (temporaneamente) le scene. La mafia assassinava clamorosamente Falcone, Borsellino e le loro scorte.

Gli italiani mangiavano lo yogurt. Dominavano il mercato Danone, Parmalat e Yomo (e la pubblicità dello Yomo la faceva Beppe Grillo, che non era ancora diventato razzista). Nel resto del mondo, molti mangiavano invece lo yogurt Yoplait (sul mercato di 50 paesi Yoplait è lo yogurt leader).

Nel 1992, dunque, la società francese Sodiaal (che controlla Yoplait) si allea con la società tedesca Kraft (“cose buone dal mondo” – 130.000 punti-vendita). La joint-venture vuole affermarsi sul mercato italiano e inizia una campagna pubblicitaria costosa (20 miliardi dell’epoca, nel solo 1993) e martellante.

Ma con tutto lo yogurt che c’è, c’era proprio bisogno di Yoplait?

Alla fine del 1993 Yoplait ha conquistato (!) una quota del mercato degli yogurt del 2,5%. Il fatturato di quell’anno è di 30 miliardi (contro spese in pubblicità di 20 ed entry fee nella grande distribuzione per altri 8).

Nell’autunno del 1993 Kraft si ritira dalla joint-venture, anche se mantiene un ruolo come distributore. La Sodiaal annulla gli investimenti pubblicitari.

Dal 1999 il prodotto non è più presente sul mercato italiano.

Ma con tutto lo yogurt che c’è, c’era proprio bisogno di Yoplait?

Evidentemente no. Gli studiosi di marketing ne hanno fatto un caso di studio. Ma a noi (a me almeno) è rimasta una frase memorabile, con la forza di un proverbio.